“Ambientalista, pacifista, filosofo della convivenza”

Roma ricorda Alexander Langer. A due giorni da quello che sarebbe stato il suo ottantesimo compleanno (22 febbraio), sulla parete che dà sul cortiletto esterno dell’istituto Darwin, sulla via Tuscolana, è stata inaugurata una lapide che ricorda una presenza mai dimenticata, malgrado sia passato ormai mezzo secolo.

Non tutti sanno che Langer fu professore in un liceo romano. Lui stesso ne parla in un suo scritto autobiografico. “Svolgo con grande impegno e passione il compito di insegnante. In due periodi (1969-’72, 1975-’78) la scuola mi assorbe con particolare intensità. Insegno filosofia e storia, nei licei classici di lingua tedesca a Bolzano e Merano, in un liceo scientifico della periferia di Roma”. Aggiunge: “La mia vita nella scuola non è facile, costellata di trasferimenti punitivi, di note di qualifica con ‘sufficiente’ e ‘buono’, con frequenti interventi repressivi di presidi e provveditori. Mai un appunto sulla qualità della mia preparazione o dell’insegnamento, o un richiamo per scorrettezze disciplinari. Mi si rimprovera di ‘fare politica’ e di non rispettare i ruoli prestabiliti”. Langer è uno che crede davvero nella scuola come luogo di riscatto e di crescita. Insieme. Tanto da aver tradotto in tedesco la “Lettera a una professoressa”, scritta dagli alunni del maestro don Milani.

Se con i superiori non c’è piena intesa, “il rapporto con gli alunni, invece, è gratificante e durevole”. “A Roma si vive tra collettivi, cortei, assemblee ed occupazioni. Anche lì un passaggio decisivo nella socializzazione degli alunni si compie a scuola. Credo – immodestamente – che la maggior parte dei miei studenti con me abbia imparato qualcosa di interessante e di importante, e ne serbi un buon ricordo. Con molti di loro il rapporto è ancora vivo”.

È proprio così, anche a decenni di distanza. Ecco il testo della targa: “Ambientalista, pacifista, filosofo della convivenza. Insegnò storia e filosofia in questo liceo (1975-1978). Il suo insegnamento e il suo esempio rimangono testimonianza per chi in questa scuola studia e lavora, nel ricordo collettivo di ex alunni, dei colleghi del municipio VII e della comunità scolastica dell’istituto C. Darwin”.

Quando nel 1995 se ne andò, ex colleghi e studenti, scrissero: “Arricchiti dalla fortuna di averti conosciuto e amato, continueremo a lottare e sperare ‘in ciò che è giusto’”.

Autore: Paolo Bill Valente

Un tè, anzi un caffè, per due: Geena e Rufus

Tea for two, proprio come il titolo di una vecchia canzone: così dopo aver dato una sforbiciata ai loro nomi d’arte (in precedenza Geena B. Valentine & Andy Rufus), i due musicisti/creativi della Bassa Atesina hanno voluto intitolare il loro nuovo disco, per ora disponibile solo in formato digitale sulle piattaforme usuali.

Geena e Rufus sono sulla breccia da diversi anni, anni trascorsi cercando di trovare la loro via musicale battendo vari sentieri. Per loro stessa ammissione, però, dicono di preferire una tazza di caffè a quella di tè del titolo. Scherzi a parte, il disco, che è uscito un po’ alla volta nel corso dell’ultimo anno sotto forma di vari singoli, ascoltato nella sua interezza è una notevole sorpresa perché è proprio nell’ascolto complessivo che si può apprezzare la ricerca sonora effettuata dal duo.

“Il titolo – ci racconta Geena – era nel nostro cassetto già da tanti anni. È la conseguenza dell’essere riusciti a trovare il nostro sound, che direi che è quello quasi definitivo, anche se si sta evolvendo ancora. La novità è che ci sono tante ballate cantate in due, una cosa nuova visto che negli altri album cantavo più io. Adesso abbiamo messo Rufus un po’ più davanti al microfono, a prendersi le sue responsabilità”.

