La leva del 1921 in Bassa Atesina

Alla fine del XIX secolo, la Bassa Atesina, terra aperta all’incontro di uomini e culture, si trovò al centro delle contese tra opposti nazionalismi. Negli anni del primo dopoguerra, questi fecero, per così dire, un salto di qualità, sfociando in prevaricazioni personali e, viepiù, in attacchi violenti alla sua identità storica. Un’eredità pesante, che i “patrioti” di ieri e di oggi non rinunciano a rinfocolare a ogni occasione.

La massiccia immigrazione di famiglie povere dal Welschtirol/Trentino da un lato aveva contribuito a fronteggiare la mancanza di manodopera in vari settori economici ma, dall’altro, aveva introdotto un elemento di forte instabilità sociale nei paesi dell’Unterland.
La fine della guerra, con la disfatta e disgregazione dell’impero austro-ungarico, significò per il Trentino il ritorno alla patria, per l’Alto Adige il distacco dal Mutterland. La Bassa Atesina, schiacciata tra i due blocchi, pagò il prezzo più alto al nuovo assetto geo-politico. I nazionalisti, a dispetto delle rassicurazioni espresse dai massimi rappresentanti dello stato liberale, trovarono terreno fertile per le loro mire egemoniche e prevaricatrici.
Roma, con i primi ministri Bonomi e Giolitti, si era dimostrata tollerante nei confronti della minoranza tedesca ma i nazionalisti trentini, raggruppati intorno al giornale “Libertà” e a Ettore Tolomei (residente e sepolto a Montagna), reclamarono la detedeschizzazione ovvero l’italianizzazione forzata della Bassa Atesina. Il principale terreno di scontro divenne la scuola, le prime vittime i bambini.
Il 1921 si era aperto con il brutale assassinio del maestro Franz innerhofer da parte dei fascisti di Starace.
In Bassa Atesina serpeggiava il timore di altre rappresaglie etniche. “Anche i nostri bambini di sei anni devono sottoporsi alla visita di leva” titolava tra il sarcastico e l’allarmato il “Volksbote” di Bolzano del 10 novembre 1921. Ovviamente, il giornale non si riferiva alla leva militare – che invece, un po’ a sorpresa, divenne obbligatoria anche per i ventenni sudtirolesi – ma a quella scolastica.
Lo scopo della trovata era evidente: costringere il governo di Roma, che con la legge Corbino (ministro della pubblica istruzione prima di Benedetto Croce e Giovanni Gentile) e prima ancora le solenni parole di Vittorio Emanuele III aveva garantito la tutela “delle istituzioni e delle usanze locali” e il diritto all’insegnamento nella propria lingua madre, ad assecondare gli obiettivi dei nazionalisti trentini e dei nascenti fasci italiani di combattimento, che intendevano trasferire il maggior numero possibile di bambini dalle scuole tedesche a quelle italiane.
Obiettivo finale: l’eliminazione del tedesco dalla vita pubblica e la chiusura di tutte le scuole tedesche – insomma, la completa snazionalizzazione del vecchio “Bozner Unterland”.
Per aggirare la legge Corbino, si ideò, dunque, questa bizzarra leva scolastica. Un decreto del commissariato generale di Trento nominò una commissione composta da soli “esperti” italiani: avevano il compito di sottoporre tutti i bambini iscritti alla prima classe elementare (compresi i ripetenti) all’esame di “nazionalità”.
I genitori furono costretti ad accogliere i commissari nelle loro abitazioni o a presentarsi con tutta la famiglia nei luoghi indicati. Chiunque portasse un cognome vagamente italiano – cosa storicamente diffusissima in Bassa Atesina – o tra le mura domestiche utilizzasse (anche) la lingua italiana o il dialetto trentino, veniva iscritto d’imperio alla scuola italiana. Alla leva erano sottoposti non solo gli ignari bambini ma anche i loro genitori e nonni: ed è ben facile immaginare, come in Bassa Atesina fossero pochissime le famiglie “incontaminate” da un punto di vista linguistico.
La scuola tedesca fu praticamente svuotata, gli insegnanti esautorati. Negli anni successivi si assistette quindi ad un numero notevole di bambini che abbandonarono la scuola e anche chi continuava a frequentarla di fatto apprendeva soprattutto le canzonette fasciste.
L’opera fu quindi portata a termine da Mussolini, che a partire dal 1923 fece chiudere tutte le scuole tedesche senza ulteriori “leve” e vietò perfino i corsi privati fino ad allora tollerati dalle autorità. Nacquero così, anche in numerosi paesi della Bassa Atesina, le “Katakombenschulen”, affidate a maestre che mettevano a repentaglio la propria sicurezza personale per garantire l’insegnamento della madrelingua ai bambini.

