La sfida del servizio gratuito e continuativo

In queste settimane i giovani tra i 18 e i 28 anni possono presentare domanda per prestare il servizio civile provinciale. Un impegno di otto o dodici mesi a favore della collettività. La stessa possibilità è offerta anche a livello nazionale col servizio civile universale. Un’esperienza sempre arricchente, soprattutto se scelta in un’ottica di gratuità.

Otto mesi o un anno di servizio nei settori dell’assistenza sanitaria e sociale, del reinserimento sociale o degli interventi di emergenza e della protezione civile, dell’educazione, della promozione culturale o della tutela del patrimonio ambientale e artistico, della tutela dei diritti dei consumatori e degli utenti, delle attività di tempo libero o dell’educazione allo sviluppo. Insomma, in tutti gli ambiti dove sono attive le organizzazioni di volontariato senza scopo di lucro.
Le caratteristiche che rendono feconda questa esperienza sono l’impegno continuativo e la gratuità. Oggi non è scontato che le persone prendano impegni a lungo termine. Un po’ perché la vita ci mette di continuo di fronte alla sfida di cambiamenti frequenti, un po’ perché i grandi orizzonti vengono sostituiti da obiettivi spiccioli. Il servizio civile, quando offre un orizzonte di senso, motiva l’impegno per gli altri, dimensione capace di dare contenuti e significati a una vita intera.
Benché i volontari del servizio civile ricevano un rimborso mensile, il loro impegno diventa prezioso – per loro stessi – se dato all’insegna della gratuità. Ovvero senza l’obiettivo primario di averne qualcosa in cambio. Quindi si è chiamati a dare e basta? Sì. Tuttavia, chi ha imparato a donare gratuitamente, sa bene che a conti fatti è sempre più quello che si riceve di quello che si dà.
Il servizio civile aiuta le persone a crescere, poiché chi dà riceve, mentre chi non dà alla fine si ritrova sempre con un pugno di mosche.

Autore: Paolo Bill Valente

Gli architetti Andrea e Pietro Delai

Via Delai, che collega via Piave con via Francesco Crispi, è un caso di via intitolata non a una persona singola, ma, doveroso omaggio a una famiglia, a una stirpe di architetti che ha operato molto a Bolzano, ma anche in altre zone del Tirolo meridionale.

I Delai, originari di Scaria d’Intelvi (Como), erano una delle famiglie lombarde che intorno alla fine del ‘400 e i primi del ‘500 si introdussero stabilmente in Alto Adige, assumendo lavori sempre più impegnativi. Divennero civici costruttori della municipalità bolzanina, impegnandosi, fra il ‘600 e il ‘700, alla realizzazione di numerosi progetti. Iniziamo brevi cenni in merito ricordando due architetti ai quali è intitolata una Scuola superiore bolzanina; opera di Andrea e Pietro Delai fu uno dei più significativi esempi di architettura barocca, la chiesa del Santo Sepolcro o del Calvario (colle del Virgolo), edificio a pianta centrale realizzato nel 1683.
Mentre nel 1676-1677 Andrea realizzò la cappella di S. Croce della residenza Reinsberg presso Appiano, a Pietro si deve la chiesa di S. Margherita a Vipiteno (1678-1680).

Due chiese, quella di Novale presso Vipiteno (1666-1669) e quella di S. Antonio a Collalbo (1672) sono invece opera di Giacomo. Altra chiesa dedicata a S. Antonio, opera dei Delai (1698-1699), si trova a Settequerce. A Francesco Delai si deve la chiesa di Rifiano (1668-1673), mentre Giuseppe fu progettista del palazzo Mamming a Merano (1675-1680). Opera di Giovanni Battista Delai è la chiesa di Elvas (1698); dello stesso è la cappella delle Grazie a Novacella (1695). Allo stesso Giovanni Battista, ma assieme a Giuseppe Carlo, si deve il Palazzo Mercantile di Bolzano, su progetto del veronese Francesco Perotti (1705-1716). Opere di Giuseppe Carlo Delai, l’ultimo della famiglia, furono le chiese a pianta centrale come S. Maurizio a Bolzano (1736), S. Elisabetta a Vipiteno (1728-1733) e la cappella delle Grazie nel Duomo di Bolzano (1743-1745).

