Singoli e intingoli #3

L’inizio dell’estate e dei primi bollori climatici ci ha portato una ventata di musica fresca e nuova nell’ormai sempre più comune formato singolo o videosingolo. Vediamoli insieme.

L’uscita più sorprendente ci è però giunta in solo formato audio lo scorso 2 giugno ed è davvero una delle cose musicali più belle ascoltate in questa prima metà del 2023. Si tratta del debutto assoluto della giovanissima cantante di Vadena Sara Sgarbossa, in arte Bossa, che si è presentata alla corte dei Roots Stable Studios ad Aica di Fiè, la casa musicale di Florian Gamper e Thomas Maniacco, con una canzone da lei composta, intitolata Like Wendy. È stato una sorta di colpo di fulmine, la bontà della canzone, la voce non comune di Bossa, hanno convinto i due produttori a realizzare al più presto la registrazione che ora possiamo ascoltare tramite il link youtu.be/I627E8vrW7A: il brano è stato rivestito con un arrangiamento mai invadente, essenziale, con una formazione che include alcuni dei musicisti più in vista del panorama bolzanino, vale a idre oltre ai produttori, entrambi negli Shanti Powa, Mirko Giocondo (Homeless Band) e Antonio Del Giudice (Atop The Hill).

Tutt’altro genere quello proposto dal meranese Diego Federico, che il 9 giugno ha consegnato alle stampe – si fa per dire – il suo nuovo video, Wow Ciao. L’artista della città in riva al Passirio aveva già dato un’ottima prova quando lo scorso inverno aveva pubblicato Son Of Titan (youtu.be/IVh6PMNT5r0). Col nuovo lavoro ci consegna un’altra composizione all’insegna del pop elettronico caratterizzato da una voce che si distingue nella moltitudine, il brano ha la giusta orecchiabilità e sicuramente funzionerà bene nei circuiti dedicati alla musica dance. Per quanto riguarda il video (youtu.be/IVh6PMNT5r0) la produzione del singolo precedente era sicuramente più elaborata e interessante, ma per quel che concerne la musica il risultato c’è.

Il terzo brano di cui ci occupiamo è quello dei Lost Zone, la versione acustica di Other Side (youtu.be/L4o7EeSU6Oo) condivisa con la cantante Tracy Merano in un connubio sicuramente avvincente e riuscito. I Lost Zone avevano realizzato la scorsa primavera una ristampa del loro album di debutto, Resilience, uscito appena un anno fa, con in aggiunta la versione acustica dei brani del Cd pubblicato dalla Drakkar, etichetta dal nome evocativo. Il brano proviene proprio da quelle registrazioni, che includevano appunto degli ospiti, il primo singolo della nuova versione vedeva un duetto col cantante dei Meinfelt, Patrick Strobl. Il connubio tra la voce folk pop di Tracy e la vocalità teatrale del frontman Florian conferma la statura della band e ovviamente anche della cantante.

L’ultimo singolo di cui ci occupiamo è Stringimi le mani (youtu.be/D_crNMUdZ5o), la produzione più recente del cantautore Stefano Mascheroni, un veterano della scena locale. Mascheroni si è recentemente proposto di presentare ogni tre mesi un nuovo brano e stavolta si è affidato ad Andreas Perugini per realizzare il videosingolo. “È un modo – dice Mascheroni nel comunicato di presentazione – per mantenere vivo il contatto con tutti quelli che amano la musica, ed in particolare chi mi segue e mi vuole bene”. Il brano risente un po’ degli arrangiamenti ridondanti e molto anni ottanta del trentino Marco Mattia, tanto che l’uso smodato della batteria elettronica lo fa sembrare quasi un demo, cosa che invece non sembra essere per quanto riguarda la parte cantata.

Autore: Paolo Crazy Carnevale

Turismo 2.0

Finalmente, dopo anni di tentativi, le Dolomiti sono riuscite ad aggiudicarsi il Guinness dei Primati per densità di turisti: ben 5 persone a euro quadro. Grande festa sulle Odle, dove gli hotel a 5 stelle sulle cime hanno organizzato grandi picnic e happy hours. Molti dei presenti sono venuti con il classico vestito da orso, mentre nessuno è venuto con il vestito da lupo, forse per via dei fuochi del Sacro Cuore. La lista d’attesa invece è molto lunga per la nuova speciale visita al Vajont: con 250.000€ sarà possibile visitare le profondità della diga e rivivere in prima persona il luogo della tragedia del 1963. 

