Il calzolaio e la battuta del papa

Benché il Tirolo meridionale fosse una regione a vocazione agricola e profondamente clericale, nei primi anni del XX secolo l’industrializzazione si fece strada anche da queste parti. Nacquero quindi, accanto ai partiti politici ispirati alle idee cristiano-sociali, anche quelli legati al mondo del lavoro e quindi alla socialdemocrazia. 

Il partito socialdemocratico tirolese era legato al movimento sindacale che si batteva per la riduzione degli orari di lavoro (si lavorava fino a 16 ore al giorno) e all’aumento dei salari, che in molti casi non permettevano una sopravvivenza dignitosa. Insomma, nulla di nuovo sotto le stelle. A Bolzano, il movimento socialdemocratico aveva la sua sede in una casa di via Dante acquistata dal birrificio Blumau. Durante il fascismo, l’edificio fu requisito e occupato dai militari in camicia nera. Non fu mai più restituito ai legittimi proprietari – neppure a guerra finita.

I socialdemocratici avevano un proprio giornale, la “Volkszeitung”, pubblicata dal 1892 al 1957. Ovviamente, anche allora la battaglia politica si svolgeva su tutti i fronti e il giornale “rosso” contribuiva a modo suo. Nell’edizione del 4 maggio 1907 pubblicò un articolo dedicato a un curioso e divertente fatto di cronaca avvenuto a Laives. 

In un noto locale pubblico del paese era in corso una riunione del partito cristiano – sociale. Oratore ufficiale tale Rienzl, candidato al Consiglio dei comuni. Al termine del suo discorso, il politico invitò la sala a intonare un “Evviva” all’imperatore asburgico. “Hoch soll er leben” (lunga vita all’imperatore) urlarono i presenti.

Sull’onda dell’entusiasmo, l’oratore ritenne doveroso proporre ai presenti un uguale trattamento per il papa, all’epoca Pio X.  “Hoch soll er leben”, strillarono sussiegosi i ferventi cristiano-sociali laivesotti, “lunga vita al papa”. 

Non appena la frase fu pronunciata e il silenzio ripristinato, un “maestro calzolaio del posto – scrive il giornale – nella sua ingenuità” aggiunse all’auspicio per il sommo pontefice un blasfemo “und dick soll er werden” (e che ingrassi bene) che ovviamente paralizzò la sala. Qualcuno rise sotto i baffi, altri fissarono imbarazzati l’autore dell’oltraggio. 

Il calzolaio rimase imperturbato e con il sorriso sulle labbra al suo posto. Allora il parroco di Laives gridò indignato allo scandalo. Mai nessuno si era permesso di ingiuriare in questo modo il Santo Padre. Pretese l’immediata espulsione dalla sala del calzolaio. Nessuno si mosse ed anche il calzolaio rimase immobile. 

Il sacerdote si rivolse quindi a una “singola persona” fidata chiedendo che eseguisse il suo ordine e “buttasse fuori dal locale” l’autore dell’imperdonabile offesa. L’uomo abbassò il capo e fece finta di non aver sentito. Evidentemente, il calzolaio non era l’unico “infiltrato” presente in sala. Commento finale del giornale: per fortuna il calzolaio era una persona stimata e benvoluta in paese, dove evidentemente non erano presenti solo fanatici che in altre località seguivano ciecamente i diktat dei “padroni”, altrimenti l’episodio poteva finire davvero male per il povero calzolaio. E per fortuna anche, conclude il giornale, che il divertente episodio non possa essere addebitato dai cristiano-sociali a un socialdemocratico ed essere utilizzato come argomento in campagna elettorale. 

Comunque, la prudenza non è mai troppa, concluse l’articolo – che ai curiosi lettori non rivelò il nome del simpatico calzolaio.

