Non c’è libertà senza responsabilità

Per capire quanto sia importante la vaccinazione per contenere il coronavirus e per limitarne le conseguenze è sufficiente confrontare i dati di quest’anno con quelli dell’anno scorso. Il numero dei contagiati, dei ricoverati, delle terapie intensive, dei morti è drasticamente calato rispetto allo stesso periodo del 2020.

Malgrado l’evidenza ancora molte, troppe persone si rifiutano di farsi vaccinare. I motivi possono essere molteplici. In certi casi si invoca il diritto alla libertà personale, come se ottemperare a un obbligo di legge fosse di per sé una lesione di questo diritto. La verità è che non esiste libertà senza responsabilità. La responsabilità e l’eticità delle nostre azioni (o delle nostre omissioni) si misurano in base alle conseguenze che esse hanno sulle altre persone e sull’ambiente che ci circonda. Il rifiuto di farsi vaccinare (quando esso non è giustificato da comprovati motivi di salute) ha ripercussioni serie sia sulla persona che su tutta la società. Innanzitutto la persona non vaccinata mette a rischio la propria salute. La qual cosa rientrerebbe certamente nella sfera della libertà personale se ogni malato di Covid-19 non rappresentasse un costo pesante per il sistema sanitario (cioè per tutti noi). Chi si ammala di Covid-19 in modo grave va a occupare letti in ospedale e usa risorse di tutti. Queste risorse sono sottratte ad altre categorie di malati. Alcuni di questi, che ad esempio hanno dovuto aspettare mesi per una visita, hanno conseguenze anche mortali. La mancata vaccinazione di una parte della popolazione fa sì che il virus continui a circolare. Questo mette a rischio la salute e la vita delle persone più deboli. Detto diversamente: alcuni muoiono perché altri non si sono voluti vaccinare. Se poi si è costretti a un nuovo lockdown, l’economia si ferma, le relazioni ne risentono, aumenta la povertà materiale e psichica. Ancora una volta a pagare il conto della libertà-senza-responsabilità saranno i più deboli.
Infine: negli ospedali, nelle case di riposo, nelle attività sociali e sanitarie le persone vaccinate si stanno facendo carico anche del lavoro dei loro colleghi non vaccinati. Una situazione che a lungo andare andrà a minare le relazioni e la convivenza civile.

Autore: Paolo Bill Valente

E’ arrivato il letargo

Mi sono affezionata all’inverno perché sento che è vero, non come l’estate che vola via e sembra così divertente e allegra ma non lo è, perché il sole è sempre di corsa e lascia tutti con l’amaro in bocca. L’inverno non pretende di confortare, ma in fin dei conti sento che è consolante, perché una si raggomitola su se stessa e si protegge e osserva e riflette, e credo che soltanto in questa stagione si possa pensare per davvero. 
Marcela Serrano

Capisco che per qualcuno l’inverno sia lungo e paia non finire mai; che debba resistere fino a febbraio e poi tutto tornerà alla “normalità”. Così come i semi, che ho raccolto qualche giorno fa, che ho messo ad asciugare sui canovacci da cucina e che già attendono i tepori cosmici per germinare.  Ma io adoro anche l’inverno: la neve con la sua smisurata poesia; la neve senza pioggia o pioggia mista a neve, che vorrei imbiancasse sempre le pianure – e il mio cortile immaginario – e non si concedesse solo alle alture. Gli inverni sono sempre più miti e purtroppo uno come quello del 1985 non tornerà più a farci visita. Ricordo la neve alta oltre mezzo metro in città, i viali alberati e le auto parcheggiate completamente sommersi, i bambini felici trainati sulle slitte o quelli che giocavano a battaglie di neve, le scuole chiuse e il silenzio ovattato che è proprio della neve e che tutti conosciamo, i bianchi cumuli rimasti per mesi ai bordi delle strade. Per questo motivo ogni volta, nelle notti potenzialmente nevose, attendo elettrizzato davanti alla finestra il cadere lento delle prime virghe che andranno lemme lemme ad imbiancare il paesaggio attorno a me e persino i ciclamini che ho sui davanzali esterni.

