Due chiacchiere con… l’intelligenza artificiale

Negli ultimi tempi hanno preso piede in maniera esponenziale alcune nuove tecnologie legate all’intelligenza artificiale, basate sui modelli generativi. Non si tratta più dunque di modelli in grado solo di analizzare un testo o delle richieste fatte da un umano, ma si tratta di sistemi in grado loro stessi di generare contenuti. Sul nostro giornale abbiamo già parlato della vera e propria moda che ha riguardato la generazione di immagini virtuali; ora invece ci troviamo di fronte al passaggio alle reti neurali che sono in grado di generare linguaggio e testo. Sono state soprattutto le cosiddette chat Gpt a portare due grandi novità: innanzitutto hanno migliorato di molto i precedenti sistemi facendoli divenire più interattivi, ma soprattutto sono state aperte al pubblico soprattutto per raccogliere ulteriori dati e “allenare” i sistemi stessi.

La vera rivoluzione è la flessibilità, che porta questi sistemi ad interpretare le richieste degli utenti, generando testi plausibili. Se pensiamo a sistemi come Alexa che agiscono attraverso un’interpretazione del linguaggio davvero molto primordiale, arrivando spesso a causare frustrazione negli utenti, la tecnologia chat Gpt potrebbe avere davvero effetti rivoluzionari per questo tipo di utilizzo. Nella domotica a breve potrebbero dunque esserci sviluppi davvero importanti. Ora si dice che Google potrebbe perdere molto del suo appeal rispetto a questi sistemi. Ma in realtà si tratta di sistemi chiusi e definiti. Una possibile evoluzione allora potrà proprio essere quella di integrare l’interfacciamento evoluto con l’utente con motori di ricerca che vadano a cercare le informazioni su internet. Al momento si dice che le chat Gpt potenzialmente potrebbero passare degli esami universitari. Il punto è vedere quali esami e quale grado di certezza ci sarebbe, nella possibilità di superarli. Questi sistemi al momento vengono chiamati, scherzosamente, pappagalli stocastici. Quindi forse c’è ancora un po’ di strada da fare in questa direzione. Ma ci torneremo su.

Autore: Marco Montali

Guerra o pace?
Sviluppi dai confini imprevedibili

Ricorre in questi giorni (24 febbraio) il primo anniversario dello scoppio della guerra in Ucraina. Fin da subito il mondo si è trovato di fronte a una doppia urgenza: ristabilire il diritto e ritrovare la pace. La violazione dei confini tra stati sovrani rappresenta un precedente che la comunità internazionale non può accettare.

La guerra in Ucraina, al di là delle troppe vittime civili e dei caduti sui vari fronti di combattimento, ha prodotto una seria emergenza umanitaria. Circa 17.7 milioni di persone hanno bisogno di assistenza. Oltre 5.9 milioni gli sfollati interni – di cui un milione i minori – e 7.9 milioni i rifugiati nei Paesi confinanti. In tutto 13 milioni i profughi all’estero, di cui circa 170mila in Italia.

Ma il problema fondamentale resta la guerra in sé. Essa appare sempre più un vicolo cieco dal quale è assai difficile uscire. Tornando indietro si giustifica un’aggressione. Andando avanti si perpetua la tragedia umanitaria e si rischia una deriva nucleare.

Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, nel discorso di fine anno, aveva posto l’accento sull’aspetto più critico nella dinamica guerra-pace: “Pensiamoci: se l’aggressione avesse successo, altre la seguirebbero, con altre guerre, dai confini imprevedibili”. La questione è centrale. Che cosa è più importante, nell’ottica del bene comune: la fine immediata del conflitto o il ripristino del diritto internazionale e dei diritti delle persone? Il Presidente mette chiaramente in guardia rispetto alla tentazione di accettare l’ingiustizia per sfinimento.

Pochi giorni prima Mattarella, rivolgendosi a una conferenza di ambasciatori, aveva detto: “L’aggressione brutale della Federazione russa ai danni dell’Ucraina ha messo in discussione le regole sulle quali abbiamo fondato la nostra pacifica convivenza. Un ordine basato sul rispetto del diritto internazionale”. Al centro del sistema di valori su cui si fonda quest’ordine “vi è la dignità umana e il rispetto della persona, che oggi vediamo invece in tante parti del mondo calpestato”.

