La stagione mutevole

Ci addentriamo nella stagione mutevole e variabile, in cui la neve potrebbe riaffacciarsi sulle cime più alte, i primi temporali cattivi annunciarsi imprevedibili, imponenti cumulonembi ingombrare il cielo e regalarci qualche sgocciolata, squarci di azzurro impossessarsi della scena e, in men che non si dica, far risplendere il sole; sole che batte già forte e chi soffre il caldo e di pressione bassa lo sa, sa perfettamente che i prossimi mesi saranno uno smisurato banco di prova per la nostra sopportazione fisica. Venti audaci da una valle con il bel tempo si spostano velocemente verso un’altra vallata, in cui il temporale, come una calamita, richiama a sé tutto il carburante disponibile. Difatti l’aria, che è un elemento molto sensibile, spesso si comporta come un fluido, viaggia e accarezza l’erba, i prati e le cime boschive da una zona di alta pressione indirizzandosi verso la zona di bassa pressione per colmarne il deficit; le sue raffiche, qualora, potrebbero risultare animose e malvagie. Il mese di maggio – che da poco ci siamo lasciati alle spalle – è proprio così, un altare di lenzuola di brandelli di nuvole sui fianchi delle montagne, come batuffoloni di cotone e di panna montana, di vette celate, di scrosci di pioggia in lontananza, di strade d’asfalto ancora tappezzate d’umidità al mattino, di un verde corale e vario ma meno timido, di alberi carichi di foglie, di vie e di viali ombrosi, di canti continui di uccelli e di uccellini. I merli giocherellano a nascondino e a farsi i dispetti, si rincorrono e artigliano allegramente per poi darsi alla macchia in una grande siepe muraria. Il cuculo, accovacciato sui rami di un olmo, con il suo caratteristico verso ci avvisa della sua presenza e sovrasta il frastuono urbano. Maggio è il tempo di battesimi e di pranzi, di camminate e di escursioni in città come in montagna, di tarassachi e di fioriture di acacie, di tamerici e cisti, di lupinelle e timi, di sciamature delle api e di larve di coccinelle. Nutriamoci dunque di tutte queste piccole grandi ‘distrazioni’, perché non c’è cosa migliore che osservare, descrivere, conservare e respirare la natura, portarla dentro di sé in attesa del prossimo fine settimana per evadere nuovamente. La siccità non è svanita, né si è attenuata, ma la dinamicità meteorologica, forse, ne sta alleggerendo un po’ la morsa. Le piantine acquistate nei vivai o fatte germinare nei semenzai domestici sono pronte per trovare spazio in vasi capienti nel BalconORTO e in piena terra. Cavoli, pomodori, peperoni, zucchine, fagioli , insalate e cetrioli sono pronti. Chi semina amore raccoglie felicità?

Autore: Donatello Vallotta

Mattarella: “La Costituzione era il vangelo laico di don Milani”

Il centesimo anniversario della nascita di don Lorenzo Milani – Firenze, 27 maggio 1923 – cade a pochi giorni dal 2 giugno. Così l’intervento a Barbiana del presidente Sergio Mattarella assume un significato particolare. Non si parla astrattamente della Repubblica, ma di una concreta testimonianza e dei suoi frutti.

Il Presidente sottolinea, di don Lorenzo, il ruolo di maestro, di educatore, di guida per i giovani. “Testimone coerente e scomodo per la comunità civile e per quella religiosa del suo tempo. Battistrada di una cultura che ha combattuto il privilegio e l’emarginazione, che ha inteso la conoscenza non soltanto come diritto di tutti ma anche come strumento per il pieno sviluppo della personalità umana”.

Lo descrive come “un segno di contraddizione, anche urticante”, una voce che “ha adempiuto alla funzione che più gli stava a cuore: far crescere le persone, far crescere il loro senso critico, dare davvero sbocco alle ansie che hanno accompagnato, dalla scelta repubblicana, la nuova Italia”.