Autore: Leone Sticcotti

Il Phishing informatico: quando a pescare sono i malintenzionati

Nella nostra rubrica abbiamo affrontato varie volte il tema della sicurezza informatica e del cybercrimine. Oggi continuiamo sul tema, parlando del cosiddetto “phishing” informatico. Il termine, che letteralmente significa “pescare”, rimanda al concetto di “provare a lanciare un amo” e vedere chi cade nel tranello. In questo contesto, lanciare l’amo significa, solitamente, inviare una e-mail a moltissimi indirizzi spacciandosi per qualcun altro: una azienda, la polizia, un ente pubblico, ecc. Il soggetto dell’e-mail ha spesso un tono allarmistico, come ad esempio “il tuo account facebook sta per essere bloccato”, oppure “abbiamo rilevato delle transazioni sospette con la tua carta di credito”, o ancora “la tua certificazione COVID è stata rubata”. Il contenuto dell’e-mail non è da meno, e porta gli utenti (soprattutto quelli inesperti) a preoccuparsi. Al di là del contenuto specifico del messaggio, la parte finale è sempre la stessa: invita chi riceve l’e-mail a cliccare su un link e fornire i propri dati (username, account, nome, cognome, carta di credito, …). Cliccando sul link, si apre un sito che appare (quasi) identico a quello che ci si aspetta di trovare (ad esempio, una “copia” fedele della pagina di autenticazione di Facebook, o del sito della carta di credito), oppure comunque dall’aspetto professionale (ad esempio, un sito che riporta il logo del ministero della salute). È qua che il malcapitato viene preso all’amo: una volta inseriti i dati sensibili richiesti, questi vengono in realtà rubati per poi essere utilizzati per attività illecite, come utilizzare i dati della carta di credito per effettuare transazioni o rubare l’identità dell’utente. Varianti del phishing sono oggi diffuse anche direttamente sui social network stessi, e non sono facilmente rilevabili dai software antivirus e antispam. Come difendersi quindi? Imparando a conoscere il fenomeno e a stare vigili. Innanzitutto controllando l’indirizzo e-mail di provenienza (non il nome che compare nei software per leggere l’e-mail, ma l’indirizzo vero e proprio). In secondo luogo: praticando lo stesso accorgimento sul nome del link che si viene invitati a seguire. Questi nomi richiamano di solito il tema della truffa (ad esempio, contengono “facebook”, oppure “ministero-della-salute”) ma contengono anche parti sospette. In terzo luogo, e in senso molto generale: nessuna attività lecita chiede all’utente di inserire dati sensibili attraverso il click di un link da una e-mail. Per verificare quindi se c’è davvero un problema, invece di cliccare sul link basta andare autonomamente sul sito in oggetto (utilizzando quindi l’indirizzo web ufficiale). Insomma: i piccoli accorgimenti umani fanno la differenza.

Autore: Marco Montali

Pietralba, Laives e i miracoli #2

Vi proponiamo la seconda e ultima parte del singolare racconto del 1847 dello scrittore e giurista tedesco Ludwig Steub (1812-1888), da cui emerge in modo colorito ed efficace la Laives dell’epoca e la vivace vita dei suoi abitanti. La prima parte narrava del contenzioso tra Laives e Pietralba della statuetta miracolosa, contenzioso che andrà avanti e verrà in qualche modo risolto… La traduzione italiana è dell’autore di questa rubrica Reinhard Christanell.