Guerra o pace? Domanda destinata a rimanere senza risposte semplici, ma che chiama all’impegno. Sapendo che le premesse per una pace giusta e duratura vanno costruite prima che scoppi il conflitto. Quando la bomba è esplosa la politica del bene comune è tragicamente impotente. Non resta che sperare, credere nell’impossibile (continuando a lavorare e pregare per la pace).

Autore: Paolo Bill Valente

La Kongrua del curato di Laives

Per garantire ai curati, parroci e cappellani impegnati nelle parrocchie dell’impero austro-ungarico un “minimo vitale”, a partire dal XVIII secolo e precisamente con la riforma di Giuseppe II fu introdotta la cosiddetta “Kongrua”, chiamata anche “portio canonica”. 

Con legge del 28 aprile 1724 si stabilì che le nuove parrocchie fossero dotate di una portio canonica o kongrua a carico dell’erario. Insomma, i sacerdoti che non disponevano di un reddito minimo annuo avevano diritto a vedersi integrato lo stesso dall’amministrazione pubblica. Il minimo vitale fu inizialmente fissato in 300 Gulden. Ovviamente si discusse molto sui cespiti che dovevano essere considerati reddito e quali no: ma questo non riguarda la nostra storia. Particolarmente dibattuti erano i cosiddetti diritti di stola bianca o nera, ossia le somme spettanti al prete per la celebrazione di matrimoni, battesimi e funerali. In quanto introiti incerti erano inizialmente esclusi dal computo della congrua.

Altro tema rilevante era ovviamente l’ammontare della congrua spettante al prete. I parroci e curati “autonomi” (selbständig) avevano diritto ad un importo maggiore, gli ausiliari, dipendenti da un’altra curazia o parrocchia, ad uno minore. Giuseppe II ritenne il mantenimento del clero un compito dello stato, per cui istituì un apposito fondo religioso che doveva elargire agli aventi diritto le somme spettanti. Nel 1840 si stabilì che gli introiti da stola dovevano essere computati solo se superiori ai 50 fiorini, mentre gli “Inzerten” come offerte e lasciti vari non venivano conteggiati.

Un caso curioso che destò un certo scandalo fu quello del curato e cittadino onorario di Laives Thaddäus von Elzenbaum, che nel 1892 intentò causa al Ministero del culto e della pubblica istruzione per vederrsi riconosciuti arretrati di “kongrua” per un ammontare complessivo di 738 fiorini. Il curato fu difeso dall’avvocato viennese Viktor von Fuchs, il Ministero dal cavaliere Johann von Spaur. Gli anni oggetto della contestazione andavano dal 1887 al 1892 e oltre all’importo il curato chiese gli interessi del 5%. Il tribunale accolse la sua richiesta e il Ministero fu costretto a pagare.

Secondo la difesa del curato, egli aveva diritto all’integrazione del minimo vitale in quanto le prebende a suo favore esistenti nella parrocchia di Laives ammontavano complessivamente a 441 fiorini annui. Il Ministero, al contrario, ritenne che l’integrazione non gli spettasse in quanto il suo atto di nomina lo qualificava come ausiliario della parrocchia madre di Bolzano e la stessa curazia di Laives era stata istituita nel 1710 come “sede distaccata” della parrocchia bolzanina. 

Il curato contestò in toto l’esposizione del rappresentante del Ministero. Sostenne infatti che il proprio decreto di nomina prevedeva l’esercizio delle sue funzioni in piena autonomia, come confermato anche dalla nota del principe-vescovo di Trento. In altre parole, egli era autorizzato a celebrare battesimi, matrimoni e funerali e teneva sotto la propria esclusiva responsabilità i registri delle nascite, morti e matrimoni. Inoltre il curato curava personalmente la corrispondenza con tutte le istituzioni statali e ecclesiali e il fatto che fosse tenuto a osservare obbedienza al parroco di Bolzano non era da considerare una limitazione delle sue funzioni. 

La sentenza, come detto, accolse in toto la tesi del curato von Elzenbaum e gli riconobbe, secondo la legge del 1885, una kongrua di 600 fiorini annui, l’equivalente di 9288 € attuali.

