Scaramucce

Sembra non finire più la vicenda che vede come protagonisti la cantante pusterese Schackir, il suo ex compagno Gerard Pichler, difensore dell’FC Südtirol e il video della canzone “BZRP Music Session 53”. Ormai tutti si saranno trovati di fronte a innumerevoli meme riferiti ai versi “Hai scambiato un filetto di Wagyu con un Meraner” oppure “hai scambiato un bicchiere di latte Mila con uno di Tirol Milch”. Ora Pichler ha risposto dicendo di essere fiero dei Würstel Alto Adige IGP e che li vuole come sponsor. La risposta di Schackir non si è fatta attendere: “L’unico maiale altoatesino IGP sei tu, gli altri son tutti olandesi e germanici”. 

Autore: Roberto Tubaro

Un impegno comune

Il 31 dicembre nel suo messaggio di fine anno il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha invitato ognuno di noi a prendersi le sue responsabilità. Lo ha fatto ricordando che per primo lui, in modo inatteso, si è visto coinvolto in un secondo mandato.
Ad un certo punto del suo discorso il Presidente ha fatto riferimento alla guerra in Ucraina, osservando che, se il 2022 è stato l’anno della guerra, occorre ora “concentrare gli sforzi affinché il 2023 sia l’anno della fine delle ostilità, del silenzio delle armi, del fermarsi di questa disumana scia di sangue, di morti, di sofferenze”. Mattarella ha colto l’occasione per ricordare i valori su cui si basa la nostra Costituzione, della quale il 1 gennaio abbiamo celebrato il 75esimo anniversario dell’entrata in vigore. Ed entrando nel merito del dramma che ormai quasi da 1 anno ha messo in ginocchio l’Ucraina e in apprensione il mondo intero, ha pronunciato parole quanto mai chiare e illuminanti. “Non ci rassegniamo a questo pre- sente. Il futuro non può essere questo. La speranza di pace è fondata anche sul rifiuto di una visione che fa tornare indietro la storia, di un oscurantismo fuori dal tempo e dal- la ragione. Si basa soprattutto sulla forza della libertà. Sulla volontà di affermare la civiltà dei diritti. Qualcosa che è radicato nel cuore delle donne e degli uomini. Ancor più forte nelle nuove generazioni.”
In queste quattro brevi frasi sono concentrati i principi chiave della democrazia e dello stato di diritto. Nell’ottica del necessario comune impegno, costante, per un futuro migliore. E alimentando una speranza che si basa sull’osservazione matura e attuale della realtà. Insomma: non dobbiamo in nessun modo cedere ad una visione che, per paura o per interessi di potere e di parte, ci spinga a volgere lo sguardo all’in- dietro. Per questo il Presidente ha richiamato, giustamente, il tesoro della libertà che deve essere oggi più che mai un faro delle nostre società, consentendoci di (ri)affermare la ci- viltà dei diritti. Quando il Presidente dice che questa visione è radicata nel cuore delle donne e degli uomini, richiama il percorso faticoso ma anche vincente compiuto finora dal- la nostra democrazia. La democrazia e la libertà sono ormai radicate nel nostro modo di vivere e sono la dote che affidiamo alle nuove generazioni che, non per nulla, spesso ci pongo- no davanti ad uno specchio, richiamandoci alle nostre incoerenze e alle nostre contraddizioni. Smascherando l’incompiutezza del nostro vivere civile rispetto alle regole e principi, alti, che i nostri nonni hanno scelto per noi 75 anni fa.
Non rassegniamoci mai. Crediamoci fino in fondo. Dipende solo da noi. Da tutti noi.

Autore: Luca Sticcotti

“Non facile, ma sempre fruttuoso e ricco di doni”

Si è spento a Merano uno degli ultimi preti che, originari del Trentino, hanno seguito l’appello del vescovo fondatore della diocesi di Bolzano-Bressanone, Joseph Gargitter, e sono rimasti al servizio della comunità, in particolare per sviluppare una pastorale di lingua italiana integrata con quella di lingua tedesca e ladina.