Era stato mandato a Barbiana, microscopico borgo tra i boschi del Mugello, “perché i suoi canoni, nella loro radicalità, spiazzavano l’inerzia”. E benché i suoi modi – ma anche “la sua fede esigente e rocciosa” – destassero apprensione in qualche autorità ecclesiastica”, proprio da quel monte, “in tempi lontani dalla globalizzazione e da internet” “il messaggio di don Milani si è propagato con forza fino a raggiungere ogni angolo d’Italia; e non soltanto dell’Italia”.

“Il merito”, sottolinea Mattarella, “non è l’amplificazione del vantaggio di chi già parte favorito. Merito è dare nuove opportunità a chi non ne ha, perché è giusto”. E aggiunge: “Aveva un senso fortissimo della politica don Lorenzo Milani. Se il Vangelo era il fuoco che lo spingeva ad amare, la Costituzione era il suo vangelo laico. ‘Ho imparato che il problema degli altri è eguale al mio. Sortirne insieme è la politica. Sortirne da soli è l’avarizia’. Difficile trovare parole più efficaci”. Il suo “I care”, conclude il Presidente, è divenuto un motto universale. Il motto di chi si libera dall’egoismo e dall’indifferenza. “Un grande italiano che, con la sua lezione, ha invitato all’esercizio di una responsabilità attiva”.

Autore: Paolo Bill Valente

La strada dedicata a don Narciso Sordo

Per accedere da via Resia al “Quartiere Firmian” vi è anche “via Narciso Sordo”. Chi era e cosa fece? Nato il 15 gennaio 1899 a Casteltesino (Trento), dopo l’arruolamento, il confino politico, la ripresa degli studi, divenne sacerdote il 29 giugno 1922. Cooperatore parrocchiale ad Arco, fu poi animatore della parrocchia del Duomo. Docente e prefetto del Liceo vescovile di Trento, si laureò in Scienze Sociali a Bergamo; passò poi all’Istituto Agrario di S. Michele all’Adige. Fu tra i pochi che non condividevano quanto proponeva e imponeva il regime fascista. Dall’autunno 1942 fu a Bolzano come cooperatore della parrocchia San Giovanni Bosco, nel quartiere noto per le “Semirurali”. Insegnante di catechismo nella scuola del quartiere, al termine dell’anno scolastico rientrò a Casteltesino per un soggiorno in famiglia; in tempi di occupazione nazista, si dedicò ai figli degli sfollati. Quando i partigiani il 14 settembre 1944 attaccarono la caserma del CST di Casteltesino, ci fu una tremenda reazione dei tedeschi. Oltre a rastrellare tutta la zona occuparono il paese. Ci furono diversi arresti; la mattina del 10 ottobre 1944 fu arrestato don Narciso, il quale si mise a confessare e confortare gli altri prigionieri; in serata fu rilasciato. Quattro giovani partigiani furono fucilati. Don Narciso, pur conscio di essere controllato, continuava i contatti con i partigiani. Arrestato il 10 novembre 1944, don Narciso, prigioniero a Grigno e poi a Roncegno, il 10 dicembre 1944 passò al Lager di Bolzano, assegnato al blocco E, dei politici, con il numero 7120. Don Narciso, oltre a privarsi della propria razione per sfamare gli altri, animò e incoraggiò i compagni, pregando per loro. All’inizio del febbraio 1945 fu tra i deportati trasferiti a Gusen. Sopportò con serenità, pur essendo malato, i lavori pesanti, mentre confortava e incoraggiava i compagni. Mentre era sottoposto a docce fredde, suonò l’allarme. Non vedendolo arrivare al rifugio, scesero al lavatoio, dove lo trovarono morto. Era il 13 marzo 1945. Il suo corpo fu bruciato.

Autore: Leone Sticcotti

Noi 3, loro 2: Caramelage, un connubio a suon di standard

Franco Mugliari è un personaggio con radici musicali molto profonde nella scena locale, radici che affondano nella Bolzano beat e in quella più “impegnata” e cantautorale dei primi anni settanta: la sua passione però è il jazz e da alcuni anni, oltre a studiare con applicazione il contrabbasso, ha stretto un produttivo sodalizio con Toni Gazzignato, batterista di lungo corso ed esperienza e con lo straordinario Walter Pitscheider, chitarrista, sassofonista e arrangiatore.

