Il “passaggio” dedicato a Walter Tobagi

Sono molti gli inquilini degli edifici, di edilizia agevolata o privati, a transitare per il “Passaggio Walter Tobagi”, collegante viale Europa al “Passaggio Norma Cossetto”; ma quanti sanno chi era e cosa fece Walter Tobagi? Era nato il 18 marzo 1947 San Brixio, frazione di Spoleto; aveva otto anni quando la famiglia si trasferì a Bresso (Milano). Già frequentando il Liceo ginnasio “Giuseppe Parini” di Milano il giovane Walter mostrò doti di giornalista, come redattore del giornale della scuola, “La Zanzara”. Dopo il Liceo iniziò la carriera di giornalista all’ “Avanti” di Milano, ma dopo pochi mesi passò al quotidiano cattolico “Avvenire”.  In entrambi i giornali trattò diverse tematiche, ma crebbe l’interesse per i temi sociali, per la politica e il movimento sindacale. Il 14 aprile 1971 si sposò con Maristella Oliviero; Luca nacque nel 1973, Benedetta nel 1977; la figlia seguì le orme del padre come brillante e seria giornalista professionista. Non trascurando i temi economici, Walter Tobagi dedicò attenzione anche alla politica estera. Ma furono le vicende del terrorismo ad impegnarlo maggiormente; seguì le prime azioni delle Brigate Rosse, quanto facevano i gruppi estremisti di Lotta Continua, Potere Operaio, Avanguardia Operaia. Passato nel 1972 al “Corriere della sera”, Tobagi mostrò le sue doti di inviato in fatto di terrorismo, come cronista politico e sindacale. Erano gli anni di piombo: Brigate Rosse, Prima Linea e altre bande armate furono protagoniste di vicende luttuose. Analizzando i laboratori del terrorismo nelle realtà urbane, come Milano, Genova, Torino, Tobagi denunciò i pericoli che il fenomeno terroristico si radicasse nelle fabbriche e in altri luoghi di lavoro. Il 27 maggio 1980 aveva presieduto un incontro al Circolo della stampa di Milano, sul tema della responsabilità del giornalista di fronte all’offensiva dei gruppi terroristici. Riferendosi alla lunga serie di attentati, ebbe a dire: “Chissà a chi toccherà la prossima volta!” Toccò a lui! Infatti, alle 11 del 28 maggio, dei colpi di pistola, sparati da Mario Marano e Marco Barbone, posero fine alla vita del giornalista Tobagi.

Autore: Luca Sticcotti

Feline Melinda:il metallo non smette mai di ruggire

Nella nostra regione abbiamo avuto il metal granguignolesco degli Skanners, ma il metal locale ha avuto tra i suoi alfieri anche gli Still Blind dei fratelli Giovanett e, sempre in Bassa Atesina, i Feline Melinda, tutt’ora vivi e scalcianti col loro heavy rock dai toni più melodici e romantici. È notizia di questi giorni che l’interesse nei loro confronti è tale che una piccola etichetta veneta ha deciso di pubblicare un dieci pollici in vinile con i brani del primo demo inciso da Rob Irbiz e soci.

Cosa determina realmente il successo di un gruppo? Quali sono i fattori che ci permettono di stabilire se la sua musica abbia fatto breccia o meno, se abbia lasciato il segno?

Non sono certo i like su facebook o le visualizzazioni su youtube.

No, quello che ci dà un tangibile riscontro riguardo al fatto che un gruppo ha lasciato una traccia, seppur minima, è il tempo. Solo il tempo.

E il tempo, magari con le sue tempistiche – vi piace il gioco di parole? – la dice senz’altro lunga sul fatto che tra coloro che a distanza di anni sono rimasti nella memoria del pubblico, ci siano i gruppi di heavy metal, quello classico, quello che ha spopolato negli anni ottanta, prima di soccombere all’inserimento di porcherie elettroniche (pensiamo agli orrendi Europe), ai capelli cotonati e, soprattutto, all’arrivo del grunge, che sul finire del decennio fece letteralmente piazza pulita del metallo ruggente e pesante.

