Alloggi per gli universitari

Consapevole dell’alto costo degli affitti e delle difficoltà che gli studenti affrontano nel trovare alloggi adeguati, la Provincia di Bolzano ha sviluppato la StuTent. L’affitto sarà di soli 1175€ al mese e comprende una serie di servizi in grado di garantire un ambiente confortevole e rilassante dopo una giornata di studio intenso. Questi servizi tengono conto ovviamente degli standard abitativi basilari del nostro territorio: aria condizionata, Jacuzzi, letto matrimoniale, birra Forst, abbonamento al Dolomiten, televisore di ultima generazione, sauna e bagno turco. A breve le graduatorie per la loro assegnazione!

Autore: Roberto Tubaro

Il sogno della ferrovia in paese

Un tempo, Laives era nota in tutta la Regione soprattutto per il clima insalubre. Nei mesi estivi i cittadini della vicina Bolzano evitavano accuratamente il paesino ai piedi del Montelargo e gli stessi Laivesotti non disdegnavano i “freschi” in luoghi di montagna come Nova Ponente e Monte San Pietro. Non tutti se li potevano permettere ma erano comunque molte le famiglie che portavano in altura la famiglia e bestiame. In autunno, il rischio di ammalarsi di malaria diminuiva e allora si riscendeva a valle. 

Anche i collegamenti viari tra Laives e Bolzano erano pessimi se non disastrosi. Prima dell’arrivo della ferrovia, non c’erano che i carri o i “postali”: ma la strada era talmente dissestata e pericolosa che solo chi doveva urgentemente spostarsi la percorreva. Certo, ogni giorno si sentiva il frastuono delle ruote dei carri trainati da buio che svolgevano il servizio di trasporto merci tra il porto fluviale sull’Adige e i mercati bolzanini ma questi, con i loro carichi pesanti, non facevano che peggiorare lo stato della strada.

Oltre all’arrivo della ferrovia a metà 800, fu la regolazione del corso dell’Adige a migliorare considerevolmente la situazione. A tal proposito, il 5 febbraio 1896 il giornale “Bozner Nachrichten pubblicò una lunga “Correspondenz” da Laives, che ben ci illustra la situazione in paese. Sorprendente la scoperta che in quel periodo ci si illudesse veramente che la linea ferroviaria appena inaugurata potesse essere spostata verso il paese per consentire in tal modo a Laives di ottenere collegamenti migliore e, addirittura, di diventare un centro sciistico.

“Il nostro paese – scrive il giornale – era malfamato tanto che chiunque ha certamente sentito parlare della temuta “morte di Laives” ovvero della febbre malarica che ha infestato per secoli il paese. Fino a quarant’anni fa, questa grave malattia era temutissima in Bassa Atesina ma oggi, grazie a Dio, la situazione è radicalmente cambiata grazie alla regolazione del fiume Adige. I terreni paludosi attraversati dalle lente acque del fiume sono stati trasformati in suolo fertile in cui cresce la vite di uva fragola che consente agli agricoltori di godere di un reddito sicuro. Anche la situazione del traffico è migliorata di molto: fino a dieci anni fa, nessuno avrebbe intrapreso una gita da Bolzano a Laives ma oggi la situazione è cambiata anche in questo senso. Nei giorni festivi e nelle belle domeniche primaverili e estive centinaia di escursionisti di entrambi i sessi visitano Laives, alcuni giungono in ferrovia, altri in sella ai cavalli e altri ancora per pedes apostolorum. Musicisti, sportivi, pittori e letterati si dirigono con piacere verso l’albergo Pfleg del signor Ebner. È un vero peccato che invece non si realizzino i sogni degli sciatori, sport che viene praticato anche dai giovani bolzanini. Il fatto che la Südbahn attraversi la valle e la stazione si trovi ad una notevole distanza dall’imbocco della Vallarsa, impedisce a questi sportivi di raggiungere comodamente le pendici montane. E purtroppo bisogna aggiungere, che il sogno dei cittadini di Laives di vedere spostata la linea ferroviaria sotto la montagna, in modo da avere finalmente la stazione in centro o addirittura ai piedi del Montelargo, pare definitamente spento. Anche i 3000 pellegrini che annualmente partono da Laives per raggiungere Pietralba dovranno continuare a recarsi dalla lontana stazione ferroviaria fino all’imbocco della Vallarsa a piedi. Siamo convinti che una fermata all’imbocco della Vallarsa sarebbe una vera e propria fortuna non solo per Laives e i turisti che la visitano ma anche per la vicina Bronzolo.”