Dopo aver realizzato un paio di dischi, assumendo dal secondo in poi la denominazione Noi 3, il gruppo torna in questi giorni con un elaborato e riuscito progetto in cui, coronando il sogno di avere anche delle registrazioni cantate, ha coinvolto Angela Musolino e il veterano Sergio Lazzarin dando vita ad un estemporaneo quintetto molto ben assortito e ad un riuscito CD intitolato Caramelage.

“Walter, che è quello bravo del trio – dice scherzando Mugliari –, si annoia perché deve fare tutto lui, così è nata l’idea di provare a fare qualcosa in formazione allargata, e visto che con Sergio eravamo in contatto da tempo gli abbiamo proposto di provare qualcosa con noi. Walter dal canto suo conoscendo Angela per motivi professionali l’ha invitata a partecipare alle prove. Si è creato subito il mood giusto, e quello che a me piace di più è il fatto che Sergio non fosse un crooner di formazione e che Angela non venisse da un background jazz e non avesse mai cantato in altra lingua che in italiano”.

“A casa mia – spiega Angela – si è sempre cantato nei raduni familiari, musica melodica italiana, stornelli, ed io non avendo una formazione specifica cantavo per diletto, come accade nelle famiglie canterine. Di pari passo mi sono ritrovata poi a cantare ai matrimoni delle amiche, alle prese con un repertorio che partiva da Mina per toccare le varie sfumature della musica italiana. Non nego di aver seguito per un po’ il sogno di cantare ad un livello più elevato, poi quando non l’ho più cercato, un collega che mi ha sentita cantare mi ha indirizzata da Roberta Carlini da cui ho cominciato a prendere lezioni di canto, ed ora eccomi catapultata in una bella storia come quella di questa collaborazione. Direi che è un grande regalo che la vita mi ha fatto”. 

Dal canto suo, Sergio Lazzarin, proviene da esperienze più legate al mondo rock e pop vantando una più che trentennale esperienza nella Second Hand Revival Band, la versione allargata, da metà anni ottanta in qua degli storici 36-24-36; Mugliari ci ha messo del tempo a convincerlo che aveva le doti per cimentarsi con un repertorio così differente.

“Mi hanno fatto ascoltare i cinque dischi di Rod Stewart dedicati a questo tipo di musica – confessa Lazzarin – e così ho scoperto un mondo che mi ha aperto occhi e orecchie. Poi con Angela abbiamo trovato da subito una forte sintonia, le nostre voci si combinavano bene. Scoprirmi crooner a settantaquattro anni è stato davvero una rivelazione”.

Il disco dal fantasioso titolo Caramelage, ha un significativo sottotitolo che recita: Qualcuno vuole una caramella? il riferimento è al fatto che le canzoni messe in piedi dall’estemporaneo quintetto sono come le caramelle, una tira l’altra.

Ed effettivamente, mettendo il CD nel lettore, le canzoni scorrono via piacevolmente, non importa se alcune le abbiamo ascoltate e risentite in decine di altre versioni, qui conta il momento d’insieme, il fatto che i cinque protagonisti si stiano divertendo.

Per quanto riguarda gli arrangiamenti di ciascuna canzone è stato ovviamente fondamentale l’apporto di Pitscheider, mentre Gazzignato, oltre che dietro ai tamburi, anche in questo caso è l’uomo seduto alla consolle: due figure assolutamente indispensabili, al pari degli altri, per la riuscita del disco.

Autore: Paolo Crazy Carnevale

Mitologie

Il mondo della musica è in lutto per la scomparsa della leggendaria regina del rock, Bettina Durner, detta Tina. Ribattezzata affettuosamente “La Panettiera del Rock”, ha iniziato la sua avventura musicale a Merano, dove vendeva pane fresco e cantava le sue prime note nell’osteria del paese. Ha raggiunto l’apice del successo con l’album “Simply the Speck”. Con hit come “Proud Meraner”, “Stolze Maria Himmelfahrt” e “What’s Wine Got to Do with Brixen?”, Tina ha dimostrato di saper fondere alla perfezione i suoni rock con la tradizione. Il suo singolo “We Don’t Need Another Strudel” ha fatto ballare e cantare tutti, celebrando uno dei dolci tradizionali più amati della regione.

