Ovvero: sii tu stesso il cambiamento che vuoi vedere nel mondo. Questa frase, attribuita al mahatma Gandhi, racchiude una grande verità. Il cambiamento fa paura alle persone che non sono capaci di cambiare cominciando dalla propria specifica situazione personale.
Per far riflettere e poi metter mano a un autentico cambiamento le Nazioni Unite hanno istituto per il 18 luglio il Mandela Day. Una giornata dedicata in particolare ai diritti umani e al loro riconoscimento per tutte le donne e gli uomini in ogni angolo del pianeta. Il messaggio è chiaro: non è sufficiente aspettare che i governi, i parlamenti, le assemblee internazionali emanino norme per correggere le situazioni di ingiustizia. È certamente necessario, ma non basta. Ogni donna, ogni uomo hanno già ora la capacità e la responsabilità per cambiare il mondo in meglio. Cominciando da se stessi. Il 18 luglio (1918) nacque in un villaggio del Sudafrica Nelson Mandela, un uomo che dedicò 67 anni della sua vita a cambiare le cose in meglio. Per questo in occasione del Mandela Day si propone, tra altre iniziative, di dedicare 67 minuti del proprio tempo (come gli anni di Mandela) “agli altri, al mondo, al bene comune”. Quest’anno attraverso i social è stato lanciato un hashtag – #ActionAgainstPoverty – che fa riferimento a quanto si può fare per combattere gli effetti della pandemia sulle persone in situazione di povertà. A Bolzano anche il Centro per la pace (Caritas e Comune) propone una serie di iniziative. “Si può cambiare solo se stessi. Sembra poco ma se ci riuscissi faresti la rivoluzione”. Parola di Vasco. Nelson Mandela, in un discorso del 1994, affermava: “Nelle tue mani c’è la possibilità di rendere il mondo un posto migliore”. È questo lo spirito della giornata che, partendo dall’esperienza sudafricana, si ripete in diversi paesi ogni 18 di luglio. Come dice la vecchia canzone: Change yourself to change the world.
Diversi toponimi del nostro comune sono sopravvissuti per secoli, altri sono andati completamente perduti. Nomi nuovi sono entrati nel linguaggio comune (Galizia, Caneve, Pineta…), a dimostrazione del fatto che ogni generazione interviene nella micro-toponomastica a seconda delle necessità del momento. S. Pietro, un nome appartenente ad un tempo ormai lontano e che non designa più un territorio ben circoscritto, si pone, in certo qual modo, tra il presente e l’antichità – e perciò non possiamo definirlo né un toponimo attuale né un vero e proprio fossile linguistico. Lo storico Karl Atz scrive in una sua opera sulla diocesi di Bolzano: “La curazia di Laives si compone di quattro quartieri: Dorf-Paese, Unterau-S.Giacomo, S.Pietro e Montelargo”. Dunque all’inizio del XX secolo, quando Laives contava poche case e non più di 2000 anime, il termine S.Pietro era ancora in uso mentre oggi lo ritroviamo solo come “Rione S.Pietro” tra le vie Liechtenstein e Negrelli. Inoltre, il nome di Pietro compare anche nella denominazione della chiesetta del Peterköfele ovvero “St.Peter am (o auf dem) Kofel” e nel termine Peterknott. Dove si trovava dunque il quartiere (se così lo possiamo definire) di S.Pietro? È difficile localizzare esattamente il territorio interessato ma con una certa certezza si può affermare che il centro del quartiere era rappresentato dall’omonima chiesetta sul colle che sovrasta il paese. I pochi masi nelle vicinanze, le officine di fabbri e falegnami, i vari molini sparsi fino in fondo alla cupa Vallarsa (dove poi incontriamo il paese di Monte San Pietro) ne facevano parte insieme agli edifici sopra la “Pfleg” e la “Reif”, dove forse in epoca più recente è comparso quest’ultimo nome legato al commercio del legname. Bisogna anche rimarcare il fatto che il toponimo Leifers / Laives (nelle sue varianti medievali documentate) con ogni probabilità a suo tempo designava un insieme di micro-villaggi disseminati sul conoide del Vallarsa e sul Montelargo, come per l’appunto S.Pietro, Sottomonte e Montelargo. La stessa cosa avvenne peraltro nella vicina Bolzano, dove i vari sobborghi, da Dodiciville a Castel Firmiano, da Keller (Gries) a Russan (S.Maurizio) vennero raccolti sotto il toponimo comune di Botzn o Bauzanum soltanto in epoca medievale. Esistono, nelle regioni alpine, molte località piccole e grandi che portano questo nome. “Pietro” simboleggiava, agli albori del Cristianesimo, “la rinascita in Cristo” e veniva frequentemente rapportato a insediamenti su promontori, colli e rupi. “Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le potenze degli inferi non prevarranno su di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli: tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli” sta infatti scritto nel Vangelo secondo Matteo (16, 13-20).
