Si chiude con la Sagra dei Canederli Estate Insieme, il ricchissimo calendario di eventi che il Club della Visitazione ha portato avanti quest’estate. Gli eventi hanno fatto parte della rete di comunità On Lovera. Gli scatti fotografici sono di Shakira Casin COOLtour.
Marina, Carla, Stefan, Rita, Fernanda, Carlo, Sandra e MaddalenaCarloGloria, Carlo, Rita, Stefano, Patrizia e GiovanninaDaniel, Thomas e RobertaPeter e RosaMarianne, Hartmann, Waltrude e WalburgaCristina e AlbertoFederico, Valentina e Mirko
La data d’inizio dell’autunno meteorologico è stata convenzionalmente istituita al primo di settembre, ma questi ultimi giorni non hanno fatto segnare nessuna tregua, per quanto riguarda caldo e siccità. Al contrario in giro sono molti oggi i segnali di autunno incipiente, se teniamo conto, per estensione e analogia, del secondo significato (figurato) di questa parola. è l’enciclopedia Treccani a ricordarci come per “autunno” si intenda anche il “periodo della vita di una persona che segue la piena maturità, e che segna l’inizio della vecchiaia”. Non è però agli aspetti individuali che vogliamo rivolgerci, ma a quelli collettivi. Autunno della democrazia, della Repubblica, della Rivoluzione, dell’era nucleare, della coscienza, della tradizione, e chi più ne ha più ne metta. Questo mese di settembre porta con sé una serie di incognite che, se viste con pessimismo, si trasformano tutte in potenziali “autunni”, cominciando dal clima che ci inquieta e ci confonde. Quando arriverà la pioggia (se arriverà), quest’anno saremo in grado di accoglierla per quello che è, ovvero una benedizione? E il fresco e poi il freddo che immancabilmente si faranno strada, saranno in grado di farci riflettere sul nostro atteggiamento nei confronti dell’energia che da sempre utilizziamo per scaldarci e che sempre abbiamo considerato onnipresente e a buon mercato? C’è poi la politica, sulla quale torneremo anche nel prossimo numero dei nostri giornali, che uscirà qualche giorno prima delle elezioni nazionali del 25 settembre. Il voto è il sale della democrazia, si è sempre detto. Mai come oggi però questo detto viene contraddetto dai sondaggi che indicano un potenziale astensionismo da record, che va di pari passo con la disaffezione se non il fastidio di molti di noi nei confronti dei partiti e delle (scarse) capacità di gestione della cosa pubblica messe in mostra negli ultimi tempi. Dovremmo forse ricordarci, a questo punto, dell’etimologia della parola autunno. Il nome deriva dal latino autumnus ed indica la stagione ricca di frutta che segue l’estate e aumenta la ricchezza dei contadini. L’immaginario collettivo che inquadra l’autunno come la stagione della decadenza dopo i calori portati dall’estate, andrebbe allora superato pensando invece alle ricchezze di questo periodo. Una proposta: e se per una volta capovolgessimo – in una sfida con noi stessi – il concetto di “preoccupazione”, assegnandogli un’accezione positiva? “Non possiamo pretendere che le cose cambino se continuiamo a fare le stesse cose; la crisi è la più grande benedizione per le persone e le nazioni perché la crisi porta progressi”, disse a suo tempo Albert Einstein. Forse un cambiamento di prospettiva potrebbe consentirci di raccogliere qualche forza in più, viste le sfide che ci attendono.
