Quando si prescrive un credito?

La regola generale è che la prescrizione ordinaria di un credito è di 10 anni. Questo significa che trascorso tale periodo, nell’inerzia del creditore, il diritto di credito si prescrive, ossia “scade”. Tuttavia, esistono delle eccezioni.
Ad esempio, i crediti derivanti per il risarcimento di un danno, per canoni di locazione, per spese condominiali, per indennità conseguenti alla cessazione di rapporti di lavoro si prescrivono in 5 anni; quelli relativi ai compensi dei professionisti in 3 anni; quelli relativi al pagamento di bollette (luce e gas) in 2 anni; quelli relativi a rette scolastiche o premi assicurativi per polizze RC furto e incendio in 1 anno; quelli derivanti da attività che si occupano di offrire vitto e alloggio ai propri clienti come pensioni, hotel, b&b in 6 mesi.
Il tempo necessario alla prescrizione si calcola dal giorno in cui il credito è diventato esigibile (cioè dal giorno in cui poteva essere richiesto al debitore, ad es. allo scadere del termine previsto in fattura).
Il termine di prescrizione può però essere interrotto: il creditore deve trasmettere al debitore una intimazione di pagamento prima della scadenza. Per intimazione si intende qualsiasi atto a cui la legge riconduce la volontà del creditore di esercitare il proprio diritto di credito. In questi casi la prescrizione viene interrotta e la decorrenza viene azzerata: inizia, cioè, a decorrere un nuovo periodo prescrizionale.
Attenzione: non bastano semplici solleciti telefonici, ma occorre una vera e propria messa in mora (sollecito), ad esempio trasmessa tramite raccomanda A/R o PEC.
Oltre a questa ipotesi, la prescrizione è interrotta da ogni azione giudiziaria per il recupero del credito (atto di citazione, ricorso per decreto ingiuntivo) oppure quando il debitore abbia dichiarato espressamente di riconoscere il proprio debito.

Autore: Massimo Mira

Politica e informazione per il bene comune

Il rimedio a un diffuso “scetticismo nei confronti della democrazia” non sta nella “nella ricerca ossessiva di popolarità” o “nella sete di visibilità”, ma sta nella buona politica. “Perché la politica è cosa buona e tale deve essere nella pratica, in quanto responsabilità somma del cittadino, in quanto arte del bene comune”.

Lo ha detto papa Francesco sabato scorso incontrando ad Atene le autorità e la società civile. Perché l’espressione “bene comune” non risulti eccessivamente astratta (mentre è molto concreta), Francesco ha chiarito che non c’è bene comune senza una particolare attenzione ai più deboli.
“Affinché il bene sia davvero partecipato, un’attenzione particolare, direi prioritaria, va rivolta alle fasce più deboli. Questa è la direzione da seguire, che un padre fondatore dell’Europa indicò come antidoto alle polarizzazioni che animano la democrazia ma rischiano di esasperarla”. Il riferimento è ad Alcide Degasperi che disse: “Si parla molto di chi va a sinistra o a destra, ma il decisivo è andare avanti e andare avanti vuol dire andare verso la giustizia sociale” (Discorso tenuto a Milano, 23 aprile 1949). Insiste Francesco: “Un cambio di passo in tal senso è necessario, mentre, amplificate dalla comunicazione virtuale, si diffondono ogni giorno paure e si elaborano teorie per contrapporsi agli altri. Aiutiamoci invece a passare dal parteggiare al partecipare; dall’impegnarsi solo a sostenere la propria parte al coinvolgersi attivamente per la promozione di tutti”.
La politica del bene comune e i cittadini attenti al bene comune non hanno paura di una casa di accoglienza, di un centro d’ascolto, di una mensa per persone in difficoltà. L’attenzione ai poveri dà la misura del livello di coscienza democratica. Naturalmente chi opera per la giustizia sociale dà fastidio al sistema di potere propugnato dalla società dei consumi, che promuove il populismo e l’individualismo per guadagnare consensi, lettori e denaro e attacca chi non si allinea senza esclusione di colpi.

