Più donne in politica. Rimuovere gli ostacoli

La Commissione provinciale per le pari opportunità, in collaborazione con l’Eurac, ha realizzato e presentato una guida dal titolo “Più donne in politica… prospettive e soluzioni”. “La partecipazione delle donne in politica – dice la presidente Ulrike Oberhammer – è un presupposto per una democrazia vitale, anche in Alto Adige”.

La presenza femminile in posizione di vertice, in politica come in tanti altri settori, rappresenta a tutt’oggi un’eccezione o comunque un fenomeno minoritario. Tacendo qui di quei contesti in cui le donne sono addirittura escluse in linea di principio.
Questa situazione ha diverse cause. In generale le donne hanno la necessità di conciliare la loro presenza nel mondo del lavoro e nella società con gli impegni legati all’essere madri (quando fanno questa scelta). Ma certamente pesa, a determinare una presenza ridotta delle donne, il fatto che gli uomini non cedono volentieri spazi di potere. E giustificano questa loro pretesa nei modi più vari, fino a quel sessismo che considera – spesso senza dirlo – la donna inadatta a questo o a quell’incarico.
Donne in politica. Ma che cosa è la politica?
Ci possono essere visioni diverse.
C’è chi considera la politica l’arte della costruzione del Bene comune. Chi vi si impegna, si mette al servizio della comunità (tutta e non solo una parte, non solo il proprio elettorato). C’è chi invece vive la politica come l’ambito in cui si lotta per il potere. Un potere, in definitiva, fine a se stesso. Allora diventa un gioco, in cui tutto è lecito e in cui le persone sono solo strumenti. È quella politica che a volte, come vediamo, degenera nella guerra.
Quando prevale la seconda visione le donne (e i gruppi minoritari o più deboli) tendono ad essere escluse.
Quando c’è di mezzo il potere, la situazione non si risolve in modo spontaneo perché il più forte tende a ignorare (o escludere) il più debole.
Per questo sono necessari dei correttivi (come le quote, ma non solo).
Lo prevede già la Costituzione: “È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti”.

Autore: Paolo Bill Valente

Pietralba, Laives e i miracoli

In questo e nel prossimo numero vi presentiamo – suddiviso in due “puntate” – un singolare racconto del 1847 dello scrittore e giurista tedesco Ludwig Steub (1812-1888), da cui emerge in modo colorito ed efficace la Laives dell’epoca e la vivace vita dei suoi abitanti. La traduzione italiana è dell’autore di questa rubrica, ovvero Reinhard Christanell.

Molto tempo fa, su un vicino monte alto cinquemila piedi, dal quale si gode di una meravigliosa vista, sorse il santuario della nostra amata Signora di Pietralba. Un devoto contadino, ispirato da un segno divino, aveva infatti scavato nel terreno e trovato in un luogo indicatogli dalla stessa Vergine, una immagine di Maria di marmo bianco. Chi l’avesse precedentemente sepolta non è dato a sapere, e pensiamo che non sarà più possibile accertarlo, dato che nel frattempo sono trascorsi più di trecento anni. Il miracolo colpì assai il popolo, nacque una chiesa, la devozione crebbe di giorno in giorno e il santuario assurse a grande notorietà. Le ricche offerte tributate dai pellegrini infine convinsero anche il clero dello straordinario dono elargito dal cielo a questa ventosa altura; gli edifici inizialmente piccoli vennero successivamente ingranditi e finalmente nell’anno 1718 il nuovo, maestoso convento fu consegnato all’ordine dei Serviti.
In tal modo i “Servitori di Maria” vissero diversi decenni in lieta devozione sul loro monte della grazia (…) L’onorata casa progredì viepiù e l’immagine marmorea non smise di produrre i suoi quotidiani e reiterati miracoli fino all’anno 1787, quando l’imperatore Giuseppe sciolse la devota associazione, vendette gli edifici e dislocò la Sacra Immagine nella chiesa di Laives per sostenere una devozione meno sfarzosa. Da quel tempo però ci turba l’incertezza sul luogo esatto dove si trovi l’autentica Immagine Sacra.
I Servitori di Maria, infatti, continuarono segretamente a sostenere di aver consegnato solo una copia dell’immagine e di aver trattenuto il miracoloso idolo a Pietralba, luogo che essa stessa avrebbe eletto quale proprio domicilio. Questa credenza continuò a vivere anche tra il popolo, poco incline a credere alle esternazioni dell’imperatore Giuseppe e propenso a percorrere come sempre la pietrosa via verso il luogo sacro sul monte, tuttavia – per ovvie ragioni di opportunità – continuando a riverire anche l’immagine nella chiesa di Laives. È evidente che i pellegrini non erano poi in grado di specificare a quale delle due immagini fosse da attribuire la grazia ottenuta.
Fu così che per molti anni coesistette questo vivace, doppio culto, finché i Serviti di Innsbruck non tornarono a occuparsi del venerato luogo, un tempo loro orgoglio e gaudio.(dal 1833 i Serviti tornano a Pietralba ndr).
Ora avvenne che all’occhio vigile dei devoti padri non sfuggì che, favoriti dalla radicata tradizione e da un’inammissibile sciatteria, nel santuario di Laives proseguiva la celebrazione di riti sacri, ragion per cui ritennero opportuno convogliare anche questi ultimi verso l’unica vera e autentica immagine di Maria sul monte (…) Era dunque opportuno levare all’immagine di Laives, che nel frattempo continuava non senza successo nella sua riprovevole operosità, la sua potenza miracolosa (…)
Poiché tutti i tentativi in tal senso rimasero infruttuosi, non rimase ai rispettabili padri Serviti che la scelta di ribaltare la tradizione e di riconoscere, a esclusivo vantaggio della Madonna stessa, l’autenticità dell’Immagine di Laives, vera e fedele riproduzione dell’incorporea Vergine celeste, nello stesso tempo però facendole esprimere di tutto cuore il desiderio quasi umano di tornare al più presto lassù, in altura, per godere… della impareggiabile compagnia dei devoti Serviti, cosa del tutto comprensibile poiché nel nostro paese è circondata soprattutto da… gretti zatterieri e facchini.

