I meleti ghiacciati

Un’ampia saccatura nord-atlantica, seguita da aria fredda, ha apportato precipitazioni abbondanti su tutto il Nord, tornato quasi subito, però, ostaggio delle correnti settentrionali; quest’impulso, infatti, è scivolato velocemente verso le regioni meridionali innescando, nel bacino del Mediterraneo, forte maltempo con episodi grandinigeni e nevosi a media-bassa quota. In molte zone l’agricoltura è stata danneggiata ed i rincari di frutta e verdura non tarderanno a farsi sentire. Una settimana prima invece, precisamente il 5 e 6 aprile, una gelata aveva fatto scattare l’allarme antibrina nelle campagne dell’Italia settentrionale fino alla Toscana. Mentre per i vigneti si utilizzano sarmenti accatastati, secchi colmi di cera, candele a vento (fino a 300 per ha), fiaccole e (accessoriamente) reti antigrandine, per gli alberi da frutta lo strumento più efficace è l’irrigazione antibrina; il principio fisico è quello che si basa sulla proprietà dell’acqua di liberare, passando dallo stato liquido allo stato solido, una certa quantità di calore che viene rilasciata nell’ambiente (pari a 80cal/g, ciò significa che per fondere un 1g di ghiaccio bisogna fornirgli 80 calorie). È infatti soprattutto la trasformazione dell’acqua in ghiaccio che libera energia sotto forma di “calore latente di solidificazione” ed impedisce alla temperatura di scendere ulteriormente o eccessivamente. Così, quando l’acqua solidifica in ghiaccio, il calore latente diviene sensibile e la temperatura dell’aria ne beneficia aumentando. Questo è il motivo principale dell’irrigazione antibrina, che in questo processo dovrà mantenersi continua; il beneficio secondario è che all’interno dell’involucro di ghiaccio che si forma, la temperatura tende a rimanere intorno agli 0°C, insomma una specie di piccola guaina protettiva, ma il procedimento di gran lunga più importante e decisivo è il primo. Ringrazio il Prof. Pierluigi Randi, Meteorologo e Presidente AMPRO per la spiegazione. Volevo però aprire una riflessione. Durante la gelata – in cui in Alto Adige lo stato di siccità era già stato acclarato con la chiusura dei cannoni sparaneve – quanta acqua è stata utilizzata per evitare di perdere parte del raccolto di mele nelle due giornate? I benefici del riciclo dell’acqua alle falde, con un deficit idrico annuo di 300-400mm a seconda delle zone, è stato minimo se non inesistente e gli erogatori, lungo i 32 km di ferrovia tra Bolzano e Merano, non erano uniformemente tarati e tutti funzionanti all’unisono; per esempio i microsprinkler erogano massimo 40litri/h e funzionano a pressione minima di 1,6 bar. Quelli attualmente in uso sono all’avanguardia? E quanto consumano, considerando tutta la superficie della Provincia?

Autore: Donatello Vallotta

Piccoli cambiamenti? No, occorre ripensare il sistema

Si celebra sabato 22 aprile la 53a Giornata mondiale della Terra, importante manifestazione per la salvaguardia del pianeta, proposta la prima volta nel 1970 negli Stati Uniti e fatta propria dall’ONU nel 2009 con una risoluzione dell’Assemblea generale. È organizzata dal movimento ambientalista “Earth Day Network”.

La “vita sulla terra” è il titolo dell’Obiettivo di sviluppo sostenibile numero 15 dell’Agenda 2030: “Proteggere, ripristinare e favorire un uso sostenibile dell’ecosistema terrestre, gestire sostenibilmente le foreste, contrastare la desertificazione, arrestare e far retrocedere il degrado del terreno, fermare la perdita di diversità biologica”.

Un tempo sarebbe stato sufficiente un approccio conservativo: non inquiniamo di più, limitiamo i consumi, comportiamoci meglio e così via. Oggi ci si rende conto (con grave ritardo) che non basta frenare, bisogna invertire la rotta. È necessario cambiare sul serio. La Terra non va solamente tutelata, essa va guarita. È malata, in certi casi in modo grave.

