La solidarietà, principio universale su cui fondare la pace

La Dichiarazione del Millennio, adottata dall’Assemblea Generale delle Nazioni unite nel settembre del 2000, indica la “solidarietà” come il principio a cui ispirarsi per gestire le sfide globali. Lo stesso organismo ha istituito la Giornata internazionale della Solidarietà umana, che ricorre ogni anno il 20 dicembre.

“Le sfide globali dovranno essere gestite in un modo che se ne distribuiscano equamente i costi e i pesi, in conformità con i principi fondamentali dell’equità e della giustizia sociale. Quelli che soffrono o che traggono minori benefici meritano di essere aiutati da quelli che hanno ottenuto i maggiori vantaggi”.

La solidarietà (internazionale) è dunque uno dei principi che interviene a correggere le disuguaglianze. Ma essa non è solo l’atto del forte che aiuta il debole guardandolo dall’alto in basso. È invece condivisione, nella consapevolezza che tutti gli esseri umani hanno gli stessi diritti. Questa condivisione deriva a sua volta dal principio di corresponsabilità (“responsabilità condivisa”).

Dice ancora la Dichiarazione: “La responsabilità per la gestione dell’economia e dello sviluppo sociale mondiale, come pure delle minacce alla pace e alla sicurezza internazionali, deve essere condivisa fra le nazioni del pianeta che dovrebbero esercitarla in maniera multilaterale”.

Nell’istituire, nel dicembre 2005, la Giornata della Solidarietà umana, l’Assemblea Generale sottolineava che “la solidarietà è uno dei valori fondamentali e universali su cui devono fondarsi le relazioni tra i popoli nel ventunesimo secolo”. A quasi dieci mesi dallo scoppio della guerra in Ucraina non si può non riflettere su queste parole.

Le guerre scoppiano proprio in situazioni in cui la solidarietà internazionale è assente. Per prevenirle e per farle cessare è necessario lavorare a relazioni internazionali fondate sull’idea di un destino comune a tutta l’umanità, di un bene comune che sia obiettivo di tutti e che non può prescindere, in primo luogo, dalla giustizia. Non c’è pace senza giustizia. Non c’è pace senza solidarietà (umana/internazionale).

Autore: Paolo Bill Valente

SVP tra portenti e contraddizioni, eccezioni e normalità

Due prospettive sulla storia e la natura della Südtiroler Volkspartei nei libri di Lucio Giudiceandrea e Hans Heiss.

Nel 2020 il partito di maggioranza in Alto Adige/Südtirol festeggiava 75 anni, un traguardo quasi ineguagliato nella storia partitica d’Italia. In quella occasione, la casa editrice Edizioni alphabeta Verlag aveva pensato che fosse il momento di una riflessione approfondita, esterna e soprattutto binoculare sulla storia e sulla natura della Südtiroler Volkspartei. Le storie editoriali sono spesso meno lineari di quanto si pensi, ed è così che è solo due anni dopo che si è arrivati al traguardo di pubblicare due libri sulla SVP che la osservano con sguardo lucido e distaccato, da una prospettiva di lingua italiana e una di lingua tedesca. Questa doppia prospettiva rispetta rigorosamente la mission culturale che si è data la casa editrice di Merano, ossia rivolgersi a entrambe le maggiori comunità etnico-linguistiche di questo territorio, rispettando due sensibilità diverse. Sono nati quindi due saggi paralleli ma non speculari, che si integrano a vicenda nell’offrire un ricco quadro tematico e nel presentare il “punto di vista dell’Altro” ai lettori bilingui, che è il presupposto per una vera e piena comprensione di una comunità plurale e per un’altrettanto piena appartenenza a essa.

Caso poi ha voluto che l’uscita coincidesse con un periodo in cui l’SVP sta attraversando una profonda crisi interna. Ma si è imparato in questi ultimi anni che le crisi sono molto spesso anche sinonimo di opportunità. 

A Lucio Giudiceandrea, giornalista, e a Hans Heiss, storico e politico, è stato chiesto di raccontare la SVP attraverso la lente del proprio gruppo linguistico di riferimento, che la percepisce storicamente in modi differenti. Non si tratta di una storia del partito declinata in due lingue, bensì di un’analisi delle sue principali caratteristiche, tenendo conto delle differenti sensibilità dei lettori di riferimento: da una parte un pubblico italiano – locale e nazionale – che conosce il fenomeno SVP prevalentemente dal di fuori e spesso molto marginalmente, per cui è importante fare luce su aspetti, motivazioni e punti di vista solitamente trascurati dalle “narrazioni” dominanti; dall’altra un pubblico di lingua tedesca che conosce dal di dentro il mondo sudtirolese e con esso il partito che per lungo tempo ne ha avuta la pressoché esclusiva rappresentanza politica.  