Autore: Reinhard Christanell

Donazioni organi, gli incontri in Bassa 

Dopo il successo dell’incontro a Bolzano, l’AIDO lancia la proposta di una seri di incontri con gli impiegati delle anagrafi in diversi comuni della Bassa atesina. È infatti proprio nel momento del rinnovo della carta d’identità che possiamo decidere se diventare donatori. Una decisione che può salvare una vita, ma che spesso porta con sé anche dubbi e domande, anche molto specifiche, a cui è importante saper rispondere in maniera corretta.

Un sì che può salvare una vita: è quello che ognuno può dire dando il proprio assenso alla donazione di organi.
Come noto, una legge statale prevede che il consenso (ma anche il diniego) venga dato al momento di rinnovare la carta d’identità. Gli impiegati addetti si trovano quindi spesso a dover rispondere a domande particolari su un tema delicato e complesso come la donazione degli organi.
L’AIDO di Bolzano ha quindi proposto una serie di incontri informativi con gli impiegati degli uffici anagrafe di diversi comuni della Bassa Atesina.
L’iniziativa si è già svolta nel Comune di Bolzano ed ha riscontrato un ottimo successo.
“Le anagrafi sono un fronte importatissimo nella raccolta di iscrizioni e donazione perché avvicinano molta più gente di noi”, ci ha raccontato il presidente di AIDO Bolzano, Gianfranco Maffei. “Durante gli incontri proviamo a dare risposta a quelle domande, anche molto specifiche, che i cittadini rivolgono agli impiegati. Il nostro obiettivo non è convincere a tutti i costi a donare, ma dare risposte corrette.
Spesso sulla donazione ci sono idee viziate da una non corretta conoscenza del problema. Con questa iniziativa vogliamo affrontare, in un clima informale, tutti i dubbi e gli interrogativi, anche quelli che magari una persona si vergogna ad esternare perché teme di sembrare sciocca”, continua Maffei.
E i dubbi non mancano. Molti pensano che si possa donare solo fino ad una certa età, cosa assolutamente non corretta. Ma una delle motivazioni per cui molte persone decidono di non donare gli organi, è la paura della manipolazione del loro corpo. In realtà la procedura non è invasiva come molti si immaginano e viene seguito un protocollo molto rigoroso. Nonostante in Italia ci siano milioni di donatori, solo una minima parte potrà donare.
Per donare occorre infatti che siano soddisfatte determinate condizioni.
Tra le altre grandi paure c’è anche quella, del tutto irrazionale, che i medici possano affrettare la morte se si è donatori. In realtà quella della donazione è una macchina molto complessa che deve avvenire in tempi brevissimi; è un grande lavoro suppletivo per le equipe mediche che agiscono coinvolgendo la polizia stradale e anche l’aeronautica. Maffei ci tiene a sottolineare un ulteriore, importante aspetto: a volte si pensa che non sia possibile donare per motivi religiosi – cosa che però non è corretta e non riguarda in alcun modo le tra grandi religioni monoteiste, cristianesimo, islam ed ebraismo, che sono invece d’accordo con la donazione degli organi.
“Noi siamo abituati a pensare di donare, ma magari siamo noi un giorno ad averne bisogno… ad esempio sono tantissime (per la precisione 8.285 fino al marzo scorso) le persone in dialisi, con problemi di cuore e gli epatici in attesa”.
Per queste persone un semplice “si” può cambiare per sempre la vita, o addirittura fare la differenza tra la vita e la morte.

Autrice: Caterina Longo

Una ricca estate per la ginnastica meranese

Per la sezione di ginnastica artistica dello Sportclub la stagione estiva è stata piena di successi iniziative che hanno regalato grandi soddisfazioni alla società e alle sue istruttrici.