Autore: Reinhard Christanell

La via dedicata a Anna Ruedl Zagler

Da via Sorrento si può percorrere, costeggiando l’Istituto tecnologico “Max Valier” e la Scuola Media “Anna Negri”, la via Anna Ruedl Zagler, tra viale Druso e viale Europa. Chi era e cosa fece? Anna Ruedl, nata nel 1785 a Caldaro, sposatasi nel 1802 con un medico di Lana, nel 1860 fondò presso la propria abitazione una “casa per domestici”, per offrire un alloggio gratuito alle domestiche anziane, malate e prive di mezzi. L’idea era venuta al figlio della signora Anna, Joseph Zagler, il quale, divenuto Padre Franz Xaver Zagler, si impegnò molto nel campo sociale. La signora Anna Ruedl Zagler dispose che alla propria morte (avvenuta nel 1872) la sua abitazione (in vicolo dei Muratori, ora via dei Vanga), venisse adibita a “Dientsbotenhaus”, ospizio per domestiche. L’ospizio, che offrì alloggio e assistenza fino agli anni ‘50, occupava una vecchia costruzione a due piani, parzialmente danneggiata durante la guerra. Non si trattava però di una vera e propria casa di riposo, poiché le sue ospiti erano pur sempre a servizio presso famiglie bolzanine, dove provvedevano a pulizie o altre faccende di casa. L’istituzione era riservata a “domestiche che abbiano prestato servizio a Bolzano per almeno 15 anni”. Allo scopo venne istituita una Fondazione, che si occupò del collocamento di domestiche disoccupate o inabili. Va ricordato l’aiuto che alla “Casa per domestici” fu dato anche da un’altra benefattrice, la signora Wilhelmine Grätzl, vedova del medico dott. Josef von Kofler. Il 17 dicembre 1987 la Fondazione divenne l’Associazione “Haus der geschützten Wohnungen” (Casa degli alloggi protetti), avente come obiettivo l’assistenza e la protezione per le donne che si trovano in situazione di violenza. La “Casa degli alloggi protetti”, ora del KFS (Katholischer Familienverband Südtirols – Associazione sudtirolese famiglie cattoliche), fu a livello nazionale una delle prime strutture per donne in situazione di violenza.

Autore: Leone Sticcotti

Shanti Powa go America

Il sogno americano è un mito che ha attratto musicisti di ogni generazione e di ogni parte del mondo. E la nostra regione non è certo esente da questa fascinazione.  Lo scorso dicembre è toccato agli Shanti Powa calcare le assi dei palchi americani, per due concerti legati ad un’importante manifestazione.

Pensiamo ai Dedy Cemm che fecero per sei mesi la spola tra New York e le Bermuda sulle navi da crociera, o a Enrico Micheletti e Klaus Tengler, entrambi in California a fine anni settanta (il primo a L.A. dove pare abbia incrociato la chitarra con membri della band di Larry Coryell, il secondo a Frisco, dove frequentò gente come Mike Bloomfield e Jorma Kaukonen ed incise persino un disco) e poi, in tempi più vicini a noi, come non ricordare le puntate di George McAnthony a Nashville, il massacrante tour dei Graveworm, quello autogestito dei Nolunta’s, fino alle recenti scorribande di Hubert Dorigatti.

Come dicevamo – lo scorso dicembre è toccato agli Shanti Powa calcare le assi dei palchi americani, per due concerti legati ad un’importante manifestazione.

“Tutto è cominciato un paio di anni fa – ci racconta Thomas Maniacco, trombettista e portavoce del gruppo – abbiamo partecipato ad un contest organizzato da JM International, una ONG legata all’ONU che organizza eventi per i giovani, il risultato è stato che ci siamo ritrovati tra i gruppi vincitori e avremmo dovuto esibirci alla fine del 2020 in Corea del Sud, che quell’anno ospitava la manifestazione. Tutto è saltato per colpa del Covid, e il nostro concerto lo abbiamo filmato a casa ed è stato trasmesso poi in streaming sul sito di JM International. Grazie però al piazzamento ottenuto siamo diventati, e continuiamo ad esserlo, ambasciatori della Fair Play Music nel mondo”.

Parimenti al concorso Busoni, il contest vinto dalla formazione altoatesina non è detto debba avere per forza un vincitore: è quello che è accaduto con l’edizione 2022 che avrebbe dovuto ospitare i vincitori nella capitale americana così gli organizzatori hanno avuto la bella pensata di invitare quindi gli Shanti Powa e altri musicisti legati al loro contest.

“Il materiale musicale di chi partecipa al contest – prosegue Maniacco – deve avere dei testi contro la corruzione, l’oppressione, divulgare l’idea di unione e comunità e noi sembravamo fatti apposta per questo tipo di evento. Nella fattispecie, a Washington si è tenuta l’International Anti Corruption Conference, a cui erano presenti tutte le ONG legate al circuito a cui appartiene JM International e proprio in quest’ambito siamo stati invitati ad esibirci”.

