Tre giornate alla scoperta della storia

“Atrium” è l’acronimo di Architecture of Totalitarian Regimes of the 20th century In Europe’s Urban Memory. L’associazione e la rotta sono state fortemente volute e patrocinate dal consiglio d’Europa con lo scopo di indagare, contestualizzare, spiegare gli edifici costruiti a scopo di propaganda, ma non solo, durante i regimi totalitari del XX secolo, di stampo fascista, nazista e comunista.

Nel maggio scorso, La Fabbrica del Tempo, in collaborazione con “Atrium” ha pubblicato il libro “Less is more”, un libro che, basato su ricerche d’archivio, spiega questo difficile periodo storico attraverso le architetture pubbliche, di propaganda, sportive, religiose e private e si pone come guida per tutti quei fruitori interessati a percorrere la rotta europea e comprenderne gli edifici nelle singole tappe. 

Quest’anno in collaborazione con il Comune di Merano e “Atrium”, La Fabbrica del Tempo ha organizzato tre giornate “Atrium” con le quali si intende invitare la cittadinanza a scoprire con noi la ex Montecatini, Il Borgo Vittoria, la Centrale idroelettrica di Marlengo, mentre la serata è dedicata all’arte modernista e a conoscere meglio “Atrium”.
Il borgo di Sinigo nacque a coronamento degli sforzi fatti per la bonifica del fondovalle compiuta a partire dal 1924, fu costruito tra i ruscelli Neifer e Rio Sinigo, fu chiamato “Borgo Vittoria” e fu inaugurato nel 1928. Nei progetti iniziali del governo fascista qui contadini e operai di varie zone d’Italia si sarebbero dovuti trasferire in massa ma non accade in maniera compiuta.

La complessa opera di drenaggio dell’ampio areale paludoso attorno al fiume Adige, precedette quelle compiute nell’Agro Pontino e nel resto della Penisola, servendo da modello alle altre regioni. Fu realizzato come insediamento industriale e abitativo dello stabilimento della Montecatini. 

Oltre alla fabbrica l’area fu dotata di un proprio spaccio e di un centro di assistenza medica, un quartiere prevalentemente autonomo dove impiegati ed operai -inizialmente 650 ma alla fine degli anni Trenta già intorno a 1000 – vivevano con le loro famiglie. 

La dirigenza della fabbrica – in linea con lo spirito del tempo – provvedeva anche all’offerta di attività per il tempo libero dei propri occupati attraverso l’Opera Nazionale Dopolavoro con intrattenimenti sportivi e culturali: oltre a praticare attività sportive si poteva trascorrere il tempo nelle sale comuni ascoltando la radio o assistendo alla proiezione settimanale di un film; venivano organizzate gite e partecipazioni a molteplici celebrazioni e manifestazioni. Erano presenti inoltre una piccola compagnia teatrale e una banda musicale della fabbrica, che fungeva altresì da veicolo pubblicitario della Montecatini.
La centrale idroelettrica di Marlengo, nelle raffinate forma architettoniche, ricche di particolari art déco, che vediamo oggi, nasce a metà degli anni ’20 ad opera della società Montecatini con il preciso scopo di alimentare il nuovo stabilimento industriale che in quegli stessi anni andava costruendo a Sinigo. 

La nuova centrale doveva fornire alla nuova fabbrica la potenza elettrica necessaria ai processi industriali di sintesi dei composti azotati ma anche l’idrogeno necessario. Originariamente entrambe – centrale e fabbrica – avrebbero dovuto sorgere a Marlengo, ma alla fine si decise per l’attuale ubicazione. 

La facciata squadrata sembra quasi voler gelosamente custodire l’apparato decorativo dell’interno, dove ampie pitture inneggiano alla forza dell’allora ancora nuova energia, quella elettrica.

Autrice: Rosanna Pruccoli

Connettere Alto Adige e l’Europa: intervista a Giulia Chiarel

Oggi dialoghiamo con una bolzanina che da anni vive nel cuore dell’Europa. Il suo compito è proprio quello di connettere la provincia di Bolzano, con le sue diverse realtà, con le potenzialità rappresentate dai fondi europei. 