Una forte richiesta di cambiamento è emersa dal recente incontro organizzato dall’ASviS (l’Alleanza italiana per lo sviluppo sostenibile) e dal Club di Roma. Sandrine Dixson-Declève, copresidente del Club di Roma, ha chiarito bene i termini della questione. “Sappiamo che la riduzione delle emissioni attraverso un efficientamento graduale dei sistemi di produzione e consumo non sarà sufficiente per affrontare la crisi climatica che è già in atto e rischia di andare fuori controllo. Piccoli cambiamenti all’interno dell’attuale sistema economico non risolveranno la crisi delle risorse, della biodiversità e non affronteranno le ingiustizie tra i Paesi e all’interno dei Paesi”. Quindi: “Dobbiamo ripensare completamente il sistema attuale e crearne uno adatto alle sfide e alle opportunità del ventunesimo secolo. Al centro di questa trasformazione c’è la necessità di ridefinire le relazioni tra Europa e quei Paesi che storicamente hanno fornito le risorse che alimentano i nostri stili di vita, attualmente non sostenibili. Transizione energetica e Green deal europeo vogliono dire molto più che sostituire i combustibili fossili con le energie rinnovabili: sono opportunità concrete per porre fine a un sistema che premia sproporzionatamente i ricchi a spese dei più poveri”.

Autore: Paolo Bill Valente

La Via dedicata alla partigiana Laura Conti

Tra via Castelfirmiano e via Camponuovo c’è via Laura Conti, via in mezzo al verde di prati e campi, colore giusto per una paladina della natura e dell’ambiente. Nata a Udine il 31 marzo 1921, dopo l’infanzia a Trieste passò a Verona e infine a Milano, dove si iscrisse a Medicina; la lettura della biografia di Marie Curie le aveva fatto nascere la passione per la scienza. Entrata nel gennaio 1944 nella Resistenza, fu incaricata di fare attività di proselitismo tra i militari. Arrestata il 4 luglio 1944, dal carcere milanese di San Vittore fu trasferita al campo di transito di Bolzano, assegnata al Blocco F, numero di  matricola 3786. Non rimase inoperosa; in collegamento con la Resistenza esterna, fu attiva in quella interna. Liberata il 30 aprile 1945. laureatasi in Medicina, alla professione di medico affiancò l’attività politica e l’impegno culturale. Nel 1951 passò dal PSI al PCI; dal 1960 al 1970 fu consigliera provinciale, dal 1970 al 1980 consigliera regionale; tra il 1987 e il 1992 alla Camera dei Deputati. Circa l’impegno culturale, sono diversi gli ambiti in cui Laura Conti diede il meglio di sé, come la Casa della Cultura di Milano, l’Associazione “Gramsci”, la Lega per l’ambiente, la “Medicina democratica” (Centro di controinformazione sulla salute e sulla nocività in fabbrica). Fu intensa anche l’attività di divulgatrice scientifica, con numerosi libri e articoli, per far riflettere sulla “sostenibilità” ambientale  e sociale delle scelte industriali, economiche e politiche. Considerata la madre dell’ecologismo italiano, anche nel lavoro politico richiedeva l’analisi dei problemi ambientali, la valutazione della documentazione disponibile e il coinvolgimento della popolazione. Fu così che si regolò anche nel 1976, durante l’emergenza nube tossica a Seveso. Dal 1985 ebbe problemi di salute, ma continuò a diffondere la consapevolezza dei problemi ambientali. Le condizioni di salute peggiorarono alla  fine del 1992, ma continuò nel suo lavoro; morì improvvisamente, mentre progettava un nuovo libro, il 25 maggio 1993.

Autore: Leone Sticcotti

Andrea Brillo: la passione di un collezionista dylaniato

Lo scorso 29 marzo, il bolzanino Andrea Brillo ha dato alle stampe un prezioso volume in lingua inglese da lui stesso compilato, risultato di una certosina ricerca relativa alle registrazioni effettuate da Dylan nel suo eremo di Woodstock nel 1967, registrazioni note come Basement Tapes (i nastri della cantina) che costituirono nel 1969 l’ossatura del primo disco illegale della storia del rock, intestato appunto a Dylan.