Piazza pulita per modo di dire: quelli che lo facevano per moda o per comodità sparirono, ma chi ci credeva, chi dell’heavy metal – che vi piaccia o meno – aveva fatto il suo credo, ha continuato a proseguire per la sua strada. Tanto che nell’ultima ventina d’anni si può dire che, seppur in tono minore rispetto agli anni ottanta, i vecchi protagonisti sono tornati alla ribalta, a suonare con largo seguito, a partecipare a festival e fare dischi.

“Si tratta di un’edizione speciale, a tiratura limitata e numerata – ci racconta con orgoglio Irbiz dei Feline Melinda –, a cura della AUA-Records, che ha dato il via alla collana di dischi Italian Metal Heroes, che per l’occasione ripropone i demotape dei gruppi del periodo 1980-90 su vinile. Praticamente una specie di memoria storica indirizzata a collezionisti e cultori di quel periodo in cui autentici gruppi di pionieri del metal/hard rock italico cominciarono a farsi conoscere e apprezzare. Pochi mezzi e tanta passione che hanno caratterizzato quegli anni in cui l’Italian Metal non veniva preso troppo sul serio oltre i nostri confini.”

Col tempo però quei confini sono crollati e i metallari italiani, Feline Melinda inclusi, si sono fatti apprezzare, dopo il primo demo recuperato sul dieci pollici della AUA-Records il gruppo si recò in Germania per registrare il disco d’esordio, a sua volta oggetto di una ristampa digitale alcuni anni fa su etichetta Mygraveyard.

“Il demotape – prosegue Irbiz – si chiamava Praeludium e lo abbiamo registrato a Ora in un piccolo studio nel 1987, con l’allora line up che comprendeva Helmuth Giovanett alla batteria, Andy De Santis al basso e me alla chitarra e voce. Lo studio era di Erich Dibiasi a Ora, Erich era stato uno degli Anonym, formazione in voga a fine anni settanta nella Bassa e aveva ricavato lo studio nella sua cantina: ci fece il favore di registrare il demo perché era un collega della mia morosa di allora! Quanto all’idea di documentare i primi passi delle band storiche da parte di AUA-Records mi è piaciuta tantissimo, perché solitamente chi ti propone un’operazione di questo tipo ti fa pagare, e non poco. Al Veneto Rock Festival, dove abbiamo suonato l’anno scorso, abbiamo avuto il piacere di conoscere personalmente Luca e lo staff di questa piccola azienda, e posso confermare che ci vorrebbe molta gente in più che fa le cose anche con il cuore e tanta, tanta passione. Non diventeranno mai ricchi con queste operazioni nostalgiche, ma il loro intento è promuovere e mantenere vivo il rock duro made in Italy di allora. Oggi si guarda in primis ai numeri dei like, alle vendite, ai follower. Peccato, perché lo spirito dovrebbe innanzitutto concentrarsi sull’amicizia, la condivisione di una passione, la stima”.

Autore: Paolo Crazy Carnevale

Il veterano Micheletti

Eugen / Eugenio Micheletti era nato nel 1859 a Laives e all’epoca dell’intervista rilasciata alla “Alpenzeitung” (12 febbraio 1937) aveva compiuto la veneranda età di 78 anni. La foto sbiadita in bianco e nero pubblicata sul giornale ci mostra un viso fiero e allegro con un folto barbone bianco. Ricorda, il buon Eugenio, il famoso Popeye o Braccio di Ferro. In testa porta il caratteristico berretto dei vigili del fuoco.

