Cordialità

Più passa il tempo e più ho la sensazione che la parola cordialità e il suo significato tendano ad essere considerati un retaggio del passato. Quasi come se nelle nostre consuetudini non ci siano più le condizioni e lo spazio per la cortesia, condita da gentilezza e affabilità, associata magari ad un atteggiamento amichevole. Questo vale sia per il nostro modo di porci nei confronti delle persone che incontriamo per la prima volta, che per la nostra quotidianità fatta di relazioni con conoscenti, colleghi, clienti, parenti e… amici.
Continuo a domandarmi perché questo accade. In teoria a tutti noi fa piacere avere a che fare con persone ben disposte nei nostri confronti, no? Si tratta evidentemente di un quesito di non facile soluzione; avremmo bisogno di una schiera di sociologi, psicologi, pedagogisti, eccetera eccetera, per cercare di trovare una soluzione a questa domanda.
Nel mentre non ci resta che apprezzare il comportamento delle persone – per fortuna ancora molte – che, nonostante tutto, si ostinano ad essere cordiali con noi, magari nei momenti più inaspettati, ovvero quelli più… importanti.
La cortesia e quindi la cordialità, come sappiamo, sono le premesse fondamentali per l’amicizia.
Così come la gentilezza, la disponibilità, la sincerità, l’attenzione a non prevaricare gli altri. Fondamentali sono anche la mitezza e la mansuetudine, categorie caratteriali e di comportamento forse ancora più in crisi nella nostra società, rispetto alla cordialità.
Un altro aspetto che si collega alla cordialità è l’atteggiamento gioviale e affettuoso, come sappiamo un po’ meno diffuso nel nostro territorio rispetto ad altri luoghi dove talvolta ci troviamo a transitare più o meno di frequente nella nostra vita.
Se davvero apprezziamo (ancora) la cordialità delle persone, non possiamo che trovarci poi a riflettere sul nostro modo di porci nei confronti degli altri. Un atteggiamento accogliente, aperto, non invadente e giudicante, a mio avviso fa bene anche al corpo. Non essere sempre sulla difensiva comporta senz’altro qualche pericolo rendendoci in parte vulnerabili, ma in compenso spesso un nostro sorriso, gratuito, e un gesto gentile e inaspettato, possono davvero creare le migliori condizioni per far scattare quegli attimi di serenità di cui tutti noi in definitiva abbiamo davvero un grande bisogno.

Autore: Luca Sticcotti

È assolutamente povera quasi una persona su dieci

Quasi una persona su dieci, in Italia, è in situazione di povertà assoluta. Lo dicono le cifre, ancora provvisorie ma già significative, diffuse dall’Istat a fine marzo. I poveri assoluti alla fine del 2023 erano 5 milioni 752mila. La percentuale del disagio è più alta al Sud, ma è proprio al Nord che si registra un aumento.

Nel 2022 i poveri assoluti erano “solo” 5 milioni 674 mila. L’Istat definisce questa situazione come “stabile”, però è la stabilità del malato grave che forse non peggiora molto, ma non dà nemmeno segni di miglioramento.

Chi sono i poveri assoluti? Spiega l’Istat: le persone che hanno “una spesa mensile pari o inferiore al valore della soglia di povertà assoluta”. In altre parole: non arrivano a fine mese, non hanno quanto basta per vivere con dignità. Sono al di sotto della cosiddetta “soglia di povertà” che viene calcolata, zona per zona, in base ad alcuni parametri: luogo di residenza e costo della vita, età, ampiezza e composizione della famiglia. Per fare alcuni esempi (in questo caso le tabelle si riferiscono al 2022): nel centro di Milano una persona sola (di età tra 30 e 59 anni) non può vivere con meno di 1.175 euro mensili (in periferia ne bastano 991), a Roma la soglia è di 1.050 euro, a Napoli sono sufficienti 713 euro. A Bolzano? 994 euro. Il dato ovviamente diminuisce quando si sommano i redditi di più persone conviventi.

I dati più preoccupanti sono quelli che riguardano i minori e agli stranieri. Le famiglie con figli sono quelle che maggiormente rischiano situazioni di disagio economico. E un settimo di tutti i minori è povero, in tutto ben un milione e trecentomila bambini e ragazzi.

La più alta percentuale di povertà si riscontra tra le famiglie composte di soli stranieri: il 35,6 per cento. Quelle di soli italiani sono povere al 6,4 per cento. Il divario è abissale e la disuguaglianza deve far riflettere.