(fine prima parte)

Autore: Reinhard Christanell

Storie degeneri

Chroma. Storie degeneri
Autore: Tersite Rossi
(Edizioni Les Falenurs)
187 pagine

A tre anni dall’ultimo eccellente romanzo (Gleba), torna il collettivo di scrittura trentino Tersite Rossi, stavolta con una raccolta di racconti che, come nel più classico stile tersitiano, si dimostrano stimolanti e nella scia di quella narrativa sociale e civile che non perde mai di vista la concretezza: Tersite Rossi ci sprona, se necessario ci fustiga con le sue storie, tiene desta la nostra attenzione, il suo compito ben preciso è di ricordarci sempre una quotidianità che spesso, proprio perché quotidiana, tendiamo a non vedere. Cinque storie ed un prologo, cinque approcci diversi alla narrativa attraverso mistery, giallo, erotico, horror e politico. Talvolta mescolando le carte in tavola. Talvolta raccontando in stile corale (come era accaduto nel romanzo Sinistri e nella succitata ultima opera del duo), talvolta richiamando alla memoria, se non addirittura citando opere precedenti (I signori della cenere).
Chroma si pone sul podio delle cose migliori di Tersite Rossi, con Gleba e il romanzo d’esordio (È già sera, tutto è finito) appassionandoci con storie su un futuro non roseo (Fra 84 anni), su un presente drammatico (La catena, una storia di attualità scottante legata ai fatti di appena un anno fa in Afghanistan). Tersite Rossi non promette finali hollywoodiani, no, ci garantisce piuttosto un’inquietudine mai sopita, così come una prosa mai dozzinale o qualunque. E se volete approfondire c’è il sito tersiterossi.substack.com che vi offrirà ulteriori racconti inediti meritevoli di essere letti.

Autore: Paolo Crazy Carnevale

Piero Messina #1: dai banchi del Carducci agli studi della Numero Uno

Quello di Piero Messina è un nome che chi ha frequentato il mondo delle sette note bolzanino nella seconda metà degli anni sessanta, abbina a ricordi fantastici, citandolo senza esitazione come uno dei nomi leggendari (la definizione è tutt’altro che fuori luogo come avremo modo di scoprire) della sei corde. Messina, oggi docente di chitarra e composizione di stanza a Verona, è stato uno dei cosiddetti bolzanini di transizione, come spesso accadeva a quei tempi, che giunto a Bolzano con la famiglia da teenager vi ha abitato fino al temine degli studi superiori, vale a dire in un’età molto importante dal punto di vista formativo e delle amicizie. Essere un teenager appassionato di musica negli anni sessanta era poi un’esperienza topica.