“Un tè per due – aggiunge Rufus – è anche una parafrasi per dire che abbiamo fatto tutto da soli, cantiamo e suoniamo tutto noi due. In due abbiamo scritto tutto e per quanto riguarda la parte tecnica siamo indipendenti, nessun fonico, nessuno studio, tutto registrato in soggiorno, coi mezzi a nostra disposizione. Quindi in un posto dove si può trovarsi anche a bere il tè. Ci piaceva l’idea di una coppia seduta a bersi il tè, leggendo il giornale e in base a quello che legge nel giornale inventa le canzoni. E il giornale in questione l’abbiamo fatto davvero, un giornale che descrive, che proviene dalle canzoni, che provengono dal giornale, che proviene dalle canzoni. Una cosa che gira e che portiamo ai concerti così la gente può sfogliarlo ed entrare nel mood. Non scrivo di metafisica nelle canzoni, prendo ispirazione dalla quotidianità e la filtro attraverso l’ironia. Ad esempio, c’è una canzone intitolata When You Are Not Here, in cui un marito deve pitturare la casa; quando la moglie torna però, lui non ha finito perché pitturando gli è venuta l’ispirazione e ha scritto la canzone per lei, una canzone d’amore. Lei gli fa i complimenti, però gli fa notare che comunque non ha finito di pitturare e ha sbagliato colore. Così conclude dicendogli: ti do un’altra occasione per essere ispirato. Vado di nuovo in ferie e tu pitturi la casa!”.

Il suono creato dal duo è molto essenziale, ci sono momenti in cui vengono in mente certe canzoni di Badalamenti cantate da Julie Cruise per i film di David Linch, ma quando alla voce di Geena si affianca quella di Rufus, le tinte variano, rievocando anche echi di un Tom Waits meno rauco e più indie. E con un po’ d’ironia. Il suono è molto essenziale, senza virtuosismi, realizzato con quello che c’è a disposizione. “Io suono più o meno tutti gli strumenti – prosegue Rufus – e non ne ho imparato nemmeno uno, più che altro li uso per suonare la canzone: non sono né pianista né chitarrista, nulla di tutto ciò, però mi piace suonare la canzone. Vecchia scuola si chiama. Registro la cosa e non sto lì a cercare più di tanto, ho strumenti che costano a dir poco un niente, la chitarra base in quasi tutte le canzoni è quella del ragazzo di mia figlia comprata a suo tempo alla Lidl”. La musica del duo aveva anche acceso qualche interesse da parte dell’industria discografica d’Oltralpe, ma non ne è venuto fuori nulla. “Avremmo avuto – conclude – la possibilità in Germania… Poi però vien fuori che la canzone non deve durare più di trenta secondi, il ritornello deve essere entro i primi quaranta, la voce deve entrare nei primi quindici e poi ti dicono anche i loops che devi mettere. I loops sarebbero i punti cardinali quando fai il mastering dei bassi e degli alti. Poi guardi quelle tracce sullo spettrometro e vedi una riga nera. Non ci sono più alti e bassi. Non c’è più dinamica, non c’è niente. E a noi di queste cose non ce ne importa proprio. Lavoriamo a modo nostro, non vogliamo cambiare. Preferiamo proprio la sporcizia che abbiamo noi sul nostro disco, addirittura si sente il gallo del vicino in due o tre canzoni in sottofondo!”

Per il futuro Geena e Rufus hanno già dei concerti in cantiere, un paio a Vienna, una al bunker di Malles, e l’allargamento della formazione, con l’inserimento della chitarra di Roland Novak e di una sezione ritmica, per poter riprodurre dal vivo il sound creato in soggiorno.