Peggiora infine la condizione delle persone che, pur avendo un lavoro, non superano la soglia di povertà. La povertà assoluta tra le famiglie con “persona di riferimento” occupata (soprattutto se si tratta di un lavoro dipendente) è ora all’8,2 per cento (nel 2022 era il 7,7). Per il 2021 l’Astat, per la provincia di Bolzano, aveva definito “working poor” le persone il cui reddito lordo era inferiore di 11.850 euro annui, calcolando che in Alto Adige questa situazione avrebbe potuto interessare (al netto di diverse variabili) quasi un terzo del personale dipendente (se questo “dovesse vivere unicamente del proprio salario”). Ovvio, chi non ha nemmeno il lavoro è messo ancora peggio: qui la percentuale di poveri, a livello nazionale, sale al 20,6 per cento.

La povertà non si misura solo con i numeri. E al di là degli aspetti economici ci sono forme di povertà non materiale, come le solitudini. Date le dimensioni va detto che la povertà in Italia è un fenomeno strutturale e multidimensionale e va affrontata in modo organico, guardando alla totalità della persona e delle persone.

Autore: Paolo Bill Valente

Chris Costa is back in town

Nativo di Corvara, ma da diverso tempo residente a Milano, dopo aver stabilito per un paio d’anni la residenza a Londra, Chris Costa è in realtà un musicista molto legato alla nostra città, che ha frequentato molto ai tempi delle scuole superiori e dove aveva stabilito il suo quartier generale all’indomani dell’esperienza londinese.
È quindi sempre una bella notizia sapere che nell’immediato futuro c’è in vista un suo concerto, nella fattispecie il 12 aprile prossimo al Sudwerk di via Andreas Hofer, dove appunto Costa si esibirà nella sua più recente incarnazione artistica denominata Hot Dust/The Human and The Machine, che pur facendo riferimento alla più recente uscita discografica del nostro, ne è ormai una derivazione in costante mutazione.

Per l’occasione abbiamo contattato Chris nel suo studio casalingo milanese, dove la sua musica nasce e dove si occupa anche delle produzioni per altri artisti, come lui d’ambito electro pop.

“Sono molto contento di suonare di nuovo a Bolzano – premette Chris – perché sono molto legato alla città. E mi fa piacere che ci siano dei luoghi attenti alle nuove tendenze musicali, locali come Waaghaus e Sudwerk. Pensa che ricordo come fosse ieri che ai tempi della scuola rimasi folgorato dal primo disco di Medeski, Martin & Woods, acquistato nel negozio di Laura Weber e quando lei stessa li portò a Bolzano poco dopo, andai al loro concerto. Fu una grande esperienza, erano l’avanguardia a quell’epoca e fu l’averli visti che mi ha spinto nel giro di sei mesi a comprare un organo Hammond!”

È trascorso qualche annetto da allora e Chris Costa di strada ne ha fatta parecchia, ha avuto un gruppo col compatriota Alex Trebo, ha fondato un interessante gruppo funk chiamato Capsicum Tree, ha avviato più progetti come solista, ha fatto esperienza come corista dapprima con Malika Ayane e poi, in un tour mondiale, con un gigante quale Eros Ramazzotti. Ma per quanto riguarda la sua musica ha sempre cercato di essere all’avanguardia, magari non producendo musica facile da accostare, ma mettendoci sempre la faccia.

“Il progetto Hot Dust è uscito nel 2019 – prosegue l’artista badioto – ma in realtà il covid e i suoi postumi ne hanno tardato la diffusione. E poi quando lo presento dal vivo il disco subisce sempre delle variazioni. Ho lavorato tantissimo per capire come portarlo in pubblico, ho provato ad usare diverse soluzioni sonore e diversi macchinari, considerando che si tratta di musica elettronica. Il risultato è stato che mi annoiavo tantissimo. Nell’ultimo paio d’anni sono arrivato ad una soluzione che invece mi dà parecchie soddisfazioni, anche se è molto impegnativa: ho dovuto imparare a suonare il drum pad (lo strumento che sostituisce i suoni di batteria, n.d.r) con la mano e con un piede, cosa che mi dà la possibilità di avere l’equivalente di una batteria completa. Con la mano sinistra suono una tastiera che manda i suoni di due synth all’unisono. Mi gestisco i cori, cantando dal vivo e usando un harmonizer. In parole povere sono passato da un sistema in cui io ero schiavo della macchina ad un altro in cui invece le macchine sono al mio servizio. La tecnologia mi ha sempre aiutato ad esprimermi, l’ho sempre amata, è il motivo per cui il progetto ora è stato ribattezzato The human and the machine, perché c’è sì la macchina, ma il ritmo e l’imput devono giungere dal performer.”