Quando qualcuno racconta di essersi trasferito in una città per il suo clima, è probabile che Bruxelles non sia la prima a venire in mente. “Invece è proprio così che Bruxelles mi ha fregata” racconta ridendo Giulia Chiarel. “Ho studiato Giurisprudenza a Trento e cercavo un impiego che mi permettesse di andare all’estero, perciò ho partecipato a una Summer school organizzata da quello che, anche se ancora non lo sapevo, sarebbe diventato il mio posto di lavoro: l’Ufficio di Bruxelles della Provincia di Bolzano, all’interno della Rappresentanza comune della Regione europea Tirolo-Alto Adige-Trentino. Come dicevo, Bruxelles mi ha fregata perché a luglio è bellissima: è piena di vita, ci sono moltissime attività e luce fino a tardi, e ho subito pensato di volermi trasferire lì. Poi ha nevicato da novembre fino a marzo”.

In cosa consiste il tuo lavoro?

Mi occupo di fondi europei diretti: in altre parole, cerco di mappare le possibilità che ci sono per le realtà dell’Alto Adige in diversi campi, dalla ricerca all’agricoltura, dalla cultura alla salute. Ci occupiamo di tanti progetti diversi, il più famoso è senza dubbio il progetto Erasmus. Quello che facciamo, comunque, è monitorare i fondi, mettere in connessione le realtà altoatesine e quelle europee e affiancarle durante il percorso, collaborando anche con gli uffici di Trento e Innsbruck. Oltre a questo, svolgiamo altre mansioni. Io, per esempio, mi occupo di co-coordinare, a nome dell’Ufficio, un gruppo di lavoro su design e creatività all’interno della rete ERRIN (European Regions Research and Innovation Network), del quale l’Alto Adige è co-leader. Lo stesso vale per il gruppo di lavoro sul New European Bauhaus.

Cosa ami del tuo lavoro?

Che non ho una giornata tipo: dover seguire progetti diversi ti dà l’opportunità di incontrare e conoscere tante persone. Avere a che fare con università, centri di ricerca, realtà territoriali ed esponenti delle istituzioni come il Parlamento europeo è molto stimolante. Non ci si annoia mai.

Come racconteresti Bruxelles a chi non la conosce?

La cosa più importante è che, benché sia una grande città, Bruxelles mantiene una dimensione umana: offre tantissimo, anche in termini di attività culturali, e puoi raggiungere ogni posto con facilità. E poi è un luogo fortemente multiculturale: una delle città al mondo con la maggior presenza di cittadinanze diverse. Inoltre, i belgi hanno la tendenza a supportare l’associazionismo, le organizzazioni dal basso, e questo è fondamentale per costruire una comunità. Un’altra cosa di cui non si può non parlare quando si parla del Belgio sono le lingue. Quelle ufficiali sono il francese, il fiammingo e il tedesco, ma la cosa bizzarra è che a scuola si impara una lingua sola. Mia figlia fa la scuola francese e non studia il tedesco – a noi altoatesini, all’inizio, fa uno strano effetto. Cosa non mi piace? Beh, anche se all’inizio è quello che mi aveva convinta, il clima. Ma in quanto italiana è quasi una risposta da statuto, no?

Autore: Alex Piovan COOLtour

Andreetto: rock, letteratura ed attivismo

Abbiamo incontrato Jadel Andreetto a margine di alcune sue riprese per un documentario sulla storia del rock in Alto Adige, che sta realizzando insieme al regista Armin Ferrari. Un’occasione per raccontare il percorso di questo bolzanino che da anni vive altrove, scrivendo e lavorando in maniera creativa. 

“Questo mio ultimo è un lavoro con il quale sto indagando i meandri di Bolzano e del Sud Tirolo nella sua espressione più viscerale, che secondo me è stata la scena musicale punk, hardcore e in parte metal, che, dalla fine degli anni’ 80 fino alla fine degli anni ‘90, ha fornito una linfa vitale ad una città un po’ sonnolenta. Il mio obiettivo è di parlare di questi generi musicali, spiegare cosa rappresentassero e perché fossero così importanti e di rottura per questo territorio. Con questo documentario cerco di fornire uno sguardo onnicomprensivo che cerca di mettere insieme i fili di quella che era la scena musicale con la storia del Sud Tirolo. Credo che la sua particolarità consista nel voler raccontare una scena musicale all’interno del suo contesto, quindi non un documentario musicale fine a sé stesso, ma qualcosa di più complesso.”