Il nostro governatore, della nobile stirpe dei conti von Brandis (…) non poté fare a meno di riconoscere il significato profondamente popolare e religioso di questa questione. Egli ammonì la comunità (di Laives) tramite il prevosto di Bolzano intimandole di consegnare la sacra immagine, tuttavia tuttavia senza successo (…) Inoltre, non si riteneva necessario procedere in tal senso trovandosi, a detta dagli esperti periti, la vera immagine ancora e sempre sul monte, mentre quella in paese altro non era che una copia e non ritenevano giusto essere privati della misera soddisfazione di poter offrire ai gottosi, ai malati di polmoni e alle altre persone che non erano più in grado di arrampicarsi sulla montagna, un santuario accessibile. Il governatore non fu affatto soddisfatto di questa risposta, e anzi considerò questa opinione più stolta che saggia e pertanto diede personalmente l’ordine di riconsegnare l’immagine.
Anziché onorare tale ingiunzione, i Laivesotti si irrigidirono con deplorevole ostinazione sulle loro posizioni e addirittura importunarono i superiori con la loro disputa dell’immagine sacra. Purtroppo, non si sa come, ne nacque anche un contenzioso del tutto profano e i Laivesotti si avvalsero di mezzi che, per il bene dei Serviti, avrebbero fatto meglio a non tirare in ballo. Infatti alla loro petizione aggiunsero una scatola contenente varie immagini, quadretti, lettere, acque benedette per bestie e umani e pure certi pani, tutti oggetti che si trovavano anche in una ben fornita bottega accanto al tempio della Santa Vergine e vi venivano venduti per il bene della stessa e dei suoi servitori. Le autorità di Vienna, consci dell’ondata di illuminismo che aveva colpito l’impero, in tali questioni di commercio di “oggetti sacri” preferivano tenere una posizione defilata e dunque travisarono l’istanza e non riconobbero affatto la rilevanza pastorale di tali articoli edificanti, – e anzi si spinsero fino al punto da domandare se tale “malcostume” perdurasse tuttora. I Serviti dovettero rendersi conto che della loro fede, della loro pietà e del loro fervore nell’onorare la vera immagine non si teneva conto a sufficienza e pertanto ritirarono “temporaneamente” la loro richiesta, non senza la speranza che anche per loro arrivasse un giorno più propizio. E tale è anche il proposito del nostro governatore; è infatti sua volontà di rendere gli onori alla copia di Laives alla testa di un battaglione di Kaiserjäger e di ricondurla con pompa guerresca a Pietralba; forse il modo migliore per ricondurre alla ragione i testardi Laivesotti.
Nel corso degli anni seguenti Sua Eccellenza non mancò di omaggiare anche l’immagine di Pietralba e con ciò le conferì una patina di autenticità che sembrò addirittura accrescere la sua brama miracolosa. Malgrado ciò neppure il cuore di Sua Eccellenza è spoglio di perplessità che troveranno risposta solamente quando l’immagine di Laives sarà riportata lassù a Pietralba e sia realmente possibile raffrontare le due immagini per individuare quella falsa. Nel frattempo, la ripresa significativa dei pellegrinaggi nella nostra terra ha contribuito non poco all’intensificarsi dei rapporti con i nostri vicini italiani. Dato il gran numero di sante messe ordinate dai pellegrini, il clero tedesco non è più in grado di esaudire tutti i desideri. Ne consegue che molte centinaia di richieste di messe si dirigono verso le terre italiane e ciò a prezzi decisamente più convenienti, dato che in quei luoghi vengono celebrate per un prezzo ribassato dal dieci e al venti percento rispetto al Tirolo tedesco. L’eccedenza è trattenuta, con gran soddisfazione dei patrioti, in mani tedesche e contribuisce in larga parte al sostentamento del nostro clero.
Qui termina il breve racconto della storia dell’Immagina Sacra dovrebbe poi provare, che in questa terra siamo ancora in grado di subordinare le cose terrene a quelle ultraterrene e di non trascurare, tra le inezie del presente, quelle eterne. Se anche il progetto ferroviario, la regolamentazione del corso dell’Adige, la questione forestale eccetera sono assurti agli onori della cronaca, ciascuno che ben ci conosca è conscio del fatto che, in mezzo a tanta confusione, possibilità e chimere, alla fin fine ci affidiamo sempre volentieri alla mano dei nostri preti per il bene della nostra salute eterna.

Autore: Reinhard Christanell

Perché non facciamo figli

Non è un paese per madri
Autrice: Alessandra Minello
Laterza, 160 pag.

Il titolo del libro di Alessandra Minello, ricercatrice in Demografia al Dipartimento di Scienze statistiche dell’Università di Padova, fotografa perfettamente la situazione in Italia: il nostro è un paese in cui diventare ed essere madri è complesso. Non stupisce che il tasso di natalità sia tra i più bassi d’Europa. Le cause sono diverse, illustrate chiaramente, dati alla mano, da Minello, che ha presentato il suo saggio alla libreria Ubik a Bolzano il 4 luglio scorso in dialogo con Luciana Mellone, Presidente nazionale de “Il Melograno”.
Fare figli in Italia è un’impresa. I servizi per l’infanzia sono ancora troppo scarsi o troppo costosi, i congedi di paternità e maternità non sono equivalenti. A ciò si aggiunge un mercato del lavoro instabile, con l’incertezza economica (acuita dalla pandemia). Ma ci sono anche fattori culturali ancora radicati e difficili da scalfire: in Italia è ancora forte la divisione tradizionale dei ruoli, ed il peso della “cura” ricade ancora molto, troppo, sulle spalle delle donne. “Viviamo in un Paese – spiega l’autrice nell’Introduzione al libro – in cui la maternità è un percorso ad ostacoli cui si arriva tardi, se ci si arriva, e che crea oggettivi svantaggi nella vita lavorativa. Ciò nonostante resiste pervicace il mito della maternità. La madre è depositaria unica della virtù della cura, schiacciata dal peso della perfezione, dalle responsabilità e dal senso di colpa“. Un mito che non solo schiaccia chi è madre, ma spesso giudica chi non lo è. Secondo Minello un’inversione di rotta è possibile oltre che necessaria, ma deve avvenire attraverso il coinvolgimento non solo dei generi, ma anche di tutte le generazioni, soprattutto quelle che ancora oggi hanno il potere decisionale. Insomma, puntare lo sguardo sugli ostacoli è il primo passo per iniziare a superarli.