Artista a tutto tondo, Costa ha davvero un background vastissimo, ha studiato piano e canto, si è esibito nei pub suonando cover e standard, si è adattato a suonare nei bar, alle feste di matrimonio: come lui stesso ama dire scherzando: “Mi mancano solo i Bar Mitzvah, ma mai dire mai. Per quanto riguarda lo spettacolo del Sudwerk, vorrei aggiungere che per me è molto importante stabilire una sorta di trascendenza con gli ascoltatori, col pubblico. Quando suoni sei portato a concentrarti sul tuo trip, ma è importante chiedersi cosa accada dall’altra parte, al di là della goduria personale che si può avere suonando, anzi più che goduria per me è proprio trascendenza, e spero sempre di condurre chi ascolta in una sorta di trip, un vortice intenso che almeno per quel momento gli lasci qualcosa, portandolo per quel momento in una dimensione differente. Questo, soprattutto, è per me la musica, essere tutti in uno stesso luogo senza nome e nello stesso stato d’animo.”

Autore: Paolo Crazy Carnevale

La piazza dedicata a Piero Siena

Piero Siena: era doveroso dedicargli lo spazio antistante il Museion, museo d’arte moderna e contemporanea.  Era nato il 27 aprile 1912 a Castelbelforte (Mantova); fu al liceo che nacque in Piero la passione artistica. A Mantova entrò a far parte del neocostituito “Gruppo del Novecento”, un movimento artistico. Vinta una borsa di studio si iscrisse all’Accademia di Venezia; partecipò alle lezioni di incisione tenute dal professor Emanuele Brugnoli. Finiti i tre anni si dedicò alla pittura. Lo scrittore e docente Giuseppe Cerrina gli propose di fare una mostra; fu a Merano che il ventenne Piero Siena tenne la prima mostra. Tra gli anni Trenta e Quaranta iniziò a frequentare Bolzano e a dipingere in montagna. Chiamato alle armi, nel 1941 partì per la campagna di Russia. Durante la ritirata finì in un campo di prigionia, vicino a Mosca;  ebbe modo di incontrare Palmiro Togliatti, sia nel campo che  a Mosca. A guerra finita, dopo un viaggio di quarantacinque giorni stipato in carro bestiame, da Mosca giunse a Bolzano, dove partecipò alle iniziative culturali del Partito comunista. Ebbe rapporti di amicizia  con personaggi di spicco di tale Partito. Fu attivo anche come critico d’arte; stabilì rapporti di amicizia con molti artisti e critici d’arte, come  Renato Birolli, Antonio Corpora, Lucio Fontana, Nino Franchina, Achille Perilli, Karl Plattner, Gino Severini, Emilio Vedova, Toni Zancanaro.  Nel 1986 venne chiamato a far parte del comitato artistico della associazione promotrice del Museo d’Arte Moderna di Bolzano, che nel 1991 prese il nome di Museion, del quale Piero Siena fu direttore dal 1987 al 2001. A lui si deve la promozione di decine di mostre ed eventi; lo stesso Museion fu sede di importanti mostre.  Dal 1960 al 2001 Piero Siena fu collaboratore della rivista “Il Cristallo”, nata nel 1959, promossa dal “Centro di cultura dell’Alto Adige”. Piero Siena morì in casa di riposo il 17 novembre 2003.

Autore: Leone Sticcotti

Ennemose: oltre un quarto di secolo

Fino a non molti anni fa l’espressione comune era “oggetti di seconda mano”, oggi si chiama più comunemente “usato”, ed è quello che da poco più d’un quarto di secolo si trova sui banchi del mercatino delle pulci di Egna.