L’universo che si muove attorno al mondo musicale non comprende solo i musicisti: certo loro sono un po’ il sole della situazione, ma attorno a loro girano altre persone, moltissime: dai fonici di palco, ai tecnici di studio, ai cronisti delle loro gesta, ai fotografi che li ritraggono, ai designer che creano le copertine dei dischi. Non ultimi i collezionisti.

Il bolzanino Andrea Brillo ha cominciato a collezionare Bob Dylan una cinquantina di anni fa più o meno con l’uscita del disco intitolato Planet Waves, rimanendo folgorato irreversibilmente un anno dopo dall’epocale Blood On The Tracks. Da allora ha cominciato a collezionare i dischi del musicista americano andando in cerca non solo di edizioni differenti del medesimo vinile ma dando la caccia anche a tutta quella serie di dischi per così dire clandestini come il whisky che durante il proibizionismo veniva distillato al chiar di luna per essere venduto sottobanco.

E sottobanco venivano venduti anche i dischi in questione, con copertine artigianali ma dal fascino quasi pari a quello del contenuto dei solchi di quei vinili.

Lo scorso 29 marzo, Andrea Brillo ha dato alle stampe un prezioso volume in lingua inglese da lui stesso compilato, risultato di una certosina ricerca relativa alle registrazioni effettuate da Dylan nel suo eremo di Woodstock nel 1967, registrazioni note come Basement Tapes (i nastri della cantina) che costituirono nel 1969 l’ossatura del primo disco illegale della storia del rock, intestato appunto a Dylan.

“Sono quasi cinquant’anni che colleziono Bob Dylan – ci racconta l’autore – e in particolare negli ultimi anni mi sono concentrato sul riascolto delle canzoni che fanno parte di questo monumentale corpus musicale risalente al ritiro di Dylan dalle scene all’indomani dell’incidente motociclistico dell’agosto 1966 in cui qualcuno lo aveva addirittura dato per morto. Si tratta di un mondo affascinante in cui non è né semplice né automatico districarsi. Nel mercato discografico clandestino sono circolati almeno una trentina di bootleg in vinile, ristampati in modo altrettanto illegale, magari anche con lievi cambi di scaletta. Solo l’ascolto attento, l’identificazione di rumori di sottofondo, di brevi interludi parlati più che differenze nell’esecuzione, mi hanno consentito di stabilire di che versione dei brani si trattasse”.

La luce che si accende negli occhi di Andrea Brillo mentre parla del suo lavoro non dev’essere differente da quella che risplendeva negli occhi di Heinrich Schliemann quando scavava in Asia minore in cerca delle rovine di Troia. Lo spirito del collezionista di vinile, nello specifico di un collezionista come Brillo (tout court possessore di una delle più complete raccolte di materiale dal vivo di Dylan e di vinili clandestini dello stesso) non è dissimile dalla passione dell’archeologo.

Oltre a raccogliere i dischi in questione, spesso differenti solo per via di un codice inciso quasi primitivamente laddove finiscono i solchi del vinile, o per via di una minuscola iscrizione o di un timbro sul cartoncino dell’anonimo packaging, il collezionista bolzanino ha raccolto anche tutto quanto gli è stato possibile trovare a livello di letteratura sulla materia. Oltre ai due fondamentali libri dedicati da Greil Marcus e Sid Griffin all’analisi delle liriche spesso non semplici di queste canzoni, c’è anche una lunga serie di articoli apparsi sui giornali e nel web dal 1968 ai giorni nostri.

“Sono particolarmente soddisfatto del lavoro – conclude Brillo – e soprattutto sono orgoglioso dell’introduzione che mi ha scritto Alessandro Carrara, docente all’università di Houston e traduttore in italiano dell’opera omnia di Bob Dylan. Quando mi è stato suggerito di mandargli la mia ricerca non speravo davvero che mi avrebbe scritto un’introduzione così bella!”