L’estate è stata inaugurata dalle ginnaste agoniste che a giugno hanno ottenuto ottimi risultati ai campionati nazionali di Rimini. Il via alle gare lo hanno dato le allieve Sara Zanetti, Giada Filippi, Noemi Masin, Maximiliane Nestl e Sophie Arduini qualificandosi per la finale nella categoria Lc e posizionandosi tra le migliori undici squadre di tutta Italia. Nelle gare individuali invece hanno brillato Noemi Longo, conquistando il secondo gradino del podio nella finale allround, due argenti a corpo libero e parallele e un bronzo a trave, Anna Höllrigl qualificandosi seconda in finale e terza a corpo libero, Noemi Masinsesta al volteggio e Carolina Waldner sesta nella finale all round. 

L’obiettivo lo hanno centrato in pieno le senior portando a casa una storica medaglia d’argento nella gara a squadre. Sono state infatti Noemi Longo, Anna Höllrigl, Alessia Paggetti e Greta Urru a conquistarsi il titolo di vicecampionesse italiane, dedicando la loro vittoria alla loro allenatrice Clio Rossetto, con cui insieme da diversi anni hanno sfiorato quel tanto ambito podio.

La sezione di ginnastica, dunque, non si ferma mai e anche l’estate è un periodo in cui la palestra non si svuota. Anche quest’anno sono stati organizzati due corsi amatoriali per i bambini e le bambine che durante l’anno hanno preso parte agli allenamenti, riscontrando una numerosa partecipazione. 

Una settimana di sport

Inoltre, dal 25 al 29 luglio ha avuto luogo la seconda edizione della “settimana estiva ginnastica-nuoto”, un’esperienza all’insegna del movimento tra giochi e svago, organizzata in collaborazione con la sezione di nuoto dello Sportclub. Una settimana di palestra e piscina con l’obiettivo di incentivare l’esercizio fisico abbinato al divertimento, il tutto in un contesto bilingue in cui i bambini hanno potuto approcciarsi alle lingue italiana e tedesca. Sempre nel mese di luglio la sezione ginnastica ha organizzato un collegiale presso la palestra Savoy, invitando nove ginnaste e due allenatrici dell’associazione polisportiva dilettantistica Side Sport 2006 con sede a Monguzzo, in provincia di Como. La presidente Deborah Burgher, ex ginnasta dell’Scm, ha accolto l’invito utilizzando la palestra una volta al giorno per gli allenamenti e organizzando attività all’aria aperta sfruttando le possibilità offerte dal territorio.

Il Camp estivo al mare

Ad agosto invece è stata la volta del camp estivo a Fano in cui hanno partecipato diciassette piccole e grandi ginnaste accompagnate da tre istruttrici. Una settimana intensa di allenamenti in cui le atlete hanno potuto sfruttare l’attrezzatissima palestra della società Alma Juventus e fare tesoro delle preziose indicazioni dei tecnici professionisti. Dopo due anni in cui a causa della pandemia il collegiale non ha visto partecipe lo Sportclub, quest’anno la squadra si è vissuta a pieno l’esperienza raccogliendo grandi soddisfazioni, migliorando e crescendo tecnicamente giorno dopo giorno, il tutto in un’atmosfera di grande amicizia, passione e condivisione.

Il gemellaggio

Contemporaneamente a Merano l’allenatrice Elena Rossi ha organizzato un altro collegiale per la società Artisticamente 2010 con cui collabora a Rovigo, città in cui attualmente studia. La palestra Savoy ha accolto così un’altra squadra dando loro la possibilità di usufruire dell’attrezzatura necessaria per svolgere ginnastica per un’intera settimana. 

Si conclude così una ricca estate per la ginnastica meranese che tra trionfi, collaborazioni ed iniziative si può ritenere più che soddisfatta. Un vero successo che mette in risalto il fatto di essere l’unica realtà sul territorio altoatesino ad aver raggiunto questi risultati senza avere a disposizione una propria struttura specifica e attrezzata. La sezione oggi conta più di 400 soci che nella prossima stagione dovrà distribuire nelle palestre scolastiche montando e smontando ogni volta gli attrezzi necessari, sacrificando così tempo ed energie che potrebbero essere dedicate agli allenamenti. 

La ginnastica meranese spera dunque di ricevere maggiori attenzioni nel panorama politico dati i numeri e i risultati che fin ora è stata in grado di raggiungere, sognando una propria palestra in un futuro non troppo lontano.