Espositori, compratori, curiosi, avventori occasionali, ci sono anche turisti fra coloro che fanno tappa al mercatino; collezionisti e interessati all’usato sono i protagonisti di quella che ormai è una tradizione del terzo sabato di ogni mese dalle 8 del mattino fino al pomeriggio alle 16. È il mercatino delle pulci promosso dall’Associazione Ennemase, che negli ultimi ventisei anni ha animato il centro storico. “Far conoscere ed apprezzare la singolare bellezza della borgata di Egna è stato uno degli obiettivi di un’associazione aperta e proiettata verso esperienze condivise, che già ventisei anni fa poneva le basi per quello che mensilmente ancora si rinnova: un mercatino delle pulci conosciuto anche fuori regione, spesso associato a eventi in grado di soddisfare grandi e piccoli”, riferisce Carla Nones, presidente dell’Associazione Ennemase e tra le fondatrici di questa realtà.

Com’è nata l’idea del mercatino? 

Era il 1998, quando con Lissi Mair e Marlene Stein abbiamo deciso di intraprendere questa avventura. Valorizzare il nostro centro storico e permettere agli interessati di mettere a disposizione degli oggetti magari lasciati all’abbandono in case, cantine, che invece si vogliono liberare.

E l’idea si è rivelata un successo…

Negli anni abbiamo introdotto il mercatino dell’usato per i bambini e i ragazzi, a giugno e a settembre, e uno spazio per il riuso cercando di soddisfare richieste e bisogni da parte dei cittadini. Siamo quindi riusciti a incrementare quanto inizialmente avevamo posto come obiettivo. Passione e dinamicità giocano un ruolo importante, e il bello è che c’è partecipazione. Nel corso degli anni, anche all’interno del nostro gruppo, abbiamo coinvolto molte persone e abbiamo deciso di aderire alla Festa dei portici “Laubenfest”, con un nostro piccolo spazio arredato con mobili usati ed elementi che richiamano il passato.

Come mai la scelta del terzo sabato di ogni mese? 

Ai tempi della fondazione avevamo fatto un sondaggio a livello regionale per capire quali fossero i mercati già presenti e per evitare sovrapposizioni. Nel corso degli anni si è mantenuto un numero costante di presenze per quanto riguarda gli espositori e si è registrata una grande partecipazione di visitatori, sia giovani che meno giovani.

Cercate dunque di coinvolgere adulti e bambini, dunque? 

Organizziamo laboratori creativi per bambini, coinvolgiamo degli animatori, operatori di settore e anche artigiani, che con materiale riciclato creano oggetti nuovi. È tutto in sintonia con la filosofia del mercato stesso. Oltre a quanto è in vendita, c’è anche una buona fetta di avventori che segue i concerti itineranti durante il mercato: i musicisti si muovono lungo il centro storico.

Quanti banchi ci sono solitamente? 

Settanta, ottanta. Ci occupiamo della gestione del mercato, organizziamo entrate ed uscite, garantiamo agli espositori il parcheggio in sicurezza tramite un tagliando; il ricavo permette all’associazione di organizzare anche attività collaterali e fare donazioni ad associazioni umanitarie. Le associazioni locali, tra queste anche il Museo di cultura popolare, hanno la possibilità di partecipare in forma gratuita.

Quanto tempo ci vuole per organizzare il tutto? 

Tanto! Garantiamo la nostra presenza ogni mese con quattrodici appuntamenti fissi all’anno più le attività collaterali.

Progetti futuri? 

Abbiamo in previsione una pubblicazione che parla degli eventi e delle attività svolte in questi anni. Quest’anno riproponiamo lo spazio del riuso a giugno e ottobre. Parteciperemo alla “Giornata mondiale dell’ambiente”, introdotta lo scorso anno da parte del Comune di Egna. Valuteremo ulteriori iniziative volte a valorizzare il patrimonio storico di qualche collezionista locale. E poi porteremo avanti il nostro mercatino: 20 aprile, 18 maggio 15 giugno, 20 luglio, 17 agosto, 21 settembre, 19 ottobre, 16 novembre e 21 dicembre sono le prossime date.

Autore: Daniele Bebber

I confini linguistici nella Bassa Atesina

La storia dell’umanità è, per certi versi, una storia di confini. Confini collettivi e privati, politici e linguistici. Confini imposti e, nello stesso tempo, minacciati o violati. Anche la cosiddetta “privacy” altro non è che un confine tra le singole persone. E un confine rappresenta la “Heimat”, il luogo ideale in cui “confinare” la propria individualità. 