Stella aliena. La Südtiroler Volkspartei spiegata agli italiani, di Lucio Giudiceandrea

Il libro ripercorre e approfondisce gli aspetti storico-sociali della “stella alpina”, delineando tre caratteristiche principali: il partito “fenomeno”, per i risultati che ha raggiunto; il partito “etnico”, per il principio che è a suo fondamento; il partito “di raccolta” per la sua capacità di accentrare anche istanze sociali completamente differenti. Ma alla fine si tratta anche di “un partito come tutti gli altri,” che deve fare i conti con divisioni interne e giochi di potere. 

Blüten der Macht. Die Südtiroler Volkspartei zwischen Wunder und Widerspruch, di Hans Heiss

Anche in questo caso, il libro non intende essere un resoconto storico, ma neppure un reportage giornalistico, o una raccolta di aneddoti, o ancora una resa dei conti da parte di un ex politico di opposizione. L’SVP non è solamente un partito, ma quasi una forma di vita in Alto Adige/Südtirol: una specie a rischio, che sembra stare perdendo parte della propria identità e ragione storica. Ma è pensabile un Alto Adige/Südtirol scorporato dal partito che è espressione principale dei pregi e delle contraddizioni di questa provincia?

www.alphabeta-books.it 

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La piazza dedicata ad Anita Pichler

Al centro del quartiere “Casanova” vi è, dal 2015, “Piazza Anita Pichler”. Chi era e cosa fece? Nata il 28 gennaio 1948 a Scenna, nei pressi di Merano, dopo gli anni di scuola a Merano e gli studi superiori a Trieste, si laureò in slavistica e germanistica alla Ca’ Foscari (Venezia). A Praga negli anni 1971/1972, tornò a Venezia, dove dal 1974 al 1976 lavorò come redattrice della casa editrice Marsilio; fu attiva come traduttrice e interprete. A Venezia ebbe l’incarico di lettrice dell’Università; ebbe tempo di dedicarsi alla scrittura.La sua vita fu alquanto movimentata; Anita Pichler amava la vita, le lingue, la scrittura, le montagne e le sue città (Venezia, Vienna, Berlino, Merano e Bolzano); amava fotografare, viaggiare ed osservare il mondo, amava le belle cose. 

Il primo libro, il racconto “Die Zaunreiterin”, la storia di una donna, apparve nel 1986. Tre anni dopo, il racconto “Wie die Monate das Jahr”, che accompagna nella sua leggenda Oswald von Wolkenstein, cavaliere medievale, avventuriero, guerriero, compositore, trovatore, poeta; tradotto in italiano, “Come i mesi l’anno” fu pubblicato da Marsilio nel 1991. 

Nel 1992 uscì “Die Frauen aus Fanis. Fragmente zur ladinischen Überlieferung”; sono frammenti di tradizione orale ladina. Fu nel febbraio 1995 che Anita venne a sapere di essere gravemente ammalata; si trasferì così a Bolzano, dove morì il 6 aprile 1997, attorniata da amiche e amici. 

Prima di morire Anita Pichler, la quale aveva suscitato grande interesse nel mondo letterario tedesco, aveva affidato a Sabine Gruber e Renate Mumelter l’incarico di amministrare la sua eredità letteraria. La tomba di Anita Pichler si trova a Solda, ai piedi del massiccio dell’Ortles. Con la montagna Anita ebbe un profondo rapporto sin dall’infanzia, in particolare proprio per Solda, dove anche da adulta si recava ogni anno per effettuare impegnative arrampicate.

Autore: Leone Sticcotti

Laeds: un capitolo due che è anche un capitolo tre

C’è voluto un po’ di tempo per avere tra le mani – si fa per dire, trattandosi di un disco disponibile per ora solo in formato liquido/digitale – il nuovo lavoro dei Laeds, band che si distingue, oltre che per bravura e originalità, per il fatto di avere tre fratelli tra i suoi componenti.