Impossibilitati a recarsi tutti in America, gli Shanti Powa sono così partiti in sei per l’avventura oltreoceano, hanno passato qualche giorno in una sala prove di Washington per testare la formazione ridotta (Bertrand J. Risè, Florian Gamper, Lukas Pichler, Fabian Pichler, Jonas Tutzer e Thomas Maniacco) a cui si sono uniti sul palco anche altri tre artisti invitati all’IACC: il congolese Alesh, Faith Mussa dal Malawi e Lain, della band indiana Rain in Sahara. 

“La prima situazione in cui ci siamo esibiti – è il cantante Berti Risè a parlare – è stata strettamente legata all’evento, con un pubblico formato ovviamente dalle ONG partecipanti, ma anche da diversi Segretari di Stato, incluso quello americano. Un’esibizione in stile unplugged per giornalisti, speaker, politici e addetti ai lavori”.

Il giorno successivo invece il gruppo si esibito al 9:30 Club, il locale più in voga della capitale americana, particolarmente caro a Dave Grohl (Nirvana, Foo Fighters) che lo definisce il suo locale preferito, facendosi apprezzare dai frequentatori abituali.

 “Si è trattato di un’esperienza molto importante – conclude Berti, suonare e portare la nostra musica in America era un sogno. Devo dire che è stata anche una cosa commovente per me, ho pianto di felicità. È stato un peccato non poterci essere con la band al completo, ma in compenso siamo riusciti a stabilire un legame molto forte con gli altri partecipanti, ci sono già dei brani che stanno nascendo in collaborazione con loro: l’idea è di averli nel nostro prossimo disco e suonare ancora dal vivo con loro”.

Autore: Paolo Crazy Carnevale

Danubio dolce

Ingredienti

Per l’impasto – tortiera 28 cm di diametro
530 g farina Manitoba
230 g latte intero
50 g burro fuso
30 g zucchero
4 g lievito di birra secco
1 uova (medio)
1 scorza di limone (non trattata)
1 baccello di vaniglia
10 g sale fino
50 g acqua

Ripieno
Marmellata (vi consigliamo quella di pesche)

Per spennellare e decorare
1 uova (medio)
1 cucchiaio latte intero
20 g zucchero a velo

Preparazione

Per preparare il danubio dolce, cominciate facendo fondere il burro (al microonde o a bagnomaria).
Poi iniziate a preparare l’impasto: versate nella planetaria munita di foglia la farina setacciata, grattugiate la scorza di 1 limone non trattato; unite lo zucchero, i semini di una bacca di vaniglia e il lievito di birra disidratato. Potete usare anche il lievito di birra fresco: in questo caso la dose è 12 grammi. Azionate la planetaria per miscelare gli ingredienti.
Ora versate il latte a temperatura ambiente e l’uovo medio.
Proseguite con il burro fuso e quando gli ingredienti si saranno raccolti attorno alla foglia, arrestate la planetaria e sostituite la foglia con il gancio.
Aggiungete il sale e l’acqua; continuate ad impastare fino a quando l’impasto non si sarà incordato e sarà diventato morbido e omogeneo.
Trasferitelo su un piano di lavoro leggermente unto, lavoratelo un po’ e formate una palla.
Ponetelo in una ciotola e coprite con pellicola trasparente lasciando lievitare per 2 ore in forno spento con luce accesa.
Quando l’impasto avrà raddoppiato il suo volume, prendetelo e stendetelo formando un filoncino su un piano di lavoro leggermente infarinato (o oleato). Con un coltello dalla lama ben affilata ricavate 30 pezzetti da 30 g l’uno.
Allargate ciascun pezzetto con le mani, o stendetelo con un mattarello.
Farcitelo con un cucchiaio di marmellata.
Richiudete ciascun dischetto pizzicando e sigillando bene i lembi perché il ripieno non fuoriesca e proseguite per tutte le palline.
Mano a mano che realizzate il danubio potete adagiare le palline su una tortiera di 28 cm di diametro foderata con carta da forno, disponendole a raggiera a partire dal perimetro più esterno, fino ad arrivare al centro.
Coprite con pellicola trasparente e fate lievitare ancora per 1 ora in forno spento con luce accesa.
Dopodiché spennellate la superficie con l’uovo sbattuto insieme a un cucchiaio di latte, quindi cuocete in forno statico preriscaldato a 180° per 30 minuti (se forno ventilato a 160° per circa 20 minuti).
Una volta cotto, sfornatelo e lasciatelo intiepidire; spolverizzate con lo zucchero a velo e servite il danubio dolce direttamente nella teglia, invitando gli ospiti a staccare ciascuna pallina con le mani!