Ma come nascono i confini? Quelli politici, si sa, quasi sempre in seguito a conflitti, raramente grazie a pacifici accordi. Più complessa è la questione dei confini linguistici o culturali. Infatti, se è abbastanza semplice fissare o spostare una linea immaginaria su una carta geografica, è più difficile popolare in modo omogeneo un territorio o sradicare persone, famiglie, comunità dai luoghi dove risiedono da decenni, a volte da secoli. Perciò lo spostamento di un confine linguistico non è quasi mai repentino ma frutto di un processo lento, spesso irriconoscibile. 

Un esempio in tal senso è la storia della Bassa Atesina, territorio tra Bolzano e Trento schiacciato da un millennio e mezzo tra due grandi culture e realtà linguistiche: quella tedesca e quella italiana. In questi pochi chilometri di spazio che funge, in certo qual modo, da confine “liquido” e cerniera nel corso dei secoli le linee di demarcazione linguistiche, indipendentemente da quelle politiche mutate più volte, si sono spostate quasi impercettibilmente da sud verso nord.

Il punto di partenza “storico” è il periodo di occupazione romana, in cui tutto il territorio dell’odierno Trentino-Alto Adige era parte integrante dell’impero – anche da un punto di vista linguistico. 

Certo anche allora erano ancora presenti isole linguistiche riferibili alle vecchie popolazioni retiche ma non si può comunque parlare di un vero e proprio confine linguistico come si è formato in seguito.

Dopo la scomparsa dei Romani, abbiamo assistito all’arrivo delle popolazioni germaniche: Franchi, Longobardi e Bavari.

Specialmente le ultime due hanno determinato la divisione sistematica di un territorio prima unitario: a nord, appena sotto Bolzano o Laives, i Bavari, a sud i Longobardi. In un articolo apparso sul periodico Schlern nel 1949, lo storico Otto Stolz ha tracciato bene le linee principali della “separazione” territoriale e linguistica della regione partendo proprio dai confini imposti da queste due popolazioni nell’VIII e IX secolo. Da un punto di vista politico non è del tutto chiaro dove corressero i confini in Val d’Adige, a quanto pare piuttosto “ballerini”. 

Da quello linguistico, tutta la Bassa Atesina risultò a lungo influenzata dal precedente periodo romano progressivamente soppiantato dall’insediamento dei Longobardi romanizzati e soprattutto dai coloni bavari. Nel 1027 le contee di Trento e Bolzano passarono al principe-vescovo di Trento e in quel periodo Bolzano faceva parte del ducato bavaro. Nel 1305 il re tedesco Albrecht I affidò ai conti del Tirolo la sovranità doganale fino ai confini  politici – e probabilmente linguistici – contraddistinti dal torrente Efeis (oggi Avisio). 

È verosimile che il territorio al di là dell’Avisio venisse considerato “welsch” ossia di cultura italiana, quello al di qua tedesco  –  benché politicamente anche Trento facesse parte dello stesso regno di Bolzano. Nella vecchia pretura di Königsberg con i comuni Nefis (oggi Lavis), Pressan (Pressano), Faid (Faedo), Jaufen (Giovo) e St. Michael (San Michele) i toponimi e i cognomi delle famiglie ricordano ancora la loro origine tedesca. 

Anche tra le vecchie preture di Kron- o Deutschmetz (Mezzocorona o Mezzo Tedesco)  da un lato e di Welschmetz o Merzzolombardo dall’altro possiamo trovare tracce univoche di un’antica linea di confine linguistico. Nel XVI secolo,  Marx Sittich von Wolkenstein parla già di “welsches Volk nach Sprach und Sitten“ (popolazione italiana per lingua e usanze) con riferimento a Königsberg, mentre dice “alles teitsch Volk” per quanto riguarda le vicine Salorno e Cortaccia. Probabilmente in quei due o tre secoli è avvenuto un significativo spostamento del confine linguistico verso nord, fermandosi poi fino ai nostri tempi all’altezza di Salorno. 

Scrisse infatti Denis Diderot a proposito di Salorno: “Un gros bourg aux confins d’Alemagne et d’Italie dans le Tyrol, dont il fait la séparation“. Quello di Salorno si è rivelato un confine “resistente”, tanto che sia Napoleone, sia il regime fascista qualche decennio più tardi, pur scompaginando i confini politici regionali, non riuscirono a scalfire la solidità linguistico-culturale della Bassa Atesina.