Micheletti racconta di essere stato per oltre 57 anni membro del locale corpo dei vigili del fuoco. In quanto tale, era un dei più vecchi esponenti del corpo a livello provinciale. Era entrato nei vigili del fuoco di Laives all’età di 21 anni, nel 1880. All’epoca Laives era un piccolo paesino rurale alle porte di Bolzano e contava qualche decina di case e un migliaio di abitanti. I vigili del fuoco erano stati fondati un anno prima da Alois Ebner e Micheletti era stato tra i suoi primi membri insieme a Josef Ebner, Peter Pfeifer, Franz Scandella, Dominikus Niedrist, Daniel Negri, Johann Abram e Caesar Curzel. 

“Quand’ero giovane – racconta Micheletti – era un onore fare parte dei vigili del fuoco, e tutti i ragazzi del paese ambivano a tale carica. Ovviamente l’equipaggiamento a nostra disposizione si limitava a pochi attrezzi che riuscivamo a recuperare in campagna, a qualche scala e dei secchi.” Grazie alla sua dedizione e forza fisica, indispensabile per azionare manualmente le pompe, Micheletti divenne pompista responsabile e tale rimase fino al 1931. Divenne quindi membro onorario del corpo e in suo onore fu celebrata una grande festa. 

L’intervento più importante ricordato da Micheletti fu il devastante incendio che aveva colpito il paese di Egna nella Bassa Atesina alla fine del vecchio secolo. “Tutti i pompieri dei paesi vicini erano accorsi e con i mezzi allora a nostra disposizione ci recammo anche noi di Laives a Egna. Quando arrivammo, tutto il paese sembrava avvolto dalle fiamme e pochi credevano di riuscire a salvare qualcosa. Un forte vento aveva contribuito a diffondere le fiamme e inoltre c’era in quel periodo una notevole carenza di acqua. Per molte ore azionai le nostre pompe manualmente finché anche gli ultimi resti dell’incendio non furono domati. Fu un vero miracolo riuscire a dominare quel fuoco e portare in salvo la popolazione. Ci vollero decine e decine di uomini volontari e noi di Laives fummo sempre in prima fila. Non potrò mai dimenticare quel terribile incendio.”

Poi Micheletti ricorda gli altri interventi a cui aveva partecipato a Laives e nei paesi vicini di Bronzolo e Vadena. Spesso i pompieri di Laives venivano chiamati anche a Bolzano. “I pompieri di oggi sono tutti bravissimi ragazzi – racconta – ma certo loro sono facilitati nel loro compito dall’attrezzatura che hanno a disposizione. Quando risuona l’allarme salgono in macchina e raggiungono la sede del corpo in pochi minuti – sorride Micheletti – mentre noi dovevamo correre a piedi o in bicicletta o andare in cerca dei cavalli che pascolavo nei campi. Una volta sul posto basta azionare il motore delle pompe che così possono svolgere il lavoro di molti uomini.”

Ricordiamo che la prima pompa a motore fu acquistata nel 1923, il primo autoveicolo nel 1928. Nel 1929, sotto la guida del comandante Josef Koch, fu allestito il primo vero magazzino al pianterreno della canonica in via Pietralba, dove rimase per diversi decenni prima di stabilirsi in un caseggiato alle spalle del vecchio municipio.

Autore: Reinhard Christanell

Torta Angelica

Ingredienti

Per il lievitino
135 g farina Manitoba
13 g lievito di birra fresco
75 ml acqua
1 cucchiaino di malto
Impasto
400 g farina Manitoba
75 g zucchero
120 g latte intero tiepido
5 g sale fino
120 g burro
100 g gocce di cioccolato fondente
3 tuorli medi
Glassa
1 albumi
150 g zucchero a velo
Per spennellare
50 g burro fuso

Consiglio:
potete sostituire le gocce di cioccolato con 75 g di uva sultanina + 75 g di arancia candita, come prevede la ricetta originale