Prima di fare un focus su una varietà di zucca in particolare alla quale sono molto affezionato, torniamo indietro nel tempo e parliamo della zucca. La sua provenienza è piuttosto incerta e controversa. C’è chi dice siano stati i popoli antichi di Romani e Arabi ad importarla dall’Asia meridionale, precisamente dall’India; secondo altre fonti l’origine si collocherebbe nel Messico, ma stando ad altri ritrovamenti semi di zucca sono stati rinvenuti in alcuni siti dell’Africa tropicale a sud dell’Equatore, semi che, grazie al metodo del radiocarbonio, gli archeologi hanno datato a quasi 10.000 anni fa. Altri semi compaiono nelle tombe egizie a partire dal 3500 a.C., mentre in Perù hanno rinvenuto zucche decorate risalenti intorno al 1000 a.C. Fu “Balsamo dei guai per l’essere umano” secondo Plinio il vecchio, il primo a nomenclarla col termine cucurbita nel ‘Naturalis Historia’, il trattato naturalistico sotto forma enciclopedica, conservato oggi presso la Biblioteca nazionale Marciana di Venezia. Inizialmente non fu impiegata in cucina, ma la sua coltivazione aveva finalità ornamentali. Svuotata della polpa ed essiccata venne utilizzata come contenitore o suppellettile per la conservazione di vini, latte e cereali o per realizzare, grazie alla sua corteccia spessa e coriacea, piatti, cucchiai e ciotole. La classica zucca a forma di bottiglia (lagenaria), venne chiamata comunemente “bottiglia del Pellegrino”, perché accompagnava il Pecten Jacobeus, la capasanta o conchiglia di San Giacomo, sul bastone del viaggiatore che si recava a Santiago de Compostela già a partire dalla metà del IX sec. Sorvoliamo per un attimo su Halloween e sulla zucca intagliata e illuminata dall’interno che nell’immaginario collettivo associamo ai film e alle tradizioni americane o alla leggenda celtica che racconta l’incontro fra uomo e diavolo e le sue tentazioni. Certo tante altre varietà arrivarono in Europa intorno ai primissimi del XV secolo, insieme a patate, pomodori e mais dai viaggi di Cristoforo Colombo. La zucca trova ampia visibilità alla corte partenopea di Ferdinando IV di Borbone tramite il cuciniere, di nobili ed intellettuali, Vincenzo Corrado autore del famoso ricettario “del cibo pitagorico ovvero erbaceo”. Verosimilmente la zucca ha impreziosito tavole, esasperato contrasti in tempi di carestia, solleticato palati raffinati e rinfrancato focolai indigenti; senza dubbio, ha accompagnato vicende, epoche e persone comuni, in quel vasto ventaglio di impercettibilità e di anonimato, che la storia degli uomini e delle donne consegna ai posteri tramite le ricette. Così, quindi – come un po’ per tante cose, che avevano preminenza elitaria, anche la zucca si è diffusa trasversalmente in ogni ambito sociale.
Con una cerimonia al Kurhaus di Merano sono stati ricordati – nella Giornata dell’autonomia del 5 settembre – i cinquant’anni dell’entrata in vigore dello Statuto riformato. Mezzo secolo per articolare e consolidare un sistema (di potere), fondato su basi solide e su basi instabili. Bella senz’anima: l’autonomia “SENZA”.
Si dice che il diavolo fa le pentole ma non i coperchi. Significa (anche): tutto bello, all’apparenza, però manca qualcosa di essenziale. Come a una pentola SENZA il coperchio. Interessante come la Provincia definisce l’autonomia sulle pagine web ad essa dedicate: “L’autonomia dell’Alto Adige è un sistema giuridico in cui si intrecciano rotazione delle funzioni, presenza paritetica negli organismi e rappresentanza proporzionale dei gruppi linguistici”. Ma è davvero così? O è una piccola grande finzione? Ognuno potrà pensare alla sua esperienza quotidiana. Si credeva, non molto tempo fa, che la storia altoatesina si sarebbe evoluta virtuosamente secondo la linea “gegeneinander – nebeneinander – miteinander – (füreinander)” (ovvero: prima gli uni contro – poi vicino – poi con – infine per gli altri). Si è passati invece – ha detto, sconsolato, Aldo Mazza in una recente intervista a ff – dal “nebeneinander” all’“OHNEeinander” (gli uni SENZA gli altri). Ciò avviene per volontà della politica e nella grave indifferenza della società civile (anche negli ambiti più inaspettati). Siamo una terra “SENZA”. Lo stesso Statuto, di cui si celebrano i cinquant’anni, è un documento “SENZA” un preambolo che ne espliciti i principi fondanti. Per essere neutrali si finisce con l’essere vuoti (SENZA). Cinque anni fa la Convenzione per l’autonomia – che ebbe peraltro dinamiche strane – consigliò vivamente la stesura di un preambolo. Di quei lavori non si è saputo più nulla. Ad Aldo Mazza, combattente per la convivenza attiva (lui dice “l’ultimo dei Mohicani”), l’indifferenza non piace e ancor meno la prospettiva di esserci gli uni SENZA gli altri. “Ricordo ciò che diceva Alexander Langer: sotto la cenere, i conflitti etnici continuano ad ardere. Dobbiamo approfittare dei periodi di benessere per creare una base, un condominio, in cui le persone, pur con tutte le loro differenze, si conoscano, si apprezzino e si comprendano a vicenda”. È a questo che abbiamo lavorato negli ultimi cinquant’anni?