“Sono stati anni fantastici – ci racconta Messina – in cui ci si trovava ad ascoltare le ultime novità discografiche a casa degli amici che compravano i dischi e si andava ai concerti per rubare ad altri trucchi e segreti su come fare un accordo o come suonare un determinato passaggio. Se si voleva suonare musica leggera, come si diceva allora, bisognava imparare l’arte di arrangiarsi. Avevo comprato un registratore e mi registravo la canzone continuando ad ascoltare e riavvolgere brevemente per trovare la nota e la tonalità esatte senza perdere un passaggio.”
Tra le prime frequentazioni musicali di Piero ci fu Carlo Domeniconi, figlio dell’allora direttore della Biblioteca Civica, poco interessato alle discipline classiche e futuro concertista e compositore in ambito jazz contemporaneo.
“Domeniconi – prosegue Messina nel suo racconto –, abbandonò le superiori appena gli fu possibile e andò a vivere di musica a Berlino. Ma per i mesi che siamo stati in classe insieme, ho avuto modo di suonare con lui e imparare. Tra le amicizie importanti, fu però fondamentale l’incontro con Giancarlo Bertoni: lui frequentava lo scientifico e mi portò nei Sound System, il gruppo in cui suonava. Sempre lui aveva una collezione di dischi incredibile che mi permise di conoscere artisti a me sconosciuti. Quando a Giancarlo fu proposto di sostituire Luciano Casagrande negli We, mi portò con sé: a quell’epoca, il gruppo era composto da Memo Emeri, cantante, da Gilberto Gabrielli al basso, Sergio Nervo alla chitarra d’accompagnamento, Giancarlo e me.”
Gli We, sia con la formazione precedente che con questa sono stati uno dei nomi di punta della Bolzano post beat, proprio grazie all’inarrivabile voce di Memo e alla chitarra di Piero, che ricorda: “Fummo chiamati alla Rai locale per registrare alcuni brani nel loro auditorio: c’erano i tecnici in camice bianco, come dei medici. Io avevo un distorsore, così avvertii un tecnico di tenere presente che ci sarebbe stato un suono particolare ad un certo punto. Per gli standard degli studi Rai di allora era una cosa non contemplata e quando l’ho usato, il tecnico, allarmato, è corso a dirci di stare attenti perché c’era uno strumento che distorceva! Eppure si chiama distorsore…”
Questa formazione degli We durò fino alla maturità, nel 1968, i ragazzi avevano una qualche idea che la loro storia potesse essere giunta al capolinea visto che dopo gli esami ciascuno avrebbe intrapreso strade diverse, ma fu il bassista Gil Gabrielli a prendere la palla al balzo e a comunicarlo sia ai compagni di band che ai loro fan: durante un’esibizione al vecchio cinema Augusteo (dove ora sorge l’Auditorium dell’orchestra Haydn) durante l’esecuzione dell’ultimo brano, Mean Woman Blues nella versione dello Spencer Davis Group, si avvicinò al microfono e disse: «Questo è il nostro ultimo concerto».
A questo punto, mentre a Bolzano gli We continuarono ad esistere in una nuova versione guidata da Memo e dal congedato Casagrande, Piero Messina si unì agli ex Tornados, un gruppo veronese del periodo beat, che stava per essere assoldato dalla Numero Uno, la casa discografica fondata da Lucio Battisti, e aveva avuto il diktat di trovarsi un chitarrista: Messina che aveva seguito il trasferimento della famiglia a Verona al termine delle superiori finì col fare un’audizione con loro venendo arruolato seduta stante nella band che prese il nome di Alpha Centauri.

Autore: Paolo Crazy Carnevale

Stranger things

I Kastelruther Spatzen stanno vivendo un successo planetario senza precedenti. Da quando il loro brano Ich sag’s Dir mit Musik è stato inserito in primo piano nell’ultima stagione di Stranger Things, la band sudtirolese sta macinando un successo dopo l’altro, guadagnando più di 2 milioni di dollari grazie alle royalties derivate dallo streaming. E mentre in tutto il mondo nascono sempre più cover band dei “passeri di Castelrotto”, al prossimo Kastelruther Spatzen Open Air sono già previste più di 500mila persone. “Faremo invidia a Vasco Rossi” hanno dichiarato gli organizzatori.

Autore: Roberto Tubaro

Polpette di tonno e ricotta

INGREDIENTI

230 g tonno
200 g ricotta
20 g acciughe
20 g capperi
50 g pangrattato
8 g prezzemolo
2 uova
50 g parmigiano
Pepe nero q.b.
Sale q.b.