Autore: Roberto Tubaro

Meteo variabile? Evviva!

Dal 1978 al 2019 su Rai 2 è andato in onda un programma che si intitolava “Sereno variabile”. Quali migliori parole per descrivere il tempo meteorologico di questo ultimo periodo? 

Ha la memoria corta chi, negli ultimi giorni è tornato a maledire il “maltempo” che starebbe caratterizzando la situazione meteorologica di questa prima metà di giugno. Ebbene, lasciatemelo dire: non c’è niente di più naturale (e sano) di una moderata “instabilità”.

E di per sé siamo perfettamente nella norma: sull’arco alpino, in estate, è assolutamente tipico alzarsi al mattino con un bel cielo azzurro, terso. E vedere addensarsi intorno all’ora di pranzo delle nuvole attorno ai rilievi, che poi con il passare delle ore possono trasformarsi localmente in cumuli e cumulonembi. Per poi dare spazio in serata a rovesci sparsi e temporali. 

Il verde che caratterizza il nostro territorio, a differenza di altre zone del Bel paese, è proprio figlio di questa alternanza. E viene alimentato, come i funghi, proprio dal sole e dall’acqua.

Perciò niente paura: alziamoci presto e godiamoci le ore del mattino, fresche e preziose per le nostre escursioni, se siamo in ferie o nel fine settimana. Nel tardo pomeriggio e di sera, poi, nel nostro zaino avremo sempre il necessario per ripararci dalla pioggia. Che è una benedizione, ogni volta che cade, ricordiamolo. Specie se arriva poco per volta, fecondando la terra e portando il tepore che caratterizza le nostre notti, favorendo il sonno. E facendo diminuire la frequenza delle faticose “notti tropicali”. 

Il prossimo 21 giugno in ogni caso comincerà un’estate che tutti noi auspichiamo possa essere meno torrida di quella scorsa. 

Com’è noto è su due piani che possiamo agire, per difenderci. 

Quello a breve termine è legato al nostro microcosmo. Nella nostra quotidianità occorre proteggersi dal sole e dal caldo, mangiando e bevendo nel modo giusto. Proteggersi dal sole poi non vuol dire barricarsi in casa, tenendo acceso il condizionatore tutto il giorno. Il movimento fisico, infatti, resta fondamentale per farci stare bene. 

Ma esiste anche uno “stare bene” a lungo termine. Ricordiamoci sempre che, con i nostri comportamenti individuali, possiamo dare un contributo fondamentale per non aggravare ulteriormente il riscaldamento globale. Pensiamoci sempre. E agiamo di conseguenza.

Autore: Luca Sticcotti

Intelligenza artificiale superstar #2

Ne avevamo parlato già su queste pagine, ma il tema delle frontiere e soprattutto dei pericoli dell’intelligenza artificiale nelle ultime settimane è diventato ancor più di strettissima attualità. Torniamo allora ad occuparcene, sempre con il supporto del prof. Marco Montali al quale chiediamo quali sono i principali quesiti che gli vengono posti a questo proposito nell’ambito degli incontri pubblici sul tema, che vedono sempre più protagonista il grande pubblico, al di là degli addetti ai lavori.

C’è molta curiosità sul funzionamento di queste tecnologie. La prima cosa che noi accademici cerchiamo di spiegare è che non esiste una sola intelligenza artificiale. Esistono infatti in particolare due grandi famiglie. La prima è quella del ragionamento automatico in cui siamo noi a dare la conoscenza alla macchina e poi lei ragiona sulle regole ricevute. La seconda è quella dell’apprendimento automatico, in cui io non fornisco le regole, ma solo degli esempi e dei dati che vengono automaticamente digeriti dall’algoritmo, che dunque in qualche modo impara le regole in modo implicito. Sembra solo una questione tecnica ma in realtà tra l’uno e l’altro concetto cambia davvero tutto. Se io per esempio ho un chatbot (software progettato per simulare una conversazione con un essere umano) che funziona con delle regole prestabilite, quando io gli chiedo una cosa lui mi risponde sulla base di quelle regole. Se invece io ho Chatgpt che ha appreso delle regole implicite su come generare il testo – “digerendosi” tutta la biblioteca di Babilonia che abbiamo sul web – come risultato mi ritrovo senz’altro con delle risposte molto sofisticate, però di fatto non so quali regole il sistema sta utilizzando, perché restano “nascoste”. 