Il volume di Andrea Brillo, ampiamente illustrato con riproduzioni a colori delle molteplici versioni dei dischi, delle copertine e delle etichette, è intitolato, Basement Tales (Bob Dylan – The Basement Tapes On Disc 1968-2014) ed è disponibile su tutte le librerie online, da Feltrinelli a Mondadori, fino al classico Amazon. L’autore è contattabile via email all’indirizzo portarossa57@gmail.com

Autore: Paolo Crazy Carnevale

Quando arrivò la strada ferrata

A metà del XIX secolo, la costruzione di nuove linee ferroviarie occupò la maggior parte dei governi europei. Perfino nei lontani Stati Uniti il cavallo di ferro era assurto a protagonista della conquista dei vasti territori del selvaggio West. Due binari di ferro avevano risolto un problema atavico dell’umanità: ora spostarsi comodamente e in tempi rapidi era cosa alla portata di tutti.

Anche in Tirolo e nelle altre province dell’impero asburgico fervevano i lavori. L’intento era quello di costruire una fitta rete di collegamenti tra Trieste e Verona, Milano e Como, Verona, Trento e Bolzano fino a Innsbruck. Ovviamente i governi non avevano in mente soltanto la comodità dei cittadini ma anche le loro esigenze militari. La velocità, anche in questo campo, si era impadronita del genere umano e, a quanto pare, non l’avrebbe più abbandonato.

Sulla “Bozner Zeitung” del 19 aprile 1856 apparve in prima pagina un articolo dal titolo “Die lombardisch-venetianischen Staatseisenbahnen” (Le ferrovie statali del regno Lombardo-Veneto – parte dell’impero fino al 1859) in cui si annunciò la costruzione di nuove linee per 355 km. Inoltre, era in programma la costruzione di una linea tra Verona, Bolzano e Innsbruck. 

L’idea della cosiddetta linea del Brennero risaliva a qualche decennio prima.Nel 1836 era stato pianificato il collegamento tra Kufstein, Innsbruck, il Brennero e Bolzano. Nel 1858 fu inaugurato il tratto tra Kufstein e Innsbruck, nel 1859 quello tra Trento e Verona. Tra Trento e Bolzano i binari furono posati l’anno successivo e la linea fu inaugurata il 16 maggio 1859. La valle dell’Adige era quindi percorribile da Verona a Bolzano. Poi, con la costruzione del ponte di Cardano, venne finalmente completata l’opera e il 25 luglio 1867 un treno percorse per la prima volta l’intera distanza tra Innsbruck e Bolzano.Il 23 agosto partì da Bolzano l’ultima diligenza per Innsbruck. Pochi anni dopo, anche il trasporto fluviale sull’Adige cessò la sua attività secolare. Nel 1866 il Veneto passò all’Italia e il punto finale della Südbahnasburgica divenne Ala. 

Per la costruzione della linea tra Bolzano e Trento fu necessario espropriare diversi terreni. La stessa “Bozner Zeitung”pubblicò l’elenco completo dei proprietari interessati dal provvedimento. Per quanto riguardava il territorio di Laives, il primo nome del lungo elenco è quello dello stesso comune, rappresentato dal Gemeindevorsteher (sindaco) Franz Gerber, cui veniva espropriata la cosiddetta Stierwiese, il campo del toro. Facile immaginare chi in precedenza pascolasse su quel prato. A Johann Pattis e sua moglie Barbara Gottardi venne espropriato un campo denominato Fuchserau, evidentemente collegato all’antico maso Fuchser. Sempre nella Fuchserau dovettero cedere i loro terreni Peter Franko e Dominik Komper, oltre a Franz von Ferrari di Bronzolo. Peter Pfeifer cedette un terreno  paludoso e Josef Pircherdel maso Goldegger un terreno nei pressi del Landgraben.  Johann Gerber del “Thurmer” cedette la Burgerwiese (di maso Burger), Franz Gerber la Flascherwiese del maso Flascher. Furono espropriati anche Anton Franzelin, noto oste del Casagrande, e ancora Franz Gerber di un campo in località Raut (oggi Curti). Josef Pircher dovette cedere anche la Aspmaierwiese, Peter Zeole Johann Grumerla Giesenwiese. Anche alcuni nobili furono espropriati, tra cui Ludwig von Biegeleben, i von Malfer di Ora, Karl von Zallinger di Bolzano, Guidobald von Thun. A Teresa Kurzl, erede di un’agiata famiglia del luogo, fu espropriato un terreno detto Weisshaus dell’omonimo maso.