Si tratta del loro terzo sforzo discografico, ma è anche la seconda parte di un concept iniziato col lavoro precedente: Bone Cage, questo il titolo della recente uscita presentata a Bressanone, dove la band ha il suo quartier generale, e in forma acustica al Carambolage di Bolzano, è una gran bella conferma per il quintetto guidato da Emanuele Colombi, cantante e chitarrista. Se già con la prima parte del concept, risalente ormai al 2019, ci aveva conquistato, Bone Cage riesce ad andare oltre, innanzitutto, nonostante venga considerato dai Laeds un EP, per durata non lo è di certo, in secondo luogo pur rientrando pienamente nel genere prog rock, tende a sfuggire alle classificazioni troppo rigide, il che è sempre una buona cosa.

“Il fatto che i nostri brani siano di lunghezza mediamente alta – ci racconta Emanuele – ci impedisce di pubblicarlo con quella denominazione sulle piattaforme, ci era già successo col disco precedente (uscito anche in forma solida, n.d.r.), le piattaforme musicali hanno dei criteri per cui l’EP deve stare entro una certa durata, ma se i brani sono lunghi non ci si sta dentro… Bone Cage si aggira intorno alla mezz’ora. È stato un parto spaziale, ci abbiamo messo un sacco di tempo, in realtà buona parte del materiale era già scritto quando è uscito Homestage, ma poi siamo stati bloccati dalle limitazioni imposte dall’emergenza sanitaria”.

Bone Cage è caratterizzato da un suono decisamente godibile e accurato che mette in evidenza il talento di questi cinque ragazzi: oltre a Emanuele, ci sono i suoi fratelli Lorenzo (batteria e voce) e Damiano (violino, tastiere e voce), il bassista Gabriele Gege Munini e il chitarrista Raffaele Barberio, tutti irrinunciabili per tessere le trame sonore di un concept non scontato imperniato su problematiche molto attuali, con una ridefinizione dell’idea dei sette vizi capitali.

“Chi segue il genere musicale a cui facciamo riferimento – prosegue a spiegare Colombi – sa che i testi non devono essere qualunque cosa, o c’è una storia da raccontare o c’è una sorta di missione sociale, o meglio un’ambizione. Rispetto al prog rock delle origini, nel cosiddetto neo prog a cui ci rifacciamo c’è meno Tolkien, meno medio evo. Non abbiamo pretese di lanciare messaggi che sveglino la gente, come John Lennon per intenderci, ma crediamo che già il puntare il dito su determinate piaghe sociali, dal suicidio minorile all’alcolismo, argomenti un po’ pericolosi da nominare, quasi tabù per la stampa, sia importante. Magari il nostro genere non è seguitissimo, ma siamo convinti che affrontare questi temi sia una cosa da non sottovalutare, e lo facciamo come siamo capaci, a modo nostro”.

Per realizzare Bone, i Laeds si sono affidati anche stavolta alla produzione di Mattia Mariotti che li aveva seguiti già in Homestage: “Lo abbiamo voluto tenere in squadra – conclude il cantante – perché siamo amici da sempre e ci siamo trovati bene a lavorare con lui, così come con i ragazzi del Blue Noise Studio di Mattarello. Per il missaggio invece non essendo stati del tutto convinti dal  lavoro dello studio polacco che aveva fatto quello del disco precedente, ci siamo rivolti a Michele Quaini, insegnante al CPM di Milano. Il risultato è che il suono stavolta è molto più pieno, che è quello di cui avevamo bisogno essendo noi una band che pubblica su piattaforme come Spotify, dove si finisce in playlist mescolati con cose troppo differenti. Ma questo discorso è molto complesso e richiederebbe un ulteriore approfondimento”.

Autore: Paolo Crazy Carnevale

Ravioli cinesi

Ingredienti

Per l’impasto:
300 g di farina tipo 00
150 g di acqua

Per il ripieno:
200 g di carne macinata mista
200 g cipollotto
Una fetta di zenzero
Qualche foglia di cavolo cappuccio

Per marinare il ripieno:
1 cucchiaio di salsa di ostrica
1 cucchiaio di salsa di soia
1 cucchiaio di vino di riso
Pepe nero e olio di sesamo a piacimento