La cosiddetta “Dekadenz” viennese, ossia il lento ma inesorabile declino della monarchia asburgica, descritta magistralmente da Joseph Roth nel suo romanzo “Radetzkymarsch”, stava volgendo al tragico epilogo della grande guerra. Il destino di un impero durato più di 600 anni ma anche la vita quotidiana dei suoi cittadini erano segnati dalla rassegnazione all’ineluttabile. Ciò nonostante, ai confini dell’impero, il vecchio mondo procedeva ancora sui binari di una quotidianità tranquilla quanto monotona – non fosse stato per la presenza sempre più assillante della Kleinkriminalität ossia l’attività delinquenziale dei cosiddetti “ladri di galline” (in senso lato). Non sarà certo un caso, se proprio nel 1892, anno in cui avvennero i fatti che stiamo per narrare, lo scrittore inglese Conan Doyle pubblicò “Le avventure di Sherlock Holmes”.
Non ci vollero invece Holmes e Watson per venire a capo di un misfatto accaduto a Laives, allora paesino di un migliaio di anime. Dalla locale riserva di caccia, riferì la Bozner Zeitung del 23.08.1892, gestita al noto imprenditore Anton Monsorno, erano sparite otto uova di anatra selvatica.
Dopo accurate indagini, seguite alla denunzia del Monsorno, il capo della gendarmeria di Bronzolo Angelo Alverà e il messo comunale di Laives Nikolaus Kofler individuarono i responsabili del latrocinio e, soprattutto, anche gli starnazzanti corpi del reato. Per ironia della sorte, questa volta c’entrava veramente una gallina – ma l’attenzione dei detective fu rivolta non a costei bensì al suo presunto complice, tale Stefan Bernard detto Stoff di Laives, noto alle cronache.
Secondo l’accusa costui aveva sottratto le 8 uova facendole poi covare dalla suddetta gallina del suo vicino di casa, di nome Bologna. Costui, alla vista del gendarme, del messo e del Monsorno prese immediatamente le distanza dalla gallina di sua proprietà: secondo la sua versione, egli non era a conoscenza delle sue frequentazioni e attività illecite. Costei, probabilmente, si sarebbe difesa asserendo che aveva seguito unicamente il proprio istinto materno, non certo quello criminale. Ma in realtà non disse nulla, neppure quando i tre visitatori intimarono l’immediata riconsegna degli anatroccoli.
Sopravvenne il Bernard stesso, sostenendo che la gallina aveva covato le uova a sua insaputa. Poiché le sue affermazioni furono messe in dubbio, colpì con pugni e calci il gendarme il quale, per difendersi, fu costretto a puntargli sul collo la propria baionetta d’ordinanza. Quando volle mettergli le manette ai polsi, intervenne il padre del Bernard, anche lui propenso ad addossare tutte le responsabilità all’incauta gallina.
Per essere più convincente, minacciò l’allibito gendarme con un coltello e insieme alla moglie, che gli strappò di mano la baionetta, rifilò un pugno in pieno viso al povero Alverà. Questi cadde a terra ma subito dopo, afferrata l’arma, sparò vari colpi in direzione del fuggitivo Stoff, senza tuttavia colpirlo. Il giorno seguente, Stoff si presentò spontaneamente alla gendarmeria di Bolzano per essere interrogato e quindi arrestato.