Autore: Paolo Crazy Carnevale

Più tempo per il prossimo

Sara Schena insegna in una scuola in lingua tedesca, un ruolo che ha sempre sognato di ricoprire e che vive con entusiasmo e dedizione. Accanto all’attività professionale, si impegna come educatrice scout e come volontaria in un emporio solidale e in parrocchia. 

La cosa di me che mi piace di più.

La mia energia e il desiderio di rendermi utile.

Il mio momento più felice.

Quando riesco a rendere felice qualcuno.

Da bambina sognavo di diventare…

Ho deciso a quattro anni che sarei diventata una maestra.

La mia occupazione preferita.

Preparare dolci per le persone a cuivoglio bene.

Il luogo dove vorrei vivere.

Amo vivere qui a Merano. 

Il mio piatto preferito. 

Le lasagne e i dolci con la panna.

Non sopporto…

L’arroganza.

Nel mio frigorifero non manca mai…

Della birra e un dolce da offrire a chi passa a trovarmi.

Se fossi un animale sarei…

Un suricato: è piccolo di statura e si attiva per prendersi cura della sua comunità.

Sono stato orgogliosa di me stessa quella volta che…

Mi hanno chiamata dal Comune per comunicarmi la vincita di un premio .

Tre aggettivi per definirmi.

Sorridente, attiva e disponibile. 

Il superpotere che vorrei avere.

Fermare il tempo quando sono dicorsa e ho ancora tante cose da fare.

La disgrazia più grande.

Perdere la speranza.

Il mio ultimo acquisto.

Un libro da leggere ai miei alunni.

Cosa apprezzo di più del luogo in cui vivo.

La pluralità di lingue e culture.

Amo il mio lavoro perché…

Mi rende felice, mi mette alla prova e mi permette di imparare sempre qualcosa di nuovo.

L’errore che non rifarei.

Non chiedere aiuto quando ne ho bisogno.

La persona che ammiro di più.

Chiunque dedichi con generosità il proprio tempo per il bene degli altri.

Il mio motto.

“Cercate di lasciare il mondo un po’migliore di come l’avete trovato”.

La massima stravaganza della mia vita.

Ripetere mentalmente i compleanni delle persone che conosco. Ne ricordo circa 150.

L’oggetto a cui sono più legata.

Il fazzolettone scout e un sassolino che tengo sempre in tasca.

Autore: Marco Valente

Kevin, il campione italiano U23 e il suo amore per le prove multiple

Kevin Lubello è un giovane atleta di successo, appena laureato campione italiano in prove multiple U23. Nei suoi progetti futuri figurano i campionati Europei e vestire la maglia azzurra con uno sguardo fisso sull’obiettivo ultimo: le Olimpiadi. In quest’intervista il giovane bolzanino racconta se stesso e la sua disciplina.

Com’è nata la tua passione per l’atletica?

Dopo aver provato moltissimi sport senza trovarmi, i miei genitori mi hanno portato al campo a provare. Lì ho conosciuto un amico con cui ancora oggi faccio prove multiple. Ci siamo stimolati a vicenda e da lì è nato un amore puro per l’atletica. Mi ha colpito molto il rapporto sacrificio–risultati: più ti alleni e più vedi risultati, e questo è davvero stimolante. L’ambiente è bellissimo, soprattutto durante le gare, ci aiutiamo tutti a vicenda.

Come si sceglie di diventare atleta di prove multiple?

Io ho iniziato un po’ a caso, non le conoscevo. Abbiamo fatto una gara regionale e ci siamo qualificati ai Campionati Italiani di società. Da lì è nata la passione: mi trovavo bene e riuscivo a raggiungere buoni risultati. Ho fatto subito il minimo per gli Italiani U18 e da quel momento abbiamo iniziato ad allenarci per le multiple in maniera più seria.

Quali sono le maggiori difficoltà nell’allenarsi per tutte le discipline?