Per il cestello:
Foglie di cavolo cappuccio

Preparazione

Preparate l’impasto: versate la farina in una ciotola e formate una fontana, poi aggiungete un pizzico di sale e versate l’acqua tiepida mentre iniziate a mescolare.
Trasferite il composto sul piano di lavoro leggermente infarinato e formate un panetto. Riponete il panetto nella ciotola, coprite con un canovaccio e lasciate riposare per 30 minuti.
Iniziate con il ripieno: tritate finemente il cipollotto, compresa la parte verde, e il cavolo cappuccio. Trasferite il trito in una ciotola capiente e aggiungete la carne macinata, la salsa di soia, la salsa di ostrica, sale e pepe, il vino di riso e l’acqua.
Formate un filoncino di pasta sul piano leggermente infarinato e tagliatelo a tocchetti di circa 2 cm, spianateli con il mattarello e ritagliate dei dischi con un coppapasta del diametro di 8 cm.
Riempite i dischi con il ripieno e chiudeteli.
Per la cottura potete utilizzare una normale vaporiera o una di bambù: foderate il fondo con una foglia di cavolo cappuccio, poi adagiate sopra i ravioli ben distanziati l’uno dall’altro. Cuocete per circa 8 minuti.

Mercatini spaziali #2

I mercatini, anno dopo anno, si sono diffusi sempre di più. Ci siamo così abituati a mangiare il Würstel (o Viustel) a quello di Verona, a bere un Punch al Nocino a Bologna, il Vin Brulè col Sassicaia a Firenze, assaporare il canederlo cacio e pepe a Roma o il Bretzel con la mozzarella di bufala a Napoli. Il tutto con sottofondo tirolese e birra bavarese. Ma ora siamo andati oltre: ha aperto ufficialmente il primo Mercatino di Natale su Marte, direttamente nella centralissima piazza Matt Damon. Sono già disponibili vari tour dei mercatini targati SpaceX, con partenza da Bolzano e tappa sulla luna. Incluso nel prezzo un giro nel rover di natale.

Autore: Roberto Tubaro

La spada di Damocle

L’uso dell’espressione “spada di Damocle” – col significato di minaccia sempre presente, grave pericolo che incombe su una persona – si è diffuso dal XIX secolo, ma la leggenda ha origini antiche. La tradizione più diffusa racconta che il tiranno di Siracusa Dionisio il Vecchio (secondo altri il figlio Dionisio II), per far capire al suo cortigiano Damocle che la potenza e la felicità di un regnante sono assai precarie, lo invitò alla sua mensa, imbandita in modo splendido, e lo fece sedere al suo posto. Sul più bello Damocle si accorse che dal soffitto pendeva una spada retta solo da un crine di cavallo, simbolo delle preoccupazioni e dei pericoli che incombono sui sovrani. Il cortigiano impallidì e pregò il suo ospite di lasciarlo andar via.
Nei giorni scorsi la neo presidente del consiglio ha manifestato tutto il suo carattere, arrivando ad affermare – massimo coraggio politico nel terzo millennio – di essere disposta persino a fare scelte che comportino costi in termini di consenso elettorale. La notizia è rimbalzata in ogni dove, com’è giusto che sia, anche nelle zone dove i cambiamenti climatici hanno di nuovo battuto un nuovo durissimo colpo, provocando disastri di cui però – ormai è più che evidente – sono corresponsabili scelleratezze imprenditoriali e politiche. Sono luoghi da noi lontani, anche se meno di quello che si pensi. Ma l’incertezza politica, ormai cronica e venata di schizofrenia, si sta riverberando anche nel nostro territorio, fino a pochi anni fa simbolo di perenne stabilità a causa dei meccanismi dell’autonomia legata alle minoranze linguistiche. La novità sta tutta nel fatto eccezionale, che il partito di raccolta non è stato ancora in grado di esprimere un candidato alla carica di Landeshauptmann, a pochi mesi dalle elezioni provinciali. Anche qui la spada di Damocle evidentemente sta facendo il suo gioco: dopo i terremoti senza precedenti all’interno del partito di raccolta che hanno caratterizzato la tormentata legislatura che si sta concludendo e sondaggi non proprio rassicuranti, evidentemente i meccanismi del passato che garantivano compattezza nei momenti cruciali non sono più sufficienti.
Se è vero che i politici vivono ormai permanentemente sull’orlo di una crisi di nervi, a mio avviso oggi è altrettanto evidente che esiste ormai solo un modo per recuperare credibilità nei confronti degli elettori, premessa fondamentale al consenso. E questa credibilità non può che partire dai problemi reali delle persone, lontani anni luce dalle sterili battaglie per il potere.