Preparazione

Iniziate col preparare il lievitino: mettete in una ciotola l’acqua tiepida, scioglieteci dentro un cucchiaino di malto o zucchero (facoltativo) e aggiungete il lievito di birra sbriciolato. Mescolate per sciogliere bene gli ingredienti e poi uniteli alla farina e impastate fino ad ottenere un composto liscio che ridurrete in una palla.
Mettete l’impasto in una ciotola, coprite con della pellicola e poi lasciate lievitare per mezz’ora in un luogo tiepido e privo di correnti d’aria (dovrà raddoppiare il suo volume).
Nel frattempo preparate l’impasto: tagliate il burro a cubetti e lasciatelo ammorbidire a temperatura ambiente.
Versate nel latte lo zucchero e poi i tuorli, sbattendolo con una frusta per romperli, il sale e unite il tutto alla farina quindi impastate.
Aggiungete il burro e lavorate l’impasto almeno 10 minuti fino a che risulterà ben elastico e si staccherà dalle pareti della ciotola.
Quando il lievitino sarà pronto, unitelo all’impasto ottenuto e quindi amalgamateli assieme in modo omogeneo; date al composto la forma di una palla e adagiatelo in una ciotola imburrata, quindi lasciatelo lievitare per almeno due ore fino a che il suo volume sarà duplicato.
Trascorso il tempo necessario, versate l’impasto su di una spianatoia infarinata e, senza lavorarlo, stendetelo con un mattarello fino a formare un rettangolo dello spessore di 2 – 3 mm.
Spennellate la sfoglia ottenuta con il burro fuso, cospargetela con le gocce di cioccolato fondente (la versione originale prevede 75 gr di uva sultanina mista a 75 gr di scorza di arancia candita) quindi arrotolatela sul lato più lungo lasciando la chiusura sul fondo.
Tagliate il rotolo a metà con un coltello dalla lama sottile e infarinata quindi separate le due parti e intrecciatele avendo cura di tenere la parte tagliata verso l’alto in modo che si intravedano le sezioni e il suo ripieno.
Formate con la treccia una ciambella che porrete in una teglia foderata con carta forno.
Spennellatela con il burro fuso e lasciatela lievitare 30 – 40 minuti in un luogo tiepido in modo che raddoppi il suo volume.
Cuocete in forno statico a 180° per circa 40 minuti e a metà cottura controllate che la ciambella non sia troppo scura in superficie, altrimenti copritela con della stagnola e continuate la cottura.
Nel frattempo preparate la glassa, sbattendo con una forchetta un albume con 150 gr di zucchero a velo. Non appena avrete ottenuto una glassa densa, versatela sulla torta angelica appena sfornata.

Polpetta di lupo

È stata presentata qualche giorno fa, dal dottor Red Wood dell’Occupata Università di Bolzano, la prima polpetta ricavata dalla carne ottenuta in laboratorio dalle cellule di un Lupo. “Il grande obiettivo rimane quello di creare il primo ghiacciolo al gusto Ötzi” ha riferito lo scienziato. L’evento ha suscitato grandi malcontenti, nonostante il lupo fosse originario della Val Passirà. Abbiamo provato a chiedere un commento al Ministro Lollobrigida, ma era impegnato ad insegnare al Bauernbund a giocare a Briscola mangiando canederli all’amatriciana…

Autore: Roberto Tubaro

Il bene più prezioso

Lo scorso 22 marzo abbiamo celebrato la Giornata Mondiale dell’acqua. Da quando questa ricorrenza è stata istituita, nel 1992, questo è senz’altro l’anno in cui il tema della gestione di questo bene, tutt’altro che scontato, ha avuto più risalto. Nel nostro territorio questa ricorrenza acquista un significato, se possibile, ancora più intenso, in epoca di cambiamenti climatici. 