Autore: Paolo Bill Valente

Condivisione e allineamento tra uomini e macchine #2

(continua)

Oggi continuiamo a parlare dell’apprendimento per rinforzo in intelligenza artificiale, in particolare per evidenziare il problema dell’allineamento dei valori tra uomini e macchine. Richiamiamo l’idea dell’apprendimento per rinforzo, di cui abbiamo parlato nello scorso numero: si tratta di fornire alla macchina la capacità di acquisire informazioni sullo stato corrente del mondo, di effettuare un’azione tra le varie disponibili, e di ottenere di un’indicazione numerica su quanto la scelta sia da premiare (o punire). Quest’ultimo aspetto, che dev’essere deciso dall’esperto umano che programma la macchina, è centrale: più azioni vengono fatte, più la macchina utilizza i premi ricevuti per ottimizzare sempre di più sulle scelte fatte, cercando di accumulare il premio totale più alto possibile. Quest’idea è stata ampiamente utilizzata nel contesto dei giochi: è alla base, ad esempio, di alphaGo, il software di google che nel 2015 è stato capace di sconfiggere il campione mondiale di Go (un gioco di strategia che presenta un numero di configurazioni enormemente più elevato degli scacchi, e che non si pensava potesse essere assolutamente alla portata dei computer). Ma cosa c’entra in tutto questo “l’allineamento dei valori”? C’entra perché non sempre quello che l’uomo vuole che la macchina impari coincide davvero con quello che la macchina imparerà davvero: non dimentichiamoci infatti che la macchina non sa davvero cosa voglia l’uomo: semplicemente usa i premi numerici ricevuti per ottimizzare le proprie decisioni. Tra i tanti esempi che ci mostrano quanto sia facile rompere questo allineamento, ne ho scelti due. Il primo: per insegnare a un robot cuoco che per cucinare i pancake bisogna evitare di tenerli troppo in padella, gli viene indicato un premio che è tanto maggiore quanto il pancake sta in aria. Invece di imparare a far saltare spesso il pancake in padella, il robot impara a fare un unico, lancio altissimo. Il secondo: per insegnare a un programma a giocare a un videogioco in modo esplorativo, l’esperto umano lo imposta indicando che qualunque azione faccia non restituirà nessun premio, tranne nel caso in cui l’azione porti al “game over” – in quel caso, il programma riceverà una punizione. Il programma così impostato impara, inaspettatamente, a mettere subito il gioco in pausa: in questo modo, non si raggiungerà mai il “game over”. Sono esempi curiosi, che ci insegnano però quanto è ancora lunga la strada nello sviluppo dell’intelligenza artificiale.