Autrice: Chiara Caobelli

Un murales di colori per Peter Mitterhofer

TEL – I colori si sono di nuovo appropriati dei loro spazi cancellando il grigio della città, donando ad uno spazio urbano vita nuova e profumo di arte. A Tel – Parcines, nei giorni scorsi, sono tornati all’opera Alice Lotti e Egeon, che hanno realizzato un’opera dedicata a Peter Mitterhofer, inventore della macchina da scrivere, sul deposito casse della cooperativa agricola, presso la pista ciclabile.

L’opera visuale che percorre la parete della pista ciclabile di Parcines è un omaggio alla figura di Peter Mitterhofer. Un talento poliedrico, uno spirito creativo animato da idee geniali e inventiva multiforme, un inventore che amava rompere le convenzioni e andare sempre controcorrente. Un’opera che rivela l’aspetto più emozionale di questo uomo, enfatizzando la sua personalità: da un lato razionale e ingegnosa, dall’altro sensibile e introspettiva.
Proprio per questo il progetto ha preso forma in una doppia prospettiva: sono sempre due le facce che vengono mostrate, due gli stili dell’opera e due le sfere emotive di Peter Mitterhofer che vengono rappresentate. Anche la metafora visiva creata a livello stilistico si sdoppia, assumendo un duplice significato. Il gioco di contrasti tra i colorati elementi geometrici e l’effetto acquerello delle immagini permette di sovrapporre due visioni diverse: un doppio linguaggio stilistico per rendere una personalità complessa, dalle caleidoscopiche sfaccettature. L’obiettivo? Ricreare la fluidità del flusso creativo, entrare nella mente del protagonista e coglierne l’essenza durante il processo di creazione. La genialità dell’ingegno si mette quindi a confronto con la creazione artistica.
I riferimenti al mondo naturale e umano incontrano qui gli elementi del mondo della tecnologia, con forti richiami a ingranaggi e macchine da scrivere – che a loro volta si mescolano a segni più figurativi ed espressivi per esprimere sapientemente questa doppia narrazione. Una narrazione che diventa viaggio, scoperta, immersione nella mente di Peter Mitterhofer. Le cromie utilizzate accentuano questo aspetto, fondendosi in armonia con il paesaggio – nel susseguirsi mutevole delle stagioni che cambiano. Anche qui, il contrasto è evidente, voluto, ricercato: il blu dell’inchiostro scorre fluido lungo la parete mescolandosi alle tonalità calde del giallo e dell’arancio.

Scout in viaggio sulla rotta della speranza

Scoprire come si vive “sulla strada”, conoscere le storie di chi affronta viaggi disperati, cosa avviene dopo e prima degli sbarchi, come si vive da migrante nel nostro Paese e in Europa: è con questo scopo che i ragazzi del clan “Vento sottile” del gruppo scout Merano 1 hanno intrapreso la propria route, un campeggio estivo che si basa su un percorso fatto interamente a piedi sulle tracce dei viaggi della speranza dei migranti attraverso il nostro Paese.

“Fare strada non è solo perdere ore di cammino per spostarsi dal punto A al punto B: sulla strada abbiamo modo di vedere con i nostri occhi luoghi pieni di significato, incontrare persone che per scelta o per destino stanno sulla frontiera. Questo è il motivo per cui ci siamo messi sulla strada: perché volevamo capire (almeno un po’) cosa si prova a stare lì, proprio lì”. Gli scout meranesi sono partiti con queste parole nello zaino, la base del “perché” di questa avventura, che ha avuto inizio a Oulx, dove sorge il rifugio Massi, frutto virtuoso del progetto “sotto lo stesso cielo” nato dall’intuito di alcuni volontari della Val di Susa. Qui vengono accolte persone e famiglie che vogliono superare il confine passando da Claviere (a circa 17 chilometri da Oulx). Possono stare 1 o 2 notti e ricevono cena, colazione, vestiti, acqua e buone informazioni per percorrere la strada in maniera più sicura. Elena, Giorgio, Fernando, Silvia e altri testimoni che hanno incontrato e che hanno raccontato loro storie di vita, la loro storia. Dalle loro parole hanno capito che spesso il viaggio di chi migra non si conclude oltre questa frontiera, ma fa soltanto parte di un minuscolo pezzo del percorso (le mete finali possono essere anche Germania o Gran Bretagna o pure più in là).
“Spesso si ignora il sistema e il contesto in cui questo viaggio avviene: le peripezie, gli ostacoli ma anche le buone pratiche che sono sorte nel silenzio e nella buona volontà di alcuni – spiegano – Siamo partiti proprio per incontrare e per percorrere l’asfalto, lo sterrato, i sentieri, i boschi, la strada che negli ultimi anni hanno visto passare migliaia e migliaia di persone come noi, ma con un destino avverso che li ha costretti a scappare, a cercare oltre. Noi abbiamo camminato d’estate, con condizioni pressoché favorevoli. Loro queste strade le camminano sempre: con il sole cocente, con il freddo e la neve, di giorno e di notte. Sempre”. Lungo questa strada gli scout sono poi arrivati a varcare il confine fino a Briançon dove sorge un rifugio gemello “aldilà”, a vedere ancora una volta con i propri occhi e a toccare con le nostre mani cosa può significare accogliere, donare tempo, sperare in un futuro migliore. “Ogni passo fatto di incontri, di storie, di silenzi – concludono – ci avvicinati ancor di più alla consapevolezza che siamo veramente sotto lo stesso cielo”.
E ora il clan “Vento sottile” è tornato nella sua casa, Merano, arricchito di tante risposte a molte domande con le quali si erano messi in viaggio.