Autore: Reinhard Christanell

Lentezza

Anche quest’anno si sono ripetute frastornandoci, le dinamiche che si innescano in occasione della festa dei lavoratori. Se è una festa bisogna festeggiare, è logico. Ma anche quest’anno s’è detto – ancora una volta e per molti motivi – che in realtà non c’è molto da festeggiare.
è forse per questo che, allora, mi sono ritrovato a consultare una volta in più la lista delle “giornate” dedicate a questo o quell’argomento che – di fatto – lascia libere ben poche caselle del calendario, per cercare un’altra “sfumatura” per questo uggioso inizio di maggio.
Ebbene: mi sono sorpreso, positivamente, scoprendo che nei pressi del primo lunedì di questo mese, già da diversi anni, si celebra “anche” la “giornata della lentezza”. “La lentezza di lunedì?”, mi sono domandato in prima battuta. Ma poi ho subito pensato che una giornata della lentezza celebrata di lunedì e per di più il primo maggio può di fatto avere anche un senso profondo.
La giornata della lentezza ci richiama una serie di questioni che, a ben vedere, sono tutt’altro che di poco conto, anzi. I ritmi frenetici che caratterizzano la nostra quotidianità e lo stress che ne consegue, spesso pongono dei grandi limiti alla qualità della nostra vita. Una vita che – dobbiamo tenerlo a mente – è appunto “una” e non ripetibile. Si tratta, insomma, della sola occasione che abbiamo per fare le cose che più ci aggradano, come lo stare con i nostri familiari, gli amici e le persone a cui teniamo.
Il motto della giornata mondiale della lentezza è “relax, take it easy”, ricordando che lentezza fa rima con leggerezza, ma non con superficialità. La leggerezza di cui parliamo è quella che ci consente di apprezzare le piccole cose e – quindi – anche rivolgere i nostri pensieri a una dimensione più retrospettiva in cui, spesso, un po’ di silenzio e una “pausa”, sono in grado di donarci la sensazione di esserci nuovamente connessi con il nostro vero “noi”. Magari dando poi il via o – meglio – creando le condizioni per un momento di riflessione. Per fermarci a osservare dove siamo, cosa stiamo facendo e quindi in definitiva anche “chi siamo”. Se rallentiamo la nostra corsa, il nostro respiro, il flusso dei nostri pensieri, siamo quindi anche in grado di modificare la nostra percezione del valore del tempo. Fino a giungere, quasi, a sorridere della contraddizione insita in una delle frasi che, forse, pronunciamo di più, ovvero “non ho tempo”.
La lentezza è uno strumento formidabile per tornare ad alimentare in noi stupore, meraviglia e gratitudine per quello che siamo e abbiamo. Diamole dunque una chance in più, ogni tanto.

Autore: Luca Sticcotti

Vite fragili e sguardi distratti

La notizia del ritrovamento del corpo esanime di una bimba neonata in un cassonetto per la raccolta degli indumenti usati in zona Città Studi a Milano ha fatto rapidamente il giro del Paese. Di fronte alla drammatica evidenza di una morte non spiegabile, s’impongono le domande sulla fragilità e sul valore della vita.