Autore: Marco Montali

Ferrovia e turismo a Laives

Il 5 febbraio 1896, il giornale “Bozner Nachrichten”pubblica una curiosa corrispondenza da Laives intitolata semplicemente “Correspondenz”. Tema dell’articolo: i collegamenti tra Bolzano e Laives. L’anonimo corrispondente evidenzia i “grandi progressi di questo paese”, in particolare per quanto riguarda la salute pubblica. La regolazione dell’Adige e la bonifica della “Leiferer Au” hanno sconfitto il famigerato “Leiferer Tod”, come veniva chiamata la malaria.
Inoltre, grazie alla realizzazione, a metà del secolo, della ferrovia da parte della “Südbahn”, Laives è diventata una località turistica. Unico neo: la collocazione della linea ferroviaria al centro della valle anziché in prossimità degli abitati. Circostanza, questa, sgradita sia agli abitanti che ai potenziali turisti.
I bolzanini dell’epoca amavano dirigersi “verso meridione” nelle loro gite domenicali fuori porta. A Laives, diversi locali pubblici si attrezzarono per questa promettente attività, che portò in paese non solo singoli visitatori e famiglie ma anche diverse associazioni del capoluogo per i classici “Törggelen”.
Ma non mancano le note dolenti: in primis che la realizzazione della ferrovia “in mezzo alla valle dell’Adige a metà degli anni cinquanta, a quanto pare per contenere le periodiche alluvioni, deve ritenersi una vera e propria calamità. E ciò non solo per le piene stesse ma anche a causa della lontananza delle fermate e stazioni dai centri abitati.
Va detto – prosegue il cronista indignato – che nelle belle domeniche e festività centinaia di persone di entrambi i sessi si dirigono verso Laives per trascorrervi qualche ora lieta: chi per pedes apostolorum, chi in carrozza o a cavallo e infine chi sullo sbuffante cavallo d’acciaio. Cantori, sportivi, pittori, letterati e altri escursionisti raggiungono la “Pfleg”, dove li accoglie l’ospitale oste signor Ebner”.
Peccato però che “il cielo sia ancora inclemente con i Schneeschuhläufer”(sciatori), perché la Vallarsa sarebbe “un vero paradiso per gli sport invernali e lo sci in particolare, che notoriamente viene molto praticato dai signori e dalle signore di Bolzano. Ma c’è il problema della distanza della stazione dal paese”.
Il progetto di spostare la linea ferroviaria era stato abbandonato, malgrado ogni anno non meno di 2000 o 3000 pellegrini si recassero a Laives per poi raggiungere Pietralba.
“Costoro, quando non arrivano a piedi, sono costretti ad affrontare la noiosa marcia dalla stazione fino all’imbocco della Vallarsa mentre la realizzazione di una fermata in prossimità della romantica valle sarebbe di grande beneficio sia per la popolazione sia per i viaggiatori – nonché un buon affare anche la per la società ferroviaria, e ciò sia d’inverno che d’estate. Perfino la vicina Bronzolo ne trarrebbe grande profitto”.
Ma ci sarebbero voluti altri quarant’anni per vedere il tram (e non più il treno) arrivare in paese.

Autore: Reinhard Christanell

Rudolf Posch, giornalista, prete e Dableiber

100 anni di Athesia: l’anniversario della libreria, celebrato giorni fa, fa ricordare, tra i protagonisti dell’avventura editoriale e giornalistica, anche il sacerdote giornalista Rudolf Posch, al quale è intitolata la via tra il cimitero comunale e la zona sportiva Maso della Pieve. Nato a Trento il 13 settembre 1887, a Trento crebbe, studiò e maturò la vocazione al sacerdozio. Ordinato il 29 giugno 1911, iniziò il suo servizio come cooperatore a Laives e Bronzolo. Cappellano dei Kaiserjäger durante il primo conflitto mondiale, nel dopoguerra riprese la cura d’anime come cooperatore a Cortaccia, attivo anche nello scrivere articoli per giornali locali. Il 1° ottobre 1923, trasferito a Bolzano, divenne collaboratore del quotidiano “Der Tiroler”, che dovette cambiare nome divenendo “Landsmann”, ma fu soppresso nell’ottobre 1926. Al suo posto nel 1927 prese vita il “Dolomiten”. Come redattore di tale giornale don Rudolf Posch ebbe modo di mostrare straordinarie doti: facoltà di veloce comprensione, eccezionale memoria, straordinaria conoscenza delle lingue, stile facilmente comprensibile; dotato in fatto di cultura generale svolgeva il suo lavoro con grande accuratezza e scrupolosità. Nel 1935 Rudolf Posch ne divenne direttore, facendo del “Dolomiten” il principale giornale della provincia. Don Rudolf Posch, come il canonico Michael Gamper (vd. Qui Bolzano n.18/2019), fu un acceso oppositore delle opzioni. Ciò non fu senza conseguenze. Alle sette del mattino del 9 settembre 1943 degli emissari della Gestapo irruppero in redazione intimando a don Posch di seguirli. Condotto ad Innsbruck, nell’aprile 1944 fu trasferito a Landshut e il 24 giugno a Dachau, dove con il numero 74668 fu ospite del Blocco 26/2. Liberato il 29 maggio 1945, ritornò al Dolomiten, ricomparso dal 19 maggio. Si manifestarono presto le conseguenze della vita di privazioni e di stenti passata nel Lager. La sera del 9 dicembre 1948 morì vittima di un ictus. Alle solenni esequie si unì l’intera comunità sudtirolese.