Autore: Reinhard Christanell

La via dedicata alla memoria di Luis Zuegg

Nella zona industriale, tra le vie Giuseppe di Vittorio e Thomas Alva Edison vi è una via minore, la via Luis Zuegg. Chi era e cosa fece? Nato come Alois Karl Zuech (ma noto come Luis) a Lana il 26 aprile 1876, cambiò il cognome in Zuegg nel 1904; conseguita brillantemente la maturità al Ginnasio dei Benedettini a Montemaria (Val Venosta), passò alla Scuola superiore tecnica di Graz, dove tra le discipline optò per l’elettrotecnica, conseguendo il diploma il 15 ottobre 1900. Per tre anni fu assistente di cattedra del professor Albert von Ettinghausen. Tornato a Lana nel 1903, mise in atto un forte spirito imprenditoriale realizzando la centrale elettrica nella gola del Valsura, presso Lana, nonché la linea tranviaria Lana-Merano. Collaborò anche alla realizzazione della funivia di Monte San Vigilio, inaugurata il 31 agosto 1912. Il 13 dicembre 1913 fu inaugurata la ferrovia locale Lana-Postal; era detta anche “Apfelexpress”, servendo molto per il trasporto della frutta locale, come le note mele di Lana, che giunsero fino a Berlino e a San Pietroburgo. Le abilità di Luis Zuegg furono utili anche nella costruzione di funivie durante al prima guerra mondiale. Fu abile anche in campo economico; dopo la fabbrica di cellulosa e cartone da legno, nel 1917 passò alla lavorazione della frutta;  ne sono esempio i 70 vagoni di marmellata del 1917 per civili e militari: nacque il Gruppo Zuegg tuttora attivo. Nel 1920 fu la volta della funivia Merano-Avelengo, mentre al 1935 risale quella di Ortisei-Alpe di Siusi. Per i meriti acquisiti nel campo della tecnica funiviaria l’Istituto tecnico di Graz nel 1948 gli conferì  il dottorato honoris causa nelle scienze tecniche. Luis Zuegg durante un soggiorno di riposo a Bordighera dopo breve malattia morì il 14 gennaio 1955. Dal 23 ottobre 2010 in onore di Luis Zuegg si trova a Lana, nel parco che porta il suo nome, un busto di bronzo. Diversi Comuni, come Bolzano, Merano e Lana, gli hanno dedicato una strada.

Autore: Leone Sticcotti

Aspettando i dischi completi…

Ci siamo occupati nelle ultime settimane di diverse uscite in formato singolo o in formato video, segno che la scena musicale locale non sta affatto dormendo, e a dimostrarlo ci sono le uscite in formato lunga durata a cui si sono andate ad aggiungere, nelle ultime settimane dell’anno appena concluso, tre canzoni che vale la pena di prendere in considerazione, in attesa ovviamente che i loro protagonisti le includano in un lavoro più completo.

Senza dubbio l’ultimo scorcio del 2022 è stato ad appannaggio delle voci femminili: abbiamo avuto il disco di Zelda Mab, quello di Anna Carol, il ritorno assai atteso di Waira. All’appello mancava la meranese Giulia Martinelli che era assente dalle scene da oltre un anno. La cantautrice ci aveva abituati bene con i suoi EP e con una serie di brani usciti solo in formato digitale all’indomani del primo lockdown.

Ora finalmente con Dead End Street, questo il titolo del singolo di fresca uscita, è tornata a dirci che è ancora qui, con la sua voce e con la sua musica. Nell brano, decisamente interessante e costruito con un buon arrangiamento, essenziale ma giusto, opera del produttore bolognese Riccardo Cesari, a cui sembra aver affidato le sorti delle sue pubblicazioni future, Giulia Martinelli si mette a nudo dopo un periodo di latitanza dovuto a problemi non ricongiungibili alla musica, raccontandoci delle incertezze incontrate trovandosi in un vicolo cieco, come recita in inglese il titolo del brano. In particolare, per le parti vocali di questa nuova fatica, la cantautrice si è fatta consigliare e aiutare da Monika Callegaro. Non resta dunque che attendere i nuovi frutti del suo nuovo corso artistico.

A ridosso del loro concerto dicembrino al Sudwerk, sono tornati a colpire anche i Polemici, Barcellona il nuovo brano, che non ha naturalmente nulla a che vedere con quello omonimo di Montserrat Caballè e Freddy Mercury: è invece una canzone in cui una volta di più il gruppo dimostra la propria versatilità e soprattutto di non essere una band che accompagna un rapper, bensì una band con  un cantante che è anche un rapper. Anzi, più che mai è evidente come ogni componente sia un tassello importante dell’affresco sonoro intessuto dai Polemici. La storia stavolta è introspettiva, intima, e riguarda la fine di un rapporto che ha per sfondo la città catalana dove il rapporto aveva avuto inizio. Sempre efficace il cantato di Tachi su cui si snodano le trame musicali di tastiere, sezione ritmica, chitarra e le invenzioni del DJ. 