Tritoni

Per la prima volta nella storia un sindaco, un vicesindaco e due assessori, si son trovati a sfilare con lo stesso costume alla parata dei carri di Laives, come rappresentanti del Comune di Bolzano. Probabilmente a fare da spunto sarà stata l’azione ambientalista avvenuta la notte tra domenica 12 e lunedì 13 gennaio scorso in piazza Erbe, che ha visto un Nettuno “travestito” dai rifiuti raccolti in un’ora lungo il Talvera. 

Autore: Roberto Tubaro

Se i bulli siamo noi

Su iniziativa del Ministero dell’Istruzione e del Merito il 7 febbraio si è celebrata la giornata nazionale contro il bullismo e il cyberbullismo, con lo scopo di capire, intervenire e prevenire questi attuali quanto tristi fenomeni sociali.

Per coloro che non hanno le idee chiare in merito, forse è il caso di spiegare di cosa stiamo parlando. 

Il cyberbullismo in pratica è la manifestazione, in internet, di un fenomeno più ampio e meglio conosciuto come bullismo. Quest’ultimo – com’è noto – è caratterizzato da azioni violente e intimidatorie esercitate da un bullo, o un gruppo di bulli, su una vittima incapace di difendersi. Le azioni possono riguardare molestie verbali, aggressioni fisiche, persecuzioni, generalmente attuate in ambiente scolastico. 

Rispetto a una volta però oggi con il cyberbullismo, questo triste e diffuso fenomeno, è stato in qualche modo rilanciato e per di più su vastissima scala. Le moderne tecnologie consentono infatti oggi ai bulli di infiltrarsi negli smartphone delle vittime e quindi di materializzarsi in ogni momento della loro vita, perseguitandole con messaggi, immagini, e video offensivi. 

è importante sottolineare che se questi fenomeni riguardano soprattutto la sfera dei giovanissimi, in realtà si tratta di comportamenti che non sono confinati in quella fascia d’età, essendo oggi popolata la rete di tantissimi adulti che passano il loro tempo sfogando la propria aggressività verbale nei social network. Si tratta dei cosiddetti leoni da tastiera, persone che spesso sotto forma anonima ma non solo, si “esprimono” attraverso vessazioni che in taluni casi si posso trasformare in vere e proprie persecuzioni. 

La giornata contro il bullismo e il cyberbullismo si configura oggi dunque non solo come un momento fondamentale per responsabilizzare (e difendere) i giovanissimi nel contesto scolastico, ma anche per richiamare gli adulti a un atteggiamento più maturo in merito agli usi e abusi che sono connessi alle tecnologie che essi sviluppano per sé stessi  e non solo, come abbiamo visto. 

Non si tratta dunque solo di “educare” i più giovani, ma anche di regolamentare lo sviluppo delle tecnologie attraverso una maggiore presa di responsabilità a proposito delle insidie connesse al loro uso. Poi occorre dare naturalmente il buon esempio… come su tanti altri aspetti della vita.

Autore: Luca Sticcotti

Con il naso all’insù in un paesaggio marziano

Gli ultimi giorni per gli abitanti del Burgraviato sono stati contraddistinti dai nasi all’insù e da sguardi di curiosità mista a preoccupazione, per l’incendio divampato alle spalle del paese di Marlengo, appena sopra la metà del versante est del Monte San Vigilio. Il favonio, che per quasi due settimane ha maramaldeggiato indisturbato, ha sradicato alcuni alberi che si sono abbattuti sui cavi dell’alta tensione, che, strappatisi, hanno poi cagionato il resto; almeno, questa, sembra la scintilla ufficiale da cui è partito il tutto. Le fiamme, alte e meschine, visibili ad occhio nudo nell’oscurità, in una delle notti più ventose e secche dell’anno, hanno inghiottito ettari di bosco misto; uno scenario atipico e decisamente poco frequente in inverno in Alto Adige, ma che ci ha tenuti in apprensione. Un ringraziamento enorme e sentito  – credo davvero da parte di tutti – spetta, come sempre, agli impavidi vigili del fuoco, di ruolo e volontari, che per tutta la notte e per tutto il giorno seguente con oltre duecento unità si sono prodigati prima via terra sui pendii scoscesi ed irti di pietre e radici, poi anche per via aerea con l’ausilio di elicotteri muniti di benna o bucket (appositi secchi per il trasporto d’acqua e liquidi ritardanti) per domare definitivamente il mostro. I pochi sfollati dalla furia delle fiamme hanno poi fatto ritorno alle loro case. E non dimentichiamoci anche dei simpatici animali selvatici, che del bosco sono gli abitanti.