Autore: Luca Masiello

La calma dello scatto

QuiIntervista a Hannes Hell. Nato a Merano, lavora come event manager per la Libera Università di Bolzano, per la quale ha organizzato le conferenze scientifiche più importanti dell’Alto Adige, facendoci così conoscere in oltre 100 paesi nel mondo. Nei momenti liberi trova equilibrio nella fotografia – arte che lo ha visto rappresentato più volte in pubblicazioni e mostre internazionali – oppure in sella alla sua moto.

La cosa che mi piace di me.

Il fatto di venir considerato un po’ “orso”, a un primo impatto…

Il mio principale difetto.

Venir considerato – ogni tanto – un po’ “orso” al secondo impatto…

Il mio momento più felice.

Troppi, per costringerli in scaletta.

La persona che ammiro di più.

Tutti coloro che hanno scelto di crearsi una vita seguendo la loro più grande passione.

Un libro sull’isola deserta.

“Sumo” di Helmut Newton: date le misure che ha, lo userei come zattera…

La mia occupazione preferita.

Perdermi in città sconosciute alle 5 del mattino, con la mia macchina fotografica.

Il paese dove vorrei vivere.

Mi sarebbe piaciuto rimanere a vivere a Vancouver, in Canada.

Il mio piatto preferito.

Lo preferisco rotondo, in ceramica. Se magari c’è una carbonara sopra, meglio ancora!

Non sopporto…

La sabbia nel costume.

Per un giorno vorrei essere…

Stupido, perché dicono sia come essere morti: se ne accorgono solo gli altri.

La mia paura maggiore.

Di correre troppo in moto.

Se fossi un animale sarei…

L’idea dell’orso non era male…

Mi sono sentito orgoglioso…

Quando sono arrivato a destinazione dopo 3 giorni in canoa nei laghi finlandesi.

Il mio motto.

Vorrei la forza per cambiare le cose che posso cambiare, vorrei la pazienza per lasciar stare le cose che non posso cambiare, ma soprattutto la saggezza per riuscire a distinguere tra le due.

Il dono di natura che vorrei… 

Ce l’ho già: calma e pazienza.

Dico bugie solo…

Per non dover discutere con quelli che la verità non la sopporterebbero.

Dove mi vedo fra dieci anni.

Qui, a chiedermi dove mi vedo fra dieci anni…

Il colore che preferisco.

È la sua assenza: bianco e nero.

L’ultima volta che ho perso la calma.

Non me la ricordo.

Da bambino sognavo… 

Di poter volare: facevo tre passi, saltavo e sognavo di poter volare facendo movimenti di nuoto. Purtroppo le leggi della fisica non erano d’accordo…

Autore: Luca Masiello

Pesche e yogurt

INGREDIENTI

250 g yogurt bianco naturale o alla pesca,
200 ml panna fresca liquida,
700 g pesche,
60 g zucchero a velo,
foglioline di menta per guarnire

PREPARAZIONE

In questo numero vi proponiamo una merenda fresca e leggera adatta a grandi e piccini.

Montate la panna fresca da frigo insieme allo zucchero a velo. 