Don Ettore Garollo era nato a Levico Terme nel maggio del 1929. Dopo l’ordinazione sacerdotale (1954) era stato inviato come cappellano a Bronzolo e di lì trasferito a Merano. Era il lontano 1956. Allora parroco di Santo Spirito era don Guido Cadonna, altro prete trentino, arrivato nel 1939. Negli ultimi giorni di guerra si era contraddistinto per il coraggio avuto nel benedire le salme di alcuni giovani uccisi dai nazisti, mettendo a rischio la propria stessa vita.
Questi preti trentini erano in Alto Adige perché allora gran parte del territorio apparteneva alla diocesi di Trento. Le cose cambiarono nel 1964, quando le diocesi furono fatte coincidere con le due province. A quel punto il vescovo Gargitter, ben consapevole di cosa voglia dire governare una comunità trilingue, chiese ai preti trentini di rimanere. Un altro di loro, don Giancarlo Bertagnolli (che oltretutto si alternò con don Ettore a Bronzolo), scrisse così di quella situazione. “Gargitter è stato un grande vescovo. Lo ricordo ancora molto, con affetto. Quello che mi ha impressionato quando è nata la nuova diocesi è che ci ha detto: ‘I preti trentini che sono qui, li prego di rimanere perché c’è la cura d’anime della popolazione di lingua italiana’. Ci è stata offerta la possibilità di scegliere. Se sono rimasto a Bolzano è stato in primo luogo per questo appello del vescovo. A me dispiaceva molto questo distacco dei decanati altoatesini da Trento, perché sono stato sempre molto legato al mondo tedesco. Ho sempre sentito tutti come fratelli e figli di uno stesso Padre, gli amici di lingua italiana, tedesca e i ladini”. I preti trentini aiutarono la diocesi a guardare oltre i propri confini. Li dobbiamo ringraziare di cuore.
Altri sentono la convivenza di culture diverse come un peso. Non così papa Benedetto, anche lui scomparso in questi giorni, che proprio a Bressanone disse: “Nelle tre lingue – italiano, tedesco e ladino – si incontrano le culture”. Dell’incontro tra le culture” “oggi tanto abbiamo bisogno”. “Sappiamo che non sempre è facile, ma che sempre è fruttuoso e ricco di doni, che aiuta tutti e ci rende più ricchi, più aperti e più umani”.

Autore: Paolo Bill Valente

La contesa dei miracoli

I miracoli, reali o presunti, stanno alla base di molti culti. Evidentemente l’essere umano è propenso naturalmente a credere a misteri, magie e forze sovrannaturali e questa sua “fede” a volte produce prodigi che la stessa scienza fatica a spiegare. Nel contempo, i miracoli sono sempre stati sfruttati dai professionisti del settore e in ugual misura non sono mai mancati i detrattori dei commerci della fede. 

Una simile contesa dei miracoli avvenne anche a Laives e si può dire che non è mai stata risolta completamente. Riassumiamo i fatti, come narrati nel 1922 da un giornale dell’epoca, la “Volkszeitung, quotidiano socialdemocratico del Tirolo”.  Come noto, nel 1553 un pio contadino ritrovò, su indicazione della Beata Vergine in persona, una statuetta di alabastro raffigurante una Pietà sepolta nel terreno in località Pietralba. Già il fatto che un uomo di nome Weissensteiner (pietra bianca) ritrovasse una statuetta di pietra bianca può considerarsi stupefacente. Nel 1561 sorse la prima chiesa e il santuario assurse a grande notorietà tra i fedeli. Nel 1716 i Servi di Maria di Innsbruck si assunsero il compito di gestire il frequentatissimo santuario. L’anno successivo avviarono la costruzione del convento che fu conclusa nel 1722. Come testimoniato da centinaia di ex-voto, la statuetta produsse miracoli pressoché quotidiani e di conseguenza aumentarono a dismisura anche le offerte a favore dei Servi di Maria. Nel 1787 un decreto di Giuseppe II pose termine al miracoloso affare. La statuetta venne trasferita nella chiesa parrocchiale di Laives.