Autore: Roberto Tubaro

L’ultima corsa del tram

Il 30 dicembre 1948 Il giornale “Volksbote” pubblicò la notizia dell’ultima, malinconica corsa del tram tra Bolzano e Laives.

A quanto risulta, le due vetture erano deserte, i soliti passeggeri notturni si erano già ritirati nelle loro abitazioni. Non ci furono manifestazioni di “congedo” ma in cuor loro i Laivesotti erano sicuramente tristi. Infatti, per molti decenni gli abitanti di Laives avevano sognato di avere a disposizione una propria linea tranviaria che li collegasse comodamente alla città capoluogo. Le automobili non erano ancora molte e per gli spostamenti quotidiani verso l’ospedale, i mercati o gli uffici amministrativi bolzanini spesso non rimanevano che la bicicletta o il carretto trainato da un mulo. Sembrava, quello del tram, un sogno impossibile ma poi, nei primi anni trenta del XX secolo, il sogno si avverrò e di fronte al ristorante “Casagrande” venne finalmente inaugurato il capolinea del tram. La sala d’attesa era sistemata nella vicina casa Koch dove oggi si trova la tabaccheria Barbon. Ai margini del piazzale di sosta, che fungeva anche da officina, c’era una piccola edicola che negli anni successivi si trasferì nei locali lasciati liberi dalla sala d’attesa. 

Dunque, dopo neppure un ventennio, la linea tranviaria fu sacrificata – così si disse –  “al progresso”, ai tempi moderni e alle necessità della nuova era industriale. In prospettiva, un errore clamoroso. 

Scrisse il giornale: “Quest’anno abbiamo un natale verde, neppure sulle montagne più alte c’è traccia di neve. Le temperature miti dell’autunno, a quanto sembra, continueranno anche durante l’inverno. Le viti avrebbero urgente bisogno della bianca coltre protettiva per ripararsi dal freddo. Il lungo periodo di siccità sta già causando problemi all’approvvigionamento dell’acqua potabile.” Come si vede, i cambiamenti climatici non sono una “conquista” dei nostri tempi. Dopo questa lunga premessa “climatica”, che evidentemente gli stava molto a cuore, il cronista annunciò che “il 23 dicembre è stata definitivamente chiusa la linea tranviaria tra Bolzano a Laives. Una vecchia struttura molto apprezzata è dunque scomparsa. La linea Bolzano – Gries fu inaugurata 41 anni fa, quella tra Bolzano e Vurza nel 1914. La strada tra Vurza e Laives doveva essere percorsa a piedi o su qualche carro di passaggio. Nell’anno 1931 fu costruito anche il tratto tra Vurza e Laives e da allora Laives e Bolzano erano collegate completamente tramite la linea tranviaria.”

Prosegue l’articolo: “Il mezzo moderno dell’autobus ha dunque sostituito il tram. In questa sede siano ringraziati i dipendenti del tram, che hanno svolto il loro servizio con dedizione esemplare e gentilezza, aiutando gli anziani a salire e scendere dalle carrozze. Diversi dipendenti del tram sono passati alla SASA, che ora svolge il servizio di trasporto in città e tra le due località. Ma siamo certi che molte persone e in particolar modo gli anziani stiano già rimpiangendo il vecchio tram, che era diventato una parte essenziale della vita quotidiana del paese. Ma i nostri tempi richiedono la modernizzazione dei servizi di trasporto e perciò non resta che adeguarsi.”

Un altro giornale, il “Dolomiten”, il giorno 24 dicembre pubblicò la notizia che “finalmente il vecchio tram è andato in pensione. La sua morte non è stata facile. Fino all’ultimo momento non era certo che il nuovo servizio di autobus fosse pronto. L’avvio fu rinviato per diverse volte e molti sostenitori del tram cercavano di rallentarlo. Una volta mancava l’autobus di scorta, che la SASA doveva avere nel proprio parco macchine, un’altra le necessarie autorizzazioni della motorizzazione civile. Finalmente, a mezzanotte, dopo l’ultima corsa, il tram è definitivamente rientrato nel deposito e oggi, dalle cinque di mattina, sono in sevizio i nuovi autobus della SASA.” 