La diversità: è tutto molto tecnico, soprattutto nei lanci e nei salti. Serve trovare il giusto compromesso tra velocità e resistenza e avere tanta pazienza e testa, perché non sempre gli allenamenti vanno bene.

C’è una disciplina in cui senti di esprimere davvero chi sei?

Sento di dare il massimo negli ostacoli e in generale nei salti: lungo, alto e asta. Bisogna essere un po’ portati, ma a me piacciono tantissimo e quindi è più facile migliorare quando una disciplina ti è “amica”.

Hai percepito il sostegno della comunità locale nel tuo percorso?

Sicuramente sì. L’Associazione Sporthilfe è una realtà che aiuta gli atleti di alto livello di tutti gli sport e negli ultimi anni sono entrato a farne parte. Le strutture a Bolzano sono ottime. Manca un campo indoor per allenarsi d’inverno, ma per fortuna ce n’è uno a Trento.

Sei appena diventato campione italiano U23: quali sono stati i passi più importanti per arrivarci? E quali sono i tuoi prossimi obiettivi?

Qualche anno fa c’è stato un cambiamento nella mia testa: ho deciso di dare tutto me stesso a questo sport, allenarmi di più e meglio. Gli allenatori mi sono stati molto vicini. L’anno scorso è stato fantastico: per la prima volta ho conquistato i titoli italiani di categoria U20, ma a fine anno c’è stata una grande delusione: non sono riuscito a raggiungere, per pochissimo, il minimo per gli Europei. Questo mi ha fatto crescere molto e mi ha stimolato ancora di più. Ora l’obiettivo sono Campionati Italiani Assoluti: vorrei replicarmi, fare bene e arrivare il più preparato possibile per la stagione outdoor. Quest’anno non ci sono competizioni internazionali, mentre per l’anno prossimo vorrei arrivare agli Europei di categoria.

Come ti immagini tra cinque anni?

Sicuramente mi vorrei vedere alle Olimpiadi , e magari vincerle! O almeno vestire la maglia azzurra più di una volta. Mi immagino ancora a dare il massimo per questo sport.

Autrice: Anna Michelazzi

All’Oratorio cresce la voglia di festeggiare

Anche quest’anno il periodo di carnevale ha trovato ben preparata la cittadinanza di Laives e dintorni: giochi, maschere, spettacoli e delizie per il palato sono state le protagoniste di questa fine di febbraio, tutta all’insegna del divertimento.

Ennesima edizione di successo dell’ormai consueta festa di giovedì grasso organizzata dall’Oratorio Santiago nel piazzale della parrocchia. I tanti volontari sempre in prima linea per rendere queste occasioni speciali sono stati contagiati questa volta dallo spirito olimpico: sul piazzale sono magicamente comparsi i 5 cerchi olimpici e ben 150 tra bambini e ragazzi si sono fatti altrettanto contagiare, iscrivendosi al torneo e sfidandosi in maschera nei tanti giochi proposti. Alla fine, tutti gli “atleti” hanno potuto ritirare il loro premio di partecipazione mentre il vincitore ha potuto alzare al cielo la fiaccola e…portarsela a casa. Non sono mancati come sempre krapfen, strauben e zucchero filato, non proprio in ottica agonistica, ma immancabili senz’altro a carnevale.

Domenica 15 febbraio invece, l’oratorio ha aperto le porte al pranzo per il gruppo anziani, per festeggiare gli anniversari di matrimonio tra cibo, buona compagnia e risate, grazie anche all’intrattenimento dell’instancabile Elena.

Il Santiago si conferma punto di riferimento fisso per tutta la popolazione di San Giacomo, richiamando per eventi come il carnevale anche persone da zone limitrofe. Il calendario degli appuntamenti prosegue fitto nel mese di marzo, che porterà appuntamenti per i più piccoli come i clown il 10 marzo e l’attesissimo torneo di burraco previsto per il giorno 21.