Autrice: Caterina Longo

Piero Messina #2: l’arrivo alla corte dei Van Der Graaf Generator

Nello scorso numero abbiamo lasciato il ventenne Piero Messina negli studi milanesi della Numero Uno in qualità di chitarrista dei veronesi Alpha Centauri: “Il gruppo era una meraviglia – ci racconta il musicista – l’etichetta lo voleva assolutamente, ma aveva imposto che avessero un chitarrista e che se non ci avessero pensato loro gliene avrebbero imposto uno d’ufficio. Io ero giunto a Verona da poco e fui invitato per un provino: secondo me erano già perfetti senza chitarra, ma tant’è, fui presto a bordo e per un po’ quella è stata la mia vita”.
Lavorare per la casa discografica di Battisti e Mogol, voleva dire avere a che fare con gente come Bruno Lauzi, Sandro Colombini, lo stesso Battisti, nomi che parlano da sé; gli Alpha Centauri (il nome era stato imposto dall’etichetta) divennero, con la Formula Tre, il nome di punta dell’etichetta per la sezione complessi, e si dice che se non si fossero sciolti sarebbero stati anche meglio dei loro compari di scuderia.
“Ci fecero registrare due brani per un singolo – prosegue Messina –: la versione di un brano dei Fruitgum Company, che avevano da poco sfondato in classifica con Simon Says, e una ben più consistente versione in italiano di un brano di Cliff Richard e Hank Marvin (voce e chitarra degli Shadows, n.d.r.). Registrammo tutto in appena tre ore, perché lo studio pur essendo di proprietà dell’etichetta per mantenersi aveva bisogno di lavorare anche per altri e quindi agli artisti di casa rimanevano delle tempistiche molto ridotte. Lavoravamo molto sugli impasti vocali, il tastierista era un fenomeno e per un anno abbiamo suonato nello stesso giro della Formula Tre”.
Narra la leggenda che nel singolo del gruppo, Dai treno dai / Immagine bianca, abbia suonato la chitarra acustica lo stesso Battisti, ma se così è il suo strumento è parecchio sepolto nella registrazione. Il disco è divenuto oggi oggetto da collezione, venduto in certi casi a quasi duecento euro. La fine del gruppo fu decretata dalla decisione del tastierista di mollare per frequentare il quarto anno di composizione al conservatorio. Nel frattempo Piero Messina aveva continuato a frequentare alcuni amici bolzanini, in primis Giancarlo Bertoni, colui che gli ha fatto conoscere dischi bellissimi e lo ha introdotto, tra l’altro, alla musica dei Van Der Graaf Generator, formazione di prog rock assai in auge all’epoca, con particolare seguito in Italia pari se non maggiore di quello dei coevi Genesis.
“I Van Der Graaf – ricorda Messina – vennero a suonare al Lem di Verona, un locale col palco basso che permetteva di stare a poca distanza da chi suonava: a fine concerto presi il coraggio di andare dietro le quinte per parlare con loro. È stato così che ho fatto amicizia col sassofonista David Jackson, cominciammo a scambiarci per posta cassette su cui entrambi registravamo le cose che stavamo facendo. Pochi mesi dopo tornarono al Lem e coinvolsi anche Giancarlo, che mi aveva introdotto alla loro musica, così dopo il concerto trascorremmo la nottata con alcuni di loro in giro per la città”.
I Van Der Graaf erano allora allo scadere del loro contratto con la Charisma e venne fuori l’idea di fare qualcosa insieme, in un primo tempo addirittura il brano di Piero Fairhazel Gardens avrebbe dovuto essere cantato da Peter Hammill, ma questi decise a breve di fare il solista così la collaborazione fu tra Messina e gli altri componenti del gruppo. “I Van Der Graaf e la loro musica – prosegue a raccontare – sfuggivano ogni possibile etichettatura, erano musicisti fenomenali; ci siamo ritrovati in una fattoria sperduta nel Galles in cui fu allestito lo studio mobile della Polydor. Il banco era in cucina, in una stanza suonava il batterista Guy Evans, in un’altra suonava Jackson, io al piano di sopra, tutti con lunghissimi cavi per le cuffie suonando tutto in diretta. Le finestre e le porte erano coperte di materassi per attutire i rumori esterni… Una cosa che non è mai stata detta è che Giancarlo è stato determinante in senso assoluto per la realizzazione del disco (uscito su United Artits col titolo di The Long Hello, e con disegno del bolzanino Paolo Paglia in copertina n.d.r.) visto che si è occupato della produzione esecutiva e del budget lasciando a noi la parte artistica. Ricordo che la moglie di David cucinava per noi nello chalet di fianco alla fattoria e per tarare i volumi e fare un po’ di riscaldamento il primo giorno abbiamo suonato brani degli Shadows. Sono stati anni bellissimi ed esperienze molto importanti, quello che rimane sono i bei ricordi. L’anno prossimo saranno cinquant’anni giusti, giusti…”.

