Chi era il Dr. Streiter della via omonima?

Tra le vie di Bolzano alcune sono dedicate ai mestieri, come le vie Bottai e Conciapelli; un tempo vi era anche via Carrettai, parallela dei Portici; nel 1901 prese un nuovo nome, quello di via Dr. Streiter. Chi era e cosa fece Joseph Streiter?
Facente parte di una famiglia del patriziato bolzanino, era nato a Balzano il 4 luglio 1804. Frequentò il Ginnasio dei Francescani a Bolzano, poi quello dei Benedettini a Merano. Nel 1827 sposò la figlia di un medico di Innsbruck, Johanna Holer, da cui ebbe sei figli. Laureatosi nel 1828 in scienze giuridiche a Padova, dopo un periodo a Cavalese esercitò l’avvocatura a Bolzano per 24 anni. Deceduta nel 1837 la moglie Johanna, Joseph Streiter nel 1845 sposò la pluriennale governante Anna von Kapeller. Non mancarono gli impegni pubblici per Joseph Streiter: dal 1850 al 1860 fu borgomastro di Dodiciville, dal 1861 al 1870 fu sindaco di Bolzano. Dal 1870 al 1872 fu anche membro del Consiglio regionale del Tirolo come rappresentante della Camera di Commercio di Bolzano. Nella sua attività politica si impegnò molto nel Kulturkampf, del quale fu uno dei massimi esponenti tirolesi; come liberale progressista cercò di contrastare il clericalismo e la limitazione con la censura della libera manifestazione del pensiero. Fu durante il suo mandato che Bolzano ottenne l’illuminazione a gas, la tratta ferroviaria Verona-Bolzano-Innsbruck, l’abbellimento della città e lo sviluppo del turismo, uno slancio nel campo dell’istruzione, della frutticoltura e della viticoltura. Joseph Streiter, rappresentante del radicalismo democratico, nazionalista e anticlericale di Bolzano, considerato il padre del liberalismo ottocentesco nel Tirolo meridionale, nel 1848 creò il “Verein für parlamentarische Bildung”. Joseph Streiter amava incontrarsi nella residenza Unterpayrsberg, nel rione Dodiciville, in simpatici conversari con gli amici. Fu proprio in tale residenza che Joseph Streiter morì il 17 luglio 1873.

Autore: Leone Sticcotti

Peter Burchia: guardare indietro con la prospettiva di andare avanti

Un evento intimo, meno di dieci persone tra amici e addetti ai lavori, così il poliedrico Peter Burchia ha presentato il suo primo disco da solista, nella cabina di regia del suo studio atelier, un ascolto privilegiato sul piatto di un vecchio giradischi, come una volta, quando a casa degli amici si ascoltava il nuovo ellepì di questo o di quell’artista, per condividere prime impressioni e sensazioni.