Tuttavia, i previdenti Servi di Maria fecero circolare la voce che in realtà solo una copia della statuetta miracolosa era stata trasferita a Laives mentre quella vera continuava a “soggiornare” nella sua amata Pietralba. Il popolo dei fedeli, per non sbagliare, continuava a salire a Pietralba ma nel contempo faceva una capatina anche nella chiesa parrocchiale di Laives. Se un miracolo avveniva, nessuno poteva affermare con certezza se questo era avvenuto a Laives o a Pietralba. Nel 1838 i Serviti ottennero il permesso di ricostruire il convento ma non la restituzione della statuetta. Ma come per miracolo, anche la presunta copia di Pietralba iniziò a compiere miracoli in serie mentre a Laives la presunta statuetta originale non era da meno. Ne nacque una vera e propria contesa dei miracoli tra Laives e Pietralba che i Servi di Maria pretesero di risolvere a loro favore chiedendo la definitiva restituzione della statuetta. Il Landeshauptmann di allora, von Brandis, invitò il comune di Laives a restituire la presunta statuetta originale ma i Laivesotti opposero fiera resistenza. Sostennero infatti che la restituzione non era neppure necessaria in quanto i Servi di Maria stessi avevano dichiarato che la vera statuetta si trovava già a Pietralba. Non aveva dunque senso restituire una semplice copia della statuetta miracolosa. Al seguente ordine di restituzione di von Brandis, i Laivesotti si appellarono addirittura al governo di Vienna, allegando al loro reclamo una scatola contenente vari oggetti “miracolosi” che i pii frati avevano messo in commercio in una bottega adiacente alla chiesa. Vienna reagì stizzita alla rivelazione dell’indegno commercio e a quel punto i Servi di Maria, temendo rappresaglie già vissute in passato, ritennero opportuno desistere dalla richiesta. Ottennero da von Brandis, presente personalmente alla cerimonia, “l’incoronazione” anche della copia dichiarata ufficialmente originale della miracolosa statuetta. Il commercio riprese a fiorire mentre a Laives, sede del presunto originale, si impose una fede meno scenografica e mercantile. 

Autore: Reinhard Christanell

Inverno cercasi

Il 2023 è già entrato nella storia della meteorologia!
Siamo di fronte ad un’anomalia che qualche settimana ha frantumato record su record; a Rovereto sono stati registrati +8,3° C di temperatura minima equivalente alla normalità di Palermo, mentre a Trento Roncafort +6,9°C come se ci trovassimo sulle colline laziali (Meteo Trentino Alto Adige). Al Passo Croce Arcana (MO) a 1.750m di quota sono stati i superati di 10°C di massima e a Canevare di Fanano sono stati sfiorati i 14°C a 1300m (Emilia Romagna Meteo). Nel Piacentino, al 6 gennaio, sono stati contati appena quattro giorni di gelo rispetto alla media di 26 giornate (NIMBUS). Nella città di Torino si chiude l’anno più caldo e siccitoso degli ultimi due secoli, con un’anomalia di temperatura +1,6°C ed un deficit di pioggia/neve pari al 66%, il tutto confrontato con la media climatologica di riferimento del trentennio 1991-2020 (Arpa Piemonte). E pensare che negli inverni degli anni ’30 si poteva pattinare sul Po, che diveniva un’enorme distesa ghiacciata. Ad Aosta abbiamo avuto 19°C, 13°C a Gressoney, 10°C a Chamois a quasi 1900m (Meteo Tornado). Il 31 gennaio sono stati registrati 20°C a Monaco di Baviera, 19°C a Stoccarda, 18°C a Berlino e a Colonia, 16°C a Parigi (Kachelmannwetter). Dopo l’ondata di gelo epocale (-40°C) di due settimane fa, nell’area di Buffalo, con tormente di neve che hanno scaricato due metri di neve, in cui negli USA sono perite all’incirca duecento persone, ora ci sono +18°C di massima. Tanti laghi, specie in Trentino Alto Adige, sono completamente sghiacciati. A Marlengo, nel 2022, ci sono state settantaquattro giornate con una temperatura superiore ai 30 gradi (Florian Wetterseite).
In questi giorni numerose piante da frutto sono in fioritura anticipata e le api nelle ore soleggiate ne approfittano subitaneamente. A Merano, durante la tombola dell’Epifania, ho notato le prime coccinelle sugli infissi esterni in cerca del tepore del sole. In Irpinia, in collina, le rose sono in fiore.
Dal BalconORTO si sentono gli uccellini cantare come se fossimo in primavera. Le autostrade, con il loro carico di veleni e aria insalubre, scoppiano di traffico e di code e ciò ci fa capire che non c’è ancora un piano strategico dei trasporti, né la benché minima idea di come regolamentare gli spostamenti turistici.
3160 µg/m3 (microgrammi al metro cubo) è il valore di PM10 registrato dopo i botti di San Silvestro a Napoli, sessanta volte oltre il limite per la salute umana; limiti superati in tutti i grandi centri urbani, per non parlare di quello cronico nella Pianura Padana.
Buon rovente 2023 a tutti.