Autore: Reinhard Christanell

Famiglia

Com’è noto nei giorni scorsi in Italia si è svolta la terza edizione degli “stati generali” della natalità, che hanno anticipato solo di qualche giorno la giornata mondiale della famiglia, che si celebra ogni anno il 15 maggio. 

Molte sarebbero le cose da dire, in merito. Per quanto riguarda gli “stati generali” senz’altro sono da evidenziare da un lato l’impegno preso dalla premier ad incrementare finalmente il sostegno pubblico, economico e non solo, alle donne e alle famiglie che desiderano avere dei figli. E dall’altro il monito del papa, a “non contrapporre accoglienza e natalità”. 

Non sono impegni da poco, né per la leader civile né per quello religioso. 

La premier infatti basa statisticamente il suo consenso su un elettorato non giovanissimo, per usare un eufemismo, e nel quale è piuttosto diffusa una certa avversione nei confronti degli stranieri che, in un modo o nell’altro, arrivano nel nostro paese. Il medesimo problema anagrafico nel suo “gruppo di consenso” ce l’ha anche il capo della chiesa cattolica che, nell’accoglienza, deve anche superare l’ancestrale “diffidenza” nei confronti dei fedeli di altre religioni. 

Se andiamo più nello specifico, per quanto riguarda la famiglia e la natalità, forse è utile ricordare il motivo per cui la giornata mondiale della famiglia è stati varata dall’ONU 30 anni orsono, nel 1993. Questa ricorrenza è stata istituita per “diffondere una maggiore consapevolezza a livello globale in merito ai processi sociali, economici e demografici che coinvolgono le famiglie nel mondo”. 

Va senz’altro sottolineato che i “problemi” che incontrano oggi le famiglie come nucleo fondamentale della società, sono profondamente diversi tra un paese e l’altro, muovendosi tra i continenti. Le cause sono molteplici: culturali, economiche, religiose, ecc. Per questo la giornata mondiale delle famiglie in qualche modo rappresenta un richiamo ad affrontare questa tematica insieme, rilanciando principi e valori, che si basino sulla condivisione e il sostegno vicendevole. 

Il nord e il sud del mondo vivono il “problema” della natalità in modo assolutamente speculare. Per questo occorre valorizzare un dialogo che metta al centro innanzitutto un concetto condiviso di famiglia, in cui la donna non sia in nessun modo discriminata. E in cui la nascita dei figli sia una responsabilità condivisa al 100%, non solo nella coppia ma anche nella società, nell’ottica della costruzione del futuro. Il futuro di tutti noi.

Autore: Luca Sticcotti

Pregiudizio razziale e pregiudizioetnico sono parenti stretti

Il 14 luglio del 1938 fu pubblicato in Italia il “Manifesto degli scienziati razzisti”. Esprimeva l’ideologia, fatta propria dal governo di allora, su cui fu costruita in poche settimane la legislazione antiebraica – le leggi razziali – approvata nel corso del 1938 e attuata a tappe ravvicinate negli anni successivi.

Al punto 1 gli “scienziati razzisti” scrivevano: “Le razze umane esistono. L’esistenza delle razze umane non è già una astrazione del nostro spirito, ma corrisponde a una realtà fenomenica, materiale, percepibile con i nostri sensi. Questa realtà è rappresentata da masse, quasi sempre imponenti di milioni di uomini simili per caratteri fisici e psicologici che furono ereditati e che continuano ad ereditarsi.”. Al punto 6: “Esiste ormai una pura razza italiana”. E al punto 7: “È tempo che gli Italiani si proclamino francamente razzisti”.