Al processo, il Bernard, ritenuto colpevole anche di altri delitti avvenuti sempre a Laives e di cui si era imprudentemente vantato nelle osterie (tra cui una truffa ai danni di una vedova e il danneggiamento di un carro che gli aveva rifiutato un passaggio), fu condannato a tre anni di carcere duro, il padre a tre mesi.
Gustav Thöni. Dentro e fuoripista Autore: J. Christian Rainer
Presenta molti motivi di interesse l’ultimo libro su Gustav Thöni uscito in occasione dei primi 70 anni della leggenda dello sci alpino. Nell’importante volume edito da Tappeiner troviamo un ampio apparato iconografico, con foto d’epoca, ritagli di giornale e curiosità. Grande spazio viene dedicato al fenomeno Thöni nell’ottica del (difficile) e complesso processo di normalizzazione dei ruolo degli sportivi sudtirolesi nell’ambito non solo dello sport italiano ma anche dell’Italia stessa. Anche se lo sforzo investito nel rappresentare le ragioni di una parte e dell’altra spesso propende per le ragioni della minoranza di lingua tedesca, il libro si rivela davvero una miniera di aneddoti, testimonianze e ricordi. Coloro che per ragioni anagrafiche hanno vissuto direttamente l’incredibile parabola sportiva di Gustav Thöni trovano dunque pane per i loro denti e i ricordi magari finora assopiti sono in grado di affiorare, in maniera inaspettata. Detto questo va senz’altro affermato che l’aspetto più interessante del volume è la possibilità di incontrare, virtualmente, uno sportivo e un uomo dalle caratteristiche davvero eccezionali, amato da tutti – compagni di squadra e avversari – e lontano davvero mille miglia da qualsivoglia deriva egocentrica. Il “Gustavo” era singolare già all’epoca, restio a parlare di sè, ma invece sempre disponibile a raccontare e ricordare. Animato dall’ironia di chi è perfettamente consapevole che l’equilibrio è tutto, specie se si è sportivi di primo piano, a livello mondiale. Lo sciatore – che tutt’oggi vive a Trafoi nel suo paese natale dove continua a portare avanti l’albergo di famiglia – il proprio massimo equilibrio fu sempre in grado di manifestarlo nelle innumerevoli occasioni in cui venne tirato per la giacchetta (pardon, per la giacca a vento) nell’interminabile e noiosa discussione se si sentisse più un atleta “sudtirolese” o “italiano”. In conclusione possiamo sicuramente affermare che la flemma di Gustav – unita alla sua umiltà e semplicità – ha dato davvero un contributo fondamentale per sdrammatizzare la questione etnica. Grazie Gustav, lunga vita!
Via Egger-Lienz: la via tra il convento Muri-Gries e il Palazzo Ducale, che dal 1880 era denominata Wendlandweg, dal 1948 è intitolata ad Albin Egger-Lienz. Chi era e cosa e fece? Nato il 21 gennaio 1868 a Striebach presso Lienz (Tirolo orientale), avendo come maestro il padre Georg, pittore e fotografo, Albin frequentò dal 1884 l’Accademia di Belle Arti a Monaco di Baviera. Già da studente ebbe riconoscimenti per i suoi lavori: la piccola Medaglia d’Argento per il dipinto “Sacra Famiglia”, e quella grande per “Karfreitag” (Venerdì santo), dipinto per il quale ottenne a Vienna la piccola Medaglia d’Oro statale. Medaglia di Bronzo l’ebbe all’Esposizione Universale di Parigi del 1900 per il dipinto “Feldsegen”. Stabilitosi a Vienna, nel 1900 divenne membro dell’Associazione viennese degli artisti. Nel 1911 si trasferì ad Hall (Tirolo). Insegnò all’Università di Weimar dal 1912 al 1913, anno in cui si trasferì con la famiglia (la moglie, Laura Helena Dorotea von Egger-Möllewald, e tre figli, Lörli, Fred e Ila) a S. Giustina, nei pressi di Bolzano. Nel 1916 lavorò come pittore di guerra a Folgaria e Trento; dipinse quadri dal fronte; tra le sue creazioni fu il grandioso “Den Namenlosen 1914”. Va ricordata l’opera del 1906, la “Der Totentanz von Anno Neun” (La danza macabra dell’anno nove), una mesta riflessione sul destino dell’uomo mandato a combattere, una sorta di presagio di ciò che sarebbe scoppiato dopo otto anni. Albin Egger-Lienz, al quale negli ultimi anni di vita fu conferita la Laurea ad honorem dell’Università di Innsbruck e la cittadinanza onoraria di Lienz, morì a 58 anni il 4 novembre 1926 nel maso Grünwald di S. Giustina. Tra le opere di Albin Egger-Lienz, che dipinse sopratutto quadri ad olio, vi sono i Kriegsbilder (quadri di guerra) e i “Gedankenbilder” (quadri del pensiero, che si concentrano sulla vita contadina e rurale); i suoi dipinti si trovano sopratutto nei musei del Tirolo, ma anche in alcuni musei di Vienna, e altrove.