Autore: Leone Sticcotti

Francesco Tancredi: da Brecht a Brassens, passando per Norbert C. Kaser

Ormai tutti lo sanno, il lungo lockdown che ha caratterizzato gli ultimi mesi dello scorso anno ed i primi di questo è stato fonte d’ispirazione per molti artisti, e non solo in campo musicale. Qualcuno ha cominciato a scrivere nuovo materiale, qualcun altro si è dedicato alla registrazione di musica già composta: per Francesco Tancredi, fiorentino di nascita ma altoatesino (e molto altro) d’adozione, il lockdown è stato l’occasione, vista l’impossibilità di fare musica dal vivo, di dedicarsi a quella che a lui piace definire “musica dal morto” e per mettere a punto un bel tributo ad uno dei suoi musicisti preferiti, il padre della canzone d’autore francofona Georges Brassens, di cui quest’anno ricorre il centenario della nascita.

“Ho sempre amato la canzone d’autore – ci racconta Tancredi – da piccolo i miei favoriti erano Jannacci e Dalla, sulle cui musiche mi cimentavo a rifare dei testi miei. Poi mi sono appassionato alla musica afro americana, dal soul al blues al jazz. Da lì al cominciare a suonare in piccole band il passo è stato breve, che fosse punk o rock. A diciott’anni ho fatto una produzione teatrale/musicale basata sull’Opera da tre soldi di Brecht, in collaborazione con Stefano Bollani, molto prima che lui diventasse famoso. Era il 1991, esattamente trent’anni fa, e siccome la traduzione dei testi che avevamo non ci soddisfaceva, Bollani ed io abbiamo riscritto tutti i testi.”
Negli anni successivi la vita ha portato Tancredi ad occuparsi di arte forme artistiche multimediali, facendolo trasferire per un certo periodo in Francia, dove è maturata la sua passione per Brassens che ci porta al suo recente lavoro musicale. Al suo ritorno in Italia ha ripreso contatto col mondo musicale, lavorando tra gli altri con Alfio Antico (già collaboratore di De André, Capossela, Eugenio Bennato) e dedicandosi alla produzione di uno spettacolo di musica/teatro ispirato alle ricette di Pellegrino Artusi; da oltre dieci anni l’Alto Adige, nella fattispecie Bressanone, è diventato la sua nuova terra.
“Dopo aver fatto un’esperienza musicale con Max Castlunger ed un musicista magrebino – prosegue Tancredi – mi sono imbattuto negli Opas Diandl, in particolare nella polistrumentista Veronika Egger, una musicista a trecentosessanta gradi che suona di tutto. Le ho proposto di lavorare insieme sulla musicazione delle poesie di Norbert C. Kaser. Sono stato totalmente conquistato da questo personaggio incredibile. Abbiamo poi inserito il nostro lavoro all’interno di un piccolo festival della canzone d’autore che ho organizzato per alcuni anni. Per questo lavoro abbiamo usato sia i testi originali che le bellissime traduzioni in italiano di Werner Menapace. È stata sicuramente una delle cose più belle che mi sia capitato di fare.”
Il progetto più recente del nostro, è, come annunciato in apertura, quello dedicato ai cent’anni dalla nascita di Georges Brassens, con un ritorno deciso a quella canzone d’autore che ha segnato l’origine della sua passione per la musica.
Il lavoro si compone di dieci canzoni postate una per settimana, sempre di venerdì su youtube: si è cominciato il 22 ottobre, il giorno della nascita dello chansonnier francese, con il brano Mourir pour des idées, che come le altre tracce postate in seguito si mette in evidenza per gli interessanti arrangiamenti orditi da Tancredi, che volutamente si è allontanato dall’impostazione classica, chitarra e voce, scegliendo tra l’altro di cantare tutto in francese.
“Brassens – ci dice il musicista – è conosciuto in Italia soprattutto per gli adattamenti, più che traduzioni, che delle sue canzoni ci ha tramandato De André, ma esistono anche delle vere traduzioni, dialettali però, realizzate rispettivamente da Nanni Svampa e Fausto Amodei . Al mio ritorno in Italia avevo anche tradotto alcune sue cose, prima di lasciare definitivamente la Toscana, ma per questo nuovo progetto ho preferito puntare sui testi originali. Ho suonato quasi tutto io, con l’eccezione del sax ad opera di Claudio Giovagnoli e del basso di Roberto Marangio. Per quanto riguarda la promozione, bisognerà vedere come si mettono le cose, qui in Alto Adige potrebbe concretizzarsi una serata al Dekadenz di Bressanone, ma per il momento l’unica certezza è che ci esibiremo a Parigi a febbraio, proponendo oltre ai dieci brani del disco, intitolato La soif des Dieux – La théologie de Brassens, anche delle traduzioni in italiano che avevo approntato appunto quando ancora stavo a Firenze.”