Peter Burchia non è un novellino, è noto per essere uno degli Shanti Powa, per aver fatto parte dei Color Colectif e, perché no, anche per il suo essere un busker che non disdegna (anzi!) di suonare agli angoli delle strade.
Look Back, questo il titolo del lavoro solista, è frutto di una selezione tra molte canzoni scritte da Burchia negli ultimi anni, canzoni suonate e risuonate nelle situazioni più disparate che non avevano però trovato spazio fisico su un supporto e che lui non voleva assolutamente andassero perdute: uno sguardo al passato per potersi poi dedicare al futuro senza correre il rischio che il passato passi in cavalleria.
“Negli ultimi dieci anni ho scritto davvero molte canzoni – ci racconta tra l’ascolto del primo e del secondo lato del disco –, e le ho spesso cantate nei concerti, ma non le avevo mai registrate. Rischiavano di finire nel dimenticatoio per fare spazio a nuove idee, a nuovi brani. Così ho deciso che era venuto il momento di fermarle. Ma dovevo farlo in un modo che mi fosse congegnale, naturale, dovevo essere attrezzato in ogni momento per non perdere la scintilla, così ho cominciato a pensarmi il disco, la scaletta, i suoni. La cosa principale è che tutto doveva essere essenziale, senza troppi artifici. Così ne ho parlato con Jürgen Winkler, ci siamo sondati a vicenda per capire se c’era il feeling giusto, poi lui ha installato un po’ di apparecchiature nel mio atelier in modo che quando ci fosse stata l’ispirazione, giorno o notte che fosse, mi bastasse schiacciare un pulsante per registrarmi. Avevamo considerato l’idea di usare come studio la cabina di regia, ma poi è stato naturale dirottarsi sullo spazio dove dipingo, lì è il mio habitat, il posto in cui mi trovo in assoluto più a mio agio.”
Ci sono voluti cinque mesi, ma ora, ascoltato e riascoltato il disco ha dell’incredibile, un vinile (ma in formato digitale è sulle classiche piattaforme) dal sapore antico ma fresco, incredibilmente contemporaneo. Burchia e Winkler sono riusciti ad assemblare un piccolo miracolo, un disco senza trucchi in cui i brani sono suonati dall’inizio alla fine, e le poche sopraincisioni sono integralmente dal vivo, niente copia e incolla, niente loop, niente inganni. Non sono moltissimi i musicisti che sanno già come un brano debba suonare prima ancora di cominciare a registrarlo, ne conosciamo qualcuno, e Burchia è uno di questi. La sua voce ne esce ottimamente, una voce ricca di colori, sfumature, umori, senza bisogno di autotuner e altre diavolerie.
Jürgen Winkler, architetto e musicista (è il chitarrista degli eclettici Eseleptitun) si è occupato di trovare i microfoni giusti: “Peter – ci dice – aveva le idee molto chiare su quello e il disco lo abbiamo fatto nel rispetto di queste idee, la voce avanti rispetto agli strumenti, e gli strumenti che si possono ascoltare in maniera distinta ma al tempo stesso compatta. È tutta farina del suo sacco, prima ha fatto i take con chitarra acustica e voce, tutto d’un fiato, poi le altre chitarre, acustiche o elettriche, io mi sono limitato al basso e all’organo, sempre in accordo con lui, e a dare qualche consiglio sulla take da scegliere.”
Il risultato è un disco con sonorità elettroacustiche che talvolta riconducono ai dischi Nick Drake, senza quella coltre di pessimismo e malinconia che è il marchio di fabbrica del songwriter britannico, ci sono richiami agli anni settanta, ma nel contempo citazioni ragamuffin fanno più che capolino in Those Days of Love, in cui la vena del Burchia cantautore si miscela con i suoi trascorsi negli Shanti Powa, complice il compare Berise nella stesura del rap. Unica ospite del disco (oltre al coproduttore Winkler) è Nina Duschek, busker meranese la cui voce si mescola perfettamente e senza esagerare con quella del titolare nel brano Things To Change; tra gli altri titoli da tenere presenti anche Black Countryside e The Wind, oltre al brano d’apertura Walking Threw e alla title track in chiusura, entrambi rigorosamente in versione acustica: “Una cosa su cui non ho mai avuto dubbi – conclude Burchia – è che il disco dovesse cominciare e finire senza null’altro che la mia voce e la mia chitarra acustica”.

Autore: Paolo Crazy Carnevale

Deserto

Le poche nevicate invernali e le poche giornate di pioggia hanno cambiato di molto la faccia dell’Alto Adige. I primi segnali, come la secca del Po, non sono stati presi molto in considerazione e, settimana dopo settimana, gli effetti della mancanza dell’acqua sono risultati evidenti anche dalle nostre parti. “Il Sudtirolo rimane comunque una terra meravigliosa” ha dichiarato l’hds. “Tour con i cammelli, passeggiate sulle dune, degustazione di cactus ed escursioni all’oasi di Caldaro sono le esperienze preferite dai nostri ospiti. Oltre, ovviamente, alla discesa sugli sci su sabbia, che ci ha permesso di sfruttare le nostre montagne e gli impianti di risalita tutto l’anno!”