Nel piazzale superiore del Duomo e più precisamente nella estremità occidentale dell’antichissimo quartiere di Steinach, dominato dalla Torre Polveriera, si affaccia uno dei più bei palazzi di Merano. Dal 2015 è sede del Museo Civico meranese, il suo nome è conosciuto attualmente come palazzo Mamming, in precedenza era citato come Palais Desfour, o Steinachheim. I primi proprietari e committenti furono i baroni Mamming, i quali nel 1675 diedero l’incarico all’architetto Karl Delai di realizzare una residenza in stile tardo – rinascimentale. L’edificio si staglia nettamente dalle altre costruzioni della piazza, per la rigorosità delle sue forme classiche e geometriche, quasi palladiane. Un maestoso portale in bugnato a tutto sesto, ne fa la sua porta d’accesso. Nei piani superiori è scandita la sequenza regolare delle aperture finestrali e dei grandi mensoloni seicenteschi che sorreggono la copertura sovrastante. La particolarità e l’accentuazione dello “stile italiano” è data dal balcone, in corrispondenza del portone d’ingresso. Ricordiamo che nell’architettura tirolese questa struttura aggettante è molto rara, in quanto invece viene privilegiato l’Erker. Gli interni sono affrescati sia nelle volte che nelle pareti superiori laterali in una intersezione e sequenza di elementi concavi e convessi, intercalati da lunette con volta a spicchio. L’affresco di maggior rilievo è dato dalla “allegoria della Vittoria alata”. Fino alla morte di Angelika Steiner Lupi palazzo mamming era sede del Museo Steiner ed era conosciuto come palazzo Desfour, dal nome della penultima proprietaria. Angelika Steiner era figlia del famoso scultore meranese Hermann Steiner (1878 – 1963), e proprio lei fece del palazzo un museo per poter esporre al pubblico le opere del padre, un artista premiato in Europa ed in America, ma forse poco conosciuto ed apprezzato nella sua città natale. Il museo poneva in bella vista la sua opera più famosa, “La marcia della libertà”. L’opera – un altorilievo dalla potente carica espressiva lungo cinque metri e nel quale sono rappresentate più di trecento figure – veniva custodita con orgoglio e passione dalla figlia. Alla morte di Angelika Steiner il palazzo ed il suo patrimonio rischiarono di essere dispersi, ma nel 1991 il Comune di Merano lo acquistò, restituendoci, restaurato, questo prezioso gioiello architettonico.