Un contenitore giallo come tanti altri, come ovunque, destinato alla raccolta di indumenti usati, il ricavato della cui vendita va a sostegno delle opere di una Caritas diocesana. Attività capace di dare lavoro, in questo caso agli operatori della cooperativa Città e Salute. Forse non è un caso che sia stato scelto proprio uno di questi cassonetti come luogo a cui consegnare il piccolo cadavere. Quasi un tardivo grido di aiuto. O la ricerca, a tempo ormai scaduto, di un frammento di prossimità.

Tra i primi a reagire al triste evento Luciano Gualzetti, direttore di Caritas Ambrosiana: “Abbiamo appreso con sgomento dai media la triste notizia”, ha detto. “Esprimiamo il nostro dolore più profondo per quanto accaduto e la nostra preghiera per la piccola vita perduta, oltre che per le persone coinvolte”. Ha ricordato come “i nostri Centri d’ascolto e i nostri servizi quotidianamente accompagnano e sostengono, spesso collaborando con i Centri di aiuto alla vita, genitori e madri alle prese con maternità indesiderate o difficili”. E ha concluso: “Avvenimenti dolorosi, come quello avvenuto ieri, ci confermano nell’impegno per la tutela e per la promozione della vita nascente e per il sostegno a nuclei familiari in difficoltà, e ci spronano a intensificare tale attenzione”.

L’appello a una maggiore attenzione e a un rinnovato impegno è forse l’unica reazione consona di fronte a una realtà che per il resto suggerisce silenzio e raccoglimento. Per chi vuole: la preghiera. Sapendo che l’unica preghiera degna di questo nome è quella che riconduce nella realtà, nella storia, sulla strada, con tutte le sue povertà, con i suoi bisogni ai quali ognuno, e non solo la Caritas o altre organizzazioni, è chiamato a dare risposta.

La veglia di domenica sera, ha detto il parroco del quartiere, è “per la mamma, il cui pancione al nono mese non è stato notato nella Milano presa dal Salone del Mobile”. Si è pregato anche “per tutte le altre persone coinvolte in questa triste vicenda. Anche noi lo siamo. Non possiamo restare indifferenti”.

Autore: Paolo Bill Valente

La strada dedicata ad Antonio Stradivari

Capita che qualcuno vedendo un violino si chieda: “È uno Stradivari?”. Dire Stradivari è infatti dire violini. E Bolzano ad Antonio Stradivari, noto come costruttore di strumenti a corda, ha dedicato una via nella zona produttiva. Nato a Cremona nel 1643 da Alessandro e Anna Moroni, dal 1667 al 1679 fu allievo di Nicola Amati (1596-1684), il personaggio più carismatico della produzione liutaria della città. Nel 1680 Antonio Stradivari aprì la propria bottega in piazza San Domenico. Morto Nicola Amati, le commesse più importanti passarono a Stradivari, la cui produzione, mentre iniziava a scostarsi dal modello Amati, aumentò considerevolmente. L’originalità di Stradivari emerse prepotentemente; ciò che lo rese famoso erano le particolari tecniche di lavorazione degli strumenti a cui dava vita, ai quali applicava specifici trattamenti. Gli “Stradivari” debbono la loro particolarità alla qualità costruttiva e al suono impeccabile. Si è stimato che Antonio Stradivari nella sua lunga carriera abbia realizzato circa 1116 strumenti, di cui 960 violini. Lo aiutarono Francesco e Omobono, due dei cinque figli che Stradivari ebbe dal matrimonio nel 1667 con Francesca Ferraboschi; morta Francesca nel 1698, dal matrimonio di Antonio nel 1699 con Maria Zambelli Costa nacquero altri cinque figli. Nel corso degli anni sono emerse, da ricerche particolari, diverse teorie sui segreti di questi preziosissimi oggetti da collezione. Oltre ai violini, Stradivari realizzò anche arpe, chitarre, viole, violoncelli, bassetti, liuti, tiorbe, viole da gamba, mandole e mandolini, pochette. Stradivari continuò a lavorare finché morì, a 93 anni, il 18 dicembre 1737. Fu sepolto nella basilica di san Domenico, nella tomba di famiglia che si trovava all’interno della cappella del Rosario. Alla vita di Antonio Stradivari, interpretato da Antony Quinn, è dedicato il film “Stradivari” del 1988, regia di Giacomo Battiato.