Così l’antica linea postale Innsbruck – Roma – Napoli, introdotta da Johann Taxis nel 1489, divenne soltanto un ricordo per i nostalgici dei bei tempi andati.

Autore: Reinhard Christanell

Polpette di broccoli con crema di fagioli

Ingredienti

Crocchette di broccoli:
2 broccoli
1 uovo
80 gr di parmiggiano
1 spicchio di aglio
40 gr di pan grattato
2 cucchiai di olio d’oliva
Sale e pepe q. b.

Crema di fagioli:
Una confezione di fagioli bianchi o borlotti
1 rametto di rosmarino
Succo di mezzo limone
2 cucchiai i olio d’oliva
Poca acqua
Sale e pepe q. b.

Preparazione

Una cena semplice e veloce per gli amanti delle verdure e dei legumi.

Per la preparazione delle polpette di broccoli pulite e lavate bene i broccoli dopo averli tagliati in piccoli pezzi.
Bolliteli in acqua bollente per 20 minuti. Scolateli e fateli raffreddare circa 10 minuti.
Quando sarano tiepidi metteteli in una ciotola, schiacciateli con una forchetta finchè non sarano diventati una purea grossolana.
Nella ciotola con i broccoli schiacciati aggiungeteci l’uovo e il parmigiano e mescolate bene.
Poi versateci il pan grattato il sale, il pepe e uno spicchio d’aglio grattuggiato.
Infine versate l’olio.
Dopo aver amalgamato il tutto, preparate una teglia con carta da forno.
Con le mani leggermente bagnate prendete il composto dei broccoli e create delle polpette leggermente schiacciate, se volete potete aiutarvi con un cucchiaio.
Posizionate le polpette sulla teglia, versate un filo d’olio sopra le polpette.
Cuocetele in forno preriscaldato a 180 gradi per 25 minuti.
Servitele ben calde!

Nel mentre che si cuociono le polpette di broccoli preparate la crema di fagioli.
In un frullatore versateci i fagioli, il rametto di rosmario leggermete tritato, il succo di mezzo limone (se vi piace sentire maggiormente il limone potete mettere il succo di un limone intero), 2 cucchiai di olio, il sale, il pepe e un goccio di acqua.
Frullate il tutto. Se avete un frullatore potete usare quello, se no potete usare anche il minipimer.
Assaggiate e aggiustate di sale, pepe e limone.
Infine servite la crema in una ciotola ponendola accanto alle polpette.

Nuovi arrivi?

Si torna a parlare di uno degli uomini più influenti del pianeta: Elon Musk. L’AD di SpaceX, attratto dalle bellezze dolomitiche, si è già trasferito in Val Badia in attesa della sua nuova “ciasa”. Ha già brevettato un’Intelligenza Artificiale in grado di tradurre simultaneamente il badiota (non ancora il gardenese) e si è iscritto alla banda musicale di San Cassiano come suonatore di batterie elettriche. Musk, dopo aver annunciato la costruzione di una rete di tunnel che permetterà la chiusura dei passi e l’utilizzo degli altopiani per il lancio di nuovi satelliti, ha salutato tutti con un caloroso “Giulan!”.