Continuiamo la visita alle nostre fontane cittadine. Questa volta parliamo di una fontana molto conosciuta ed amata dai bolzanini, quella delle Naiadi. Posta nel 1960 in piazza del Tribunale, dopo che erano stati ultimati i lavori di sistemazione del palazzo di Giustizia (1952), ha una storia singolare e complessa. Il manufatto bronzeo, collocato al centro di essa e realizzato dall’artista trentino Eraldo Fozzer, non era destinato ad essere collocato a Bolzano ed in quel luogo. Lo scultore Fozzer, lo aveva concepito per la città di Trento, ma il capoluogo trentino in piena epoca degasperiana rifiutò platealmente l’opera, donandola alla città di Bolzano. Il rifiuto era dovuto al fatto che le due figure femminili, nude, potevano offendere la “ pudica “ opinione pubblica trentina. Bolzano accettò di buon grado il dono fatto da Trento, poiché da un lato andava a completare il ciclo delle fontane pubbliche con il tema della simbologia dell’acqua (le fontane del Nettuno, dell’Adige e delle Rane), dall’altro andava a completare con un manufatto di prestigio una piazza al quale mancava un punto focale. L’amministrazione bolzanina fece realizzare una vasca di forma perfettamente circolare nella quale collocare le due sculture. Essa venne posta perfettamente al centro della piazza dove potesse dialogare con le forme concave e convesse del palazzo di Giustizia e quello degli uffici Finanziari. Ma, chi sono queste Naidi che vengono rappresentate? Le due sculture, belle ed espressive nel loro gesto di nuotare all’unisono, rappresentano le ninfe delle acque. Creature immortali nella mitologia greca e figlie di Zeus, presiedevano tutte le acque dolci. Si distinguevano in ninfe dei fiumi (Potamidi), delle sorgenti (Pegee), delle fontane (Crenee) e poi delle paludi e dei laghi. Tali figure mitologiche possedevano facoltà guaritrici e profetiche. Erano esseri benevoli, ma anche temuti, nel mondo classico. I contadini le rispettavano e portavano loro dei doni. L’imperatore Nerone dopo essersi immerso alla fonte del fiume Marcia, fu colto da febbre, malore e paralisi… La ninfa naide Aretusa, venerata a Siracusa, aveva la facoltà di immergersi attraverso le correnti sotterranee nel Peloponneso per riaffiorare in Sicilia. Dopo i lavori di ristrutturazione della piazza, la fontana è stata sposata nella sua collocazione attuale, decentrata, perdendo parte del suo fascino iniziale. Ma, la sera, quando la fontana è illuminata, le due Naidi sembra ancora che nuotino, ridano e ci proteggano con i loro giochi d’acqua.
Le tragiche previsioni sulle conseguenze della crisi dovuta alla pandemia si sono purtroppo avverate: il numero di persone in condizioni di estrema povertà è salito alle stelle (+150 milioni). I più colpiti sono i bambini le cui possibilità di una vita senza fame e povertà sono svanite in brevissimo tempo. Per salvarli dalla fame, migliaia di genitori ricorrono a rimedi estremi come far sposare le loro figlie minorenni e mandare i loro figli a lavorare come manovali o nelle discariche anziché a scuola. Per rispondere alla drammatica realtà, la Caritas altoatesina lancia la sua annuale campagna di sensibilizzazione e raccolta fondi “La fame non fa ferie”.
Discariche al posto della scuola Philip è tornato nella discarica che ha segnato la sua infanzia fino a quando non ha ottenuto un posto a scuola. Quando fruga nella spazzatura puzzolente, pensa alle lezioni, alle aule pulite, al pranzo e alle visite degli ex studenti che ora hanno un lavoro. Anche lui vuole un lavoro sicuro ma per questo ha bisogno di un diploma di maturità. Purtroppo può studiare solo se sua madre riesce a trovare lavoro altrimenti deve contribuire al reddito familiare vendendo ciò che trova in discarica. Se non pagano l’affitto finiranno subito tutti per strada. Non può farlo ai suoi fratelli.
Sposarsi per non soffrire la fame Lo stomaco di Tabitha è vuoto. Quello che era rimasto del cibo lo ha dato ai suoi fratellini. La famiglia ha ormai esaurito le scorte. Ma non è questo che fa venire le lacrime agli occhi della ragazzina di 12 anni: Tabitha dovrà lasciare la sua famiglia e sposarsi, che lo voglia o no. Ci sono abbastanza richieste, è carina e forte. Ha paura degli uomini che per l’età potrebbero essere suo padre e che ora la corteggiano ma questi uomini potrebbero sfamare la sua famiglia.