Aggiungete alla panna montata lo yogurt bianco e mescolate bene. 

Vi consiglio di adoperare lo yogurt alla pesca, io ho usato quello senza lattosio. 

Lavate bene le pesche, sbucciatele e tagliatele a cubetti. 

Mescolate la metà dei cubetti di pesca alla Mousse di yogurt. 

Trasferite ora la Mousse di yogurt e pesche in 4 bicchieri o in delle coppe.

Terminate con i cubetti di pesca rimasti e decorate con qualche fogliolina di menta fresca. 

Conservate i bicchieri in frigo fino al momento di gustarli, freschi e deliziosi.

PESCHE A PASTA GIALLA

Sono le più conosciute, dalla polpa gialla e la buccia vellutata. Succose, profumatissime, ottime da mangiare da sole oppure per preparare torte e dolci.
Vi consigliamo questo tipo di pesca per creare la ricetta, poiché il colore della sua polpa dà quel tocco decorativo in più. Anche l’occhio vuole la sua parte!

Volontariato in aiuto delle bimbe nepalesi

Prima la Tanzania, poi la Costa d’Avorio ed ora il Nepal. Gli studi di scienze politiche e relazioni internazionali hanno portato Chiara Franchini, giovane universitaria bolzanina, a partecipare a diversi progetti di volontariato in giro per il mondo. Ma non solo, tra gli obiettivi del suo ultimo viaggio c’è l’avvio di una collaborazione tra Bolzano e il Nepal.

Sei passata dall’Africa all’Asia, dove ti trovi precisamente?

Attualmente sono a Lumbini, in Nepal, una località dalle alte temperature estive e meta privilegiata dei pellegrini buddhisti e induisti. La struttura della ONG con cui collaboro è in una città, anche se il lavoro sul campo lo svolgiamo nei paesi vicino dove mancano i servizi e l’acqua corrente.

C’è stato un episodio, in passato, che ti ha fatto capire che aiutare le persone dei Paesi in difficoltà potesse essere la tua strada?

Aver avuto, fin da piccola, la fortuna di poter viaggiare e vedere altre realtà, mi ha certamente condizionata. Solo qualche anno fa non avrei mai pensato di andare in Nepal o in Costa d’Avorio. L’interesse per l’ambito di cooperazione e sviluppo gioca un ruolo importante, ma la differenza la fa la possibilità di partire.

Come hai conosciuto l’associazione con cui sei potuta partire? Ti ha spinto qualcosa in particolare?

Tramite i social media sono entrata in contatto con Atoot, la ONG con cui ho collaborato a distanza da ottobre dell’anno scorso. Essendo una ex calciatrice, quando ho conosciuto l’associazione mi ha colpito molto come questa facesse giocare a calcio le ragazze nepalesi. Utilizzare uno sport che, nell’immaginario comune, è riservato ai maschi ha un forte impatto sociale.

Tra le attività di volontariato, ora, alleni anche la ‘squadra’ femminile di calcio?

L’idea alla base della mia attività è quella di dare l’occasione alle bambine di educarsi, crescendo lontane dall’idea di doversi sposare a meno di 20 anni, che è un fenomeno molto presente qui in Nepal. Come Organizzazione cerchiamo di dare alle ragazze gli strumenti per essere libere di decidere cosa fare, mostrando che possono aspirare ad una realtà diversa da quelle a cui sono abitate, che le vorrebbe in casa a fare i lavori domestici e non a giocare, fare sport e indossare i jeans.
Prendere iniziativa e non litigare sono aspetti che si imparano tramite il gioco. Quindi sì, la dimensione del calcio femminile rientra nel mio programma di volontariato, ma ho in mente anche altri progetti da portare a termine.

Ad esempio?

In questo momento sto tenendo un workshop di fotografia rivolto a un gruppo di bambine. Dopo aver insegnato loro a usare la macchina fotografica, sarebbe bello che stampassero le loro foto e le regalassero agli abitanti dei villaggi.

Aiutate anche alcuni bambini?

Sì, qualcuno, ma proprio per le ragioni culturali di cui parlavo prima, l’associazione ha imposto una regola: ogni bambino deve coinvolgere le proprie sorelle, che, eccetto le ore di scuola, starebbero tutto il giorno a fare lavori domestici. Noi vogliamo essere un punto di riferimento, un luogo sicuro dove le bambine possano soddisfare i propri bisogni.