è inutile negarlo: per noi la presenza dell’acqua, addirittura dell’acqua potabile e di ottima qualità, finora è stata data per scontata. Quindi la necessità ora di doverne riconsiderare il valore, conservandola e risparmiandola, sembra quasi un controsenso. In realtà il problema è poi molteplice, come sappiamo, rischiando di mettere in conflitto i diversi usi locali di questo bene. 

In quest’ottica mi ha colpito positivamente una presa di posizione della federazione degli ambientalisti altoatesini Dachverband che – rifuggendo allarmismi e catastrofismi – riporta tre proposte concrete, volte a farci cambiare il paradigma, sì, ma attraverso un’opportuna riorganizzazione del nostro “sistema” dell’acqua. 

La prima proposta chiede di “rallentare” l’acqua dei fiumi attraverso lo smantellamento dei canali di scolo in fondo alle valli e una rinaturalizzazione dei corsi d’acqua. Letti di torrente più ampi trattengono infatti l’acqua in mondo naturale, avendo anche un effetto positivo sul livello delle acque sotterranee.

La seconda proposta è volta a vincolare la realizzazione di nuovi impianti di innevamento, conversioni di boschi in verde agricolo e piscine, ad un’approvazione del progetto di reperimento dell’acqua necessaria. 

La terza proposta riguarda il prezzo dell’acqua, partendo dal presupposto che presto la concorrenza per l’acqua aumenterà. La federazione degli ambientalisti sudtirolesi ritiene che l’acqua, in quanto bene pubblico e scarso, in futuro dovrà avere un prezzo che sia socialmente giusto e rifletta i costi per l’ambiente. Ciò significa – afferma Dachverband – che “gli investimenti per i serbatoi privati di stoccaggio idrico non dovrebbero essere finanziati attraverso contributi pubblici, dato che i profitti derivanti dall’utilizzo dell’acqua stoccata vengono poi privatizzati”.

Gli ambientalisti, giustamente, chiedono anche che i consumi di acqua di tutte le categorie produttive siano resi noti. 

Mi sembrano proposte ragionevoli e mi auguro possano essere prese seriamente in considerazione da chi si occupa della cosa pubblica, nella nostra “assetata” autonomia.

Autore: Luca Sticcotti

Corridoi umanitari: soluzione per pochi, provocazione per molti

Di fronte a tragedie come quella del naufragio di Cutro la comunità internazionale sembra essere senza soluzioni efficaci. Assenti gli interventi che puntino a rimuovere le cause delle migrazioni forzate, poche le risposte strutturate al fenomeno della mobilità globale che non si vuole riconoscere né affrontare.

I cosiddetti “corridoi umanitari” più che una soluzione, sono una provocazione. Meglio: sono una soluzione per donne, uomini e bambini che sarebbero altrimenti costretti a scegliere vie pericolose per mettersi in salvo. Sono una provocazione perché, con numeri certamente insufficienti, mostrano che esistono delle alternative realistiche ai viaggi della morte.

Il primo protocollo per un corridoio umanitario fu firmato nel dicembre del 2015. Eravamo nel pieno della crisi migratoria. Da allora sono arrivate in Europa (in modo particolare in Italia, qualcuno anche in Alto Adige) oltre seimila persone, originarie soprattutto di paesi come Siria, Eritrea, Afghanistan, Somalia, Sudan, Sud Sudan, Iraq, Yemen, Congo e Camerun. Persone già in fuga, incontrate e selezionate dalle organizzazioni non governative nei campi profughi. Seimila rifugiati sono una goccia nel mare. E tuttavia non si tratta di numeri, ma di esseri umani, ognuno con la sua storia, con le sue ferite, con i suoi sogni.

Sabato scorso molti di loro sono stati ricevuti da papa Francesco a Roma. “I corridoi umanitari – ha detto il pontefice – non solo mirano a far giungere in Italia e in altri Paesi europei persone profughe, strappandole da situazioni di incertezza, pericolo e attese infinite; anche essi operano anche per l’integrazione, e questo è importante per finire integrare e non solo salvare, ma integrare. E integrare è parte della salvezza”.