Autore: Leone Sticcotti

Delladio e Rossetto: è solo rock’n’roll ma continua a piacerci

Marco Delladio e Matteo Rossetto recentemente hanno dato alle stampe un EP solido di puro rock venato di blues, il cui titolo è Underwater Blues.

Per molti il rock’n’roll (in senso lato) è un genere musicale alla frutta, senza nulla da dire; basti pensare che Sting già nel 1990 o giù di lì lo aveva dichiarato definitivamente morto. Il DJ trentino Agostino Carollo, nello stesso periodo andava predicando che il nuovo rock era diventato la techno. Sono trascorsi trent’anni, eppure il rock’n’roll non accenna a spirare. Altre correnti musicali hanno smesso di esistere e – se non sono proprio morte – sono senz’altro cadute nel dimenticatoio, perdendo smalto e credibilità. Il rock’n’roll no, perché per lì è una questione di spirito; finché ci saranno ragazzi che avranno voglia di imbracciare una chitarra elettrica e rullare sui tamburi, il rock continuerà ad esserci. Chiaramente mancherà lo spirito di ribellione che era stato alla base della sua nascita, ma quello probabilmente si era affievolito già quando Elvis Presley finì sotto le sgrinfie del pessimo colonnello Parker, firmando il contratto con la major RCA.

Due che se ne infischiano totalmente delle dichiarazioni sulla presunta morte del rock’n’roll sono sicuramente Marco Delladio e Matteo Rossetto, distanti anagraficamente circa una generazione, ma vicini nella scelta della musica da suonare. Devoto al verbo rock il primo, fin da quando coi fratelli e altri tre amici aveva dato vita a una cover band dei Rolling Stones, rivelatosi poi talentuoso autore di canzoni pop-rock in anni recenti, più vicino alle sonorità del rock sudista il secondo. I due hanno dato alle stampe nelle scorse settimane un EP solido di puro rock venato di blues. Il sodalizio tra Rossetto e Delladio è di lunga data, Matteo aveva suonato nei due dischi solisti di Marco, fungendo anche da direttore artistico, ora per la prima volta Rossetto diventa primattore o quantomeno appare in copertina alla pari dell’amico e socio. “Non è stato semplice – ci racconta Marco Delladio –, Matteo ha sempre preferito fare il comprimario ed ho dovuto faticare per convincerlo a entrare in prima persona nella nuova denominazione. Ora siamo la Delladio & Rossetto Band, a tutti gli effetti. Lui preferiva stare in secondo piano, così gli ho detto che ero stufo di essere solo io a figurare in cartellone o sulle copertine. È un musicista conosciuto ed apprezzato, era giusto che avesse il meritato riconoscimento: il fatto di stare sempre nelle retrovie era un po’ un autogol. Poi lui è determinante nella fase di arrangiamento delle canzoni. Prendi questo disco, è composto di cinque brani, tre dei quali erano già apparsi nei miei due dischi da solo, ma la veste è cambiata, il blues ha preso il posto del pop-rock originale, il suono si è fatto più americano, e di questo va reso merito a Matteo”.