Il BalconORTO, invece, è in pausa: durante le ultime settimane ho rimosso tutte le piante annuali come pomodori, peperoni, zucchine ed erbe aromatiche ormai spoglie e giunte a fine ciclo produttivo e che, a queste latitudini, non riusciranno a svernare; in un angolo riparato sopravvivrà solamente il cavolo nero toscano e la cipolla egiziana ligure, che impiego spesso in cucina per preparare i minestroni e la farinata di ceci. Con dei nastrini colorati avevo marcato i rametti secchi ed i succhioni del melograno e dell’albicocco nano che ho poi potato, irrorando sui tagli e sull’intera pianta tramite uno spruzzino zeolite disciolta in acqua per aiutare la pianta a cicatrizzare le ferite e per apportare potassio; anche il tessuto non tessuto (TNT) è pronto per avvolgere le piante e per riparlarle prima delle gelate invernali. Gli altri vasi resteranno parcheggiati sul lato interno del balcone dove c’è qualche grado celsius in più rispetto al parapetto, per permettere il mantenimento vitale alle zampe degli asparagi e alla scorzobianca che resteranno interrate: anche qui un paio di giri di tessuto non tessuto intorno al vaso potrebbero aumentare le possibilità di sopravvivenza alle nostre piante. Sconsiglio eventuali pacciamature a base di paglia sopra il terriccio dei vasi, luoghi preferiti di svernamento di acari e cimici asiatiche.

Autore: Donatello Vallotta

Laives e i suoi primi curati

Fino all’inizio del XVIII secolo, era un prete della parrocchia di Bolzano a prendersi cura delle anime del paese – ovviamente dietro congrua remunerazione. Qualcuno di costoro borbottava per il cammino di due ore sullo stradone polveroso ma poi, giunto a destinazione, aveva modo di rimettersi in forze nella vecchia canonica adiacente alla chiesa. Quella nuova sarebbe stata costruita soltanto nel 1860. Invece la chiesa, a quanto pare finanziata dal nobile Heinrich von Lichtenstein, è citata dal 1386: ma è probabile che quell’anno sia stata soltanto ricostruita. Dice infatti un antico documento che “in villa Leifers quedam capella in bonorem sancti Antoni confessoris antiquitus constructa existat” ossia esistente “da tempi antichissimi”. Ad ogni modo, il principe vescovo di Trento Alberto conte di Ortenburg la inaugurò nel maggio 1386, accordando ai fedeli un’indulgenza di 40 giorni affinché “cupientes igitur, ut capella sanctorum Sigismondi Regis et Martyris, Nicolai pontificis et confessoils et Antonii confessoiis in Leuvers (altrove anche Leyvirs) diocesis nostra dedicata congruis honoribus veneretur” – in sostanza invitandoli a rendere i dovuti onori (e congrui tributi) al nuovo edificio di culto dedicato ai santi Sigismondo (poi andato perduto), Nicola e Antonio.
Ovviamente a quell’epoca era più piccola di quella attuale e poteva contenere una sessantina di persone. Venne allungata nel 1650, poi nel 1856 avvenne un secondo ampliamento e la chiesa fu inaugurata dal beato Johannes von Tschiderer. La torre campanaria è più antica, del 1200 – a riprova del fatto che in quel luogo esisteva già un piccolo tempio cristiano, probabilmente succeduto ad uno pagano. L’11 ottobre 1440 venne invece inaugurato da Alessandro, patriarca di Aquileia, il primo cimitero: fino a quel momento, i morti dovevano essere tumulati a Bolzano e i famigliari in lutto si lamentavano più per la lunghezza dell’ultimo viaggio che per la perdita del caro.
Le messe che il curato era tenuto a celebrare erano elencate in una direttiva del 16 gennaio 1589 emanata dall’arciduca Ferdinando. La “paga” era di 18 fiorini. I battesimi sono registrati dal 1605, i decessi dal 1625. Il primo matrimonio compare nel 1711, quando venne finalmente creata la curazia di Laives. Dovevano essere celebrate almeno tre messe la settimana: una per la conservazione della pace, una per i vivi e una per i defunti. A causa dell’aria malsana, al curato di turno venne concessa anche una “Sommerfrische” (i famosi “freschi”).
Il primo curato fu Zacharias Hochleitner. Nel 1787 compare Johann von Kolb, noto per aver “portato” nottetempo la Madonna di Pietralba a Laives. Johann Bart, eletto nel 1801, fece richiesta di un secondo sacerdote di lingua italiana, poiché nel periodo napoleonico erano arrivate a Laives parecchie famiglie italiane. La richiesta fu respinta per motivi economici e alla necessità provvidero i curati “italiani” di Bronzolo.