Autore: Reinhard Christanell

Le bancarelle delle mamme

Numeri sempre più alti quelli che si prospettano per la quarta edizione del mercatino ideato da alcune mamme di Laives nel 2022; un’occasione di riutilizzo, socializzazione e solidarietà al Don Bosco.

Sarà anche per questa nuova – quarta edizione – il Centro Don Bosco di Laives con il suo poliedrico presidente Giancarlo Schiavon a patrocinare quello che si può ormai considerare come un appuntamento fisso a ogni cambio stagione. Il Mercatino dell’usato noto come Mercatino delle Mamme di Laives, che si terrà nel week end del 6 e 7 aprile prossimi. Un appuntamento irrinunciabile non solo per le famiglie di Laives e dintorni ma per tutte quelle della Bassa Atesina, di Bolzano e oltre – è infatti sempre più numerosa da “oltre confine” del territorio comunale la provenienza non solo di chi acquista, ma anche di chi chiede di partecipare vendendo la propria merce. 

Considerato uno dei mercatini di usato rivolto al target delle famiglie con bambini più grandi della provincia per spazi a disposizione e merce in vendita – l’ultima edizione a ottobre 2023 ha contato 175 venditori e oltre 5.500 oggetti in vendita su una superficie di quasi 600 m² – il mercatino nasce 2 anni or sono dall’esigenza di diverse famiglie di far spazio in casa, trovando però degna ricollocazione per oggetti ancora in ottimo stato, in grado di rendere più semplice la vita di chi non può permettersi il nuovo o, più semplicemente, per consentire un circolo virtuoso delle merci in nome di una sostenibilità economica e ambientale sempre più sentita all’interno della popolazione. 

Nata l’idea, serviva “semplicemente” lo spazio più adatto a ospitare una gran quantità di oggetti spesso anche ingombranti (come seggioloni e biciclette); è così che si è fatto avanti il centro Don Bosco che, non solo ha messo gli spazi a disposizione ma, trovando l’idea entusiasmante, si è offerto di patrocinare gratuitamente l’evento. Ed eccoci quindi all’edizione primaverile in cui, accanto al consueto abbigliamento per bambini da 0 a 14 anni, troveranno posto i must di stagione, dalle biciclette ai giochi da spiaggia e outdoor, pattini a rotelle e chi più ne ha più ne metta per farsi trovare pronti all’arrivo della bella stagione! Accanto ai prodotti più adatti al periodo, non mancheranno i consueti giocattoli e pelouches, libri, film e cd e tutto quello che può interessare o essere utile per la fascia d’età presa in considerazione.

Abbiamo parlato però anche di solidarietà, perché non solo si aiutano famiglie meno abbienti a trovare sia il necessario che il superfluo per i bambini a ottimo prezzo, ma a ogni edizione le mamme partecipanti hanno sempre destinato una parte del ricavato ad associazioni e scuole del territorio, così come al reparto di medicina pediatrica del nosocomio di Bolzano.

La partecipazione come venditori è facilissima: è sufficiente chiedere informazioni presso il mercatino stesso per poter essere inseriti gratuitamente nella chat whatsapp che organizza ogni edizione. Per comprare….beh, basta andarci!

Il primo week end di aprile quindi, avanti tutta per prepararsi all’estate grazie al Mercatino dell’usato delle Mamme di Laives.

Autrice: Raffaella Trimarchi

Franca Ghitti, una scultrice fra le pittrici in mostra al Mamming

Nella seconda metà del Novecento per le donne diventò più facile cimentarsi con gli studi d’arte e iniziare veri e propri percorsi da artiste. Ciononostante non molte furono le artiste in grado di emergere e raggiungere la notorietà. Alcune si diedero anima e corpo alla sperimentazione, affinando le proprie tecniche, cercando nuovi materiali, nuovi mezzi espressivi insoliti da intessere, incollare, nelle proprie opere. Altre si spinsero oltre, perseguendo la costante ricerca del nuovo, dell’inconsueto, del vincente, ma soprattutto di quel qualcosa che potesse rendere chiare le tematiche anche sociali per loro imprescindibili. 

A questa arte di ricerca e innovazione appartengono le opere di alcune delle artiste in mostra. 

Fin da bambina Franca Ghitti visse vicino ai siti rupestri dell’antica Civiltà Camuna. Nella falegnameria del padre imparò a conoscere gli attrezzi e la consistenza della materia da lavorare, da scolpire. Legno e ferro furono fin da subito le materie prime per le sue opere. 