Ed effettivamente, ascoltando Underwater Blues – questo il titolo dell’EP – la cosa si avverte pienamente. Il brano più riconoscibile è Take Me To The Station, nonostante il ritmo più rallentato: probabilmente i Rolling Stones venderebbero nuovamente l’anima al diavolo per avere un riff ed una canzone così. In altre parti del disco, come l’iniziale You Are Clearly Not A Saint e soprattutto l’unico inedito del disco, We Left Our Troubles Behind, il rock-blues assume caratteristiche degne della miglior scuola sudista. L’unica cover del disco è un brano tradizionale mutuato, guarda caso, dalla versione che ne facevano i Rolling Stones ad inizio carriera. “Per registralo ci siamo recati in uno studio veronese – prosegue Delladio – la band doveva essere quella con cui suoniamo dal vivo, Andreas Marmsoler al basso e Federico Groff alla batteria. Il giorno prima però Andreas ha avuto un imprevisto e, con lo studio prenotato non potevamo permetterci di annullare tutto, così per l’occasione gli è subentrato Flavio Zanon, che ha fatto un ottimo lavoro. Quello che ci interessava era fare un disco live, in studio certo, ma suonato come fosse dal vivo. Avevamo prenotato solo due giornate, e la mattinata della prima è andata via solo per sistemare gli strumenti e fare i suoni, poi abbiamo registrato i cinque brani uno dopo l’altro. Il secondo giorno io ho sovrainciso le parti vocali e Matteo quelle di chitarra solista. Ti assicuro che per fare cinque brani con questa tempistica bisogna davvero pedalare. Doveva essere quasi sempre buona la prima take. E il risultato è quello che alla fine volevamo, una cosa immediata, diretta, senza fronzoli”.

Autore: Paolo Crazy Carnevale

Il “Made in Italy” del ventennio

Di recente sono tornate di moda certe idee “autartiche” (o sovraniste, come si chiamano adesso) in vari settori della vita pubblica: dalla lingua, che si pretende pura e priva di espressioni prese in prestito da altre lingue, all’alimentazione, rigorosamente made in Italy (o “fatta in Italia”, per usare l’italiano), dal lavoro alle questioni per così dire “demografiche”.  Senza voler trarre in alcun modo conclusioni affrettate, la memoria storica ci riporta inevitabilmente ai tempi in cui simili “parole d’ordine” andavano per la maggiore.

In questa sede ci limitiamo a parlare di agricoltura, anzi di verdura. Il territorio del comune di Laives è stato formato dall’opera di tre corsi d’acqua: i due fiumi, Adige e Isarco, che nei millenni hanno dato vita all’enorme palude tra il Monte di Mezzo e il conoide su cui sorge il paese e il Rio Vallarsa, che dopo l’ultima glaciazione ha trascinato a valle il materiale che ha formato il conoide stesso. Come si sa, la zona era nota per le febbri malariche che colpivano la popolazione specialmente nel periodo estivo e non a caso si parlava di “Leiferer Tod”, la morte di Laives. Il primo intervento per migliorare la situazione fu la regolazione del corso del fiume Adige ad opera dell’imperatrice Maria Teresa d’Asburgo, che permise il recupero di molti ettari di terreno agricolo e rese più sicura l’intera valle. Successivamente, nel corso dei decenni, molte zone furono sottoposte ad opere di bonifica che a loro volta contribuirono ad aumentare i terreni coltivabili a frutteto o vigneto – e, ovviamente, a verdura.

Diversi interventi sono avvenuti negli anni trenta del secolo scorso. Spesso queste lodevoli operazioni da parte dei locali agricoltori sono state strumentalizzate a fini propagandistici dal regime fascista allora al potere in Italia. Non mancavano le cerimonie in cui venivano premiati gli umili eroi della verdura, del grano o delle pannocchie di granturco. Il 16 giugno 1934 la “Alpenzeitung” pubblicò un articolo in cui si celebrava la bonifica di “diverse centinaia di ettari di terreno” a Laives. Il 22 novembre 1938 fu invece la volta della premiazione degli agricoltori di Laives che si erano specializzati nella coltivazione di verdura, in questo caso invernale. Non era questa una novità per Laives, poiché da sempre molti agricoltori locali rifornivano la vicina città capoluogo di verdura. Tra le autorità presenti, il giornale cita “S.E. il Prefetto, il Federale, il Podestà di Bolzano, il Presidente dell’Unione Agricoltori On. Miori, il Direttore dell’Unione Agricoltori, il Comandante dei Reali Carabinieri di Laives, il Segretario Provinciale del Dopolavoro”.