Autore: Donatello Vallotta

Ricordando Sebastian Altmann a Bolzano

Nella zona commerciale Bolzano Sud vi è, collegante via Buozzi e via Keplero, la via Sebastian Altmann, dedicata a chi con Bolzano ebbe un forte legame, essendone stato “l’architetto civico”.
Fu il 27 giugno 1857 che Sebastian Altmann, nato a Bad Reichenhall (Baviera) il 19 gennaio 1827, fu nominato architetto civico di Bolzano.
In presenza di un notevole slancio economico-culturale della città, andava data risposta alle nuove esigenze.
La realizzazione della ferrovia e la nascita delle prime aziende di tipo industriale, essere Bolzano ambita meta turistica come stazione climatica, il tutto contribuiva a dare determinante impulso all’attività edilizia.
Bolzano incaricò appunto l’architetto Altmann di ridisegnare la città, con una sorta di piano regolatore.
Il primo intervento di pianificazione urbanistica (1857-1858) fu la costruzione del quartiere prospiciente la stazione ferroviaria. Seguì il progetto per la Neustadt, la zona comprendente le odierne vie Dante, Carducci, Cassa di Risparmio. I due nuovi quartieri vennero uniti dalla piazza Domenicani, che divenne punto di congiunzione con il centro medievale, mentre Johannsplatz (prima Maximilianplatz ora piazza Walther), sistemata nel 1867, assumeva la funzione di centro, anche ideale, della nuova città ottocentesca.
Nel 1873 Altmann collaborò alla costruzione dell’Hotel Austria in via Fago, l’albergo più lussuoso della città. Nel 1875 fu la volta della villa Marienheim. Villa Defregger è uno dei progetti del 1879, mentre fu nel 1882 che Altmann assunse la progettazione e l’esecuzione del nuovo Ginnasio dei Francescani. Tra le opere più impegnative e importanti di Altmann è il complesso in via Laurin, oggi sede della Provincia Autonoma.
Di quanto progettato dall’architetto civico qualcosa non c’è più, per bombardamenti, incendi, demolizioni, per vari motivi insomma. Ciò che è rimasto però è sufficiente per far riconoscere il debito che Bolzano ha verso l’architetto Sebastian Altmann, il quale morì a Bolzano il 27 luglio 1894.

Autore: Leone Sticcotti

Singoli e intingoli

Il formato “singolo” – sia esso come ascolto digitale tramite le piattaforme dedicate alla musica, sia tramite il download o il post in chiave video su youtube – sono sempre più usati e popolari, a discapito spesso del disco fisico o del disco digitale (molto usato ma spesso e volentieri consistente in una raccolta di brani già usciti autonomamente); e non si tratta di una tendenza limitata agli artisti locali, o di un determinato genere. Oggi vogliamo dedicarci a tre recenti uscite discografiche – ci si passi il termine, anche se in tutte e tre le situazioni siamo appunto nell’ambito del virtuale – ad opera di coinvolgenti personaggi della scena musicale e non solo musicale altoatesina.