Autore: Reinhard Christanell

La targa dedicata alla figlia di Dostoevskij

Fresca di… ! È da pochi giorni, dal 10 novembre, che nel maestoso complesso del Grieserhof, nell’atrio di Villa Aufschnaiter- Caffè Bistro, si trova la targa trilingue (italiano-tedesco-russo) che ricorda la morte, 95 anni fa, il 10 novembre 1926, di Liubov’ Dostoevskaja, scrittrice russa, figlia del più noto scrittore russo Fëdor Michailovič Dostoevskij (1821-1881). All’evento, promosso dall’associazione culturale Rus’, a 30 anni dalla sua fondazione, presenziarono il sindaco Caramaschi, il vicesindaco Walcher e Christoph Klotzner, presidente della Fondazione S. Elisabetta, che gestisce il Grieserhof. L’associazione culturale Rus’, con sede a Bolzano, intende far conoscere in Alto Adige la cultura russa e slava e portare nel contempo in Russia testimonianze della cultura locale nelle sue espressioni plurilingui. La targa inizia con “Vorrei vivere là dove c’è più sole”, riportante una frase di Liubov’ Dostoevskaja in un questionario giovanile; prosegue con “Liubov’ Fédorovna Dostoevskaja (1869-1926), scrittrice russa” e con “figlia di F.M. Dostoevskij si spense al Grieserhof il 10 novembre 1926”. Liubov’ Dostoevskaja per motivi di salute (soffriva di tisi) visse per lo più all’estero; in Italia trascorse gli ultimi anni della sua vita. L’amata Liubov’, così la definiva il padre, di cui la figlia fu anche biografa, nei suoi viaggi utilizzò il nome di Aimée , che divenne il suo nome alternativo. Nel 1924 si trasferì da Nizza a Merano, dove passò l’inverno 1925-1926; a marzo fu a Gries, per tornare in aprile a Merano (Villa Borodine). Tra maggio e giugno 1926 fu ad Arco, dove tornò dopo esser stata a Milano in agosto. Da Arco si trasferì a Gries, dove fu ricoverata al Grieserhof e dove morì il 10 novembre. Sepolta nel cimitero di Gries, dal 1957 riposa nel cimitero di Oltrisarco. Nel 2019 l’Associazione culturale Rus’ ha pubblicato la prima traduzione in italiano del suo romanzo “L’emigrante” (1912).

Autore: Luca Sticcotti

Storie senza ma: “Donne in Jazz” contro la violenza alle donne

Il 25 novembre è la giornata internazionale contro la violenza sulle donne: un gruppo di musicisti della nostra regione pubblica oggi e lo presenta con un concerto al Teatro Cristallo alle ore 21 un brano composto per l’occasione e disponibile su tutte le piattaforme per l’ascolto e il download della musica online. Il progetto si riallaccia ad un’iniziativa ideata qualche anno fa da Fabio Zamboni e che sotto il nome di “Signore del Jazz” presentava alcune bravissime cantanti scese in campo contro la violenza sulle donne, accompagnate dal Fiorenzo Zeni Quartet nel ruolo di backing band.