Davanti al municipio si erano radunate le organizzazioni giovanili, la banda musicale e la popolazione. Nella sala consigliare si erano invece raccolti gli agricoltori premiati. Il primo discorso fu quello del Dr. Pozzi, direttore dell’Unione Agricoltori. Sottolineò l’importanza della coltivazione della verdura e gli ottimi risultati raggiunti dai coltivatori locali. Anche il Prefetto si congratulò per il lavoro svolto: la verdura coltivata a Laives era di vitale importanza per la vicina città capoluogo e auspicò che sempre più agricoltori di Laives si dedicassero anche in futuro a questa essenziale attività. Scroscianti applausi dei presenti. Si passò quindi alle premiazioni. Un diploma fu consegnato a Ferrari Giulia, Comperini Giulia e Hilpold Giuseppina. 100 Lire furono il premio per Furlani Pietro, Janeselli Ennio e Perathoner Maria.75 Lire andarono a Pfeifer Giuseppina, Mittermaier Maria, Bettini Mario, Gottardi Rosa e Paoli Maria. 50 Lire furono il premio di Curti Mario, Defranceschi Anna, Rizzi Maria, Comper Roberto, Seppi Anna e Vincenzi Stefania. Di 25 Lire dovettero infine accontentarsi Buratti Egidio, Dallago Giovanna, Foppa Giuseppina, Festi Maria, Tezzele Erna, Revolti Maria e Pifferi Stefania. Al termine della cerimonia, il Federale invitò tutti i presenti ad alzarsi per il rituale saluto al Duce.

Autore: Reinhard Christanell

Torta Mimosa

Ingredienti

Dosi per uno stampo da 24 cm
Ingredienti pan di spagna
6 uova
250 gr di zucchero
300 gr di farina 00
6 cucchiai di acqua bollente
1 bustina di lievito per dolci

Ingredienti per la farcia
4 tuorli
40 gr di farina
5 cucchiai di zucchero
400 ml di latte
250 ml di panna per dolci

Ingredienti per la bagna
200 ml di acqua calda
2 cucchiai di zucchero
2 cucchiai di limoncello

Preparazione

Preparate il pan di spagna. Separate i tuorli dagli albumi e montate questi ultimi a neve.
Montate i 6 tuorli con 6 cucchiai di acqua bollente, poi aggiungete lo zucchero montando il tutto a velocità massima finché il composto non risulti spumoso.
Incorporate gli albumi montati a neve. Infine aggiungete la farina e il lievito setacciati e mescolate con un cucchiaio delicatamente per non smontare il composto.
In uno stampo imburrato ed infarinato versateci il composto. Ora potete infornare a 180°C in modalità statica per 40 minuti. (Un consiglio, il forno deve essere già caldo quando infornerete la torta).
Una volta cotta, sfornatela e lasciatela raffreddare.

Preparate ora la crema. Incidete una stecca di vaniglia e fatela sobbollire nel latte per 5 minuti, così che sprigioni tutto il suo aroma.
Mescolate poi i tuorli con lo zucchero.
Unite la farina fino ad ottenere un composto omogeneo.
In fine aggiungete il latte a filo, mescolate, mettete in un pentolino e cuocete la crema pasticcera fino a farla addensare.
Lasciate raffreddare la crema, poi trasferitela in una ciotola e aggiungete la panna (precedentemente montata).