È il caso della prima delle tre proposte Wir wollen Mensch sein (lo trovate qui: soundcloud.com/mannypardeller), un felice connubio tra le musiche elettroniche di Manny Pardeller e le liriche della scrittrice Marianne Ilmer Ebnicher, da anni protagonista delle cronache letterarie regionali in lingua tedesca. Non si tratta certo del primo esperimento di questo tipo, ma ci pare particolarmente riuscito l’abbinamento e la voce della scrittrice si adatta molto bene al progetto, come naturalmente il suo testo di scottante attualità dedicato al tema della guerra: “Da tutta la vita – ci dice Marianne – sento notizie di guerra, di mostruosità compiute da umani. E mi chiedo: dove rimangono le visioni di un mondo pacifico e unito? Cavolo, questa volta non riesco più a stare zitta. Così in tarda primavera ho scritto un testo e ho chiesto a Manny, al quale mi lega un altro progetto, se volesse musicarlo”.
Da un paio di mesi circa è in circolazione anche il nuovo singolo di Diego Baruffaldi, cantautore e poliedrico animatore (il suo progetto più recente sono le canzoni su commissione) che nel bel mezzo della pandemia ha deciso di debuttare come solista col CD La musica è chi ho incontrato, dopo aver dato una sostanziosa mano a molti giovani artisti. Imparerò, è questo il titolo del frizzante brano estratto proprio da quel disco, che ci perviene in forma di video singolo (youtu.be/jsZsK03FQBI), accompagnato da un filmato realizzato durante un concerto tenuto da Baruffaldi al Minigolf in riva al Talvera, filmato da Siham El Abidi e montato dallo stesso Baruffaldi con Marina Baldo.
La terza proposta, postata il 3 novembre scorso ci proviene dal batterista e polistrumentista Lil Bob, al secolo Roberto Motta, specializzato nel realizzare gustosi video in cui si diverte a offrire cover in chiave heavy metal, facendosi accompagnare sempre da ospiti e amici differenti.
In passato sono passate per le mani metalliche di Lil Bob celebri brani come la canzone portante della colonna sonora de Il re leone, Felicità di Albano e Romina e la popolare Aserejè delle Ketchup. Stavolta si è divertito a rivedere e correggere Never Ending Story, il popolare brano tratto dalla colonna sonora de La storia infinita, facendosi aiutare per l’occasione dal chitarrista Ivan Miglioranza e dalla voce di un credibilissimo Luca Masiello, che s’improvvisa anche percussionista insieme allo stesso Lil Bob in una sequenza che li vede svettare insieme in cima ai prati a picco sulle pendici della val d’Isarco. (youtu.be/Bh7ZMyE_ZcA).

Autore: Paolo Crazy Carnevale

Avatar 2 in Südtirol

Ancora una volta il lago di Braies torna sotto i riflettori, questa volta grazie al film di James Cameron “Avatar 2 – la via delle Dolomiti”. In questo secondo capitolo della saga i due protagonisti si ritrovano a vivere con tutta la famiglia in mezzo alle nostre montagne. Qui vengono accolti dalle guardie forestali, capitanate da Terence Hill, vivendo serenamente e imparando gli usi e le consuetudini dell’Alto Adige. I problemi iniziano ad arrivare quando i figli adolescenti decidono di avventurarsi fuori dai boschi, spingendosi fino a Bolzano che, si sa, per i sudtirolesi è la città più pericolosa del mondo dopo Tijuana.

Autore: Roberto Tubaro

Le buone notizie

Come si fa, oggi, a dare buone notizie, anche se ci sentiamo spesso assediati invece dalle cattive notizie? Questa è la domanda che mi sono posto, mentre mi accingevo a scrivere queste righe che hanno lo scopo di fare a voi lettori i nostri migliori auguri di buone feste.
La prima cosa che mi è venuta in mente è che in realtà, tra le tante cattive novità, c’è sempre la possibilità di individuare persone, storie, pensieri, prese di posizione che testimoniano attenzione, rispetto, disponibilità, comunità e solidarietà. Di fatto è quello che cerchiamo di fare con i nostri giornali da quasi 15 anni, una sfida e al contempo un’occasione che rinnoviamo ogni due settimane, con convinzione. Ma non basta. Occorre anche avere degli strumenti per affrontare le cattive notizie, riuscire ad accettarle e reagire. Ecco, mi sono detto, è su questo che bisogna puntare. Ogni cattiva notizia ha in se un’insegnamento, uno spunto e una strada indicata, per fare dei passi in avanti. Per crescere. Per farsi forza e, in taluni casi, lavorare insieme per fare in modo che certi eventi non si ripetano.
Certo non possiamo fare nulla per impedire i terremoti, ma abbiamo già capito che invece ci sono dei modi per mettere insieme le nostre energie (quelle di 8 miliardi di persone!), anche per fronteggiare i cambiamenti climatici. Ci sono poi cosiddette “emergenze” che invece sembrano fatte apposta, nella loro drammaticità, per evidenziare ancor di più, anche se a ben vedere non dovrebbe essercene bisogno, con quali contraddizioni ci troviamo a convivere, quasi come se chiudessimo gli occhi e le orecchie, per non vedere e non sentire.
Negli ultimi giorni ci sono addirittura volute delle tragedie per farci finalmente agire su alcune criticità. Come l’insicurezza del traffico nelle città e le tensioni nei nuclei di base delle nostre società che sono le famiglie e i condomini. Incredibile è poi il fatto che si sia ricorsi ancora una volta alla dicitura “emergenza freddo” per mettersi a litigare a livello politico sulla necessità di avere un sistema adeguato per sostenere le persone, sottolineo “persone”, che vivono ai margini della nostra società, manifestando una fragilità cronica e che – in alcuni periodi dell’anno per forza di cose – si ritrovano ad avere la loro stessa vita in pericolo.
“Ora, mentre si trovavano in quel luogo, si compirono per lei i giorni del parto. Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo depose in una mangiatoia, perché non c’era posto per loro nell’albergo.” Così c’è scritto nel vangelo di Luca. I mercatini di Natale esistono per celebrare quel bambino nato per strada. Non dimentichiamocelo e facciamo la nostra parte. Auguri a tutti voi.