“Questa cosa e la buona causa a cui era collegata ci sono piaciute molto – racconta Fiorenzo, che ha firmato insieme a Greta Marcolongo il brano ‘Storie senza ma’, attorno a cui ruota il progetto odierno – tanto che l’avevamo ripreso poco dopo per una serata nell’ambito del festival jazz di Lana organizzato da Helga Plankensteiner e Michl Lösch, ed ora ci stiamo lavorando da parecchio, nonostante la pandemia ci abbia costretti a dilatare le scadenze, siamo finalmente pronti. Oltre al brano che sarà disponibile in rete, l’idea che ci sarebbe piaciuto concretizzare era di mettere su CD anche le altre canzoni in programma nel concerto, dieci brani in tutto, alcune cover e un paio di canzoni composte rispettivamente da Evi Mair e Judith Pixner. Purtroppo, avendo come scadenza la Giornata internazionale contro la violenza sulle donne, non è stato possibile farlo. Non escludiamo però che dal concerto possa derivare un disco dal vivo, anche se per parlarne bisogna ascoltare la qualità della registrazione”.
Il quartetto di Zeni sarà quello classico con il piano di Michele Giro, la batteria di Michele Vurchio e il basso di Flavio Zanon che da qualche tempo ha sostituito un ormai impegnatissimo Marco Stagni; in più per alcune canzoni ci saranno come ospiti Roberto Gorgazzini e Matteo Rossetto. Per quanto riguarda le voci, oltre a Greta Marcolongo, coautrice con Zeni di Storie senza ma, sono coinvolte Evi Mair, Camilla Guerrini, Petra Gruber e Judith Pixner.
“Rispetto alle precedenti edizioni, intitolate Signore in Jazz – ci spiega Zeni – ora il progetto si chiama Donne in Jazz, le protagoniste sono solo cinque, rispetto alla prima edizione in cui erano una decina. Il programma è comunque molto ricco e offre l’occasione di ascoltare delle voci diverse, soprattutto voci con colori e sfumature differenti. Camilla Guerrini forse è la meno jazz come impronta, ma è interessante il suo approccio molto nero al genere; sia lei che Evi Mair hanno un’impostazione rock, però non hanno la stessa attitudine nel trasferirla al jazz. È proprio questo il bello del progetto, ognuna ha un timbro suo, un suo modo di esprimersi”.
Tutto questo si evince perfettamente dall’ascolto della composizione di cui Zeni ha firmato la musica e Greta Marcolongo il testo, un testo assolutamente in tema con il progetto a cui è legato, così come lo sono anche le altre canzoni, cover o meno, inserite nella scaletta: ciascuna cantante coinvolta ci ha messo del proprio cantando una strofa della canzone e caratterizzandola con la propria vocalità, rendendo un eccellente servizio ad un brano che è costruito molto bene e che si lascia ascoltare più e più volte catturando l’ascoltatore, sfuggendo a qualunque definizione di genere, c’è il jazz chiaramente, ma questo Storie senza ma è decisamente anche molto altro. Altro di buono.
“Per presentare il tutto – conclude il musicista bolzanino – oltre al concerto che è sostenuto da varie associazioni particolarmente sensibili al tema della violenza sulle donne, tra cui il Comitato pari opportunità del comune, tutte presenti nel foyer del Cristallo la sera dell’evento, abbiamo realizzato una cartolina con stilizzate le due protagoniste della canzone, due amiche che si incontrano in un caffè, e, sul retro, un qr code che inquadrato con qualunque dispositivo porterà all’ascolto della canzone.

Autore: Paolo Crazy Carnevale

I Piduni di Felice

INGREDIENTI

Per 8 persone:
1 Kg farina 00
110 g strutto
270 ml acqua
80 ml vino bianco secco
10 g sale
1 cucchiaino zucchero

Per il ripieno “tradizionale”
250 g tuma fresca o primo sale siciliano
Acciughe sott’olio
2 cespi di scarola riccia
Sale
Pepe nero
Olio di oliva
10 pomodorini

PREPARAZIONE

Versate su un piano da lavoro farina, sale e zucchero.
Unite a poco a poco a poco l’acqua e il vino e iniziate a impastare. Verrà fuori un impasto grossolano.
Aggiungete lo strutto e impastate per circa 15 minuti. L’impasto diventerà liscio ed elastico.
Avvolgete il panetto per l’impasto in uno strofinaccio e fatelo riposare, a temperatura ambiente, per circa 60 minuti. Mentre l’impasto lievita, preparate il ripieno.
Lavate la scarola, eliminate le foglie rovinate e staccate le altre. Asciugatele con un panno o una centrifuga.
Tagliate la scarola in pezzettini piccoli.
Conditela con olio di oliva abbondante (deve diventare lucida), sale, pepe nero e qualche pomodorino tagliato a cubetti.
Tagliate il formaggio a dadini.
Prendete il panetto e piegatelo su se stesso (questo passaggio, se fatto bene, darà una sfogliatura al pitone/pidone). Mettetelo su un piano da lavoro infarinato e appiattitelo con il matterello, ricavando un rettangolo.Ripiegate la pasta verso l’interno, e poi su se stessa. Ripetete questi passaggi per almeno 3 volte.
Tagliate la pasta a pezzi e appiattiteli con il matterello. Dovete preparare delle sfoglie sottili.
Adagiate al centro della pasta un po’ del ripieno a base di scarola, acciughe a pezzetti e tuma/formaggio.
Ripiegate la pasta, richiudendo il ripieno. Sigillate bene, pressando con il dito sull’impasto, e tagliate la pasta in eccesso con una rotella. Si dovranno ottenere dei ravioli giganti.
Chi vuole, può farcire i piduni con prosciutto cotto e formaggio, piacciono di più ai bambini.
Riscaldate abbondante olio di semi in una padella e friggete i piduni preparati, facendoli dorare da entrambi i lati. Li vedrete subito gonfiarsi e diventare pieni di bolle.
Fateli riposare su carta assorbente.
Serviteli ancora caldi e filanti.