Autore: Roberto Tubaro

A cuor leggero

INGREDIENTI

Stampo a cerniera:
24/26 cm Ø
Temperatura: 180 gradi
Cottura: circa 45 minuti
Raffreddamento:
circa 2,5 ore

PER LA BASE
4 uova
150 g di zucchero
80 g di farina di riso
80 g di amido di mais
1 cucchiaio di zucchero vanigliato
1 cucchiaino di lievito di tartaro [cremor tartaro]

PER LA CREMA
3 fogli di gelatina
3 cucchiai di succo di limone
250 ml di yogurt intero o yogurt scremato
400 ml di panna 35 %
100 g di zucchero
300 g di mirtilli freschi

Consiglio
Per questa torta si possono scegliere anche altri tipi di frutti di bosco. Al posto dello yogurt bianco si può optare per quello alla frutta, riducendo così la quantità di zucchero della crema a 80 g.

PREPARAZIONE

Sbattete le uova con lo zucchero per circa 8 minuti finché il composto non risulti chiaro e spumoso.
Mescolate insieme farina, amido, zucchero vanigliato e lievito. Con l’aiuto di una spatola in silicone unite gli ingredienti secchi alla montata di uova e zucchero avendo cura di mescolare delicatamente dal basso verso l’alto. Poi versatela nello stampo a cerniera foderato con carta forno lisciando la superficie.
Cuocete la torta nella parte bassa del forno preriscaldato e subito dopo averla sfornata, liberatela dallo stampo facendo scorrere la lama di un coltello lungo l’interno del bordo e lasciatela raffreddare.
Adagiate la torta fredda su un piatto da portata o su un’alzatina per dolci.
Ammorbidite la gelatina in abbondante acqua fredda per 5 minuti circa. Scaldate il succo di limone a fuoco medio, unite al succo caldo i fogli di gelatina ben strizzati e mescolate finché non si saranno sciolti completamente. Aggiungete infine lo yogurt mescolando.
Montate la panna con lo zucchero ottenendo una consistenza solida e aggiungetevi il composto di yogurt.
Ponete i mirtilli sulla base della torta e mettetene da parte una manciata per la decorazione. Stendete la crema di yogurt sul dolce creando una superficie liscia e omogenea. Con i rimanenti mirtilli create una decorazione a forma di cuore e far raffreddare bene.

Non è mai troppo tardi

Devo un molteplice ringraziamento ad una nostra affezionata lettrice, che nei giorni scorsi mi ha scritto dandomi riscontro in merito al mio editoriale dello scorso numero dei giorni QuiMedia, dedicato al tragico 3 maggio 1945, ben testimoniato da un recente libro pubblicato dall’archivio storico di Bolzano. Quindi ecco il mio primo grazie, signora Bruna.
Ricevere oggi una lettera scritta a mano, inserita in una busta e spedita per posta, con tanto di francobollo, mi fa pensare che esiste ancora la possibilità di ricorrere, di tanto in tanto, a tempistiche nella comunicazione che per secoli ci sono sembrate normali, nella loro capacità di promuovere sintesi, riflessione e – anche – rispetto e buone maniere.
Devo poi ringraziare la lettrice per aver deciso di scrivermi dall’alto dei suoi 85 anni di età, per raccontarmi i suoi ricordi di bambina, anche se molto tristi. La signora Bruna aveva solo 8 anni in quei giorni immediatamente successivi al 25 aprile della Liberazione ed era sfollata in Val di Non, ma ricorda bene quanto avvenne in quei giorni dai racconti di famigliari e conoscenti. In particolare ricorda il posizionamento su opposte sponde di partigiani e simpatizzanti sudtirolesi degli occupanti nazisti in rotta verso la Germania.
La signora Bruna ricorda anche che nel dopoguerra diversi collaborazionisti, diretti o indiretti responsabili di omicidi, di tali atti ne dovettero rispondere davanti alla giustizia. Ma allo stesso tempo l’affezionata lettrice mi dice: “chiaramente lei questi fatti li conosce già e per amor di pace non ha fatto menzione nel suo editoriale”.
Quel “amor di pace” mi ha colpito molto, a mio avviso proprio cogliendo nel segno. Nel mio editoriale del 2 giugno avevo indirettamente consigliato la lettura di un libro importante dove questi fatti ci sono, ma nello stesso tempo avevo cercato di indicare lo spirito con il quale – oggi – dovrebbe essere affrontata l’analisi storica di quel periodo. La guerra è un abisso dal quale tutti dobbiamo sentire la responsabilità di uscirne. Armati di verità, senz’altro, ma anche consapevoli che – a ben vedere – non esistono lacerazioni insanabili.
La nostra convivenza è nata in quei giorni, nostro compito oggi è proseguire il percorso ancora incompiuto per farla divenire, finalmente, Pace. Non è mai troppo tardi.