Da sempre il capoluogo altoatesino soffre di una serie di problemi irrisolti. Tra questi soprattutto vi sono la viabilità e la carenza di alloggi a prezzi accettabili. Gli artigiani di CNA nei giorni scorsi proprio in merito a queste due problematiche hanno fatto alcune proposte specifiche, allargando il discorso e rilanciando l’idea che il prossimo futuro della zona di Bolzano e dintorni debba essere ripensata (quasi) in termini di “area metropolitana”.
CNA ha fatto due specifiche proposte nell’ottica dello sviluppo urbanistico della città capoluogo. E il tema – a nostro avviso – è d’interesse anche per la Bassa Atesina, la Valle dell’Adige e il meranese, perché stiamo parlando dell’oggettivo “cuore” pulsante della nostra provincia, ormai tutti di questo ne sono consapevoli. La prima proposta prevede la realizzazione di un “quartiere sostenibile” nel quadrante delle vie Siemens e Galvani, tra ponte Palermo e ponte Roma, per intenderci. L’idea è di farci tornare i nuovi artigiani 2.0 in grado di convivere, anche, con edilizia residenziale specifica, ovvero le foresterie per lavoratori previste dalla nuova legge provinciale. La seconda proposta di CNA è quella di tornare a pensare ad un tavolo di confronto che consenta di pensare a Bolzano e dintorni quali come una città metropolitana, ovvero un’area vasta che – per risolvere i propri problemi – deve finalmente decidersi a lavorare in sinergia, con la necessaria supervisione della Provincia. Abbiamo deciso di farci spiegare meglio le cose dal presidente di CNA Claudio Corrarati e dal direttore Gianni Sarti, che abbiamo incontrato nella loro sede di Via Augusto Righi.
Claudio Corrarati e Gianni Sarti
UN QUARTIERE “SOSTENIBILE”
Le vostre proposte sono arrivate come un fulmine a ciel sereno, in questo periodo caratterizzato dalla grande incertezza in vista delle ormai prossime elezioni politiche nazionali. Qual’era il vostro intento?
Corrarati – Non bisogna aver paura di avere coraggio. L’intento era quello di stimolare e creare probabilmente anche qualche.. disturbo. Si tratta di per sé di un tema fermo a venti anni fa. All’epoca lo sviluppo della città fu al centro dell’attenzione di diversi personaggi apicali, tra cui l’arch. Silvano Bassetti, ma poi si è fermato tutto.
In vent’anni molte cose sono cambiate…
Corrarati – Sì, quasi tutto! Soprattutto sono cambiate le tipologie delle attività economiche. Ci stiamo spostando tantissimo sulla digitalizzazione e i servizi. L’industria e il manifatturiero naturalmente dovranno rimanere, sono una fetta importante per il nostro territorio e il resto d’Italia. Ma oggi i cosiddetti artigiani digitali sono davvero a basso impatto ambientale e possono convivere senza problemi con il residenziale in aree dalle quali a suo tempo erano stati allontanati a causa del rumore che producevano, ecc. Una volta gli artigiani a Bolzano stavano nei quartieri, ma poi sono stati spostati ‘al di là dei ponti’. Col tempo si sono aggregati in consorzi, ma restano al momento ancora fisicamente distanti da dove vivono i cittadini.
Sarti – La stessa Provincia recentemente ha introdotto il concetto di ‘zone miste’. Oggi l’artigianato in altre città convive benissimo con la residenza.