Lo capiremo quando sarà terminato. Parliamo di te: sei conosciuto per essere uno scrittore e un creatore di radiodrammi… 

Si, perché ho lavorato ad un podcast che in realtà è un radiodramma, potremmo anche definirlo un podcast immersivo. È stato realizzato per Rai Alto-Adige e si chiama “Morte di un giallista bolzanino” e mi ha dato parecchie soddisfazioni, in quanto è stato anche il primo in classifica su RaiPlay, su cui è stato distribuito di lì a breve, per diverse settimane, battendo una concorrenza ben più blasonata.
È stata la prima volta che mi sono cimentato in questo tipo di narrazione e da romanziere, devo dire che non è stato facile, in quanto si tratta di tutto un altro tipo di scrittura e di struttura. È stato un lavoro lungo e complicato. Assieme a me avevo dei sound designer e dei musicisti, persone che si occupavano della narrazione parallela, che in un radiodramma è altrettanto importante, per cui oltre alla voce bisognava creare degli spazi sonori. È stato un podcast avventuroso, anche perché alcune riprese sono state fatte ad hoc, dal vivo, nel senso che siamo andati nei boschi a registrare alcuni suoni.
Il podcast “Morte di un giallista bolzanino” racconta la morte di questo Marco Felder, che è uno pseudonimo che io e il mio collega Guglielmo Pispisa abbiamo usato per firmare il nostro primo romanzo: mentre il secondo lo abbiamo firmato con i nostri nomi. L’intento del podcast era quindi anche quello di spiegare che fine avesse fatto Marco Felder. Il podcast è la storia di un giornalista che si appassiona alla storia delle circostanze che hanno portato alla morte di questo Marco Felder.

Parliamo di te.

A novembre compio 49 anni. A metà anni ’90, dopo aver conseguito il diploma di ragioneria a Bolzano, sono andato a studiare Filosofia a Bologna. In quel periodo ho cominciato a gravitare attorno alla scena dei centri sociali occupati, dove mi sono occupato di musica, di politica e di attivismo.
Successivamente ho cominciato a scrivere dei romanzi con dei collettivi (Luther Blissett, Wu Ming, il collettivo Zen). Ho pubblicato per Mondadori, Rizzoli e curato antologie per Bompiani.
L’ultimo progetto a cui mi sono appassionato si chiama Resistenza in Cirenaica, che dal 2015 si occupa di ricontestualizzare i nomi dei luoghi a partire proprio da quello in cui vivo io a Bologna, via Libia, trasformandolo in “via Libia, luogo di crimini del colonialismo italiano”. Mettendo dunque dei sottotitoli, quasi delle didascalie ai cartelli delle strade. 

Autore: Till Antonio Mola

Un laboratorio per tessere relazioni

Adele Buffa si occupa del progetto “Sartoria Sociale” di Officine Vispa. Una sognatrice che crede nel valore dei tessuti, anche di quelli che sembrano da buttare. Anzi,  soprattutto in quelli!

Di cosa ti occupi a Officine Vispa?

Da un anno mi occupo del progetto “Sartoria sociale”. Di formazione sono Eco-Social-Designer e il mio codice di espressione passa attraverso il tessuto. Esattamente come i fili durante la tessitura, il cucito per me rappresenta l’occasione per parlare, conoscere e approfondire determinate tematiche. In due parole: fare comunità.

Come funziona il laboratorio di Sartoria Sociale e qual è il tuo ruolo all’interno?

L’idea di fondo è quella di fare cultura e comunità insieme. Lo scorso inverno ci si trovava di lunedì. Erano molte le persone che partecipavano agli incontri. Molte sapevano già cucire, facevamo maglioni di lana. In quell’atmosfera non si percepivano i maestri e gli allievi perché ognuno, con le proprie conoscenze, era maestro per qualcun altro. Il laboratorio di Sartoria Sociale non è fatto di progetti guidati ma di proposte, poiché il fulcro del progetto è avere uno spazio dove incontrarsi, fare progetti insieme o portarsi la propria “calza” e cucire in compagnia.