PREPARAZIONE

Ora procediamo alla preparazione di questo semplicissimo antipasto: unite ricotta, parmigiano, tonno, acciughe, capperi, prezzemolo, pangrattato e alla fine le uova.
Mescolate il tutto finchè il composto non risulta omogeneo e successivamente aggiungete sale e pepe.
Se il composto risultasse troppo compatto vi consigliamo di aggiungere un goccio di latte, invece se dovesse risultare troppo morbido vi consigliamo di aggiungere del parmigiano.
Create poi delle palline di circa 30 g schiacciandole leggermente.
Passatele nel pangrattato.
Posizionatele su una teglia con carta forno, aggiungete sopra alle polpette un filo d’olio e cuocete in forno a 200 gradi per 15 minuti o fino a duratura.

VARIANTE

Nella panatura provate ad aggiungere dei semi di sesamo, daranno un tocco in più al vostro antipasto.

Caldo

Abbiamo scelto una sola parola per il titolo per questa riflessione ed è inutile che vi diciamo perché. Il medesimo termine però funge da vero e proprio caleidoscopio di significati, se cominciamo a considerare quelli che sembrano essere gli effetti della rivoluzione climatica che stiamo vivendo.
Ormai ne siamo certi: è più caldo di sempre. Lo dice il termometro e lo dice anche il nostro corpo, che ci lancia i suoi messaggi, per abituarci alle nuove temperature, diurne e notturne, ma anche – e soprattutto – ai pericoli legati alle rare precipitazioni rimaste che quando giungono spesso sono piuttosto violente.
Le nuove temperature estive mettono a dura prova soprattutto le persone anziane che vivono nei fondovalle meno in quota e che hanno meno occasioni per “scappare” in montagna dove – per altro – pure si registrano temperature sorprendenti.
A bene vedere quella che stiamo passando è un’estate “calda” anche per politica ed economia, oltre che per la nostra società che arranca. Alle difficoltà legate a pandemia (ancora non superata, attenzione) e guerra in Ucraina, si è aggiunta negli ultimi tempi anche la siccità che impone di escogitare a breve termine correttivi per le mancanze croniche del passato. Stiamo parlando delle perdite nella rete idrica, che non vedono l’Alto Adige brillare rispetto al resto del territorio nazionale. Ma anche alla carenza di invasi per la raccolta dell’acqua piovana. C’è poi il confronto sulla gestione delle risorse idriche legate al fiume Adige, che sembra essere privo della necessaria regia per bilanciare le esigenze delle varie regioni del Nordest. In questo periodo abbiamo bisogno di tutto meno che di “teste calde” e quindi ci affidiamo al buone senso e ad una efficace concertazione tra i governatori coinvolti.
Agricoltura e turismo vanno a braccetto, com’è logico che sia. E l’estate torrida non può che accelerare il necessario ripensamento su questi due comparti della nostra economia, i loro obiettivi e la loro sostenibilità. Anche questi sono temi… “caldi”. Insieme ai punti interrogativi che nello specifico sono stati posti, di recente, su alcune questioni. Ricettività turistica senza limiti? Monocoltura della mela nel fondovalle come unica risorsa?
Se non vogliamo ritrovarci, presto, a piangere “calde” lacrime, è senz’altro meglio non reagire a “caldo” e invece prendersi il tempo per riflettere. Potremmo farlo magari in uno dei pomeriggi assolati della nuova estate altoatesina. In cui forse poi sarebbe meglio adottare prima possibile orari d’apertura più consoni, mutuando l’idea da altre regioni del Sud (del quale ormai metaforicamente facciamo parte anche noi). Che senso ha riaprire gli esercizi alle 15, quando ci sono ancora 35° gradi all’ombra?

Autore: Luca Sticcotti

Serve un’autorità credibile che faccia rispettare il diritto

Mentre si avvicina l’anniversario della morte di Alex Langer (3 luglio), vien da chiedersi che cosa avrebbe detto, lui, della guerra in Ucraina e dei modi scelti per affrontarla e portarla a soluzione. Ciò che manca, allora come oggi, è una forza internazionale capace di far valere il diritto e i diritti della parte più debole.