Autore: Luca Sticcotti

Ultimi colori

Finalmente le temperature si stanno accostando alle medie stagionali e sia sulle alture, sia nei fondovalle le prime gelate rimarcano questo cambiamento stagionale. I prati, nelle prime ore del giorno, sono ricoperti di un sottile strato di ghiaccio ed il classico tappeto verde lascia spazio al giallo aranciato; in assenza di nuvole basta un risoluto irraggiamento mattutino per farci svegliare dall’illusione che l’estate si sia definitivamente accomiatata e che anche l’autunno, presto, andrà in soffitta. Ma procediamo con calma, l’aria è sì decisamente pungente tantoché per evitare di soffrire il freddo è meglio vestirsi a strati ed avere con sé una berretta di lana ed un paio di guanti belli caldi. Il cuscinetto freddo che respiriamo, in cui l’inquinamento antropico bivacca imprigionato col suo color grigio/bluastro, è ben visibile nelle giornate con scarsa ventilazione; al contrario, in parecchie vie, quelle più esposte alle intemperie, gli alberi e le piante hanno perso gran parte delle loro foglie, ne restano attaccate le più temerarie, oramai prossime al marrone spento. Sfrontati procedono gli aceri coi riflessi e le sfumature di rosso rubino al tramonto, sebbene “cadrà l’inverno anche sopra il loro viso”. In questo quadretto permangono la palma, l’alloro, l’ulivo ed il leccio che per connotazione sono sempreverdi e le fantasie, non solo mie, le vedrebbero bene ammantate di un bianco candido: ma ciò che produrranno il vortice polare e la fucina Atlantica, ad oggi, non è dato saperlo. Possiamo guardare davanti solo al nostro naso e incominciare a proteggere le nostre amate piante sul balcone. Per quel che mi riguarda ho ancora da finire di raccogliere gli ultimi peperoni dolci, contesto che francamente, a queste latitudini, mi ha davvero stupito; al momento essi si godono sole e cieli tersi e vivono in un frigorifero naturale. Entro una decina di giorni, comunque, le piante orticole annuali saranno sradicate, puliti sommariamente all’esterno i vasi saranno poi spostati verso la parte interna del BalconORTO, in cui la colonnina di mercurio dovrebbe essere un grado o poco sopra più magnanima nelle nottate stellate. Il terriccio sarà rigirato, monitorato e filtrato dai sassolini, vecchie radici, foglie secche e plastiche e microplastiche visibili a occhio nudo. I vasi verranno coperti con panni di tnt (tessuto non tessuto) per evitare che alcuni insetti dannosi, come cimici asiatiche, oziorrinchi e maggiolini possano svernare ed ovodeporre per cibarsi successivamente delle nostre future piantine in tarda primavera.

Autore: Donatello Vallotta

Volontariato sociale. Essere dono gli uni per gli altri

“Mi chiedo sempre quale senso possa avere ogni vita se non si apre e non si trasforma in dono. È quello che c’è dentro i nostri cuori che qualifica e dà significato all’avventura dei nostri giorni”. Lo diceva don Giancarlo Bertagnolli. Alla vigilia della giornata internazionale del Volontariato (5 dicembre), parole quanto mai attuali.

“Come persone amate, la nostra più grande realizzazione sta nel diventare pane per gli altri”, suggeriva don Giancarlo, instancabile promotore, in Alto Adige, dell’impegno volontario e del suo spirito autentico. Nel luglio 2001, a Bressanone, di fronte al presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, disse: “L’etica del volontariato comporta la capacità di non accontentarsi, di cercare, pensare, agire, essere scomodi per migliorare la condizione sociale di tutti: non solo attraverso la pressione sulle istituzioni, ma anche e soprattutto attraverso la testimonianza personale e di gruppo, la proposta. Il progetto di relazioni personali e comunitarie attente alla ricerca ed alla promozione della giustizia”.

Citava spesso, don Giancarlo, il primo presidente di Caritas Italiana mons. Giovanni Nervo, che ammirava immensamente: “In un momento in cui è in atto un’evoluzione dal volontariato verso il non profit e verso l’economia sociale, e alle volte sul volontariato piovono anche molti soldi, è di essenziale importanza che il volontariato mantenga la sua identità di lavoro gratuito, sia per custodire un valore fondamentale, sia per conservare alle cooperative sociali e al non profit l’anima e i valori da cui sono nati: il rispetto per le persone, lo spirito di servizio, la scelta preferenziale dei poveri, la tutela dei più deboli e la giustizia sociale”.