Dal 2017 la Chiesa in Italia ha partecipato direttamente al progetto attraverso Caritas Italiana che ha coinvolto, finora, 62 Caritas diocesane. 1.146 le persone accolte, di cui 400 minori.

“Ero straniero e mi avete accolto”: su questo si misura la verità del messaggio annunciato. Non si tratta solamente di dare una casa e un futuro ai profughi, ma di interrogare il nostro tasso di umanità. Ogni comunità che ha accolto e accoglie una persona o una famiglia ha compiuto un cammino di preparazione. Si è favorita la conoscenza, si sono promosse le relazioni fra le comunità accoglienti e gli accolti. Sono nate esperienze che hanno lasciato un segno indelebile nei singoli e spinto le comunità a crescere e a essere lievito sui territori.

Alla fine di queste esperienze – che restano una bella e necessaria provocazione – non si sa più chi ha davvero bisogno di chi. “Quasi si confondono – dice Francesco – quelli che accolgono e quelli che sono accolti”.

Autore: Paolo Bill Valente

I masi di Valseit

Un elenco di quaranta masi risalente al 1589 ci informa che all’epoca i quartieri di Laives erano il Paese / Dorf, Praitenberg (Montelargo), Puecha (Monte Francesco), in der Au (masi) e Sissa (Pineta). Non compaiono nella lista i 19 masi ancora esistenti di Seit, altra storica località appartenente al comune, e quelli di Unterau o Schinte (S. Giacomo), che evidentemente godevano di una certa autonomia ecclesiastica. 

Come il resto del territorio comunale, anche la frazione di Seit apparteneva fin dal XIII secolo alla giurisdizione di Gries, emanazione diretta della vecchia contea di Bolzano. Anche a livello parrocchiale, Seit faceva parte della curia di Bolzano fino al XVIII secolo. In quel periodo, a S. Giacomo e Seit furono istituite le prime “Exposituren” o filiali. 

I masi di Seit ancora rimasti nel IXX secolo sono invece compresi nella lista di Richard Staffler degli anni cinquanta, che ne elenca tutti i proprietari noti, da quelli attuali fino al periodo medievale, a cui risalgono le prime notizie certe. Ciò che avvenne prima, purtroppo, rimane per sempre racchiuso nel mondo del mistero.

È interessante il fatto che il nome di Seit come lo conosciamo oggi (per non parlare della versione italiana La Costa del 1940, pressoché inutilizzata) in origine suonava diversamente. Scorrendo l’elenco dei proprietari di maso Weingartner, uno dei più antichi e a lungo di proprietà dei conti Thun, si scopre che nel 1727 si parlava di Seith, mentre un secolo prima il luogo si chiamava Seidt. Nel 1493 viene invece citato il maso Weingartner a Valseit, e con questo nome probabilmente ci avviciniamo molto alla forma originaria. Anche nel caso del maso Fritscher (in origine Frötscher) troviamo un’indicazione interessante: nel 1519 è citato un maso Fritscher “auf Mana”, con riferimento al quartiere “longobardo” Manee di Nova Ponente, che probabilmente comprendeva anche Seit e il Colle e arrivava nel fondovalle fino a S. Giacomo – dove pure esiste un maso che richiama questo toponimo. Questo “Mana” è un chiaro riferimento agli arimanni longobardi, che nel VII e VIII secolo occupavano il territorio e i masi. Proprio sopra Laives, che apparteneva ai Bavari insediati a Bolzano, correva la linea di confine tra i due regni bavaro e longobardo e Seit era un avamposto del ducato di Trento al confine con la marca bavara. Dal maso Köhl in località Schneiderwiesen (da snaida, cippo di confine) veniamo a conoscenza del fatto che “i proprietari dei masi Köllen (Köhl), Tschufanerl, Mueller, Pichler, Ausserebner, Weingartner, Frötscher e Schluntner possiedono un bosco comune in località Patschada di Seit”. Anche questo Patschada è un nome pieno di fascino che riporta a quel tempo poco esplorato in cui gente bavara e longobarda si contendevano il territorio. 