Autrice: Raffaella Trimarchi

Hockey italiano: quale destino dopo Milano Cortina 2026?

I Giochi Olimpici invernali si sono appena conclusi e l’emozione di vedere gli Azzurri dare tutti sé stessi lascia il posto alla nostalgia dell’atmosfera entusiasmante dei Giochi, la gioia di accendere la televisione e saper sempre cosa guardare e festeggiare per ogni successo. Oltre a questo, però, la fine dell’Olimpiade porta con sé anche una serie di riflessioni sul nostro mondo sportivo e il suo futuro. Con Jonny Vallini, portiere del Bolzano e della nazionale di hockey su ghiaccio, abbiamo parlato degli obiettivi olimpici della nazionale e delle speranze future per questo sport. 

Come ti sei sentito alla vigilia di Milano Cortina 2026?

“Gioco in nazionale da 12 anni ed è sempre un onore grandissimo. Soprattutto con le Olimpiadi in casa si sente una responsabilità enorme, che ti dà più carica per arrivare al massimo delle tue possibilità. Col Bolzano non puoi permetterti di perdere partite, c’è una pressione diversa. Alle Olimpiadi siamo visti come una squadra senza possibilità di medaglia, ma è l’emozione la vera incognita da gestire: affrontare il palcoscenico olimpico non è facile.

L’Italia di hockey su ghiaccio si è scontrata con alcune delle squadre migliori del mondo con il proprio roster al completo. Per la prima volta dal 2014 infatti la lega nordamericana (NHL) ha permesso ai propri giocatori di prendere parte ai Giochi: il livello è stato altissimo.”

Quali sono stati i vostri obiettivi per questi Giochi?

“Far vedere alla gente che sappiamo giocare. Ci siamo concentrati partita per partita. Gli alti e i bassi sono sempre presenti, ma l’importante è crederci e dimostrare al mondo che sappiamo giocare, dare visibilità e uno slancio all’hockey italiano.”

La nostra nazionale — che comprendeva otto dei nostri Foxes — si è scontrata con Svezia, Slovacchia, Finlandia e Svizzera. La squadra ha dimostrato grande capacità e grinta contro gli svedesi e ha fatto sperare a tutti noi spettatori in una vittoria tenendo testa alla Slovacchia. Lo scontro con la Finlandia non si è concluso nel migliore dei modi, ma la nostra squadra aveva già dimostrato una grande abilità che ha portato in pista contro la Svizzera: la partita è stata persa 3-0, ma complessivamente quello che gli Azzurri si portano a casa non è una sconfitta. Le grandi prestazioni dei portieri, il milanese Davide Fadani e l’altoatesino Damian Clara non sono passate inosservate né in casa né all’estero, ma non sono state l’unico risultato dell’avventura olimpica della nazionale che ha dimostrato di poter competere su palcoscenici internazionali di alto livello. L’entusiasmo del pubblico ha riacceso la speranza che i Giochi possano dare una nuova spinta allo sviluppo e alla promozione dell’hockey su ghiaccio sul territorio nazionale cogliendo l’occasione persa dopo Torino 2006. La città di Milano si sta già attivando e ha espresso la volontà di ricreare una squadra milanese che possa competere in Italia e, magari, nella lega internazionale ICEHL, in cui gioca l’Hockey Club Bolzano.

Non resta che chiedersi se qui in Alto Adige, dove il mondo hockeistico è un passo avanti rispetto ad altre aree, questa nuova ondata di entusiasmo riuscirà a far germogliare non solo un nuovo interesse nei confronti di questo sport, ma anche una nuova promozione mirata a formare giocatori che un giorno potrebbero diventare le nuove stelle italiane dell’hockey. 

Jonny: che messaggio vorresti arrivasse grazie a queste Olimpiadi?