Accompagnateli con Birra Messina o Birra dello Stretto, ideali per i cibi dello street food messinese.

Santa Luis is coming to town

Cosa ci fa Luis Durnwalder travestito da Babbo Natale? “In una vera democrazia,” ha dichiarato “dove si fa il volere del popolo, io sarei ancora presidente, tipo la Russia. Tutti mi chiedono di tornare in campo e risolvere una volta per tutte la situazione. Per questo ho deciso di giocare le mie carte e diventare Santa Luis, sostituendo per sempre il Babbo Natale commerciale in Sudtirolo. Chi mi conosce sa che io mantengo sempre le promesse, quindi chi farà il buono riceverà grandi doni! Chi farà il cattivo, tipo chi non si vaccina, chi non rispetta le regole e chi vuole la scuola bilingue, non riceverà niente!

Un cittadino “vero”

“L’umanità è il risultato di miliardi di contributi accumulati nel corso dei secoli da esseri umani che hanno lasciato il loro segno, quello di alcuni, grandissimo, ma per la maggior parte, piccolo e quotidiano. Moriremo, ma il nostro segno resterà anche in futuro, creando quello che chiamiamo umanità: è questo che rende la nostra esistenza colma di senso. Ogni essere umano ha non solo il diritto, ma anche il compito e perfino il proprio debito di lasciare il proprio segno anche se piccolo e non visibile. Allora, ogni singola vita ha il suo significato, unita alla vita di tutti gli altri nella continuità del tempo, dello spazio e della storia.”
Questa citazione da Gustavo Zagrebelski è uno degli ultimi post social di Flavio Schimenti, il nostro collaboratore delle edizioni di Bolzano e Merano che è mancato all’improvviso venerdì scorso. L’architetto Schimenti nei suoi 62 anni di vita ha lasciato molti segni, tracce ed anche… “Pietre”, potremmo dire, riecheggiando il nome della rubrica di “memorie urbanistiche” che ci regalava da più di due anni. Il caro Flavio era un vero e proprio vulcano di idee. Oltre ad avere esercitato la professione di architetto Schimenti è stato insegnante d’arte, autore di pubblicazioni storico artistiche, divulgatore culturale, ma anche un vero e proprio “creativo” nel mondo del volontariato. Molti lo ricordano con il progetto Retake, intento a ripulire dai rifiuti parchi pubblici e angoli delicati dei centri storici. Per quanto riguarda la salvaguardia dei parchi l’architetto Schimenti aveva una passione sconfinata; negli anni non si sono contati in particolare gli appelli per salvare dal degrado il parco Petrarca del capoluogo. Ma Flavio non esauriva la sua azione nel campo del verde e dell’arte; anche sulla scia di una sua difficile esperienza personale passata, da anni Schimenti si dedicava con passione al volontariato nel settore delle dipendenze da alcol. E recentemente si era ritrovato sui social (e non solo) con gli altri altoatesini con il Sud Italia nel retaggio e cuore. Possiamo dunque dire che l’architetto Schimenti è stato un vero testimone di passione civile e culturale, tessitura di relazioni, costruzione di comunità. E quindi un vero e proprio punto di riferimento anche per il tipo di cittadinanza che i nostri giornali QuiMedia intendono promuovere. Una cittadinanza che guarda sempre all’altro e alle cose “belle” con rispetto e come un’opportunità di arricchimento, umano e culturale. Grazie di tutto Flavio,
ci mancherai. Ma il tuo segno resterà, puoi starne certo.