Quasi trent’anni fa (luglio 1993), Alexander Langer, guardando al conflitto balcanico, disse che “occorre una credibile autorità internazionale che sappia minacciare ed anche impiegare – accanto agli strumenti assai più importanti della diplomazia, della mediazione, della conciliazione democratica, dell’incoraggiamento civile, dell’integrazione economica, dell’informazione veritiera… – la forza militare, esattamente come avviene con la polizia sul piano interno degli Stati.
Se qualcuno spadroneggia con la forza delle armi nel suo quartiere o nella sua valle, e nessuno si muove per fermarlo, in poco tempo scoppia una generale guerra per bande, in cui tutti sono obbligati ad armarsi ed a cercare di farsi valere con la forza”.
Dunque sì, secondo Langer – per quanto egli fosse un costruttore di pace e un autentico nonviolento – in quella situazione l’ONU sarebbe dovuta intervenire in modo più deciso, per bloccare il conflitto e salvaguardare la popolazione inerme dalle mire di conquista degli eserciti in campo.
Se oggi nessuno propone seriamente un intervento di “polizia internazionale” è solo perché la parte forte, quella che spadroneggia, è una potenza nucleare. Come tale è capace di tenere in scacco il mondo intero.
E tuttavia non è ammissibile che un qualsiasi Stato annetta territori di un altro Stato con la violenza o con altri mezzi illegittimi.
Al di là dei diritti lesi, ciò rappresenta un pericolo per tutto il mondo e un messaggio per i despoti che assomiglia a una licenza di uccidere.
Non possiamo ridurci a chiedere al più debole di rinunciare a qualcosa, solo per far star buono il più forte. Ciò vale anche in altre forme di relazione.
La Comunità internazionale deve trovare il modo per fermare i più forti che schiacciano i più deboli, in ogni situazione.
Con la diplomazia, la mediazione, la conciliazione democratica, l’incoraggiamento civile, l’integrazione economica, l’informazione e anche, se necessario, con la forza.

Autore: Paolo Bill Valente

Laives, mistero di un nome

Molti aspetti un tempo sconosciuti della storia di Laives sono stati svelati dalle ricerche e dai ritrovamenti archeologici avvenuti nel corso di tutto il XX secolo. Già negli anni ’30, i bolzanini Georg Innerebner (esplorò anche la cisterna del Peterköfele, che in modo assai ingegnoso garantiva l’approvvigionamento idrico al vecchio castello) e Peter Eistenstecken sondarono a fondo il territorio “vergine” del Montelargo / Breitenberg, dove in effetti scoprirono gli stupefacenti resti di antichi castellieri. Verso la fine del secolo, grazie all’intensa attività edificatoria che travolse Laives, fu la volta del conoide sui cui sorge il paese: e in varie zone vennero alla luce tracce inequivocabili di siti risalenti quantomeno all’età del ferro.
Insomma, a poco a poco si consolidò la consapevolezza che questa piccola località all’imbocco della Vallarsa non era semplicemente un centro agricolo di origine medievale sorto “a servizio” e, anche, a protezione della strada verso la nuova città mercantile di Bolzano – fondata, come Egna, alla fine del XII secolo dai potenti vescovi trentini per soddisfare le loro ambizioni commerciali – ma uno dei paesi più ricchi di storia della Bassa Atesina.
Certo, non tutto (o forse pochissimo) di quel lungo passato è stato riportato alla luce: a iniziare dal nome stesso del paese. Laives / Leifers in tutte le sue forme note (e a volte trascritte male) rimane a tutt’oggi un autentico fossile linguistico, un suono perfetto ma pietrificato dal tempo e spogliato di significato che possiamo ripetere a piacimento senza mai coglierne il senso originario.
Possiamo però ipotizzare che la sua origine andrebbe ricercata non tanto nell’epoca romana (che prediligeva i cosiddetti prediali in -anum, peraltro assenti in Bassa Atesina) ma in quella precedente retica e in uno degli insediamenti che prima e dopo il V secolo a.C. sorsero sul conoide e sulla riva del Vallarsa. A tal proposito si può aggiungere, che quasi tutti i toponimi “alpini” (e sono centinaia) che finiscono in -s sono di origine preromana/retica. In tal senso, e considerato che i nomi scelti da quel popolo misterioso e profondamente religioso erano semplici e comprensibili a tutti, Laives dovrebbe portare il nome del fondatore del primo vero villaggio o di una divinità a cui era consacrato.
Sempre a proposito dei nomi locali, che molto potrebbero raccontarci del passato del paese, pare che il più antico toponimo documentato sia quello di Lichtenstein, il castello sul Peterköfele anch’esso di proprietà dei principi-vescovi trentini, costruito probabilmente in concomitanza con la fondazione di Bolzano e distrutto definitivamente dal tirolese Mainardo II.
In questo caso, però, si tratta certamente di un nome medievale. Il nome precedente del sito, certamente frequentato (a che scopo non si sa ma forse quale luogo di culto), è completamente sconosciuto.
Il linguista Finsterwalder ritenne infatti che i nomi dei castelli medievali sorti tra il XII e il XIII secolo fossero quasi tutti di origine “fantasiosa” o ideologica, nel senso che erano espressione di un ideale mondo cavalleresco slegato dalla realtà e dalle esigenze territoriali. Al “chiarore” o alla luce (Licht) sono infatti ispirati vari nomi di castelli in tutta Europa e, proprio di fronte al nostro Lichtenstein, anche quello della Leuchtenburg / Castel Chiaro. È dunque plausibile che furono i padroni “trentini” insediati a Castel Weineck ad attribuire il nome alla collina di San Pietro questa lo trasmise alla dinastia ministeriale dei Lichtenstein.