Autore: Paolo Crazy Carnevale

Pesce spada su verdura fruttata

Ingredienti

Per 4 persone
Verdura fruttata a dadini
20 ml olio d’oliva
100 g zucchine
200 g peperoni spellati
100 g melanzane
200 g finocchio
100 ml acqua
100 ml succo d’arancia
100 ml succo del frutto della passione
100 g melone
1 p. pepe di Caienna
4 tranci di pesce spada da 120 g ciascuno
sale q.b.
1 cucchiaino di pepe nero
30 g rucola per guarnire

Preparazione

Per la verdura fruttata riscaldate l’olio in una padella, stufarvi le zucchine, i peperoni rossi e gialli già pelati, le melanzane e il finocchio tagliati a dadini con l’acqua.
Irrorate con succo d’arancia e frutto della passione e cuocete per circa 5 minuti.
Insaporite con il melone a dadini e il pepe di Caienna.
Tagliate il pesce spada, salatelo e grigliatelo su entrambi i lati sulla graticola calda per circa 4 minuti. Cospargetelo con il pepe nero macinato grossolanamente.
Distribuite la verdura fruttata con il liquido di cottura in piatti fondi, adagiatevi sopra i tranci di pesce spada grigliati, guarnite infine con la rucola e l’olio d’oliva.

Mattarella Astronauta

A sorpresa, all’indomani dell’attuale crisi di governo, il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella raggiungerà la Stazione Spaziale Internazionale per una delicata missione in orbita. La missione, denominata “ciao, ciao” forse in onore ai “La rappresentante di lista”, durerà fino al 2029, casualmente proprio quanto la durata del suo mandato. Accusato di abbandonare la nazione in questo delicato momento il Presidente/astronauta ha dichiarato: “dieci, nove, otto, sette, sei, cinque, quattro, tre, due, uno…”