Autore: Luca Sticcotti Direttore del giornale

La responsabilità del produttore

La responsabilità del produttore di un bene di consumo è una particolare forma di responsabilità, riguardo alla quale vi è stato l’intervento sovranazionale del legislatore comunitario, il quale ha introdotto una disciplina di compromesso tra l’esigenza di tutela dell’utente danneggiato e quella di prevedibilità degli esiti negativi per il produttore. La norma, nel nostro ordinamento nazionale, è confluita negli artt. 114 ss. del Codice del Consumo.
Ai sensi dell’art. 117: “Un prodotto è difettoso quando non offre la sicurezza che ci si può legittimamente attendere tenuto conto di tutte le circostanze”. Un prodotto, quindi, è difettoso solo quando non offre la sicurezza attesa, in considerazione: a) del modo in cui esso è stato presentato; b) delle sue caratteristiche palesi; c) delle istruzioni e avvertenze ricevute; d) dell’uso al quale il prodotto è normalmente destinato. Il difetto consiste, quindi, nell’insicurezza inattesa, a prescindere dall’eventuale esistenza di vizi in senso tecnico o errori di fabbricazione.
In questi casi è possibile esercitare l’azione di risarcimento, come disciplinata dagli art. 123 ss. Cod. Cons.
Non sempre, però, il produttore è responsabile per il prodotto difettoso. L’art. 118 Cod. Cons. elenca una serie di ipotesi in cui la responsabilità è esclusa: a) ove il produttore non ha messo il prodotto in circolazione; b) ove il produttore non ha fabbricato il prodotto per la vendita o per qualsiasi altra forma di distribuzione a titolo oneroso, né lo ha fabbricato o distribuito nell’esercizio della sua attività professionale; c) se il difetto è dovuto alla conformità del prodotto a una norma giuridica imperativa o a un provvedimento vincolante; d) ove lo stato delle conoscenze scientifiche e tecniche, al momento in cui il produttore ha messo in circolazione il prodotto, non permetteva ancora di considerare il prodotto come difettoso; e) nel caso del produttore o fornitore di una parte componente o di una materia prima, se il difetto è interamente dovuto alla concezione del prodotto in cui è stata incorporata la parte o materia prima o alla conformità di questa alle istruzioni date dal produttore che la ha utilizzata.

Autore: Avv.to Dott. Massimo Mira

Giornata dei poveri. La condivisione genera fratellanza

Questa domenica per la quinta volta si celebra in tutto il mondo la Giornata dei poveri, indetta da papa Francesco. Un invito “rivolto a tutti, indipendentemente dall’appartenenza religiosa, perché si aprano alla condivisione con i poveri in ogni forma di solidarietà, come segno concreto di fratellanza”.

Che cosa è la povertà? È la condizione in cui alla persona manca qualcosa per vivere in modo dignitoso. La povertà ha varie forme che si incrociano e si sovrappongono. Accanto alla povertà materiale di chi muore di fame o di freddo ci sono le povertà immateriali di chi è solo, malato, escluso, descolarizzato, privo degli elementi indispensabili a partecipare alla vita della comunità.
C’è anche una povertà e umana da parte di coloro che alzano muri ogni volta che viene aperto un nuovo servizio per le persone più deboli. Perciò le strutture di accoglienza e di accompagnamento devono essere nascoste o collocate il più possibile in periferia. Questa mentalità è una forma di povertà culturale.
A monte di questi atteggiamenti c’è una forma più radicata di povertà, quella rappresentata dall’individualismo esasperato, che nega la fondamentale importanza delle relazioni. Proprio l’individualismo sta alla base di molte forme di “solitudine”. L’individualista stesso è una persona sola e la cultura individualista produce solitudine.
Nel suo messaggio per la Giornata dei poveri papa Francesco invita alla condivisione. “I poveri non sono persone ‘esterne’ alla comunità, ma fratelli e sorelle con cui condividere la sofferenza, per alleviare il loro disagio e l’emarginazione, perché venga loro restituita la dignità perduta e assicurata l’inclusione sociale necessaria. D’altronde, si sa che un gesto di beneficenza presuppone un benefattore e un beneficato, mentre la condivisione genera fratellanza. L’elemosina, è occasionale; la condivisione invece è duratura. La prima rischia di gratificare chi la compie e di umiliare chi la riceve; la seconda rafforza la solidarietà e pone le premesse necessarie per raggiungere la giustizia”.

Autore: Paolo Bill Valente