Dove si trova il laboratorio e come ci si accede?

Al momento la Sartoria Sociale è nel quartiere Casanova in piazzetta Anne Frank e il giovedì pomeriggio lo spazio è aperto. Siamo sempre felici di accogliere nuove persone!

Il tuo percorso personale invece qual è?

Quando ero bambina vedevo mia nonna che riparava i vestiti di tutta la famiglia, io la aiutavo e insieme sperimentavamo. Era una cosa che a me e a lei piaceva tantissimo. Un po’ più grande, durante l’adolescenza, mi vergognavo di questa mia passione e l’avevo messa da parte. All’università con un’amica mi sono iscritta ad un laboratorio di sartoria e in quel momento ho ricordato l’amore per il cucito. Insieme poi abbiamo preso uno spazio e abbiamo aperto un laboratorio di sartoria a Torino. Quando mi sono trasferita qui a Bolzano per fare la magistrale, ho conosciuto le Officine Vispa. Il loro lavoro sul territorio mi interessava e così ho chiesto di poter collaborare proponendo dei laboratori artistici inerenti al tessile e al cucito. Quando è arrivata l’ora di scrivere la tesi di laurea ho scelto proprio Officine Vispa come partner. La tesi riguardava lo scarto tessile e la produzione tessile locale, perché ero rimasta colpita – venendo da una città grande come Torino – nel vedere che nella città di Bolzano c’erano molti più bidoni per la raccolta di indumenti. Ho quindi sviluppato una mappa dove le persone potevano essere indirizzate a tutte le realtà  del territorio che si occupano della valorizzazione dei vestiti usati. Poi la mia storia di ricerca è continuata anche dopo la laurea, nella collaborazione con le Officine Vispa.

Autrice: Ilaria Talamoni COOLtour

Brad Pitt

Perché Brad Pitt in Alto Adige? A breve inizieranno le riprese di “Inglourious Schützen”. In questo film l’attore americano interpreterà Aldous Regen, un giovane originario di Monguelfo che, dopo il divorzio dalla moglie Gessika Sorrentino, decide di arruolarsi tra i tiratori scelti. Diventerà presto comandante ricevendo il compito di cambiare il colore delle scie della Pattuglia Acrobatica da verde a rosso per sabotare il sorvolo su Bolzano. Prima di partire per la missione passerà una giornata insieme alla figlia bilingue di sei anni che gli regalerà una pesca dicendo “Questa te la manda la Mutti”, creando un caso internazionale.

Autore: Roberto Tubaro

L’arte della scrittura

Paolo Cagnan, giornalista e scrittore, classe 1967. Attualmente condirettore di quattro quotidiani del gruppo Gedi in Veneto, si divide tra Padova e Bolzano. Specializzato in cronaca nera e giudiziaria, si è spesso occupato della ricostruzione di cold case e storie dimenticate. Ha scritto una quindicina di libri spaziando dalle biografie alla narrativa, dai racconti di viaggio alle inchieste giornalistiche. La sua ultima fatica è “Anatomia di un serial killer. Marco Bergamo. Storia del mostro di Bolzano” (Ed. Athesia). 

La cosa che mi piace di me.

La grinta.

Il mio principale difetto.

Parlo troppo.

Il mio momento più felice.

Le nozze a 50 anni.

La persona che ammiro di più.

Non c’è più.

Un libro sull’isola deserta.

L’enciclopedia A-C.

La mia occupazione preferita.

Scrittore di viaggi.

Il paese dove vorrei vivere.

L’Italia va benissimo.

Il mio piatto preferito.

Melanzane alla parmigiana.
Non sopporto…

Gli invidiosi.

Per un giorno vorrei essere.

Jack Nicholson preso male.

La mia paura maggiore.

Restare solo.

Nel mio frigo non manca mai.

La birra.

Se fossi un animale sarei.

Un ornitorinco, curioso come me.
Mi sono sentito orgoglioso quando…

… hanno sbagliato persona.

Il mio motto.

Sii sempre te stesso.

Il capriccio che non mi sono mai tolto.