Il fatto che i cavi dell’alta tensione siano ancora sospesi e non sotterrati apre la strada a questi rischi; l’elevata siccità di un ennesimo inverno mite e avaro di precipitazioni, che rimarca le anomalie climatologiche oramai irreversibili in atto, spalanca la porta degli “inferi” nell’incertezza di cosa aspettarci dal punto di vista meteorologico per la primavera e l’estate prossime venture. Tutti i fenomeni atmosferici, favonio compreso, si sono incattiviti. Le alte pressioni sempre ferme sulle Francia bloccano di fatto ogni perturbazione Atlantica diretta nel Mediterraneo. Ricordiamo che, senza disdegnare l’Ostro e il Ponente, per noi in Alto Adige l’unico vento veramente ricco di precipitazioni è il Libeccio teso. L’occhio attento non può restare indifferente alle pareti boschive delle conche altoatesine dal tipico colore del Pianeta Rosso; e, forse, alberi sradicati, lampioni divelti, rami spezzati, balconi in disordine mettono a nudo le nostre città e ci scoprono fragili “marziani” su di un pianeta che sta cambiando rapidamente. I semenzai sui davanzali ci ricordano che, a breve, i nostri BalconiORTI pulluleranno di nuova vita.  

Autore: Donatello Vallotta

L’autonomia è un valore, se si coniuga con la solidarietà

Autonomia differenziata. Ovvero autonomia sì, ma diversa per ogni Regione, a seconda delle situazioni, dei bisogni, delle ambizioni della singola realtà locale. Quanto, in questo, è ideologia e propaganda e quanto interpretazione vera del dettato costituzionale? La Carta, assieme all’autonomia, contempla la solidarietà.

Il Governo ha dato avvio alle fasi preliminari dell’iter che dovrà portare alle leggi di attuazione di quanto prevede l’articolo 116 della Costituzione, ovvero che “ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia” possano essere attribuite alle Regioni a statuto ordinario. Come? “Con legge dello Stato, su iniziativa della Regione interessata, sentiti gli enti locali”. La legge deve essere approvata dalle Camere a maggioranza assoluta dei componenti, sulla base di un’intesa fra lo Stato e la Regione interessata.

In sostanza lo Stato può trasferire alle Regioni – similmente a quanto avviene per quelle a statuto speciale e per le Provincie autonome – la competenza su diverse materie: giustizia di pace,  istruzione; tutela dell’ambiente, dell’ecosistema e dei beni culturali; rapporti internazionali, con l’Unione europea; commercio con l’estero; tutela e sicurezza del lavoro; professioni; ricerca scientifica e tecnologica; tutela della salute; alimentazione; sport; protezione civile; governo del territorio; porti, aeroporti; grandi reti di trasporto e di navigazione; comunicazione; produzione, trasporto e distribuzione dell’energia; previdenza complementare e integrativa; coordinamento della finanza pubblica e del sistema tributario; casse di risparmio e altri enti di credito a carattere regionale.

L’autonomia, in un’ottica sussidiaria, è un valore fondamentale in un rapporto equilibrato tra le istituzioni, volto alla costruzione del bene comune. Proprio per questo non può essere oggetto di una strumentalizzazione ideologica o di propaganda. Nemmeno di miopi opportunismi localistici. A volte capita che chi chiede di essere più autonomo abbia la presunzione di bastare a se stesso. Si tratta spesso di realtà che dispongono di maggiori risorse rispetto ad altri. Di chi (senza meriti particolari) ha qualcosa che non vuole condividere. Oppure di quelli che per motivi identitari devono sempre difendersi da qualcuno – che forse non conoscono – come i galli del villaggio di Asterix.

Proprio nell’ottica del bene comune – che non lascia nessuno indietro – “la Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità” – formula che certamente comprende il valore dell’autonomia sia della persona che degli enti locali – “e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale”.

Non c’è autonomia senza solidarietà.

Autore: Paolo Bill Valente