Il quesito è allora: l’intelligenza artificiale in questo caso sta generando delle informazioni “plausibili” secondo dei parametri statistici oppure va a prendere queste informazioni da un’altra parte? 

Risponderei in due fasi. Per prima cosa: focalizziamoci su ChatGPT nella versione nuda e cruda che si può utilizzare sul sito di openai. In questo contesto, ricordiamo che GPT è un acronimo. “G” sta per “generativo” (a indicare che genera del testo mai prodotto), “P” sta per “pretrained” ovvero che la fase in cui lui ha digerito i testi è fatta e finita e non vengono più aggiunti altri testi. “T” invece sta per “trasformer”, che è l’architettura di rete neurale che il programma utilizza per l’apprendimento. La “P” qui indica proprio che il chatbot non va a recuperare informazioni in tempo reale da nessuna fonte, ma utilizza in modo statistico i testi che si è “predigerito”, senza quindi nessuna garanzia di correttezza. Se sappiamo questo allora non ci può stupire il fatto che il sistema possa generare informazioni false. O, meglio, plausibili ma non necessariamente vere, come detto. 

C’è però una “seconda fase”: ChatGPT viene sempre più spesso mescolato con altre tecnologie, rendendo sempre più difficile capire cosa stia davvero succedendo dietro le quinte. Un esempio per tutti: la versione di ChatGPT (o, meglio, l’ulteriore evoluzione chiamata GPT-4) che è integrata in Bing, integra in un unico software le capacità conversazionali di GPT-4 con quelle di recupero di informazioni dal web fornite da Bing. La correttezza fattuale di quello che viene prodotto cambia qui, e di molto.

Lavoro flessibile: pro, contro e una domanda

Dopo la stagione acuta del Covid, il cosiddetto “lavoro flessibile” è rimasto nelle amministrazioni pubbliche come uno degli effetti di lungo periodo. Arge Alp ha raccolto le esperienze dei suoi territori, tra cui quello altoatesino, basate su indagini svolte tra i dipendenti. “Lavoro flessibile”. Ma per chi?

La Provincia di Bolzano ha mantenuto per il suo personale lo “smart working”, quella forma di “lavoro agile” che era già stata inserita nel contratto collettivo intercompartimentale nel 2020. Sulla base di accordi individuali con il datore di lavoro, attualmente più di tremila dipendenti provinciali svolgono parte del loro orario d’ufficio da casa.

Secondo il Direttore generale della Provincia, Alexander Steiner, “il lavoro agile, in emergenza, è stato uno strumento cruciale a garanzia della sopravvivenza del nostro sistema economico, sociale e sanitario. Ora, però, dopo esserci lasciati alle spalle due anni straordinariamente complessi, può rappresentare un elemento chiave per portare aria nuova nelle nostre organizzazioni, rimettere le persone al centro della struttura del lavoro e finanche ristabilire il necessario equilibrio tra uomo e natura”.

Due indagini svolte tra i dipendenti provinciali hanno provato a verificare pro e contro del lavoro a distanza. Sarebbero principalmente due gli aspetti nei quali è stato riconosciuto il beneficio dello smart working: nelle maggiori possibilità di conciliazione vita-lavoro e nel risparmio di tempo per gli spostamenti. Gli aspetti percepiti come più problematici si sono rivelati essere l’isolamento e la carenza di informazioni rispetto a quanto accade in ufficio, la dotazione tecnologica e la comunicazione coi colleghi. I partecipanti all’indagine hanno in generale espresso il proprio interesse a proseguire l’esperienza di smart working anche in futuro, preferibilmente per un paio di giorni a settimana.