Legami familiari spezzati Jonas non capisce perché se ne siano andati tutti. Il piccolo non può capire cos’è il Coronavirus. Non capisce che suo padre è disoccupato da mesi e ora è andato a cercare fortuna in città. Non sa che suo fratello che gli portava l’acqua potabile da scuola ora si prende cura solo delle capre di grandi allevatori per un pasto e un tetto. Gli manca anche sua sorella che si è sposata a tredici anni per poter mangiare. È solo triste. I legami familiari sono la più grande risorsa e sicurezza nei paesi africani. La pandemia li ha fatti a pezzi. C’è solo un disperato bisogno di tutti.
A rischio il domani dei bambini Il 90% dei bambini in età scolare nei paesi africani è stato costretto a restare lontano dalle lezioni per mesi e allo stesso tempo a rinunciare ai pasti più importanti che spesso accompagnano l’andare a scuola nelle aree rurali. Almeno 10% dei ragazzi e delle ragazze non potrà tornare in classe. L’infanzia negata è al centro della campagna Caritas “La fame non fa ferie” di quest’anno. Si chiede sostegno per non abbandonare i giovani e le loro famiglie alla povertà, alla fame e allo sfruttamento che ora li minacciano.
Interventi semplici, concreti e vitali Per scongiurare le peggiori conseguenze della pandemia in Africa, la Caritas altoatesina fa sempre più affidamento su quei progetti che si sono dimostrati particolarmente efficaci: autosufficienza attraverso orti domestici e piccoli allevamenti familiari di animali da cortile, approvvigionamento idrico per rafforzare il sistema immunitario, micro crediti alle mamme che li utilizzano per creare una piccola impresa e consentire ai propri figli di frequentare la scuola, l’aiuto di quartiere e gruppi di risparmio di auto-aiuto che si assicurano sostegno e concedono prestiti equi. Gli aiuti negli ultimi anni si sono dimostrati validi nell’attuale crisi e hanno attutito molte difficoltà. Le famiglie che, grazie ai progetti della Caritas, hanno potuto accumulare riserve, immagazzinare il grano in modo sicuro o mantenersi attraverso piccoli allevamenti e orti, hanno buone possibilità di sopravvivere alla crisi e di continuare a offrire prospettive ai propri figli.
“Ringrazio di tutto cuore le migliaia di donatori altoatesini e non che con la loro sensibilità e con le loro offerte hanno sicuramente salvato migliaia di famiglie dalla fame e dalla fatale spirale dell’usura già lo scorso anno ma il prolungarsi della crisi post pandemica rende necessario consolidare gli interventi intrapresi e dare il via a ulteriori progetti solidali e salvavita” spiega il direttore della Caritas Paolo Valente. “Oggi è a rischio soprattutto il domani delle giovani generazioni e quindi è a rischio anche il domani dell’intero continente africano: non possiamo girare la testa dall’altra parte e far finta di niente”.
Rintocchi contro la fame Il sostegno all’azione della Caritas e alla lotta contro la fame viene garantito anche quest’anno dalle parrocchie altoatesine che partecipano alla campagna della Caritas contro la fame su invito del vescovo Ivo Muser. Venerdì 30 luglio alle ore 15 suoneranno le campane delle chiese più intensamente del solito e più a lungo. “La pandemia ha messo a rischio il domani di migliaia di bambini. Le campane siano per tutti noi uno sprone e un invito ad agire”, ha ricordato il vicario generale Eugen Runggaldier.
Il tuo aiuto è fondamentale
Con 20 euro puoi mantenere una famiglia in Africa con cibo di base per un mese. Con 50 euro puoi portare la luce nelle capanne delle famiglie con l’energia solare. In questo modo le donne possono fare lavori manuali la sera e fornire così un reddito aggiuntivo. Con 100 euro è possibile posare 20 metri di tubature. Ciò consente alle famiglie di avere accesso all’acqua pulita. Con 240 euro aiuti una madre ad aprire un piccolo negozio nel suo villaggio. Ciò assicura l’esistenza della sua famiglia e allo stesso tempo promuove l’offerta locale. Chi volesse contribuire a sostenere la Campagna “La fame on fa ferie”, può farlo inviando un’offerta su uno dei seguenti conti bancari utilizzando la causale “Fame in Africa”.