Autore: Luca Sticcotti

Lo strano caso del “remitori” 

Dalla statale che attraversa il paese di Bronzolo si può osservare un ampio promontorio compreso tra il Monte dei Giudei (praticamente il lato B del Monte Francesco di Laives), il Salto del Cavallo e, verso Aldino, il Göller. Per molti decenni, specialmente tra il XVIII e il XIX secolo, questo territorio è stato al centro dell’attività di estrazione e lavorazione del porfido. Centinaia di operai, molti dei quali provenienti dal povero Welschtirol, vi trovarono occupazione e le plote, i birfel e i smoleri di Bronzolo erano ricercati in tutta Europa.

Ai piedi del Salto del Cavallo, circa dieci metri sopra il Rio Aldino e non lontano dal vecchio  poligono di Bronzolo, si trovavano i resti di vecchi muri che un tempo erano appartenuti ad un noto eremo, le cui vicende sono state narrate anche dallo storico Emil Pasolli. 

Sembra che il luogo “sacro” sia stato definitivamente abbandonato nel periodo della riforma religiosa dell’imperatore Giuseppe II, figlio dell’imperatrice Maria Teresa d’Asburgo.

Gli abitanti di Bronzolo lo chiamavano semplicemente il “remitori”, termine dialettale per eremo. Esso consisteva in due scarni locali di piccole dimensioni. Il primo veniva utilizzato come luogo di preghiera o rudimentale cappella, il secondo come abitazione dell’eremita. 

Non esistono a tutt’oggi documenti che permettano di risalire alla data di realizzazione dell’eremo; neppure i nomi degli eremiti che si sono succeduti nel corso dei decenni è noto. L’unico dato certo che riguardi l’eremo è che alla fine del XVIII secolo il comune di Bronzolo emanò una “regola” per cui all’eremita era interdetta l’attività di questua “casa per casa” come evidentemente veniva praticata in precedenza. Qualcuno, in paese, deve aver mal sopportato la vista e le visita del povero del Salto del Cavallo. In compenso, il comune di Bronzolo si assunse l’onore di elargirgli settimanalmente un piccolo obolo, una sorta di vitalizio, che gli permetteste almeno di sopravvivere degnamente.

Una seconda volta l’eremo viene citato nel testamento del curato della chiesa di San Leonardo Philipp Jakob Wertsch von Thalfeldnel 1727, che destinò all’eremo la somma di 10 Gulden per i casi di “necessità”.

La località in cui sorgeva l’eremo era particolarmente favorevole e non corrispondeva per nulla all’immagine del luogo isolato e disperso che solitamente si attribuisce al “buen retiro” di chi ha abdicato agli agi della vita terrena. Trovandosi su un piccolo promontorio non subiva neppure gli influssi malefici della malaria che allora colpiva duramente gli abitanti del paese nei periodi estivi, tanto che chi se lo poteva permettere cercava rifugio in altura, specialmente nella zona di Aldino e Monte San Pietro. 

Anche la visuale è particolarmente suggestiva e consentiva allo sguardo di spaziare in lungo e in largo per tutta la valle dell’Adige. Questo fa pensare che qui, prima dell’eremo, si sia trovato un altro insediamento ben più antico.

Inoltre, il remitori era vicino al paese. Il primo maso era distante meno di mezzo chilometro e non lontano dall’eremo passava anche la vecchia e molto frequentata strada per Aldino, che successivamente, a causa della sua proverbiale pendenza, fu spostata verso il Monte Goeller. 

Sotto la chiusa si trovava anche la vecchia Reif, dove veniva depositato il legname proveniente dai boschi del Monte Regolo e destinato al mercato italiano. Si narra che i contadini che scendevano dalla montagna trainando  i pesanti tronchi, spesso portassero un pezzo di pane o di speck all’eremita di Bronzolo. 

Autore: Reinhard Christanell