Sembra evidente, dalle indagini e dall’esperienza, che il lavoro “da casa” piace a molti dipendenti. I motivi profondi e le conseguenze nel tempo dovranno forse essere messi a verifica con indagini più strutturate. Certamente ci si può domandare fin d’ora che cosa pensano gli altri cittadini, che sono utenti e destinatari del lavoro dei dipendenti pubblici: sono anch’essi soddisfatti e a loro agio nella flessibilità del nuovo modello organizzativo?

Autore: Paolo Bill Valente

La strada dedicata a Peter Mitterhofer

Al limite sud della città e della zona industriale vi è, vicina a via Einstein, via Mitterhofer Peter.  Nato il 20 settembre 1822 a Parcines, in Val Venosta, imparato il mestiere del padre, falegname e carpentiere, Peter si mise a viaggiare, toccando vari paesi europei, per completare la sua formazione. A quarant’anni tornò al paese natale, si sposò con la vedova Maria Steidl, figlia di un carpentiere. 

Di gioioso temperamento, Peter fu in paese punto di riferimento; nel suo ambiente sviluppò alcune doti, come imitare le voci di animali, o quella del mimo, o nel far versacci; si aggiunga il ventriloquio. Ma era anche musicista:  padroneggiava la chitarra e la viola da gamba. Alcuni strumenti se li costruì da sé.  Annunciava con appositi manifesti le serate di intrattenimento,  a Parcines, a Merano e altrove. La sua creatività lo spingeva a escogitare migliorie e invenzioni e a metterle alla prova, per aiutare i contadini, o le casalinghe.Volò ancor più alto con la fantasia e la creatività, decidendo di por mano alla costruzione di una macchina per scrivere. Di tale macchina, inventata nel 1864, sviluppò man mano cinque modelli, due dei quali in legno con caratteri che  a punte di aghi perforavano la carta, e tre modelli in metallo per la battitura dei caratteri. Per far sviluppare la sua invenzione, presentato nel 1866 il primo modello in metallo, il 25 febbraio 1867 fu sovvenzionato con 200 fiorini dall’imperatore Francesco Giuseppe. Costruiti altri due modelli, si presentò a Vienna con il quinto modello; l’imperatore acquistò la macchina per 150 fiorini. Nel 1873, colpo di scena, la ditta americana Remington lanciò sul mercato una macchina da scrivere prodotta in metallo, corrispondente esattamente al sistema elaborato da Mitterhofer. Fu per lui un duro colpo dover vedere che i propri sforzi intellettuali non avessero prodotto il sia pur minimo successo materiale. 

Amareggiato, si ritirò nella semplicità della sua vita professionale d’origine. Morì senza eredi il 27 agosto 1893; fu sepolto nel cimitero del suo paese natale, accanto alla chiesa.

Autore: Leone Sticcotti

Il solido ritornodi Frederick Helmut Pinggera

Col suo disco di debutto, all’età di quasi sessant’anni, Frederick Helmut Pinggera, venostano di nascita ma pusterese d’adozione, si era guadagnato la palma di rivelazione dell’anno nel 2018, come ospite applauditissimo al Tom Keller Show di Rai 3 Sender Bozen e poi organizzatore di un riuscito festival per cantautori nella suggestiva Dobbiaco, per non dire degli applauditi concerti in supporto al disco. Cantautore rock a tutto tondo, con modelli del calibro di Springsteen e Zucchero, Pinggera ha creato un genere tutto suo, complice una voce unica e vincente, in cui le lingue si mescolano nell’ambito della stessa canzone, in particolare nel nuovo disco, intitolato Fred 22, in cui oltre a tedesco e inglese troviamo anche ladino e italiano, trattati con eguale competenza linguistica.

Oltretutto, con l’alternanza del tedesco all’inglese e al dialetto sudtirolese si crea, nelle liriche una sorta di gramelot che vince su tutti i fronti, quando solitamente, con un paio di eccezioni, le asperità della lingua germanica mal si adattano al rock e suoi derivati.