“Quando pensiamo al nostro essere volontari”, insisteva don Giancarlo, “al nostro darci agli altri, quello che ci viene subito in mente è il condividere i nostri talenti. Cioè quella capacità di fare cose belle e di farle bene e con costanza. E quando parliamo di talenti tendiamo a dimenticare che il nostro vero dono non è tanto quello che possiamo fare, ma quello che noi siamo. Chi possiamo essere per gli altri? La vera domanda non è: cosa possiamo offrirci gli uni agli altri, ma chi possiamo essere gli uni per gli altri?”

Autore: Paolo Bill Valente

Quelle parole che possono ferire o guarire

Il saggio del sociolinguista Federico Faloppa per Edizioni alphabeta Verlag.

Le piattaforme digitali di comunicazione e condivisione, i cosiddetti social media, hanno trasformato le dinamiche relazionali fra le persone. La parola diventa centrale nel veicolare il senso delle relazioni e sempre con più frequenza e impatto si è assistito negli ultimi anni ad un crescendo di situazioni in cui proprio le parole hanno determinato discriminazioni e atti persecutori. La pandemia ha sicuramente contribuito ad esacerbare tali dinamiche. 

Per gli antichi greci il termine pharmakon indicava tanto il veleno quanto la medicina e aveva quindi il doppio potenziale di uccidere o di guarire. In tal senso è da interpretarsi il titolo del nuovo saggio della casa editrice Edizioni alphabeta Verlag, La farmacia del linguaggio. Parole che feriscono, parole che curano. Il libro, snello e agevole, raccoglie un intervento che il noto sociolinguista Federico Faloppa ha tenuto a Bolzano il 27 gennaio 2022 in occasione della Giornata della Memoria e affronta il tema del linguaggio come strumento di offesa, ma anche come risorsa collettiva di consapevolezza. Faloppa è docente di Italian Studies and Linguistics presso il dipartimento “Language and Culture” dell’Università di Reading, nel Regno Unito, e da vent’anni si occupa della costruzione del “diverso” nelle lingue europee, di rappresentazione mediatica delle minoranze, di produzione e circolazione del discorso razzista e discriminante in Italia.

Attraverso numerose esemplificazioni, l’autore ripercorre le differenti tipologie del linguaggio d’odio: dall’insulto all’uso metaforico di parole innocue in altri contesti, che divengono però armi a seconda del loro utilizzo; dalle espressioni più sottili e articolate al ribaltamento dei ruoli tra odiatori e vittime; dal body shaming al victim blaming. 

Questo fenomeno, da tempo esistente, ha recentemente oltrepassato la soglia d’allarme a livello internazionale, tanto che istituzioni quali il Consiglio d’Europa ne hanno analizzato le conseguenze soprattutto sui soggetti più fragili e sulle categorie più discriminate. Faloppa si sofferma quindi sulle definizioni alla base delle misure in via di adozione per contrastare il fenomeno. 

Il saggio di postfazione di Gabriele Di Luca, che stabilisce una sorta di dialogo a distanza con l’autore, offre ulteriori spunti di riflessione, declinando la tematica sulla realtà altoatesina, ancora attraversata dalla cosiddetta “faglia etnica”: qui le questioni legate all’identità, all’appartenenza linguistica, alla toponomastica, a una supposta egemonia culturale, nutrono tutt’oggi il dibattito pubblico di messaggi e contenuti spesso caratterizzati da toni violenti e discriminatori. 

Ma il libro non è solo un riepilogo di casistiche negative e fatti di cronaca tristemente noti: l’autore pone l’accento anche sul potenziale curativo delle parole, conducendo il lettore attraverso esempi tratti dalla letteratura, dall’antropologia, dalle pratiche religiose, e descrivendo una predisposizione culturale alla comunicazione e all’ascolto come strumenti terapeutici. Un percorso che rivela come il rischio principale risieda proprio nella “perdita” del linguaggio, nello svuotarsi dei significati e nel dimenticare il fondamento collettivo della parola.

La farmacia del linguaggio. Parole che feriscono, parole che curano è l’ultimo libro uscito in casa Edizioni alphabeta Verlag ed è nato in collaborazione con la Fondazione Langer e con l’A.N.P.I.

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