Non si può dire.

Il giocattolo che ho amato di più.

Un coniglietto di peluche.

I miei poeti preferiti.

Non amo la poesia.

I miei pittori preferiti.

Hopper e le sue solitudini.

Il dono di natura che vorrei avere

La pazienza.

Non sopporto…

La sciatteria.

Dico bugie solo…

…nei giorni dispari.

Dove mi vedo fra dieci anni.

A fare l’umarell, Bolzano è piena di cantieri.

Il colore che preferisco.

Blu notte.

L’ultima volta che ho perso la calma.

Dieci secondi fa.

Da bambino sognavo… 

… di vedere il mondo: fatto.

“Il processo del fieno” di Anterivo

Guardando la cartina geografica, Anterivo appare come una minuta appendice sudtirolese in territorio trentino. In effetti, più volte nel corso della storia il piccolo comune di confine è passato da una provincia all’altra, l’ultima nel 1948 grazie all’accordo De Gasperi – Gruber. La prima citazione del paese risale al 24 luglio 1321, quando il re Enrico di Boemia concedette, “per particolari meriti”, al suo vassallo Gottschalk di Bolzano, all’epoca titolare del giudizio di Egna, di realizzare “in loco dicto Antereu inter Cauerion et Castel” in Val di Fiemme dieci masi e di affidarli “esentasse per sempre” a coloni tirolesi.

Ciò fu possibile in quanto era il periodo storico in cui la Val di Fiemme era governata dai conti del Tirolo, che per qualche decennio l’avevano sottratta al principe-vescovo di Trento. Alcuni  secoli dopo, nel 1779, l’imperatrice Maria Teresa d’Asburgo scambiò il piccolo comune della Val di Fiemme con quello di Termeno, fino ad allora appartenuto dal vescovo di Trento. 

Nell’agosto dell’anno 1532 avvennero i fatti che portarono al processo entrato negli annali della storia come “Heuprozess”, processo del fieno.  

Da tempo, i contadini di Anterivo avevano problemi di confine con quelli di Trodena. Diversi pascoli e prati erano contesi tra i due comuni che ovviamente avevano bisogno del fieno per i loro animali. In misura minore, anche tra Anterivo e i vicini della Val di Fiemme non di rado scoppiavano controversie sui terreni appartenenti all’uno o all’altro comune. In località  “Schwabenmoos” (oggi chiamato Tonci-Moos) e “Langen Moos” gli abitanti di Anterivo, che ritenevano i terreni e quanto vi cresceva di loro pertinenza, raccolsero e asportarono il fieno che quelli di Trodena avevano falciato. Lo scandalo fu grande e volarono parole grosse. Per poco non si arrivò allo scontro armato. 

Il comune di Trodena sporse denuncia nei confronti dei vicini e ne conseguì un processo con due tumultuose udienze tenute presso la “stuba superiori palatij”, ossia  nel palazzo vescovile di Cavalese: la prima alla fine del 1534, la seconda nel 1535. Secondo l’accusa, “illis de trudena” erano stati derubati di una certa quantità di fieno dai vicini. L’interrogatorio degli imputati (Antonius Indereben, Georgius Ludbich, Simon Perdatij, Christanus Texor et Petrus de Chuchal) fu condotto dal capitano della Val di Fiemme Simon Botsch di Ora. I cinque confermarono di essere “vicini de antarudo” e di aver partecipato alla raccolta fraudolenta del fieno. Ammisero che i prati da cui avevano prelevato il fieno venivano lavorati da quelli di Trodena ma asserirono anche con convinzione che i prati si trovavano in territorio di Anterivo. Il fieno era stato prelevato da un prato denominato “das schwoben mos”, da uno chiamato “zonlongamos” e perfino da uno appartenente “illorum de sancto Lugano”. 

Ma con questi ultimi non erano sorti problemi in quanto quelli di San Lugano erano “consanguinei” di quelli di Anterivo. Spesso i buoi di Anterivo pascolavano in territorio di San Lugano ma nessuno aveva nulla da ridire. 