Ora assembliamo la torta. Tagliate orizzontalmente la parte superiore del pan di Spagna asportando la calotta. Poi tagliate un disco dall’interno incidendo internamente un cerchio ed asportandolo delicatamente. Con uno scavino svuotate il pan di spagna della sua mollica come a voler formare un contenitore. La mollica tolta va messa da parte per decorare la torta.
Preparate ora una bagna facendo sciogliere un paio di cucchiai di zucchero in un po’ d’acqua calda e aggiungendo poi il limoncello.
Bagnate il pan di spagna poi farcitelo con la crema diplomatica tenendone da parte 1/4 per ricoprire la parte superiore.
Chiudete la torta con il cerchio asportato all’inizio, bagnandolo con un po’ di sciroppo, quindi farcite con altra crema.
Poi chiudete con la calotta bagnata con un po’ di sciroppo. Ricoprite tutta la torta con la crema che avevate messo da parte.
Decorate tutta la superficie della torta mimosa facendo aderire la mollica di Pan di Spagna.
Ponete la torta mimosa in frigorifero per almeno 1 ora prima di servirla.

Testimonial

Ötzi è stato scelto per promuovere l’Alto Adige attraverso la campagna “Südtirol – Open to meraviglia”. Come influencer, Ötzi rappresenta la natura selvaggia e incontaminata della provincia, nonché la sua storia antica e affascinante. È stato rappresentato a torso nudo su una bicicletta tra le Dolomiti, con un fisico tutto da invidiare, nonostante i suoi 5000 anni. “La campagna è già un successo!” ha dichiarato Josef Selfier.  “Ho sempre pensato che Ötzi fosse un influencer: sicuramente avrebbe apprezzato la vita da nomade digitale! Stiamo già pensando ad una seconda versione, con Andreas Hofer che fa surf al lago di Caldaro”.

Autore: Roberto Tubaro

Badanti per la politica

Nei giorni scorsi i responsabili dell’Associazione Alzheimer Alto Adige hanno lanciato un grido d’allarme, portando allo scoperto un problema che meriterebbe senz’altro una maggiore attenzione da parte dell’opinione pubblica. In sintesi: le famiglie altoatesine che hanno nel proprio nucleo un malato di demenza – più di 13mila – sono oggi in grande difficoltà. Il motivo? In realtà sono tanti. In primo luogo c’è l’erogazione dell’assegno di cura che negli ultimi anni spesso non è stato sufficiente a coprire le spese o è arrivato in ritardo a causa di carenze di personale per effettuare gli accertamenti preliminari. Mentre quest’ultimo problema recentemente è stato parzialmente risolto, permane per le famiglie il problema del reperimento delle badanti. Come sappiamo molte di loro sono ucraine e – durante la pandemia e poi il successivo scoppio della guerra – l’apporto di molte di queste signore è venuto a mancare, con una sostituzione solo parziale da parte di altre signore moldave, rumene, e provenienti da altri paesi del mondo.
L’associazione Alzheimer Alto Adige dunque è tornata, con grande forza, a richiedere la formazione di un registro provinciale, un albo a cui fare riferimento per il reperimento di questa forza lavoro e, anche, per ufficializzare una volta per tutte il ruolo sociale di queste figure professionali, cruciali nell’Alto Adige del terzo millennio, sempre più caratterizzato da un’età media elevata della popolazione.
A proposito delle badanti in quanto lavoratrici – e anche per tutelare le numerose donne che oggi lasciano il lavoro per restare a casa ad occuparsi dei “loro” anziani, con il rischio di finire successivamente in povertà una volta divenute anziane anche loro – sono intervenuti anche i sindacati. Fornendo altre cifre che indicano come priorità assoluta un piano per riorganizzare i servizi e i sostegni per gli anziani che, in provincia di Bolzano, sono ora 100mila e che nel prossimo 2030 saranno 140mila, su una popolazione di mezzo milione di abitanti.
Urge anche una responsabilizzazione nei confronti delle badanti che, si apprende, oggi in provincia di Bolzano sono completamente “in regola” solo nel 50% dei casi, sulle ben 11mila (undicimila!) attive, con un “nero” che riguarda quasi 3mila di loro, secondo le stime.
Le elezioni provinciali sono alle porte e ci aspettiamo che i candidati mettano questi temi ai primi posti nei loro programmi. E’ chiedere troppo?

Autore: Luca Sticcotti