Durante la campagna “La fame non fa ferie” – dal 15 al 31 luglio 2021 – Caritas ha attivato una linea diretta per le donazioni chiamando il numero 0471 304 339 Ulteriori informazioni possono essere ottenute anche online www.caritas.bz.it o presso la Caritas in via Cassa di Risparmio 1 a Bolzano
“sigismundus dei gratia dux austriae anno d(o)m(ini) MCCCCVXXIIII”: è l’iscrizione sotto lo stemma di Sigismondo d’Austria, il tutto sulla lastra di pietra che si trova sopra il portale d’accesso di Castel Firmiano. È infatti dal 1474 che Castel Firmiano – acquisito nel 1473 da Sigismondo, arciduca d’Austria, conte del Tirolo e duca dell’Austria Anteriore – è attestato con il nuovo nome di Sigmundskron (la corona di Sigismondo). Negli anni successivi con un monumentale rifacimento il castello divenne un’importante baluardo verso l’area dell’Italia settentrionale. Succeduto nel 1439 al padre Federico IV d’Asburgo (1382-1439), detto “Federico dalle tasche vuote” o “Tascavuota”, Sigismondo (1427-1496) fu invece denominato “il Danaroso”. A differenza del padre – che sin da giovane ostentò costumi democraticissimi e non ebbe molto in simpatia la nobiltà locale – Sigismondo era amante del lusso e consapevole della propria avvenenza fisica (passò infatti alla storia anche come Sigismondo “il bello”). La vita di Sigismondo fu caratterizzata da alcuni eventi, come la lotta col principe vescovo di Bressanone, Nicolò da Cusa (1401-1464), il quale fu anche imprigionato (1460); la partecipazione alla guerra di Engadina (1499); il duello con Venezia culminato con la battaglia di Calliano (1487); la sua fallimentare politica interna, che portò alla sua abdicazione nel 1490, con la cessione del governo a Massimiliano I d’Asburgo (1459-1519). Sigismondo morì a Innsbruck il 4 marzo 1496 e fu sepolto nella cripta dell’Abbazia di Stams. Castel Firmiano appartenne man mano a diverse famiglie nobiliari; dopo la gestione dal 1976 di un ristorante, nel 1996 il castello divenne proprietà della Provincia Autonoma di Bolzano. Concesso nel 2003 a Reinhold Messner di realizzare il prospettato museo della montagna, dal 9 giugno 2006 Castel Firmiano è la sede principale del circuito museale chiamato Messner Mountain Museum.
La principale realtà altoatesina di promozione della musica d’autore è tornata, promuovendo una raccolta trentasei brani originali, selezionati da una giuria ad hoc e messi in rete sulle principali piattaforme musicali.