Il suo immaginario artistico si sviluppò fra le piccole comunità montane e i boschi incontaminati, ma anche fra gli opifici che in quelle regioni lavoravano il ferro. È infatti dagli scarti di questi ultimi che iniziarono a prendere vita molte delle sue opere in ferro. 

Franca Ghitti frequentò l’Accademia di Brera e successivamente scelse il luogo più affascinante possibile per proseguire la sua formazione, ossia  l’Académie de la Grande Chaumière, vale a dire quell’insieme di laboratori siti nel leggendario quartiere parigino di Montparnasse, dove lavorarono i più famosi artisti francesi e stranieri, da Chagall a Giacometti, da Louise Bourgeois a Tamara de Lempicka, per nominarne solo alcuni. 

Era sempre in questi studi che nel 1870 si era trasferita la storica Académie Colarossi, la scuola privata gratuita che offriva un’alternativa all’istituzione dell’École des Beaux-Arts di Parigi quando questa ancora precludeva l’ingresso alle donne e agli stranieri. 

E ancora qui, pur in tempi molto lontani rispetto a quelli di Franca Ghitti, era stato concesso alle studentesse ciò che ovunque era vietato: dipingere dal vivo modelli maschili nudi. 

A Salisburgo Franca fu allieva del pittore e drammaturgo austriaco Oskar Kokoschka (1886 – 1980). 

A partire dai primi anni Cinquanta la Ghitti creò una serie di dipinti e cicli pittorici dove senso della tradizione e invenzione si combinavano, producendo opere originali e di grande fascino. All’inizio degli anni Sessanta realizzò invece le prime sculture in legno, proponendosi di definire un’immagine dello spazio che avesse anche una dimensione del tempo e della storia: veniva infatti usato legno di recupero, spesso usurato dal tempo. 

Tra il 1969 e il 1971 visse e lavorò in Kenya, dove realizzò, per incarico del Ministero degli Esteri, le grandi vetrate nella Chiesa degli Italiani di Nairobi. Questo e altri viaggi le insegnarono l’importanza della presenza di “altri alfabeti”.  Rientrata in Italia, lavorò ancora il legno e il ferro, rivisitando linguaggi ormai emarginati, legati alle vecchie tradizioni di lavoro nei boschi e nelle fucine.

Introdotta al microcosmo intellettuale di Brunnenburg dall’editore milanese Vanni Scheiwiller, per Franca Ghitti si trattò di amore a prima vista e si risolse in lunghi soggiorni e nel desiderio di inserire le sue creazioni fra quelle mura. Ne nacquero sculture sia in legno che ferro, ma anche ringhiere e, nel 1979, il famoso cancello d’accesso che prende il nome di Ghitti-Gate. Le opere in mostra scaturiscono dal connubio con Brunnenburg e rappresentano in miniatura alcune sequenze presenti in altre opere interne al maniero.

Inferiate di ferro battuto per bifore e finestre abbelliscono il castello di Brunnenburg; le opere Albero e Vicinie fanno invece bella mostra di sé nel cortile interno del maniero e sono esemplificative della produzione lignea dell’artista, ma soprattutto del ciclo di opere intitolato appunto Vicinie e iniziato nel 1965 per raccontare le comunità contadine di medievale memoria.

Autrice: Rosanna Pruccoli

Creatività e sensibilità nell’arte di Elisabeth Hölzl

Meranese di nascita, Elisabeth Hölzl, ha conseguito la Maturità Classica e ha studiato all’Accademia di Belle Arti di Bologna, concludendo la sua formazione artistica col diploma in Scultura. Ha approfondito la propria esperienza artistica in numerose città europee ma nel 2003 si è recata a New York con una borsa di studio e l’anno dopo all’Avana. In entrambe queste città ha trascorso un lungo periodo di osservazione e sperimentazione artistica. Sono assai numerose le mostre personali e collettive in Italia e all’estero cui ha partecipato. La carriera artistica di Elisabeth Hölzl, iniziata nei primi anni Novanta, e proseguita senza battute d’arresto in un interessante crescendo che non accenna ad interrompersi, anzi. Dotata di grande sensibilità, riesce a sorprendere il fruitore con una scelta inusuale di soluzioni creative, tecniche e materiali, lavori e idee che ne sottolineano la vivacità intellettuale. Ma a stupire è soprattutto quel tocco poetico che riesce a infondere ai suoi progetti, siano essi realizzati con fotografie, tessuti, ricami, oggetti o istallazioni, dove lo spazio e i materiali diversi dialogano tra loro. Sempre al passo coi tempi, curiosa e empatica, Elisabeth Hölzl sa vivere le complessità del suo tempo e attraversare le molteplicità degli ambienti sociali e culturali. Non di rado sono le realtà meno scontate ad attrarre la sua attenzione, il suo sguardo. 