In realtà la Provincia questa cosa dovrebbe saperla bene: l’artigianato è molto diffuso nel resto del territorio.
Corrarati – Proprio così. D’altronde noi non vogliamo mettere in discussione gli spazi radicati occupati dalle industrie. La possibile nuova convivenza tra alloggi e artigiani deve andare di pari passo con una riqualificazione urbana che deve toccare diversi aspetti: ambientale, viabilistico e degli investimenti. Questi ultimi dovrebbero essere in grado di promuovere un prezzo calmierato per gli alloggi, sia in affitto che in vendita.
Nel quadrante tra Via Siemens e Via Galvani tra l’altro sono già previsti degli importanti interventi infrastrutturali, in termini di viabilità.
Corrarati – Sì. E in quella zona è già presente un centro che dentro di sé ha di tutto e di più, dal cinema alla farmacia, dal supermercato ai negozi di abbigliamento. Nella stessa zona ci sono anche scuole e servizi, tra cui importanti sedi di uffici comunali e altri servizi potrebbero ancora essere aggiunti. Nel prossimo futuro non lontano da lì ci sarà anche una sede dell’Università con gli studenti che, giustamente, cercheranno specifici servizi. E allora perché non realizzare proprio lì un quartiere della sostenibilità?
In realtà nei giorni scorsi i responsabili di Assoimprenditori si sono detti contrari alla realizzazione di alloggi in quella zona…
Sarti – Questo ha davvero poco senso. Nella legge urbanistica la Provincia recentemente ha previsto un censimento nei comuni di tutti gli spazi e gli edifici dismessi, nell’ottica del risparmio di suolo. A maggio sono uscite le linee guida ma non sono stati ancora stabiliti dei termini per la presentazione dei risultati di questi censimenti. Si tratta di un grave errore. Tutti sono d’accordo sul fatto che non bisogna occupare nuove aree, ma allora deve almeno essere possibile edificare dove ci sono terreni o edifici dismessi. Per Bolzano si tratta di un percorso obbligato. Il cuneo verde non si può toccare, l’area tra Bolzano e Laives non si può toccare per motivi politici e allora… se verso Laives, Terlano e Appiano non ci si può espandere, Bolzano dovrà per forza trovare al proprio interno nuove aree abitative, oltre che produttive.
Corrarati – Ben inteso: noi di CNA non vogliamo che tutta la città diventi residenziale. Vogliamo semplicemente continuare a portare avanti le esigenze di datori di lavoro e partite IVA. Salvaguardando naturalmente le necessità delle aziende importanti che hanno bisogno di spazi adeguati. Tra l’altro voglio far notare che le acciaierie si trovano a due passi dalle zone residenziali di Oltrisarco e non è che per quello ad un certo punto sono state allontanate… è ovvio che ci si deve mettere a un tavolo con tutti i soggetti coinvolti. E anche per la viabilità occorre trovare una formula nell’immediato. è giusto costruire strade e infrastrutture, ma è altrettanto importante riuscire a gestire l’ordinario con le nuove tecnologie. Dobbiamo finalmente predisporre, ad esempio, dei sistemi digitali su pannelli che non costringano gli automobilisti che si recano in centro a doversi fermare davanti ai vigili urbani che – proprio in quel momento – sbarrano la strada perché i parcheggi ormai sono esauriti. Il personale dovrebbe stare nelle sale operative, non per strada. La grande fortuna delle crisi è quella di stimolare le opportunità. In questo periodo qualcuno in più prova a prendere la bicicletta o un mezzo pubblico; abbiamo tutte le possibilità per avere una nuova visione per la città, ragionando su queste aree.
UNA NUOVA “AREA VASTA”
La vostra seconda proposta invita a non pensare più al capoluogo come un’identità singola ma a un territorio che comprenda anche i comuni limitrofi. Ormai gli interessi sono comuni, per molteplici aspetti.