Sul finire degli anni ottanta e per buona parte del decennio successivo, Liederszene è stato un marchio di qualità, un’associazione di primaria importanza per quanto riguarda la promozione della musica prodotta in Alto Adige, soprattutto per quanto concerne il cantautorato, senza colori né bandiere, né tanto meno barriere linguistiche: la Liederszene pur essendo nata e diffusasi soprattutto nel mondo culturale di lingua tedesca, ha sempre avuto estrema attenzione alla produzione di musicisti italiani e ladini, attraverso la pubblicazione di dischi e l’organizzazione di tour regionali, sia con solisti che tramite autentici carrozzoni sonori con a bordo più artisti, un po’ come si usava ai tempi delle cosiddette riviste musicali in voga negli anni sessanta. Pur non avendo mai cessato di esistere, la Liederszene da molti anni ha diversificato le proprie attività, puntando soprattutto sulla Rocknet Academy, una sua branca più orientata sul versante della formazione e della produzione di demo e video, ma nei mesi scorsi, puntando sul vecchio marchio, l’associazione è tornata a farsi sentire lanciando un contest, patrocinato dalla Fondazione della Cassa di Risparmio e dalla Provincia, che ha visto la partecipazione di centosessanta gruppi e solisti. “Quando Walter Eschgfäller, il nostro storico presidente – racconta Willy Vontavon – ha lasciato la Liederszene, ci è mancato un punto di riferimento importante. Le alternative erano chiudere o continuare con una nuova squadra. L’appoggio e l’apprezzamento per la nostra attività espressi dai nostri sponsor, sono stati determinanti nel perseguire la volontà di continuare, in particolare l’appoggio di Andreas Überbacher della Fondazione, che ci ha sostenuti oltre che economicamente anche moralmente. Con Chris Kaufmann, Robert Ausserer e mia figlia abbiamo lanciato questa next generation della Liederszene. Il fatto che il Coronavirus abbia forzatamente messo in stand-by la Rocknet Academy ci ha dato modo di pensare al nostro nuovo progetto. Visto che molti artisti non hanno potuto lavorare per oltre un anno ci ha spinti ad organizzare questo concorso in cui gli artisti sono stati invitati a presentare un brano registrato anche in maniera non professionale, ma comunque completo nel suo arrangiamento e non protetto da copyright. La giuria ha avuto un bel da fare nel selezionare i trentasei finalisti!” In pratica si è trattato, per gli artisti di mandare alla Liederszene una composizione originale nuova, per avere la possibilità di essere scelti e finire tra i trentasei che sono finiti nella doppia raccolta messa in rete in questi giorni sulle principali piattaforme musicali col titolo di Sonx 2021. Lo standard qualitativo delle canzoni partecipanti è stato molto alto e per la giuria non è stato un compito facile arrivare al verdetto che oltre alla pubblicazione dei brani ha garantito ai musicisti anche un premio in denaro. In definitiva si tratta di una cosa molto simile al progetto di fine anni ottanta, quando oltre ai tour della Liederszene, ogni anno c’era anche la pubblicazione di un disco (dapprima in vinile e musicassetta, in seconda battuta su CD e non più su vinile) che presentava le canzoni degli artisti partecipanti ai tour. “Rispetto ai tempi dei nostri esordi – prosegue Vontavon – si salta tutta la parte riguardante la registrazione dei brani. A quei tempi la realizzazione di un disco comportava il fatto che i musicisti dovessero anche essere guidati in studio e assistiti, perché nessuno aveva la possibilità di registrare professionalmente le proprie canzoni, cosa che ora con le attrezzature adeguate e un buon computer è possibile fare stando a casa propria. Il risultato è sorprendente, abbiamo dovuto intervenire sui brani solo minimamente, per dare una regolata ai livelli complessivi e anche se oggi sembra che siano pochi quelli che ascoltano i dischi per intero, ho provato io stesso a mettere la sequenza dei brani nella mia playlist e ad ascoltarla tutta d’un fiato e devo dire che funziona proprio bene. Sonx 2021 include brani di artisti locali dei vari gruppi linguistici, personalmente mi sarebbe piaciuto avere una maggior adesione da parte degli artisti italiani, ma per il futuro si può sempre migliorare. Abbiamo anche discusso se fosse il caso di suddividere il contest in categorie: una volta era più semplice distinguere rock da jazz, da cantautori o altro, ma oggigiorno è tutta musica e gli stili si combinano e si confondono, tanto che tra tutti i partecipanti che nella scheda di iscrizione dovevano dare una definizione della propria musica, alla fine ci sono arrivate oltre cinquanta definizioni differenti!” Il disco e i brani sono disponibili da giovedì 15 luglio sui vari canali, da spotify a youtube e via dicendo, ma se ci saranno fondi per realizzarlo, i ragazzi della Liederszene stanno covando di realizzare un doppio vinile con i primi diciotto brani classificati: diciamolo pure, sarebbe una succulenta ciliegina sulla torta già ricca di questo progetto.