Autore: Roberto Tubaro

Un problema comune

“Oggi non si tratta più di tedesco o italiano, ma di come lavorare tutti insieme per garantire una buona istruzione ai nostri figli.” Queste parole pronunciate nei giorni scorsi da un esponente politico altoatesino, non importa di quale partito, mi sembrano sintetizzare al meglio quello che a mio avviso sono le considerazioni prevalenti nella maggior parte delle famiglie presenti nel territorio della provincia di Bolzano. Apposta ho scelto di non scrivere “altoatesine” o “sudtirolesi”, perché a mio avviso è giunto il momento di uscire in un modo o nell’altro dalla nostra ipocrisia. Alle famiglie plurilingui “italo-tedesche”, inesorabilmente sempre più numerose, negli ultimi anni in provincia se ne sono aggiunte migliaia e migliaia di plurilingui attraverso le più diverse accezioni, portando alla situazione attuale, paradossale.
Due sono le strade che si intravvedono. La prima prevede di difendere in un modo o nell’altro le scuole monolingui ormai solo sulla carta. La seconda invece spinge pragmaticamente a sederci tutti attorno ad un tavolo per ragionare assieme per ristabilire le nostre priorità, quando parliamo di scuola. Quale strada privilegiare?
La risposta sembra scontata. Il dibattito che si è creato nei giorni scorsi attorno all’opportunità o meno che bambini non madrelingua vengano iscritti nelle nostre scuole primarie monolingui dimostra infatti che siamo ormai molto vicini alla perdita della bussola in merito alla priorità che ogni scuola deve avere, ovvero una buona istruzione e – potremmo aggiungere – anche una corretta “formazione di cittadinanza”.
è per questo motivo che in questi giorni si stanno moltiplicando gli appelli affinché i rappresenti politici della nostra autonomia – presente ma anche futura, viste le elezioni provinciali incombenti – non si trincerino ancora una volta dietro le solite barricate ideologiche per affrontare finalmente la realtà, ovvero le caratteristiche e le esigenze oggettive che la comunità dei residenti nel nostro territorio presenta nel 2023. Ad aiutarci, in questa direzione, non può che essere, poi, la constatazione che l’attuale sistema scolastico locale, così com’è, non consente un apprendimento diffuso della seconda lingua. Nei giorni scorsi abbiamo “scoperto” nello specifico che l’apprendimento del tedesco standard a scuola è un problema irrisolto per entrambe le due presunte comunità linguistiche dominanti. Ebbene: questo dovrebbe essere un motivo in più per far fronte comune e cominciare a dare ai problemi il loro nome, cercando di avere il coraggio necessario per organizzarsi e lavorare per diventare, finalmente, cittadini europei a tutti gli effetti.

Autore: Luca Sticcotti

Passi indietro sul tracciamento dei bus

Arriva? Sì, c’è scritto che arriva, ma poi… non arriva. è un’esperienza, questa, condivisa a Bolzano da molti utenti del trasporto pubblico. Gli orari degli autobus che si trovano sulle pensiline spesso lasciano il tempo che trovano, ma da un bel po’ anche gli strumenti più innovativi e digitali, come tabelloni con display e App per smartphone sono tutt’altro che precisi, anzi. E quando prendiamo il bus la precisione non è un optional, perché la maggior parte di noi non è in vacanza, ma ha un appuntamento da rispettare a breve termine. No?

Per chiarirci le idee ne abbiamo parlato con il nostro esperto della città digitale Marco Montali, che ci ha confermato nelle nostre perplessità. 

“La cosa strana è che fino a qualche anno fa, con la App di Sasa, il tracciamento dei bus era realizzato attraverso una mappa con Gps dove i mezzi erano rappresentati in tempo reale durante il loro spostamento. Si trattava di un prototipo sperimentale, realizzato in collaborazione con il Noi, ma funzionava bene tanto che noi l’avevamo lodato proprio in questa rubrica.

E poi cosa è successo?

“Beh, la App di Sasa è stata dismessa e ora c’è un’unica App (sudtirol mobil) che fa riferimento all’intero sistema della mobilità. Ma è evidente che non ha la stessa affidabilità.” 

La “vecchia” mappa che tracciava i bus in città non c’è più?