Autore: Paolo Crazy Carnevale

Der Landesweihnachtsmann

“Non posso lasciare tutta la responsabilità del Natale al mio predecessore Alois”, ha dichiarato il Landeshauptmann Arno Kompatscher. “Per questo motivo durante il periodo natalizio diventerò Landesweihnachtsmann e porterò i doni a tutti i bambini sudtirolesi di tutti i ceti sociali. Le malelingue già stanno andando a dire in giro che per la distribuzione dei regali prenderò a raccolta solo i bambini di sudtirolesi tedeschi e ladini. Posso però garantire che, nonostante le pressioni del partito, sarò il babbo natale di tutti. Sempre nel rispetto della proporzionale etnica.”

Torta di pane della nonna Rina

INGREDIENTI

Tortiera diametro 25 cm
280 g circa di pane raffermo
300 ml circa di latte tiepido (la quantità varia a seconda di quanto è secco il pane)
2 cucchiai di zucchero
di canna
3 mele
1 cucchiaio di cannella,
cardamomo (facoltativo),
uvetta (bagnata in acqua o rum)
pinoli
3 cucchiai di farina
2 cucchiai di olio evo

PREPARAZIONE

Mettete in un contenitore il pane con il latte e lo zucchero e lasciate che si ammorbidisca (non deve essere inzuppato ma deve rimanere un po’ appiccicoso).

Lasciate riposare e nel frattempo preparate in un’altra ciotola le mele tagliate a dadini, con l’uvetta rinvenuta nel liquido scelto, strizzandola un pochino, i pinoli, la cannella e il cardamomo.

Aggiungete le mele così preparate all’impasto del pane e amalgamate il tutto.

Versate la farina e un cucchiaio di olio evo.

Mescolate fino ad ottenere un impasto abbastanza omogeneo, un po’ appiccicoso, non molle.
Ponetelo nella tortiera precedentemente ricoperta da carta forno.

Livellate la superficie, distribuite un cucchiaio di olio evo sulla superficie e spolverate con lo zucchero di canna.

Infornate a 175 – 180 °C in forno ventilato per circa 35 – 40 minuti.
E la torta è fatta!