Concludiamo la carrellata sui singoli con l’anteprima del nuovo lavoro di Helmut Pinggera che nel 2019 aveva esordito a sorpresa con un solido lavoro rock usando lo pseudonimo Frederick ed ora, come Fred 22, ha reso disponibile Il Falco, un bel brano rock nello stile energico a cui Pinggera/Fred ci aveva abituato. I riferimenti sono quelli che sappiamo, ci sono i riff di chitarra e tastiere e gli assoli lancinanti della sei corde, il cantato che strizza l’occhio a Bruce Springsteen e al miglior Zucchero. La particolarità importante è che il brano è cantato prevalentemente in italiano, anche se ci sono inserti in inglese e tedesco. Sapevamo che Frederick ambiva da tempo a non esprimersi solamente in tedesco, come era accaduto sul disco d’esordio, e già nei concerti ci aveva fatto apprezzare un brano intitolato Partigiano/Partigiana. L’uscita del disco a cui Il Falco fa da apripista è imminente, anzi, mentre leggete queste righe potrebbe già essere realtà.

Autore: Paolo Crazy Carnevale

Sanremo

Contro ogni pronostico c’è molto Alto Adige nell’edizione del Festival di Sanremo 2023. Il primo super ospite sarà Ötzi che, in duetto con Eva Klotz, presenterà un brano dal titolo “Vorrei incontrarti fra 5000 anni”. Il duo Achammer/Kompatscher invece canterà il medley “Uomini soli (al comando)-Amici come prima-Zitti e Buoni-Sudtirolesi’s Karma”. Il Sindaco di Bolzano si esibirà con due cover: “Vita prudente” di Vasco Rossi e “Ciao movida ciao” di Luigi Tenco.

Autore: Roberto Tubaro

Memoria

Com’è noto ai più, il Giorno della Memoria è una ricorrenza internazionale, celebrata il 27 gennaio di ogni anno come momento per commemorare le vittime dell’Olocausto. Per l’occasione fioccano le iniziative, come sempre, ma quest’anno mi ha colpito molto la scelta di alcuni ragazzi di realizzare, divenendone protagonisti, uno spettacolo teatrale incentrato sugli atti del processo a Michael Seifert, uno degli aguzzini del lager di Bolzano. La forza insita nella creatività artistica, nella rappresentazione e nell’interpretazione, può essere davvero un grande aiuto nel difficile compito di fare memoria di uno degli eventi più tragici della storia umana, in realtà così vicina nel tempo al nostro presente. 

Il fatto che si sia deciso di dedicare il Giorno della Memoria (storica) ad un evento specifico è molto significativo. A tutti infatti deve sempre risultare chiara la differenza di fondo che esiste tra due concetti imparentati ma assolutamente non sovrapponibili. Possiamo infatti dire, semplificando, che la memoria storica è il ricordo del passato che si sedimenta negli individui e nei gruppi sociali di un Paese. Anche se parente della storia, la memoria storica è meno intellettuale, precisa e sistematica e più carica di mito, affetti e passioni politiche.

Ne sappiamo qualcosa, in provincia di Bolzano, visto che a proposito della spinta verso la convivenza tra le diverse sfaccettature della nostra popolazione, che tra l’altro deve essere costantemente alimentata, ci ritroviamo spesso a parlare della necessità o meno di una memoria condivisa. Una memoria comune che rappresenti ciò che ci unisce, al di là di ciò che ci divide. E che deve partire dalle nostre vicende personali, uniche e irripetibili, fatte di ricordi. 

A proposito: ecco un’altra differenza fondamentale, quella tra ricordo e memoria. Anche in questo caso si tratta di concetti strettamente collegati ma non sovrapponibili. è un ulteriore esempio del fatto che l’uso corretto dei termini della nostra lingua ci può consentire di gestire meglio anche i nostri pensieri, i nostri ragionamenti e le nostre opinioni. Il ricordo infatti è un singolo frammento di memoria legato ad un avvenimento, ad una persona o ad un contesto, mentre la memoria è l’insieme dei ricordi, delle esperienze e delle informazioni raccolte da una persona nel corso della sua vita.

Ciò che siamo dipende anche dalla coraggiosa sincerità che dobbiamo coltivare per essere davvero maturi nel nostro approccio a ricordi, memoria individuale e memoria storica. Vale per tutti noi, nessuno escluso. Individualmente e come collettività.