“Per chi non conosce l’hockey, cercate di guardarlo! È uno sport bellissimo, veloce, fisico. Come squadra speriamo di essere riusciti a far interessare le persone a questo sport, sogniamo di far iniziare a giocare i bambini. Vogliamo mettere in mostra l’hockey e magari trovare qualche nuova leva, perché abbiamo bisogno di nuova gente: qui si diventa vecchi!”

Autrice: Anna Michelazzi

Un gran respiro

Qui Intervista a Michele Baldo che – dopo tanti anni svolti come riparatore e commesso in un negozio di strumenti musicali – ora fa il tecnico in una radio locale. Ama riparare qualsiasi cosa gli capiti sotto mano, ma specialmente amplificatori e strumenti musicali. Dal 2011 è chitarrista nella Homeless Band e nei Crazy Diamonds. Attualmente suona nei Southern Comfort Zone e in passato ha fatto parte anche di Linda Lou e Moscaburro. Le sue passioni sono: vinili, tennis, macchine da scrivere, mezzi d’epoca e ovviamente… la musica!

Da bambino sognavo di diventare…

Un pilota di Formula 1 come Michael Schumacher.

La mia occupazione preferita.

Riparare amplificatori a valvole vintage. Sono stati fatti a mano e per durare.

Il luogo dove vorrei essere.

In un piccolo paese di montagna e vivere in base alle stagioni.

Il mio piatto preferito.

Una bella pasta alla carbonara.

Non sopporto…

L’indifferenza. Ne siamo circondati.

Per un giorno vorrei essere…

Me stesso, ma a 10 anni, d’estate e con i nonni in montagna.

Nel mio frigorifero non manca mai…

Del cibo scaduto da settimane.

Se fossi un animale sarei…

Lo zibetto delle palme. Quello che produce il caffè da 900€/Kg.

Sono stato orgoglioso di me stesso quella volta che…

Ho vinto il campionato regionale di Go-Kart.

Dove mi vedo fra 10 anni.

In un mondo migliore.

La prima cosa che faccio al mattino.

Un gran respiro. Mi viene in automatico come riemergere da sott’acqua.

Il mio film preferito.

Dragonheart. Piango ogni volta.

Il mio attore preferito.

Jean Reno specialmente nel film Leon.

Il superpotere che vorrei avere.

Poter rivivere i miei ricordi, posti, eventi, persone.

La disgrazia più grande.

La perdita di mio padre.

Amo il mio lavoro…

Perché non è l’unico lavoro che faccio.

La persona che ammiro di più.

Mia mamma. Ha una grande forza.

Il mio motto.

Essere curiosi ci rende vivi.

L’oggetto a cui sono più legato.

La mia 500 d’epoca.

La mia maggiore paura.

Perdere la memoria.

Il mio primo ricordo.

Avevo 3 anni e facevo la tartaruga con la bacinella in salotto.

Martinetti: il pittore della vertigine

Da poche settimane ci ha lasciati uno degli artisti più significativi dell’astrattismo subalpino. Nato a Merano l’8 maggio 1931, il suo lavoro di architetto lo aveva condotto lontano dall’Alto Adige, a Torino dove in breve tempo era diventato un affermato architetto e un brillante pittore. Guidato sempre dalla passione e dall’entusiasmo sia nell’arte che nella progettazione aveva legato il suo nome ad importanti costruzioni e a numerose pitture. La sua idea di architettura è forse riassunta in questa sua frase: “Certo, i grandi fabbricati, i complessi articolati, hanno una forza espressiva enorme; eppure io sono convinto, spinto anche da fattori contingenti, che molte opere considerate ‘minori’ fanno parte di un’ esperienza totale e si manifestano nella musica, nelle scienze, o, come nel mio caso, nella pittura e nell’architettura.” 