“In un primo momento – ci racconta Pinggera –, il disco avrebbe dovuto avere un titolo diverso, poi il grafico ha creato questa scritta scambiando per titolo un appunto che gli avevo lasciato, ed è venuto fuori con questa scritta, che suonava un po’ come l’autostrada A22. Ci è sembrato funzionasse benissimo, così l’altro titolo me lo tengo buono per la prossima volta. Le registrazioni sono state fatte da Marc Giugni, Magoman, come mi piace chiamarlo, nella sua cantina.”

Il modo di lavorare è sempre lo stesso, Pinggera porta le sue idee e le butta giù con la chitarra acustica, le canzoni vengono registrate e poi Giugni ci lavora su suonando da solo chitarre, basso, batteria e tastiere.

“I brani – ci spiega il cantautore rocker – sono come un’ossatura intorno a cui Magoman mette la carne, o più poeticamente, come dei bimbi a cui cuce addosso un cappottino. Lascio tutto a lui il lavoro di sartoria: a volte li veste con pantaloncini corti e maglia a righe, altre con il giubbotto di pelle da rocker. Poi lasciamo tutto lì un po’ per riascoltarlo a distanza e capire se suona bene. Va sempre a finire che mi affeziono a tutti i bambini e a tutti i vestiti.”

E quanto a suonare, suonano indubbiamente bene. Pinggera ha una vena creativa molto felice, sembra che per lui scrivere canzoni sia la cosa più naturale del mondo”. Giugni da parte sua dimostra un eccellente gusto musicale, molto rock quando c’è da esserlo. Il brano iniziale, Il falco, suona come un potenziale hit radiofonico, la conclusiva Fliach me hoam ha i toni della ballad da titoli di coda, le chitarre sono sempre al posto giusto, il suono dell’organo convince. Il blues di I spiel in blues firr diar ha il suono del blues più verace, lontano da essere una citazione di qualcosa di già ascoltato. Partigiano e partigiana suona come un folk rock in stile Gang e il brano in ladino Tucela por Diana, pare una delicata ninnananna impreziosita dal controcanto della cantante di madrelingua Maria Craffonara.

“Spesso le canzoni nascono di notte – ci confida Frederick –, mi sveglio di colpo con delle immagini che mi girano attorno. Prendo appunti sul cellulare per non perdere gli spunti. Al mattino poi li trascrivo, e magari nella trascrizione qualcosa muta o si perde. Dopo qualche giorno li rileggo e sento che c’è qualcosa che non è come vorrei, magari una parola che suona troppo comunemente, allora riprendo gli appunti e scopro che lì c’era la parola giusta e che nella lucidità del giorno l’avevo cambiata, perdendone l’effetto. Il brano Il falco ha avuto una genesi particolare, la prima volta che si è manifestato è successo nel 2020, quando Reinhold Giovanett mi è venuto a intervistare a casa, mi dava la sensazione di essere di passaggio, un po’ come il falco. Quando è presente, è presente, ma non vuole essere presente più di tanto. Ma c’è anche un’altra cosa cui il brano è legato, mi trovavo a Fez, in Marocco, dove ci sono i falchi che volano sui monti dell’Atlante e si dice che portino l’anima dei morti; mentre ero lì ho ricevuto una telefonata da mia mamma che voleva dirmi che era stanca, ma di non preoccuparmi, di godermi il viaggio. Il giorno dopo mi ha chiamato mio fratello per dirmi che la mamma non c’era più. La canzone parla anche di questo”.

Oltre a Pinggera e Giugni, nel disco si possono ascoltare la già citata Maria Craffonara al canto, il gardene Tommy Vinatzer e la sua pedal steel guitar, che pennella col suo suono allungato un paio di brani. Ci sarebbe anche la bella voce di Annika Borsetto in ben tre brani ma, unica nota negativa, per qualche inspiegabile ragione è rimasta sepolta nel missaggio e la si percepisce appena.