Corrarati – è un fatto. Bolzano concentra interessi che sono condivisi col resto del territorio provinciale e alle città limitrofe. Si tratta di spazi sportivi, culturali, di ricerca, la Fiera. Ci vuole un tavolo di concertazione tra i comuni limitrofi e Bolzano. Non parliamo di una vera e propria area metropolitana regolamentata, ma occorre andare verso un concetto di “area vasta”, pensando agli interessi comuni in un’ottica di sviluppo. Bisogna riprendere ad avere insieme uno sguardo a lungo termine, come vera e propria mission.
In realtà in questa fase tutti boccheggiano, non solo i partiti. Tanti manifestano sempre di più l’interesse verso una soluzione volta a sbloccare l’area di Bolzano e dintorni da questa situazione di stallo, sotto diversi punti di vista. Viabilità ma non solo; anche alloggi con costi sostenibili e una riorganizzazione urbana al passo con i tempi.
Sarti – Ci sono veti incrociati che bloccano tutto, ma che vanno superati. L’areale è fermo, il cuneo verde intoccabile, Laives mette le barricate, persino lo sviluppo della piccola zona artigianale di Viale Druso viene condizionato dalla possibilità di liberare l’area delle caserme Huber. Per non parlare degli industriali che preferiscono lasciare i capannoni vuoti.
Corrarati – In città a Bolzano c’è una componente politica che guarda principalmente agli interessi immobiliari e la salvaguardia del verde. Le due priorità finiscono per essere queste.
Il Comune di Bolzano potrebbe fare di più per cambiare la situazione?
Corrarati – Potrebbe fare molto di più. Ad esempio ottenere la gestione delle aree produttive nei prossimi anni; attualmente sono quasi tutte di competenza provinciale.
Sarti – Ogni comune deve fare un piano di sviluppo comunale territorio e paesaggio. Se Bolzano fa il suo senza dialogare con i comuni limitrofi si tratta di un grave errore. Bisogna almeno provarci.
Corrarati – Bolzano deve diventare una città laboratorio per avviare una politica che ha bisogno di una condivisione differente dal punto di vista dell’autonomia. Bisogna fare davvero “comunità”.
Sarti – Un ulteriore blocco del capoluogo si ritorcerebbe contro il resto del territorio, per forza di cose. Se blocchi il ganglio centrale, ne risente anche la periferia. E questo vale anche per il turismo.
Ecco, il turismo…
Corrarati – Badate bene che oggi i turisti vengono in massa a Bolzano anche quando è bel tempo, perché gli ospiti hanno fame di cultura, arte e storia.
Sarti – E se si blocca il capoluogo non si raggiungono neanche più le valli. In ogni caso non si deve più pensare in termini di smart city ma di smart land, oramai.
Corrarati – Occorre pensare ad una mobilità diversa. In futuro non dovremo più utilizzare così tanto il mezzo privato. Magari saranno tutte auto elettriche, silenziose con le farfalle che ci girano intorno, ma saremo ancora e sempre invariabilmente in coda.
Alloggi per i lavoratori: cosa si può fare in tempi brevi?
Corrarati – Le aziende sono in difficoltà perché i lavoratori non riescono a trovare casa a Bolzano a prezzi sostenibili e finiscono tutti in periferia. La legge provinciale dà la possibilità alle aziende di realizzare vani ad uso foresteria, ma da questo punto di vista c’è al momento troppa lentezza burocratica.
Sarti – I piani di attuazione comunali e provinciali devono essere adeguati, però. Ed è quello che purtroppo sta succedendo a causa della solita inerzia degli uffici pubblici.
A Ferragosto la Merano Pop Symphony Orchestra ha presentato nella sua città d’elezione con un concerto in piazza delle Terme un gradevole disco intitolato Fratello Sole Sorella Luna, dedicato alle colonne sonore e incentrato soprattutto sull’opera di due assoluti protagonisti del commento sonoro per film, due italiani, tra i più importanti in questo settore: Riz Ortolani e Ennio Morricone.