Gli imputati confermarono di aver partecipato, con il consenso del consiglio comunale, alla raccolta del fieno e di essere stati sempre presenti con eccezione di Anton in der Eben e Peter von Guggal. Il motivo per cui avevano raccolto il fieno era da ricercarsi nel fatto che gli abitanti di Anterivo pagavano da sempre tributi al “graziosissimo Domino suo” per questi prati, che dunque dovevano per forza ricadere nella loro giurisdizione. Per tale motivo, il “furto” era stato addirittura preannunciato con largo anticipo a quelli di Trodena. Venne chiesto se i contadini di Anterivo si fossero presentati con armi da fuoco (sclopos cum igne) alla raccolta del fieno ma risultò che solo una persona fosse armata di un fucile da caccia. 

Al termine dell’interrogatorio, il giudice rimandò a casa gli imputati, che con una stretta di mano gli promisero di ricomparire in udienza dopo 30 giorni. Nel frattempo potevano cercare testimoni e prove dei diritti vantati sui prati oggetto della contesa. 

Non è noto l’esito del processo ma si suppone che quelli di Anterivo avessero ottenuto ragione in quanto anche negli anni successivi continuarono a versare al loro signore i tributi per i parti in oggetto. 

I confini con Trodena furono poi definitivamente regolati da un decreto di Blasy Khuen von Belasy nel 1560.

Autore: Reinhard Christanell

Alzheimer

Il 21 settembre si celebra la giornata mondiale dell’Alzheimer e a mio avviso è molto significativo che sia stata scelta tale data, nei pressi dell’inizio dell’autunno. Il sapore di questa stagione, nella nostra cultura, è senz’altro agrodolce, ponendosi al termine dell’estate convenzionalmente considerata la “bella stagione”. La descrizione a parole del “sapore d’autunno” d’altronde è stata spesso oggetto, in maniera stereotipata, dei compiti in classe che le nostre maestre elementari ci assegnavano, una volta tornati tra i banchi, dopo le vacanze. Tralasciando la non fortunatissima allocuzione “autunno della vita”, va osservato che la data attorno al 21/23 settembre è anche il  momento dell’equilibrio  che si presenta due volte all’anno e con sapori diversi, è proprio il caso di dirlo – tra la durata del giorno e della notte. 

Tornando alla giornata dell’Alzheimer, un pensiero va oggi ai 55 milioni di persone che nel mondo, tantissimi sono anche nel nostro territorio, soffrono di demenza. 

La giornata dell’Alzheimer fu istituita nel 1994 per  diffondere iniziative dedicate alla conoscenza e alla diffusione delle informazioni sulla malattia. Com’è noto la malattia di Alzheimer è la più comune forma di demenza. Insorge più frequentemente dopo i 65 anni di età e colpisce più spesso le donne. Come tutte le forme di demenza comporta un progressivo decadimento delle funzioni cognitive, a cominciare dalla memoria. La malattia è una delle principali cause di disabilità e non autosufficienza tra le persone anziane. Ed è in crescita, soprattutto a causa del progressivo invecchiamento dell’età popolazione.

L’Alzheimer si può prevenire? Senz’altro! Sopratutto si può diminuire il rischio d’insorgenza adottando uno stile di vita salutare. Ma una volta che la malattia compare occorre far conto sulla protezione sociale e il sostegno sanitario ed economico che sono stati definiti da una legge specifica (la legge 30 dicembre 2020, n. 178, commi 330, 331 e 332) e da uno specifico Fondo per l’Alzheimer e le demenze. 

Il nostro pensiero va alle tante famiglie dei nostri lettori che si prendono cura di persone malate di Alzheimer. La giornata a loro dedicata serve a rinnovare in tutti noi l’impegno a sostenerle in tutti i modi possibili, anche e soprattutto attraverso vicinanza e cordialità. Lo apprezzeranno senz’altro.

Autore: Luca Sticcotti

L’importanza degli studi sull’etica digitale

Nelle ultime due puntate della nostra rubrica abbiamo parlato con il professor Marco Montali del confirmation bias, ovvero della tendenza che tutti noi abbiamo, sui social, di “coccolarci” frequentando soprattutto contenuti e utenti in linea con il nostro pensiero e i nostri interessi. Si tratta di una tendenza sostanzialmente sostenuta finanche promossa dagli stessi social network, per motivi sostanzialmente commerciali. Con il professor Montali abbiamo anche ribadito quanto sia importante che anche nel mondo della ricerca possano affermarsi ambiti di studio in grado dare un contributo importante in merito agli aspetti etici dei meccanismi prima citati ed anche delle più recenti innovazioni nel campo dell’intelligenza artificiale, che stanno davvero rivoluzionando il nostro mondo. 