Autrice: Rosanna Pruccoli

Giovani decatleti crescono

Argento per Kevin Lubello del CSS Leonardo da Vinci ai campionati italiani di prove multiple indoor U20. Il diciottenne eptatleta di Bolzano ha totalizzato 5.103 punti. Dopo cinque gare Lubello era ancora in testa alla classifica generale, ma alla fine ha dovuto cedere il passo al lombardo Tommaso Franzè. Oggi andremo ad intervistare il suo allenatore, Riccardo Vantini, per scoprire qualcosa in più su questo giovane talento bolzanino.

Ciao Riccardo, raccontaci un po’ quando vi siete conosciuti…

Kevin è mio atleta da ormai tre anni, prima era nella SAF Bolzano, poi ha deciso di cambiare società; è arrivato al CSS come saltatore, faceva salto in alto principalmente. Negli anni successivi Kevin ha avuto piacere di provare qualcosa di diverso e ha iniziato con le prove multiple, passando proprio a questa disciplina in maniera definitiva.

Quante volte a settimana vi allenate? Che tipo di allenamento fate?

Kevin si allena solitamente sei o sette volte a settimana e gli allenamenti sono piuttosto lunghi perché spesso allena più di una disciplina alla volta.

Campionati italiani… c’è stato il primo exploit… ve lo aspettavate?

Sì, io mi aspettavo che sarebbe andato bene, già l’anno scorso comunque al campionato italiano era andato bene. Quest’ inverno ha fatto un gran bel lavoro profondo e ha imparato molto; settimane prima della gara già vedevo che era in un ottimo stato di forma e sapevo che si poteva giocare una medaglia.

Raccontaci un po’ com’è andata la gara…

Ha esordito molto bene sui sessanta metri dove ha fatto un grandissimo miglioramento, poi nel salto in lungo ha fatto veramente bene (sei metri e ottanta); già dopo le prime due gare era primo. Nel peso avevo paura che non riuscisse a reggere, perché ha una struttura un po’ esile, ma invece si è difeso bene. Va detto che i ragazzi lavorano molto bene dal punto di vista tecnico, per i lanci e i getti ci facciamo aiutare anche da un allenatore del Lagarina, Paolo Chiusole. Poi Kevin nell’alto è stato incredibile! La cosa interessante è che c’era sua sorella a guardare e mi ha chiesto quanto avrebbe fatto secondo me, e io le ho detto “guarda, se la gara va male, un metro e novantuno, se la gara va bene uno e novantasette”, la gara è andata bene (ride n.d.r.). 
Negli ostacoli è andato molto bene, è riuscito a pareggiare il suo stagionale, sull’asta invece un po’ sottotono, quest’inverno non abbiamo saltato molto non avendo un impianto indoor in regione. Infine, nei mille metri, quando ha capito che comunque non sarebbe riuscito a vincere e che il secondo posto era ormai suo, ha lasciato un po’ andare e ha concluso in tranquillità. 

Prossimi obiettivi?

Sicuramente fare bene alle outdoor. Un piccolo sogno nel cassetto sarebbe poterlo vedere con la maglia azzurra. Quest’anno sarà difficile, ci sono i mondiali e il limite di partecipazione è molto alto, ma l’anno prossimo gli europei dovrebbero essere alla sua portata.

Cosa vorresti dire a Kevin?

Kevin… sono molto fiero di te! 

CSS e prove multiple, c’è un bel movimento ultimamente…

Quello che a me piace in questo momento dei ragazzi è che hanno un gruppo di lavoro e si allenano assieme, dagli assoluti come Jan Fragiacomo ai nostri junior Kevin, Mattia Graif e Daniele Tomasi fino ai più piccolini Mattia Andreasi, Mattia Giovanazzi, Francesco Antonelli e Marco Santoni. Stare assieme è la loro forza. Stare tre ore al campo da soli è difficile, farlo assieme è tutta un’altra cosa.

Autore: Niccolò Dametto