Nel 1569 troviamo il nome Seyt, ricavato certamente da un originario Valseit, poi trasformato in Vasseit e Faseit. In un documento del 1406, tra i masi appartenenti alla circoscrizione di Gries, compare, accanto a “am Ekk, ze Prunn, zem Verstern, auf dem Stayn, ab Campney, im Puchach” eccetera anche “auf Vasseyt”. Sono citati anche il Fliesser e “Schlunthof ab Vaseyt”. A tal proposito va comunque ricordato che sono frequentissimi i toponimi retico-etruschi introdotti dalla particella Vul, più tardi romanizzata in Val. Ludwig Steub sostiene che anche il nome di Bolzano derivi da un originario Vulsana.

Risale dunque al XV secolo la forma attuale di Seit per Vasseyt, derivante dalla caduta della sillaba iniziale Va-. Secondo Otto Stolz, il termine deriverebbe dal latino “fossa” mentre altri studiosi parlano di un generico “prato erboso arido”: tutte interpretazioni quantomeno fantasiose.

Autore: Reinhard Christanell

La strada dedicata a Gustav Mahler

Tra le vie del quartiere Firmian dedicate a compositori, come Mozart e Puccini, vi è la via Gustav Mahler. Non è sconosciuta all’Alto Adige la figura di Gustav Mahler, se si pensa alle “Settimane Musicali Gustav Mahler” che annualmente si celebrano in suo onore a Dobbiaco sin dal 1981. Era nato il 7 luglio 1860 a Kalischt, in Boemia. Già a sei anni aveva iniziato lo studio del pianoforte; dal 1875 frequentò per tre anni il Conservatorio di Vienna, componendo come saggio già nel 1876 un Klavierquartett. Fin dall’infanzia Gustav Mahler si interessò al canto popolare, arrivando a conoscere a memoria oltre duecento melodie; trascrisse sul pianoforte marce e canti di soldati e minatori. Nell’estate 1880 fece le prime esperienze come direttore d’orchestra a Bad hall, le ripeté a Lubiana nel 1881, a Olomuc, Vienna e Kassel nel 1883, a Praga nel 1885, Lipsia nel 1886 e nel 1888 a Budapest. Nel 1891 passò ad Amburgo, ma l’esperienza più importante di direzione d’orchestra fu quella decennale, dal 1897, presso l’Imperiale Regio Teatro dell’Opera di Vienna; fu il periodo più fervido della sua creazione artistica, nacquero infatti diverse Sinfonie. Gustav Mahler fu autore anche di numerosi componimenti vocali, i “Lieder”; tra essi “Das Lied von der Erde” (Il canto della terra), ispirato a liriche cinesi; l’opera, la cui prima esecuzione ebbe luogo il 20 novembre 1911 a Monaco, fu scritta nel 1908 nella Casetta di composizione a Carbonin Vecchia, durante il suo primo soggiorno estivo a Dobbiaco. A Dobbiaco ritornò, dopo concerti a New York, per lavorare sulla Nona Sinfonia. Il 4 luglio 1910, dopo la terza stagione di concerti a New York,  ritornò a Dobbiaco per lavorare sulla Decima Sinfonia. Ritornato in America, nel febbraio 1911 diresse l’ultimo concerto; ammalatosi gravemente e tornato in Europa in aprile, a maggio fu ricoverato al sanatorio Löw di Vienna, dove morì il 18 maggio. Le esequie ebbero luogo il giorno 22 al cimitero di Grinzing.