Ostinazioni ed abbagli

Siamo fatti per guardare avanti. Possiamo osservare dove poggiamo i nostri piedi, quello che sta davanti a noi e – sforzandoci un po’ – anche il panorama, arrivando fino all’orizzonte (e dintorni). La nostra prospettiva è dunque a breve, medio e lungo termine. E nel nostro campo visivo ci sono sempre altri individui. Persone come noi, in alcuni casi anche dotate di specifiche caratteristiche di affinità nei nostri confronti. Ma cosa vuol dire, in questo complicato periodo, guardare avanti? Non è facile per nessuno, vale anche per noi di QuiMedia che abbiamo voluto allegare a questo numero dei nostri tre giornali – Qui Bolzano, Qui Merano e Qui Bassa Atesina – uno specifico Magazine dedicato a tutte le belle cose che si possono fare quando il nostro territorio si imbianca. Il nostro guardare avanti consente anche di intravedere altro, con la coda dell’occhio. Il problema è che, a destra e a sinistra, da qualche tempo vediamo cose contrastanti. Da una parte osserviamo lo sforzo che il comparto turistico ha compiuto per riuscire programmare una stagione invernale in sicurezza. Dall’altra però constatiamo che nelle medesime località che ospitano le strutture, molti si ostinano, per convinzione o per paura, a confondere la risoluzione del problema con il problema stesso, ragionando in merito a vaccini e virus. Da una parte vediamo la scuola, che con grande determinazione è tornata nonostante tutto in presenza. Ma dall’altra constatiamo che sempre più famiglie preferiscono organizzarsi autonomamente a casa, per quanto riguarda il percorso formativo dei propri figli. Da una parte vediamo operatori sanitari che – fedeli ai principi del mestiere medico – da più di un anno fanno ogni sforzo per curare, ma anche per cercare di aiutarci a prevenire il contagio. Ma dall’altra vediamo anche centinaia e centinaia medici, infermieri e operatori a vario tipo di ospedali, distretti sanitari, case di riposo, che invece, non vaccinandosi, si fanno appunto portatori di una contraddizione che rischia di portare al collasso un intero settore. Per non parlare della perdita di credibilità di medicina e scienza. Si tratta di un vero e proprio serpente che si mangia la coda. Ma siamo fatti per guardare avanti e quindi non verremo meno al nostro compito di dare spazio alle buone notizie. Non mancando di promuovere anche il sano ottimismo proveniente dalla consapevolezza che la stragrande maggioranza di coloro che sono nel nostro campo visivo hanno a cuore gli altri, almeno quanto sé stessi.

Autore: Luca Sticcotti

Modifiche alla servitù di passaggio

La vicenda oggetto di analisi riguarda il proprietario di un terreno il cui accesso è possibile attraverso un sentiero con servitù di passaggio unicamente a piedi a carico di un terreno di terzi.
Per poter tagliare la folta vegetazione presente, al fine di evitare incendi, sarebbe necessario accedere con mezzi meccanici; accesso che, però, viene negato dal confinante, in quanto la servitù prevede l’accesso solo a piedi.
Ci si chiede se sia possibile modificare arbitrariamente le modalità di utilizzo della servitù di passaggio, in assenza, come in questo caso, di autorizzazione del titolare del fondo servente.
Ai sensi dell’art. 1064 del codice civile, il diritto di servitù comprende tutto ciò che è necessario per usarne il passaggio; quindi, nel caso in cui si sia chiamati ad eseguire delle opere necessarie a conservare intatta la proprietà e, per fare ciò, si debba necessariamente gravare quella servitù dal passaggio di mezzi meccanici, in assenza di autorizzazione da parte del proprietario del fondo confinante, si dovrà agire legalmente.
Nello specifico, occorrerà inviare una raccomandata al proprietario, con la quale rappresentare che è necessario intervenire per ragioni di pubblica sicurezza al taglio della vegetazione, onde evitare possibili incendi, sul proprio fondo, il quale, per dimensioni, non può essere oggetto di manutenzione manuale, se non con l’utilizzo di mezzi meccanici.
Se non dovesse essere concessa l’autorizzazione al passaggio entro pochi giorni, l’unica strada sarebbe quella di adire il Tribunale competente (dove è sito il terreno), al fine di ottenere un provvedimento di urgenza, con il quale il Giudice ordini al proprietario del fondo servente di consentire, seppur temporaneamente, il richiesto passaggio.

Autore: Massimo Mira