Autore: Luca Sticcotti

L’emergenza non è il freddo ma la mancanza di casa e cura

È quasi un nuovo rito dell’inverno. Tutti gli anni tornano Babbo Natale e la Befana, la neve (poca) e i saldi di fine stagione. E con essi l’emergenza freddo, la scomoda figura della persona senza dimora e le polemiche senza costrutto. Nei giorni attorno all’Immacolata un ragazzo, a Bolzano, è morto assiderato.

L’esperienza di chi lavora nel settore dell’accompagnamento alle persone senza abitazione è duplice. Da un lato è chiaro che il freddo invernale non è una “emergenza” ma una situazione costante, ricorrente in modo regolare, come sanno anche i bambini. Chiamare il freddo “emergenza” dà solo la misura della miopia – o della disattenzione – di chi dovrebbe affrontare le cose per tempo e non lo fa. Poi all’improvviso arriva il freddo, si temono i morti ed è “emergenza”.

Il secondo dato che affiora in particolare dal monitoraggio svolto dalla Fio.PSD (la Federazione Italiana Organismi per le Persone Senza Dimora) è che normalmente non si muore per il freddo, ma per la mancanza di casa. Ciò che uccide non è la bassa temperatura ma la vita di strada.

La Fio.PSD conta in tempo reale i morti tra le persone senza dimora (la “strage invisibile”). Nel 2022 sono state 388. Nelle prime settimane del 2023 già oltre 25. Un morto al giorno. Non solo in inverno (circa un terzo), ma in tutte le stagioni (i restanti due terzi). Secondo i dati raccolti dalla rete Fio.PSD, il 92 per cento delle persone morte erano uomini, per due terzi stranieri, età media 49 anni.

“Il luogo di ritrovamento racconta che la causa principale non è il freddo. Non è stato sempre facile, infatti, risalire alle ragioni primarie, ma sempre, grazie alla ricostruzione di chi conosceva le persone, è stato possibile riscontrare come il 60 per cento dei decessi è avvenuto per incidente, violenza, suicidio e il 40 per cento per motivi di salute”. “La salute delle persone senza dimora è uno degli aspetti più importanti su cui da anni i servizi del lavoro sociale provano a lavorare. Eppure, l’accesso ai servizi di cura o l’avvio di percorsi di prevenzione sono ad oggi difficilissimi da realizzare”. La causa della “strage invisibile” non è dunque il freddo, ma la mancanza di casa, di cure e di relazioni. E questa è la vera emergenza.

Autore: Paolo Bill Valente

Laives e l’ospedale di Bolzano

Proprio di fronte all’ingresso del Duomo di Bolzano si trovava l’ospedale di Santo Spirito. L’edificio fu realizzato nel 1271 ed era gestito dagli Ospedalieri di Santo Spirito. Nel corso dei secoli, l’ente acquistò molti beni immobili, alcuni dei quali anche a Laives. Dopo gli Ospedalieri, la struttura passò in mano al Comune di Bolzano, di cui facevano parte anche Dodiciville, Gries e il comune rurale di Laives.

A Nel 1854 venne inaugurato il nuovo ospedale in via Ospedale e la vecchia struttura fu ceduta alle Imperial-Regie Poste e Telegrafi. Ancora oggi il palazzo è di proprietà di Poste Italiane. Per quanto riguarda Laives, la cui popolazione faceva riferimento a questa struttura sanitaria, rimase nel comitato di gestione anche dopo il suo distacco dal comune di Bolzano. A tal proposito, nel 1909 ebbe luogo a Bolzano una concitata seduta del consiglio comunale, chiamato a deliberare proprio su una proposta del comune di Laives. Laives pretendeva di togliere la qualifica di ente di diritto pubblico all’ospedale, rendendolo di fatto accessibile  soltanto ai residenti nei comuni che da sempre ne fruivano. La riunione, come riporta la “Bozner Zeitung” dell’8 luglio 1909, ebbe luogo il 7 luglio e fu presieduta dal sindaco Julius Perathoner. Il sindaco comunicò ai consiglieri che il rappresentante di Laives nel comitato di gestione aveva proposto la “privatizzazione” dell’importante struttura sanitaria, da secoli al servizio dei cittadini della provincia. Gries e Dodiciville si erano associate alla proposta di Laives e soltanto il rappresentante di Bolzano si era opposto a questa eventualità. Laives chiedeva la privatizzazione per evitare il sovraffollamento. Bolzano, invece, riteneva che questa non era nell’interesse della città in quanto la privatizzazione avrebbe tolto all’istituzione lo stato di ente di pubblica utilità e quindi la possibilità di richiedere il pagamento delle prestazioni ai ricoverati “esterni”. In tal modo, i degenti non trasportabili, che dovevano essere accolti per legge, non avrebbero dovuto pagare nulla e i costi sarebbero ricaduti sul bilancio pubblico. Inoltre, sottolineò Perathoner, i comuni favorevoli alla proposta non avevano colto il carattere “benefico” dell’istituzione, che doveva soccorrere tutti i bisognosi senza distinzione di residenza. All’epoca venivano ricoverati 90.000 pazienti l’anno, di cui 48.000 erano residenti fuori città. Intervennero nel dibattito vari consiglieri e il consigliere Pattis sostenne, non a torto, che Laives aveva avanzato questa proposta per procrastinare i necessari lavori di ampliamento dell’ospedale, che ovviamente comportavano dei costi anche per quel paese. Insomma, Laives aveva il braccino corto. Il sindaco comunicò che il progetto per l’ampliamento era già stato approvato con eccezione del reparto per malattie infettive, mentre Laives e Dodiciville si erano espresse favorevolmente unicamente per la costruzione dell’ala dedicata alle suore infermiere. Alla fine, il ricorso di Laives fu respinto e l’ospedale rimase una struttura accessibile a tutti. In chiusura di seduta, i consiglieri concedettero all’unanimità un – meritato – mese di ferie al sindaco. Un’usanza, purtroppo, caduta in disuso.