Per quanto attiene la sua arte fu influenzato dalla letteratura e dagli scritti di Leopardi, Sartre, Thomas Mann, Borges, e Pound e dalla musica jazz, ma soprattutto dagli artisti non figurativi del dopoguerra come quelli incontrati alle Biennali veneziane, come Santomaso, Afro, Vedova e i fratelli Gio e Arnaldo Pomodoro. Martinetti aveva scelto la propria strada pittorica elaborando un linguaggio fatto di spartizioni geometriche dello spazio, precise, ordinate, spezzate e di gusto post-cubiste. Il cielo fu, insieme al mare, una presenza costante nei suoi dipinti. Vi faceva capolino specchiandosi in schegge di vetro in ogni dove, ritrovandosi anche là dove non lo si sarebbe cercato. 

Di lui il critico d’arte Luigi Serravalli scrisse: “… Arte e mestiere, per cui la luce ultima del ‘prodotto’ è sempre frutto di una particolare ‘intelligenza creatrice’, di uno ‘slancio vitale o come diceva Thomas Mann, ‘estasi fredda’.” 

Autrice: Rosanna Pruccoli

I centri giovani di Bolzano lavorano insieme

Facciamo insieme il punto sulla rete dei centri giovani attiva nella città di Bolzano. 

“La creazione di una rete di centri giovani nella Città di Bolzano è essenziale perché permette di unire energie, competenze e risorse per rispondere in modo concreto ai bisogni dei ragazzi”, afferma Manuel Mattion, referente per le Politiche Giovanili del Comune di Bolzano.

A Bolzano ci sono 17 centri giovani distribuiti nei diversi quartieri, per un totale di una quarantina di operatori distribuiti sull’intera città, ed era importante creare un legame tra tutte le realtà, per valorizzare la ricchezza di energie, risorse, personale, idee per il bene dei giovani. Per raggiungere l’obiettivo, l’Ufficio Giovani ha voluto incontrare direttamente gli operatori per coinvolgerli attivamente nel progetto.

Guardando con interesse a modelli già consolidati di Rete tra centri, e con strumenti validati dal master in previsione sociale della facoltà di Sociologia dell’Università degli studi di Trento, è stata definita la struttura di questo progetto: il senso era quello di coinvolgere tutte le realtà giovanili per fare in modo che fossero gli stessi operatori a far emergere le caratteristiche della rete.

Il primo passo, quindi, è stato quello di organizzare dei tavoli di lavoro in cui far emergere tutti gli elementi importanti per gli operatori, che potessero poi convogliare nella creazione di una visione comune.

Dalla visione d’insieme si è poi passati alla definizione di una mission condivisa, prefissando obiettivi concreti utili alla formalizzazione del progetto. Il percorso è durato circa due anni e tutti gli operatori si sono spesi per portare il loro contributo nella realizzazione della prima rete dei centri giovani della Città di Bolzano. 

Il 3 dicembre 2025 la rete è stata ufficializzata alla presenza dell’assessore comunale Claudio Della Ratta, dei presidenti e degli operatori dei centri giovani, attraverso la sottoscrizione di un protocollo d’intesa. Subito dopo sono stati nominati due portavoce, ad affiancare l’Ufficio Giovani nel coordinamento della Rete, testimoniando così la volontà già espressa di favorire un lavoro caratterizzato da collaborazione e trasversalità tra associazionismo e istituzioni.

Il programma della Rete prevede quattro incontri annuali fissi, declinati in base a diversi obiettivi: un incontro dedicato alla formazione condivisa, un incontro dedicato all’analisi dei bisogni del mondo giovanile, un incontro dedicato alla presentazione del programma annuale delle realtà giovanili e uno per monitorare lo stato dell’arte. A questi si aggiungono altri appuntamenti in base a specifiche tematiche da trattare.

“La Rete dei Centri Giovani è una grandissima opportunità per la città di Bolzano, perché permette di unire forze, competenze, conoscenze e riflessioni sul mondo giovanile, per rimanere aderenti ai reali bisogni e desideri dei giovani”, conclude Manuel.

Autrice: Nilufar Yasmin COOLtour