Autore: Luca Sticcotti

L’intelligenza artificiale non è ancora tra noi

Stiamo assistendo ad una nuova ondata di articoli sensazionalistici sul tema dell’intelligenza artificiale generale (in inglese AGI: “ artificial general intelligence”), con cui si descrivono sistemi informatici capaci di mostrare intelligenza a livello umano in campi diversi. Il termine “generale” indica proprio la capacità di questi sistemi di competere con gli umani non su uno specifico compito (come ad esempio giocare a scacchi o a Go, dove i computer sono ormai campioni indiscussi), ma su un qualunque compito che, in termini umani, richiede di esibire una qualche forma di intelligenza. Una delle più complesse palestre per l’AGI è quella del linguaggio naturale. È proprio sul tema del linguaggio naturale (in inglese NLP: “natural language processing”) che si concentrano molti articoli sensazionalistici, principalmente focalizzandosi sul fatto che una recente generazione di algoritmi per reti neurali (in termini tecnici, chiamate “transformer”) mostra incredibili capacità di generazione del testo, anche in risposta a domande formulate da umani. Famosissime ormai sono le reti transformer BERT e GPT-3, ma nei quotidiani di questi giorni l’enfasi è il loro successore LaMDA, di Google, che avrebbe addirittura portato al licenziamento di un ingegnere di Google. Il motivo? L’ingegnere avrebbe violato le politiche di privatezza dell’azienda, dichiarando che LaMDA è a tutti gli effetti una intelligenza senziente. Al di là degli aspetti di marketing e pubblicità che ormai permeano l’intelligenza artificiale, è importante ricordare come funzionano questi sistemi: secondo principi statistici, applicati all’immensa quantità di testi disponibili su web. Vengono infatti allenati su una moltitudine di testi imparando, data una frase incompleta, distribuzioni di probabilità su quale parola successiva aggiungere per continuare la frase in modo compiuto. I risultati sono stupefacenti e in molti casi rendono queste reti capaci di generare testi complessi, di senso compiuto, e diversi da quelli su cui si sono allenate, ma altrettanto spesso li portano a generare testi senza senso. Queste reti falliscono, ad esempio, quando il tema del discorso è quello del “ragionamento di senso comune”. Questo non dovrebbe stupire: imparare distribuzioni di probabilità non ha nulla a che fare con imparare come funziona il mondo che ci circonda e quali leggi lo governano (ad esempio, banalmente, che se un oggetto viene messo in una scatola non può magicamente sparire da essa a meno che non succeda qualcosa). Riconoscere la differenza tra un essere in grado di utilizzare il linguaggio per parlare del mondo, e questi sistemi che sono a tutti gli effetti dei “pappagalli stocastici”, richiede arguzia, mentre superficialmente si può essere in effetti ingannati. Meglio ricordarcelo ancora una volta, in questo mondo di fuochi (più che di intelligenze) artificiali.

Autore: Marco Montali

Come la brace sotto la cenere

In questi giorni trent’anni fa si concludeva una delle fasi di sviluppo della (pacifica) convivenza tra i gruppi linguistici dell’Alto Adige. Il Governo austriaco (l’11 giugno del 1992) rilasciava la cosiddetta “quietanza liberatoria” con la quale prendeva atto dell’attuazione dell’Accordo di Parigi da parte dello Stato italiano.