Autore: Reinhard Christanell

La via dedicata a Sigismund Schwarz

Nei pressi del cimitero comunale vi è una via minore, via Schwarz Sigismund; chi era e cosa fece?  Siegmund (noto anche come Sigismund) Schwarz, figlio del banchiere Ernst Schwarz e di Flora Bernheimer, era nato il 30 marzo 1849 a Hohenems, nel Vorarlberg (Austria). Fu Ernst Schwarz ad aprire nel 1848 a Bolzano una filiale della banca privata, la “Gebrüder Schwarz”, da lui fondata a Hohenems. Nel 1874 Siegmund rilevò l’azienda bancaria paterna e poco dopo si trasferì a Bolzano. Dal 1876  la banca bolzanina, con la nuova denominazione, “Ernst Schwarz Söhne”, fu diretta da Siegmund, mentre il fratello Arnold gestì la banca a Hohenems. Nel 1879  Siegmund sposò Kamilla Braunschweig; ebbero tre figli, Lucie, Oswald, Erwin. Oltre alla banca, Siegmund, assieme al fratello Arnold, fu attivo anche nella produzione di birra; esempio fu il birrificio a vapore di Vilpiano, una delle imprese di produzione di birra all’avanguardia in Tirolo. I fratelli Schwarz si impegnarono anche per i collegamenti turistici del Sudtirolo tramite la rete ferroviaria, per esempio collegandolo nel 1891 con il lago di Garda tramite la ferrovia Mori-Arco-Riva. Seguì la costruzione della ferrovia dell’ Oltradige, che collegava Bolzano con Caldaro. Non mancarono le critiche da parte di giornali antisemiti, come la “Tiroler Post” il 7 marzo 1903. Ma i fratelli Schwarz, presi di mira anche perché erano ebrei, non si lasciarono scoraggiare. Nel 1903 fu la volta della funicolare al passo della Mendola; seguì nel 1907 la funivia del Virgolo a Bolzano e quella del Renon. Va ricordata anche la ferrovia locale Merano-Malles, inaugurata nel 1906. Per tutti questi impegni Sigismund Schwarz va senza dubbio considerato un pioniere dell’emergente turismo tirolese agli inizi del 1900. 

I fratelli Schwarz parteciparono alle iniziative imprenditoriali alberghiere, diedero grande impulso al movimento di merci, all’economia, all’industria. Sigismund Schwarz morì il 30 ottobre 1919 e fu sepolto nel cimitero ebraico di via Maso della Pieve.

Autore: Leone Sticcotti

Il mondo in movimento di Anna Carol con il suo nuovo disco

Anna Bernard, in arte Anna Carol, è una cantante bolzanina che sta calcando le scene ormai da diversi anni, non solo quelle locali avendo fatto qualche esperienza artistica anche all’estero. Ha anche cambiato nome d’arte rispetto agli esordi, ma ormai Anna Carol sembra essere il suo brand definitivo, usato per la prima volta un paio d’anni fa per l’uscita di un EP fortemente voluto che, nonostante sia uscito nel periodo più oscuro della pandemia, non ha mancato di lasciare il segno, garantendo alla cantautrice bolzanina la possibilità di uscire ora con Cinetica, un album a lunga durata, distribuito come l’EP da Nufabric Records in collaborazione con le edizioni Kobayashi.