Autore: Reinhard Christanell

Quei frigoriferi che cambiano il mondo

Il pianeta dei frigoriferi
Scrittore: Mauro Balboni

Nel suo libro, il ricercatore Mauro Balboni (specialista in scienze agrarie, originario di Bolzano ma cittadino del mondo) lancia uno sguardo sul nostro futuro partendo da un oggetto che tutti abbiamo in cucina e apriamo più volte al giorno, eppure mai ci aspetteremmo che potrebbe essere una specie di “bomba a orologeria”, capace di innescare potenti reazioni a catena per il paese e l’ambiente. Parliamo del frigorifero, un elettrodomestico relativamente giovane se pensiamo che il primo esemplare con un prezzo accessibile viene lanciato in America nel 1927 dalla General Eletric. Da allora, in poco meno di un secolo, il numero di frigoriferi nel mondo è arrivato ad un miliardo, rivoluzionando radicalmente le nostre abitudini alimentari. Fin qui nulla di strano, a parte il fatto che il numero di frigoriferi sul pianeta è destinato letteralmente a raddoppiare in pochi anni alla fine di questo decennio, trainato dal gigantesco mercato di consumatori dell’Asia, e dell’Africa (l’assurdo è che qui comprano frigoriferi, ma in molte zone non arriva la corrente elettrica!). Insomma, un cambiamento epocale in tempi molto brevi, che porterà a un cambiamento nelle abitudini alimentari di dimensioni titaniche. Una domanda di cibo a cui la produzione agroalimentare è chiamata a rispondere. Il libro di Balboni, dati alla mano, ci mette quindi di fronte a tanti paradossi: se qui nel mondo ricco e occidentale si moltiplicano gli appelli alla frugalità collettiva, là nel mondo in prepotente crescita economica si mangia sempre di più; se noi invochiamo la “fine della carne”, là si consumano sempre più proteine animali. In questo scenario, le bocche da sfamare stanno crescendo al ritmo di circa 80 milioni all’anno.
Il capitolo “La fame di terra” fa luce su un’altra realtà meno nota e divulgata, che rischia di avere un impatto negativo sulla nostra stessa sicurezza alimentare: sottolinea l’autore “la terra coltivabile nel mondo, se misurata pro capite per ogni essere umano, è in calo dal 1960 e continua a calare. Inoltre, quella rimasta si trova “sequestrata” in ecosistemi forestali e naturali che i Paesi del mondo si sono impegnati a salvaguardare per mitigare il riscaldamento climatico e la biodiversità. Da oggi al 2050 dobbiamo produrre più cibo di quello prodotto finora, senza toccare altra terra. Un’impresa gigantesca e difficile.”
Insomma, “Il pianeta dei frigoriferi” non fornisce ricette facili salva-mondo, ma offre, invece, una mappa e una bussola per orientarsi in quello che sta succedendo, sul fronte dell’agricoltura e del cambiamento climatico. Un libro indispensabile per farsi un’idea oggettiva del futuro nostro e globale e che non a caso è stato presentato dall’autore nella “sua” Bolzano in un’intensa tre giorni di incontri e riflessioni sul futuro organizzata lo scorso 14-16 giugno da “Alto Adige Innovazione” e intitolata “Three Days for Future”.

Autrice: Caterina Longo