Autore: Andrea Dalla Serra

I primi cento anni di Livia Zendron, a lungo maestra e direttrice didattica

Una maestra in pensione taglia in questi giorni il traguardo più importante, quello con il secolo di vita. Ad averci segnalato questa importante ricorrenza sono i suoi vicini di casa che ci hanno inviato anche questo ricordo biografico. Siamo certi che molti lettori – amici parenti, ex colleghi ex allievi avranno piacere di rincontrare, anche se solo in maniera virtuale, Livia Zendron.

Livia Zendron, classe 1922, già maestra e poi direttrice didattica di varie scuole della nostra regione e, da ultimo, delle scuole “Don Bosco” e “Longon” di Bolzano, ha vissuto e analizzato da quell’osservatorio privilegiato che è la scuola, con il suo sguardo vigile ed ematico al tempo stesso, per un lungo lasso di tempo, il divenire della nostra comunità.
Nata a Valda, in Val di Cembra, l’11 settembre 1922, durante gli anni Trenta frequenta le scuole a Trento presso L’Istituto Magistrale “Rosmini”.
Consegue il Diploma di maestra elementare proprio allo scoppio della seconda guerra mondiale. Lavora dapprima come applicata nel comune di Trodena ove, operando nei servizi anagrafici, entra in contatto diretto con la difficile realtà delle “opzioni”, conseguenti al patto Hitler-Mussolini, condividendo il disagio delle divisioni laceranti vissute dalle famiglie altoatesine.
Durante la guerra comincia anche la sua esperienza di insegnamento, dapprima a Termeno con gli sfollati dalle città minacciate dalle bombe. Ma non abbandona l’esperienza amministrativa: collabora con l’Ispettorato dell’Agricoltura per il calcolo della consistenza delle proprietà agrarie degli “optanti”. Alla caduta di Mussolini, le truppe tedesche dell’Alpenvorland riuniscono le province di Bolzano, Trento e Belluno. Nell’autunno del ‘43 Livia torna negli uffici del Comune di Trodena, alla cui reggenza è subentrato un segretario di lingua tedesca.
Alla fine della guerra torna finalmente ad insegnare, dapprima ad Aica nei Comune di Sciaves, ove la sua pluriclasse è ospitata nel sottotetto di un albergo dismesso. Il freddo le provocherà una grave forma reumatica cronica che l’accompagnerà sempre. Avrà comunque esperienze di insegnamento sempre più gratificanti, sia nella sua Val di Cembra, sia in terra ladina, a Penia in val di Passa. Cura contemporaneamente la sua formazione pedagogica, in contatto con la biblioteca magistrale di Milano e collaborando con riviste didattiche.
Il riacutizzarsi dei dolori reumatici la induce a cercare una sede in un luogo più mite e così nel 1951 torna ad un lavoro pedagogico-amministrativo nella segreteria del Provveditore agli Studi prof. Biscardo. Consegue la Laurea in pedagogia a Padova e si dedica alla traduzione dal tedesco di alcuni saggi pedagogici per la casa editrice “La Scuola”.
Nel 1959 inizia a Monguelfo in Val Pusteria la sua carriera di Direttrice didattica. Poi passa a Vipiteno. Seguono le sedi di Merano, Maia Alta e Bolzano, “Don Bosco” e” Longon”; per mancanza di titolari, deve talvolta reggere ulteriori sedi.
Nel 1978 decide di ritirarsi dal lavoro nella scuola elementare, ma non cessa il suo contatto con la scuola. In collaborazione con l’Assessorato provinciale alla cultura e formazione della Provincia autonoma di Bolzano e con l’Università di Bologna, contribuisce alla formazione di insegnanti ed assistenti e alla gestione di progetti innovativi in campo educativo.
Pur essendo lontana dalla vita professionale attiva da circa 30 anni, alimenta costantemente con la lettura e con l’uso di computer e smartphone la sua mente, sempre attenta e pronta alla risposta arguta sui più disparati argomenti, spaziando dalla politica, alla storia, ai temi religiosi, educativi ed etici.
è un piacere per chi la conosce e la frequenta, ascoltare il racconto delle sue esperienze passate e le sue valutazioni su temi di attualità, sempre lucide e puntuali, accompagnate da un sorriso sereno ed uno sguardo sempre giovane.