Autore: Leone Sticcotti

Singoli e intingoli #2

Nelle ultime settimane ci sono state alcune nuove uscite per quanto riguarda i musicisti altoatesini. Berise degli Shanti Powa ha pubblicato il suo nuovo video singolo, Bianca. Ma novità hanno riguardato anche il musicista meranese Marco Pantozzi, il duo Scandalo  & Redenzione e il gruppo Atop of the Hill.

Abbiamo parlato di lui poche settimane fa, a proposito della trasferta americana degli Shanti Powa, ma Berise (a.k.a. Bertrand Risè, cantante della formazione bolzanina) non ha atteso molto a far parlare di nuovo della sua musica, lo scorso 10 febbraio c’è stata infatti la première del suo nuovo video singolo, Bianca. In meno di un mese il video ha totalizzato oltre ventisettemila visualizzazioni (youtu.be/2zCic1nLPmA), cinque volte più di quanti sono i follower degli Shanti Powa sul loro canale video! Decisamente un bel successo, anche perché il brano merita per vari aspetti, dalle suggestive riprese notturne effettuate da Gabriel Hoellriegl fino alla scelta di registrare un brano composto dal collega Casa Roccia (al secolo Kevin Steinhauser), con cui Berise aveva già collaborato in precedenza: il risultato è una composizione notturna, suggestiva, molto adatta alle corde vocali di Berise, qui in chiave più pop, tutta cantata in tedesco autoctono. 

Gradito anche il ritorno del musicista meranese Marco Pantozzi che, dopo il successo di pubblico del disco inciso lo scorso anno col gruppo Deception Store ed il disco Pindaric Flights, ha deciso di insistere sul brano eponimo di quel concept album e sul suo messaggio riarrangiandolo e riproponendolo ora in una nuova versione (youtu.be/HoZHxJhNUt8), se possibile ancor più debitrice nei confronti della musica dei Pink Floyd e del prog rock di marca britannica: stavolta il brano è stato tradotto e cantato dallo stesso Pantozzi in italiano, nonché pubblicato a proprio nome, pur mantenendo il nome del gruppo originale come marchio del progetto. Per l’occasione il brano è stato rivoltato come un guanto e a suonarci – troviamo stavolta Gian Marco Mento alla chitarra, Nicolò Magistrali al basso, Riccardo Dallagiovanna alla batteria e Claudia Claire Ursino ai cori. Le registrazioni si sono tenute presso lo studio Elfo di Piacenza.

Tra i bolzanini che non hanno trascorso l’inverno in letargo ci sono anche Scandalo & Redenzione, il duo formato dagli ex Klakson BG e PS, nel giro di poche settimane hanno postato sul sito stefanopredelli.wixsite.com/klakson ben due nuovi lavori in streaming e download assolutamente gratuito. Il tutto rigorosamente o quasi all’insegna delle cover riarrangiate in chiave acustica: tra i due dischi l’apparente sorpresa è il primo, Musica sovrana, dedicato a brani italiani o a cover italiane di brani stranieri con l’immancabile Battisti in pole position, ma anche inattesi Guccini, Mal, Ferradini e persino l’antica e drammatica Profumi e balocchi. A ben vedere le sorprese non mancano però nemmeno nel secondo disco, intitolato eloquentemente Appalachian Cowboys e aperto da un’improbabile Una paloma blanca grande successo interplanetario degli ormai dimenticati George Baker Selection. Riletto qui in chiave western, al fianco delle più consone Man of Constant Sorrow, Wayfayring Stranger, In The Pines e dell’unico brano originale, firmato da BG, The Last Time I Saw Gandini.

E chiudiamo con la segnalazione di 24 H, il nuovissimo singolo dei bolzanini Atop The Hill uscito sulle varie piattaforme di streaming, che dopo i meritati allori derivati dall’aver fatto da apripista al concerto di trentino di Vasco Rossi, hanno cominciato a lavorare ad un loro disco di materiale originale di cui il nuovo brano è l’attesa anteprima.

Autore: Paolo Crazy Carnevale