Nata otto anni fa nella città del Passirio per iniziativa di un gruppo di musicisti appassionati – se non tutti titolati a tutti gli effetti, tutti comunque di talento e preparati – la Merano Pop Symphony Orchestra si è costruita uno spazio ed una credibilità non da poco, esibendosi con successo al fianco di autentici big del mondo musicale (pensiamo a Dodi Battaglia, tanto per dirne uno che tutti conoscono) e coniugando con gusto l’essere un’orchestra d’impostazione classica con un repertorio di natura pop che passa con disinvoltura dai Beatles, ai canti natalizi, ai Queen. Lo scorso 15 agosto, la Merano Pop Symphony Orchestra (MOPS, da qui in poi) ha presentato nella sua città d’elezione con un concerto in piazza delle Terme un gradevole disco intitolato Fratello Sole Sorella Luna, dedicato alle colonne sonore e incentrato soprattutto sull’opera di due assoluti protagonisti del commento sonoro per film, due italiani, tra i più importanti in questo settore: Riz Ortolani e Ennio Morricone. “Tenere insieme una formazione di settanta elementi – ci confida il direttore d’orchestra Roberto Federico – è un lavoro molto impegnativo, ma ricco di soddisfazione. I riscontri sono sempre crescenti e prima del rapporto professionale, tra noi c’è un rapporto di stima e amicizia. Ogni volta che abbiamo occasione di ritrovarci è una festa. Riguardo al disco, la casa discografica Azzurra Music ci aveva contattati prima del lockdown: erano a conoscenza del nostro lavoro in quanto sono loro a pubblicare i dischi di Dodi Battaglia e ci hanno chiesto se volessimo interpretare un CD di colonne sonore. Le registrazioni avremmo dovuto farle proprio l’otto marzo, il giorno in cui hanno chiuso tutto nel 2020, ma il discorso è rimasto aperto e, avendo in programma un concerto al Teatro Puccini in gran parte incentrato sui brani pensati per quel disco in sospeso, la scorsa primavera abbiamo deciso che fosse la volta buona per registralo”. Il risultato è un prodotto fresco e fruibile per il quale Roberto Federico e Francesco Brazzo hanno adattato e arrangiato una serie di composizioni, talune molto conosciute, talaltre meno: in apertura ci sono tre classici moderni come il tema di Pirati dei Caraibi, quello composto da John Barry per il film La mia Africa e la Bond song cantata da Adele per Skyfall, con tanto di citazione del tema originale del primo film con James Bond protagonista. “La scelta di questi brani – prosegue Federico – è ben precisa, Out of Africa ad esempio, è strettamente collegata al fatto che noi abbiamo in corso un progetto dedicato ad alcune popolazioni di quel continente. Ci tengo a sottolineare che tutto il nostro lavoro è gratuito, nessuno di noi viene pagato e gli incassi dei nostri concerti, al netto delle spese, sono devoluti in beneficenza. L’aver voluto includere Morricone può sembrare un’opzione scontata ora che tutti lo omaggiano all’indomani della sua scomparsa, ma noi lo avevamo in repertorio anche prima e la sua grandezza non si mette in discussione. Per Ortolani la cosa è andata diversamente, di lui conoscevo solo la celebre Dolce sentire, che qui non solo abbiamo ripreso ma abbiamo voluto intitolare il disco proprio come il film da cui il brano è tratto. Avendo deciso di approfondire il discorso su questo compositore sono entrato in contatto coi suoi figli, che mi hanno fatto conoscere molta musica di cui ero all’oscuro e si è sviluppata così l’idea di un ulteriore omaggio a questo artista che vedrà la luce nel 2024 in occasione del decennale della sua scomparsa”. Dal celebre documentario Mondo cane, la MOPS esegue nel disco il brano Oh My Love affidato alle corde vocali della solista Roberta Manzini, c’è poi il tema di un vecchio film di mafia intitolato I Consigliori, che Federico ha arrangiato sostituendo l’armonica con la tromba di Karl Hanspeter, mentre a Monica Moro è affidata la parte di clarinetto di Fantasma d’amore, che nell’originale era suonata nientemeno che da Benny Goodman. Nell’imminente futuro, la MOPS sarà di nuovo sul palco a Merano il prossimo 15 ottobre mentre a Bolzano, al Teatro Cristallo, il 29 dello stesso mese andrà in scena un omaggio al repertorio di Fabrizio De André con le canzoni arrangiate in chiave sinfonica e la voce ospite di Andrea Maffei.