Nel 2008 un gruppo di “scienziati antirazzisti”, tra cui Rita Levi Montalcini, pubblicò il Contromanifesto che si apre con l’affermazione (punto 1): “Le razze umane non esistono”. “L’esistenza delle razze umane è un’astrazione derivante da una cattiva interpretazione di piccole differenze fisiche fra persone, percepite dai nostri sensi, erroneamente associate a differenze ‘psicologiche’ e interpretate sulla base di pregiudizi secolari. Queste astratte suddivisioni, basate sull’idea che gli umani formino gruppi biologicamente ed ereditariamente ben distinti, sono pure invenzioni da sempre utilizzate per classificare arbitrariamente uomini e donne in ‘migliori’ e ‘peggiori’ e quindi discriminare questi ultimi (sempre i più deboli), dopo averli additati come la chiave di tutti i mali nei momenti di crisi”. Punto 6: “Non esiste una razza italiana ma esiste un popolo italiano”. Punto 7: “Il razzismo è contemporaneamente omicida e suicida”.

Il giorno dopo la pubblicazione del Manifesto della razza, il 15 luglio 1938, Josef Mayr-Nusser parlò al direttivo della Gioventù di Azione cattolica di Bolzano: “Oggi tutti parlano della comunità etnica alla quale tutto il resto dovrebbe essere subordinato. Valori come ‘sangue e suolo’ … vengono oggi assolutizzati e la vita culturale di interi popoli viene costruita su fondamenta insicure, come lo è tuttora la questione razziale. Il singolo ha valore esclusivamente in quanto membro del corpo etnico”.

Pregiudizio razziale e pregiudizio etnico sono parenti stretti. E tutto ciò che non rispetta il principio della dignità intangibile di ogni singola persona in quanto persona, è semplicemente disumano.

Autore: Paolo Bill Valente

La via dedicata ai Ventafridda, in zona

Tra le vie minori in zona industriale vi è via Domenico e Vincenzo Ventafridda. Diamo qualche notizia sul secondo, per il ruolo che ebbe per Bolzano. Dopo aver contribuito al successo del complesso produttivo della Società “Falck A.F.L.”, nel 1941 giunse  a Bolzano con la nomina di procuratore speciale e il 29 maggio 1942 assunse la carica di direttore generale delle Acciaierie di Bolzano, che mantenne fino al 1966, rimanendo nel contempo vicedirettore della Falck di Milano. Dirigente industriale di alte doti, tecnico valente e preparato, diede notevole contributo al progresso della moderna elettro siderurgia per la fabbricazione degli acciai speciali. La sua opera permise, nei difficili anni dal 1943 al 1946, la conservazione degli impianti e, a guerra finita, il potenziamento e l’ammodernamento dei mezzi di produzione. Non svolse solamente la sua opera di tecnico, ma anche una intensa attività di assistenza morale e materiale  a favore degli italiani, specie dei lavoratori della zona industriale e degli internati nel locale Lager, conducendo a buon fine, nei difficili momenti, delicate trattative con le autorità di occupazione. Fu sempre interessato alla vita della città e in particolare ai problemi dei quartieri operai. Lavoratore instancabile, dinamico, appassionato del suo lavoro, è stato stimato e  amato dalle maestranze e da quanti ebbero modo di conoscerlo, apprezzandone le doti. A Bolzano ebbe  incarichi dirigenziali in vari ambiti; tra l’altro, oltre che dell’Associazione industriali, dell’Ospedale civile, della Croce Rossa Italiana, dell’Istituto tecnico industriale. Generale fu il cordoglio per la sua scomparsa; dopo le esequie, che si svolsero a Milano il 12 ottobre 1982, nella chiesa di Santa Francesca Romana, la salma proseguì per Bitonto (Bari) per la tumulazione nella cappella di famiglia. Grande fu la partecipazione agli eventi funebri, con varie attestazioni pubbliche, come quelle di A.N.L.A., A.V.I.S., UNITALSI, Conferenza San Vincenzo, Associazione Industriali, Dirigenti Acciaierie.

Autore: Leone Sticcotti

Discodex: i grandi successi diAndrea Beggio ed Emanuele Zottino

Le storie musicali di Emanuele Zottino e Andrea Beggio sono partite nei lontani anni novanta e fanno echeggiare nomi come Khalmo e Croma, formazioni che si muovevano un po’ al di fuori, sia musicalmente che come raggio d’azione, degli angusti confini di questa piccola provincia spesso autoreferenziale. Negli ultimi quindici anni, le loro strade si sono incrociate spesso e i due sono stati anima e cuore di band non scontate come Controfase e RCCM: i loro anni venti del ventunesimo secolo si aprono con un nuovo progetto denominato Discodex che ha appena pubblicato un lavoro intitolato ironicamente Greatest Hits e dedicato alla produzione di brani strumentali da discoteca, ma non solo. I brani in esso contenuti sono per lo più intitolati con nome di stelle o comunque legati all’astronomia. Abbiamo chiesto loro se ci sia un motivo particolare a riguardo.