“No. E va detto non si tratta del livello di sofisticazione delle App. Il problema di fondo è capire a quali dati questi servizi fanno riferimento, e alla qualità di questi dati ovvero quanto sono fedeli alla realtà e con quale frequenza vengono aggiornati. Guardando come funziona il sito di Alto Adige Mobilità l’impressione è che i dati siano presi dalla pianificazione e non dalla situazione in tempo reale, oppure si basino (specie per quanto riguarda i ritardi) sulle dichiarazioni dell’autista. Di certo non è il GPS.”

Com’è stato possibile un passo indietro di questo tipo?

“Eh, sembra un esempio di omologazione verso il basso. Un vero peccato. Lo ripeto: è una questione di dati. Lo potete verificare anche per il tracciamento dei treni a livello nazionale. Per vedere dove si trovano si può fare riferimento al sito di Trenitalia, alla App, oppure – ad esempio – al sito viaggiatreno.it che si basa sulle informazioni presenti sui tabelloni elettronici nelle stazioni. Ebbene: se andate a vedere le informazioni sulle posizioni in tempo reale dei treni vedrete che non sono coerenti tra di loro. Lo ripeto: è una questione di qualità dei dati ed è un vero peccato. Spesso oggi sono disponibili open data, ma è solo attraverso un approvvigionamento corretto dei dati che può essere reso disponibile un servizio efficace. Altrimenti si tratta, sempre, di occasioni perse nella nostra città digitale. 

Rendere (in)visibili gli ingiusti confini

All’inizio di aprile del 1998 fu rimossa per sempre la sbarra collocata al valico del Brennero quasi ottant’anni prima. È trascorso un quarto di secolo. Quel passo fu reso possibile dall’attuazione degli accordi di Schengen, con l’apertura delle frontiere tra i paesi firmatari, nella prospettiva dell’unificazione e integrazione europea.

Gli attuali presidenti di Nord e Sudtirolo e i loro predecessori di allora si sono dati appuntamento sullo spartiacque, il primo di aprile, per una rimpatriata celebrativa della ricorrenza. Sembra che venticinque anni fa si sia trattato essenzialmente di “rendere più invisibile l’ingiusto confine del Brennero”. E di dilatare la collaborazione transfrontaliera tra i territori del vecchio Tirolo. Tutto vero.

Ma gli accordi di Schengen non si limitano alla regione stretta tra Borghetto e Kufstein. Il superamento delle frontiere riguarda l’Europa intera, con tutte le sue sfide cui il Tirolo, terra di confine, anzi terra sul confine, è chiamato a contribuire. Ricordando sempre che questa regione è nata proprio a causa del confine (geografico) con il compito, la missione, di garantire una comunicazione sicura tra Nord e Sud dell’Europa. Non solo tra Bolzano e Innsbruck.

Forse da tener pure presente che la rimozione della sbarra sul passo non è stata sufficiente a cancellare i confini tracciati nelle teste. 

Le divisioni interne, soprattutto in Alto Adige, non sono certamente svanite. Per molti versi si sono consolidate, come dimostra il disorientamento che ci prende ogni volta che si vanno a toccare certi nervi scoperti, come quelli della lingua e della scuola.

Il modello altoatesino sviluppatosi negli ultimi trent’anni non è forse fondato su confini invisibili (e ingiusti?) tra le persone, tra i gruppi, su monopoli e rapporti ancillari, su cooptazioni e ostracismi, frontiere mentali e culturali tracciate secondo le vecchie categorie dell’epoca nazionalistica?

Si aggiunga, per dirla tutta, che i vecchi confini interni tra stati europei non sono svaniti nel nulla (e ogni tanto, ad esempio nella crisi migratoria del 2015, vengono persino ripristinati), ma sono stati solo spostati ai margini di quella che si vorrebbe una “fortezza europea”, come ben sanno i migranti che, quando hanno fortuna, approdano distrutti sulle nostre spiagge. Quello non è un confine linguistico né politico. È il confine (ingiusto?) tra il mondo dei ricchi e il mondo dei poveri.

Autore: Paolo Bill Valente