“Sono temi cruciali che hanno anche degli importanti punti di riferimento nella comunità scientifica. Posso citare ad esempio il filosofo Luciano Floridi, oggi è uno dei più citati al mondo in questo campo. Lui fa il filosofo della comunicazione ed ha scritto sia libri divulgativi che scientifici. Recentemente è stato chiamato a Yale per formare un centro di ricerca sull’etica digitale. 

Insomma: ci sono vere e proprie linee di ricerca dedicate proprio a queste tematiche.

Sì. Ma adesso il problema resta quello di superare la tendenza conservatrice delle comunità di ricerca. Tutti noi dobbiamo sopravvivere e ci misurano sul numero di articoli che abbiamo pubblicato alla fine dell’anno. Non è facile se lavori nelle intersezioni tra le aree di ricerca. 

Rischi che non ti pubblichino gli articoli sia in un’area che nell’altra. Comunque oggi si sente molto di più l’esigenza di mettere insieme le aree di ricerca. Anche se insieme all’esigenza vera bisogna difendersi dalle mode. Ci sono anche quelli che ora si occupano di etica dell’intelligenza artificiale senza saperne nulla, di intelligenza artificiale. 

Sono aattirati da compensi importanti, pubblicazioni a larga divulgazione, comparsate televisive…

Esatto. Ma si tratta  comunque di una questione cruciale e di strettissima attualità. Ne riparleremo di sicuro molto presto, aggiornando i nostri lettori. 

Un grazie al prete in miniera, con la valigia in mano

Il 23 settembre ricorrono i trent’anni della scomparsa di don Giorgio Cristofolini. Lo ricordiamo come il “prete in miniera” e come fondatore e primo direttore del settimanale “Il Segno”. Ma fu di più: uno di quegli altoatesini che contribuirono, nel silenzio, a dare anima all’autonomia e a cui nessuno si sogna di dire grazie.

Don Giorgio chiamava operai e minatori “i miei professori”. Erano, diceva, gli “umili, che mi hanno insegnato l’amore alla giustizia e il valore della solidarietà”. Il suo lavoro di giornalista fu ispirato, anche grazie a loro, a due principi: mai soffiare sul fuoco dei nazionalismi (e di qualsiasi altra forma di egoismo collettivo); sempre dare voce a chi non ha voce.

Amico e collaboratore del grande vescovo Joseph Gargitter, suo compagno di strada nella realizzazione del sogno di una diocesi autenticamente plurilingue, era convinto che la chiesa altoatesina dovesse avere, nel contesto dell’autonomia (e non solo), uno spirito profetico. “È stato impegnativo finora lo sforzo per raggiungere la pacificazione”, scrisse poco prima di morire. “D’ora in avanti il compito è forse ancora più difficile. Deve umanizzare la politica e anche l’obiettivo della convivenza”. “Credo che la chiesa non possa restare indifferente davanti a una provincia il cui compito preminente sembra quello di distribuire denaro”.

Aggiunse: “Ammesso anche che il denaro venga distribuito con equità, mi sembra che non sia questo lo stimolo principale di un ente pubblico, ma sia piuttosto quello di inventare, ad esempio, forme di compartecipazione. Quello di trasformare la politica dei pochi nella politica dei molti, dei tutti possibilmente. Quello di sollecitare la gente ad assumersi le proprie responsabilità sociali e politiche e non ad essere semplicemente pecore. Mi pare che l’autonomia offra anche queste possibilità, che si devono sapere valorizzare bene. Questo sarà per la chiesa un compito non indifferente”.

A trent’anni da queste parole, un pensiero a don Giorgio, un grazie a lui e a chi ha agito come lui, con umiltà e nel silenzio, col solo orizzonte del bene comune. E tante domande.

Autore: Paolo Bill Valente