“Questo è un disco strumentale – ci ha risposto Zottino –, e quando abbiamo iniziato a lavorarci avevamo l’esigenza di nominare i file. Così, senza pensarci troppo, abbiamo dato ai pezzi che nascevano titoli provvisori riferiti allo spazio. Ricordo che dopo aver finito i pianeti, eravamo arrivati a titoli scemi come Cratere, Antimateria o Black Hole. Poi, come accade, ci si affeziona e un paio di loro si sono incollati così bene ai relativi mood che li abbiamo tenuti. Venus e Andromeda infatti sono perfetti così!”

Proprio Venus e Vesper, tra i molti brani del disco, si distinguono per la loro struttura che va molto al di là della semplice definizione di disco music elettronica. Come per le altre composizioni sono stati usati dei campionamenti tratti da composizioni altrui.

“Nei nostri brani – spiega Beggio – i campioni non sono strutturali, il nostro scopo non è quello di cercare e assemblare materiale già suonato per creare qualcosa di nuovo quanto piuttosto di inserire uno o due sample che interagiscono con il resto delle parti. In alcuni casi, come ad esempio in Drive, Alfa Gt Junior e Take Me Out, il campione è lo spunto di partenza; in altri casi, come ad esempio in Danguard e in Deutsche Disco Republik, i campioni sono stati aggiunti a pezzo compiuto, come sfumatura di colore.”

Ovviamente la domanda che nasce spontanea è quella che riguarda chi possano essere i fruitori di questa produzione, il pubblico delle discoteche o anche un pubblico che ascolta la musica a casa, in cuffia.

“La musica è ispirata alla disco elettronica – è sempre Beggio a parlare –, pensiamo che possa essere apprezzata anche al di fuori delle discoteche e attraversare diverse fasce d’età. Oltre alle suggestioni disco c’è anche un po’ di pop e minimal, il che dovrebbe far apprezzare questa musica anche a chi come me, non ha mai messo piede in una discoteca!”

L’uscita di Discodex Greatest Hits ci consente di provare a tirare le somme sulla scena attuale alla luce delle molte esperienze dei due artisti.

“Difficile dire cosa sia cambiato dai Novanta a oggi – è ora Zottino a parlare –, perché ovviamente anche noi siamo cambiati e a giudicare le cose oggi non hai lo stesso atteggiamento che avevi trent’anni fa. Ma mi piace la scena musicale oggi, per quel che conosco, e mi piace molto l’approccio che i giovani hanno alla musica di adesso e alla musica di una volta: sono sicuramente più aperti e liberi di come lo ero io alla loro età! Per quanto riguarda invece il gestire un progetto musicale, quello che trovo faticoso oggi è la sovrabbondanza di comunicazione: se una volta per suonare in giro ti bastava avere qualche contatto telefonico, ora passi molto più tempo sui profili social e ad adottare varie strategie comunicative. Per uno che vorrebbe occuparsi quasi solo di cose creative, questa comunicazione può risultare molto dispendiosa.”

Differente invece il punto di vista di Beggio, comunque interessante e condivisibile: “I Khalmo potevano permettersi di non confrontarsi con la scena locale per girare i locali e i centri sociali e tornare arricchiti di esperienza umana e musicale. Oggi la scena locale mi sembra (come allora) costituita per lo più da gruppi che orbitano a stretto raggio fra i pochi locali che ci sono in provincia. Inoltre sembra che l’idea di suonare in giro non interessi molte le nuove generazioni come invece interessava le vecchie.”

Discodex vi aspetteranno per il concerto inaugurale – “Greatest Hits release party” il 25 maggio prossimo al Sudwerk di Bolzano.

Autore: Paolo Crazy Carnevale