Autore: Paolo Crazy Carnevale

Insalata di cetrioli

Ingredienti

Ingredienti per 2 persone:
2 cetrioli, 1 arancia, 100g di spinacini freschi, mezza cipolla rossa, 80 g di feta o ricotta, pinoli
Dressing: 6 cucchiai Olio, 3 cucchiai acqua tiepida, 3 cucchiai succo di limone, 1 spicchio
aglio, 1 cucchiaino miele, 1 cucchiaino senape, origano, sale fino, pepe

Preparazione

Lavate il cetriolo e tagliatelo a rondelle mantenendo la buccia. Tagliate a fettine anche l’arancia. Affettate la cipolla rossa molto sottile utilizzando una mandolina o un coltello affilato. Lavate bene le singole foglie degli spinaci e mettete il tutto in una ciotola.
Per il dressing: in un mixer aggiungete l’olio extravergine di oliva, l’acqua tiepida, il succo di limone, il miele, la senape e lo spicchio d’aglio pelato e schiacciato con un cucchiaio fino ad ottenere una purea. Emulsionate per circa due minuti e aggiustate di sale e pepe, regolando la consistenza del condimento, aggiungendo olio o acqua tiepida.
Versate il dressing nella ciotola dove avete messo i cetrioli, l’arancia, la cipolla e gli spinaci, poi aggiungente il formaggio feta sbriciolato e i pinoli. Mescolate bene il tutto e servite.

Mitologie

“Non potevamo andare avanti senza di lui” ha annunciato Enrico Goliardini, fedele sostenitore del carismatico leader di Forza Italia. “Per questo motivo abbiamo messo insieme tutti i nostri risparmi e, unendo la potenza dell’Intelligenza Artificiale con le tecnologie più innovative, abbiamo creato il cyborg di Silvio Berlusconi”. Ma non è tutto: in questa nuova incarnazione cibernetica, Berlusconi ha ricevuto un tocco femminile. Il cyborg sfoggerà un corpo da donna, con capelli lunghi e tutto il fascino che l’ex Primo Ministro italiano ha sempre incarnato.

Autore: Roberto Tubaro

Il buono del calcio

C’è stato un giorno in cui il calcio era “uno sport di squadra giocato con un pallone su un campo di gioco rettangolare, con due porte, da due squadre composte da 11 giocatori”. 

Ma quel giorno ormai è lontano. Molto lontano. Basti vedere le cronache di questi giorni. Non c’è settore delle redazioni giornalistiche che non se ne occupi. Dall’economia alla cronaca giudiziaria, dalla politica alla cultura e spettacolo. Se ne occupano anche le pagine di sport ma, spesso, non tanto per parlare di calcio giocato quanto di “calciomercato”, personalismi vari, squalifiche e penalizzazioni. 

Oggi ormai lascia il tempo che trova lanciarsi in facili moralismi sul peso, senz’altro esagerato, che questa pratica sportiva e tutto quanto vi è connesso ha assunto nelle vite di tutti noi, volenti e nolenti. Quindi non resta che cercare – e quindi valorizzare – tutto ciò che vi è di buono in questa passione, in questi giorni condivisa anche da chi normalmente non trepida per la “propria” squadra. 

Il mese di giugno 2023 resterà comunque nella nostra memoria, nel bene e nel male. Infatti in 30 giorni si giocheranno niente meno che tre finali europee con squadre “italiane” protagoniste, una nations league che potrebbe vedere la (parziale) risurrezione della “nazionale” e – dulcis in fundo ma neanche tanto – i play off che incredibilmente hanno visto protagonista, in serie B, la squadra del Südtirol.

La squadra altoatesina è andata molto al di là delle più rosee aspettative, lanciando a livello nazionale un’idea di calcio (e di Alto Adige) che, a ben vedere, ci piace assai. Una proprietà condivisa, pochi debiti, una squadra dove etnie, provenienze geografiche e lingue passano in secondo piano. Un gruppo molto affiatato, coeso, super organizzato in difesa ma in grado di ripartire con creatività sfruttando le poche occasioni per fare gol che si presentano, di partita in partita. Tenendo duro e credendoci fino all’ultimo secondo. 

Dobbiamo essere riconoscenti a questa società e a questi giocatori che ci stanno dipingendo in Italia meglio di quello che siamo. Forse è il caso di approfittarne, seguendone l’esempio.

Autore: Luca Sticcotti