“Per ora il formato è quello del download digitale sulle classiche piattaforme – ci racconta Anna, appena tornata da un fruttuoso breve tour in Sicilia – ma abbiamo intenzione di realizzarlo presto anche in formato solido, per la precisione in vinile. È vero che la maggior parte del pubblico ascolta in digitale, ma il supporto fisico è un’altra cosa, soprattutto per la soddisfazione personale. Con la musica digitale devi sperare che qualcuno ti infili in una playlist, è un po’ come con le radio, c’è qualcuno che sceglie per te cosa devi ascoltare”.

Il nuovo disco della cantautrice si presenta subito con un sound ben definito, nonostante in sede di produzione si sia avvalsa di più collaboratori, rispetto alle sue pubblicazioni passate, il risultato è più strutturato, più elettronico per certi versi, sicuramente più arrangiato, altamente professionale e le canzoni, come del resto quelle che le avevano precedute, sono senza dubbio convincenti.

“Rispetto a prima – prosegue l’artista – la lavorazione dei brani è stata da subito una cosa collaborativa. Per i miei progetti precedenti io arrivavo con le canzoni e poi ci si lavorava su, qui la cosa è stata un divenire sin dall’inizio, collaborando con diverse persone anche a livello di scrittura. In realtà è una cosa molto lontana dal mio modo di lavorare precedente, non pensavo che ci sarei riuscita così facilmente. Sembra impossibile che scrivendo con altre persone siano potute venire fuori meglio le cose mie, le mie emozioni, le mie sensazioni. Lavorando sulla scrittura con altri sono riuscita a fare venire fuori di più me stessa”.

Per la registrazione delle parti cantate, Anna Carol si è avvalsa dello studio Basement di Fermo, nelle Marche, in una location fantastica tra le colline a cui è molto legata al punto di dire che non riuscirebbe ad immaginare di incidere altrove; uno studio attrezzato con un grande terrazzo panoramico e con la possibilità di soggiornare per tutto il periodo delle session. Per quanto riguarda la parte strumentale invece, quella è stata catturata di volta in volta negli studi dei vari produttori coinvolti nella lavorazione del disco.

“Sono davvero molti quelli che mi hanno aiutata – racconta ancora Anna – Domenico Finizio (Tropea), Emanuele Triglia, Alessandro Donadei, Stabber per dirne solo alcuni, per non parlare poi di chi si è occupato di mixaggio, mastering, artwork e via dicendo. E poi ci sono i concerti, perché per me la parte fondamentale è poi di poter proporre le mie canzoni davanti ad un pubblico: l’ideale sarebbe potersi esibire sempre full band ma le date recenti di Merano, Cremona, al Lokomotiv di Bologna e quelle siciliane, a Bolzano, all’Arcibellezza di Milano sono state la dimostrazione che il repertorio funziona bene sia in duo che in trio o da sola. Il pubblico risponde bene, sia nei locali più grandi che in quelli piccoli, c’è un pubblico interessato, disposto a spostarsi per venire ad ascoltarmi. A Modica, per esempio c’erano ragazze e ragazzi, studenti per lo più, che venivano da cittadine o paesi distanti per assistere al concerto. A Cremona, in un lunedì di pioggia, il locale era pieno: da noi non si sarebbe mosso nessuno, ma la colpa non è tutta del pubblico, ci sono da mettere in conto le limitazioni orarie imposte a chi organizza, cosa che non aiuta di certo”.

Autore: Paolo Crazy Carnevale

Scaramucce

Sembra non finire più la vicenda che vede come protagonisti la cantante pusterese Schackir, il suo ex compagno Gerard Pichler, difensore dell’FC Südtirol e il video della canzone “BZRP Music Session 53”. Ormai tutti si saranno trovati di fronte a innumerevoli meme riferiti ai versi “Hai scambiato un filetto di Wagyu con un Meraner” oppure “hai scambiato un bicchiere di latte Mila con uno di Tirol Milch”. Ora Pichler ha risposto dicendo di essere fiero dei Würstel Alto Adige IGP e che li vuole come sponsor. La risposta di Schackir non si è fatta attendere: “L’unico maiale altoatesino IGP sei tu, gli altri son tutti olandesi e germanici”. 

Autore: Roberto Tubaro