Autore: Roberto Tubaro

Tristi bus…

Sono da sempre un utente del trasporto pubblico urbano, che alterno alla bici e alle gambe – nei miei spostamenti. Ho deciso di scrivere queste righe per manifestare la mia piena solidarietà agli autisti, soprattutto quelli di Sasa, che martedì scorso 12 luglio hanno deciso di scioperare per protestare contro le condizioni lavorative che si trovano a sopportare ormai da anni. A mio avviso è veramente incredibile che solo negli ultimi giorni gli amministratori locali si siano finalmente decisi ad aumentare gli stipendi di questi lavoratori, che per ore e ore si fanno carico di portarci a destinazione, immersi nel traffico spesso congestionato dei nostri centri urbani. Si tratta di un traffico reso molto più faticoso, ultimamente, oltre che da scelte sciagurate nella pianificazione urbana anche dall’assenza pressoché completa di controlli da parte di polizia municipale e forze dell’ordine a fronte di comportamenti sempre meno ligi alle regole da parte di tutte le categorie di utenti della strada: automobilisti, motociclisti, ciclisti, pedoni.
Vi offro una testimonianza personale. Negli ultimi anni viaggiando in autobus nel capoluogo mi è capitato di essere testimone e vittima di ben due situazioni incresciose. Nella prima si è trattato di un incidente – due signore sono rovinate a terra durante una frenata, facendosi male – che ha visto protagonista un autista in evidente stato di ebbrezza. Nella seconda io stesso ho rischiato di rompermi il naso e gli occhiali durante una frenata questa volta causata da un ciclista che ha tagliato la strada al bus. Ero ero seduto nel senso di marcia e sono andato a sbattere contro il pannello in plexiglas che si trova a fianco dell’uscita del mezzo. Un consiglio: sedetevi sempre in direzione opposta al senso di marcia. è l’unico modo per “salvarsi” in occasione di brusche frenate, credetemi.
Insomma: essere utenti dei bus Sasa a Bolzano recentemente è diventato veramente faticoso. A causa della mancanza di autisti spesso le corse saltano e ciò è particolarmente grave specialmente la domenica. Di tali disservizi naturalmente non c’è traccia, specifica, né sui pannelli elettronici alle fermate (dove ci sono) né sulla App “sudtirol mobil”. A ciò si aggiunge il nervoso per la presenza di molti utenti che con ogni evidenza salgono sprovvisti del titolo di viaggio e – ultimamente – della mascherina FFP-2 tutt’ora obbligatoria. I controlli? Già erano molto rari prima della pandemia…, l’ultimo controllore mi pare di averlo visto nel 2019, oramai.
Dulcis in fundo il cruccio del giornalista, ovvero gli annunci vocali che a Bolzano – di frequente – sbagliano (in italiano) le pronunce dei luoghi o dei personaggi a cui sono intitolate le fermate. Voci elettroniche, sì, ma gestite da gestori trascurati che sottovalutano pure questo. Purtroppo.

Autore: Luca Sticcotti

La cuscuta

La cuscuta è una pianta erbacea di origine nordamericana, parente del convolvolo e ormai presente in quasi in tutto il globo con oltre 200 specie. Gli antichi Arabi la chiamavano kúshuth e la usavano per le proprietà colagoghe, lassative, diuretiche e di maturazione dei foruncoli; essa era conosciuta dai Romani e dal Medioevo prese il nome di “rete del diavolo” e di “ragno malefico”; in Italia, in relazione ai luoghi, si può riconoscere dagli epiteti comuni quali strozzalino, epitimo, granchiarella e pittima.
Si presenta come un ammasso filiforme di colore giallo paglierino/arancio/rosso, è priva – se non allo stadio primordiale – di clorofilla e si sviluppa da maggio a settembre con l’unico intento di parassitare le altre piante. Predilige i climi caldi e umidi. Il suo seme, interrato o in balia degli agenti atmosferici, resiste anche dieci anni prima di germinare e non appena la cuscuta è in grado, per così dire, di mantenersi a sbafo da sola la piccola radice muore e la pianta abbandona il terreno per iniziare la sua storia di opportunismo. La sua ragnatela filosa è composta da austori, veri e propri organi sensoriali, che si avvinghiano a spirale grazie a chemorecettori, che “annusano” le piante vicine e sanno precisamente dove orientarsi per penetrare tessuti e floemi e succhiare dunque linfa e acqua. La si potrebbe paragonare al vischio, ma la cuscuta è una fuoriclasse. è talmente intelligente, anche senza foglie ricordiamocelo, che dalle vittime percepisce persino le proteine delle fioritura e le sottrae al momento giusto per portare a termine la sua fioritura e produrre i semi che le garantiranno la sopravvivenza.
Ha però un tallone d’Achille pure lei: le piante attaccate comunicano tra loro e possono mettere in atto processi chimici di difesa per contrastarla.
Si trova negli incolti, negli orti, ma non è rara nel BalconORTO, visto che i semi sono trasportati dal vento.
Ha uno sviluppo antiorario e di circa quattro/cinque metri all’anno, ma dipende da quanta clorofilla intercetterà lungo il suo percorso. Attacca tutte le piante senza distinzioni; le uniche indenni sono i gigli.
Eliminarla è difficile, non esistono macerati o alchimie magiche, se non prodotti altamente tossici per la natura e per l’uomo: l’unico rimedio è la rimozione manuale sradicando tutte le piante colpite dalla sue spire e stando molto attenti a non dimenticarne parti sulle piante o adagiati sul terreno, perché la cuscuta si rigenererebbe ricominciando il suo ciclo vitale. Gli scarti poi non dovranno essere conferiti nell’umido o nel compost, bensì nell’indifferenziato.

Autore: Donatello Vallotta