L’autonomia altoatesina si fonda su due pilastri giuridici importanti quasi contemporanei. Il primo è l’Accordo di Parigi del 1946, che impegna l’Italia a garantire i diritti culturali delle minoranze linguistiche altoatesine, in modo specifico di quella di lingua tedesca. Il secondo è l’articolo 6 della Costituzione (approvato nel 1947): “La Repubblica tutela con apposite norme le minoranze linguistiche”.
Quando nel 1960 l’Austria ritenne che lo Statuto di autonomia del 1948 e in particolare la sua attuazione avessero tradito lo spirito dell’Accordo di Parigi, la questione fu portata davanti alle Nazioni Unite, le quali esortarono i due Stati a trovare una soluzione condivisa. Il percorso fu irto di ostacoli poiché si confrontavano due nazionalismi con i loro pregiudizi e le loro riserve mentali (che sussistono ancora oggi). Però nel 1969 fu raggiunto il consenso che portò al secondo Statuto di autonomia, la cui attuazione non fu breve. Da quel 1960 passarono dunque 32 anni finché i due Governi poterono dichiarare chiusa la vertenza.
A trent’anni di distanza da quella stretta di mano la “via altoatesina” è indicata come modello per analoghe situazioni. Michelle Bachelet, l’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, nel suo intervento di qualche giorno fa ha detto che l’Alto Adige è “un esempio di come la tutela del patrimonio linguistico e culturale e la pacifica convivenza tra le minoranze siano traguardi possibili per risolvere i conflitti”, sottolineando “l’importanza di un’azione politica tempestiva per individuare i problemi nel contesto dei diritti umani”.
Chi vive l’Alto Adige sa che la pacifica convivenza nel rispetto dei diritti di tutti non è affatto un dato acquisito una volta per tutte. Pensare e affermare che il problema sia definitivamente risolto è il modo più sicuro per tenerlo vivo come la brace sotto la cenere.

Autore: Paolo Bill Valente

La “schmutzige Laives” e “Großbolzano”

Se le vie del Signore sono – a quanto si dice – infinite, quelle del duce erano quantomeno lastricate. E non di buone intenzioni ma, per quanto riguarda la sopravvivenza del comune di Laives, di tinte fosche. Ci salvò, in un certo senso, la sciagura bellica.
Ma andiamo con ordine. “Systemierung der Straßen” titola un articolo dell'”Alpenzeitung” (giornale fascista in lingua tedesca) del 29 agosto 1941 – anno XIX della “nuova era”. Laives era un paesino rurale di antiche tradizioni ma, da sempre, aveva nelle strade il suo punto debole: perfino la gloriosa “imperial-regia strada postale” era tutta una buca, polverosa e, soprattutto, pericolosa per via della gentaglia che vi trovava rifugio. Non parliamo delle altre vie, che con questa formavano la nota “crosara”: quella verso Pietralba e quella verso la stazione. Tutte strade colabrodo, imbiancate di polvere, spesso intransitabili. Laives, “das schmutzige Dorf di una volta”, scrive l’articolista”, “avvertì l’impellente bisogno di sistemare le proprie vie comunali.” E fin qui nessuna obiezione. Prosegue poi il pezzo: “La sua (di Laives – NdR) pessima fama non è un mistero per nessuno, le centinaia di migliaia di pellegrini che ogni anno si recano a Pietralba sono testimoni involontari dell’arretratezza di questo villaggio ai piedi della montagna sacra, su cui la Madonna da quattro secoli ha eretto il proprio trono”. Madonna o non Madonna, qui il colpo mira dritto al cuore. Infatti, poche righe dopo, il cronista arriva al punto: “Basta parlare di schmutziges Laives – ora Laives sarà una bella cittadina, anche se questo nome non gli è certo stampato in fronte e non appare in nessun documento ufficiale.” Che vorrà dire? Ce lo spiega subito, l’ispirato autore: “Siamo convinti che Laives non sarà mai una città autonoma. Le toccherà la sorte della rinomata località di cura Gries, con la quale formerà la Grossbolzano del futuro”.
Hai capito! Un futuro che, a ben vedere, riporta al passato, quando Laives, Dodiciville e Gries facevano parte del “grande” municipio di Bolzano. E in attesa del “trapasso”, ci si era rimboccati le maniche per tirare a lucido il paesino. “Vorremmo che Laives, villaggio immerso nei suoi vigenti e nei frutteti in fiore, si preparasse in modo adeguato a questo appuntamento con la storia!” Giusto. Ad ogni cerimonia il suo abito. All’appuntamento con la storia non si va certo in “grembial” e scarpe impolverate. Neanche nella schmutzige Laives.
Detto questo – e non ci pare poco – il cronista torna al suo selciato. “La sistemazione delle strade non è stata eseguita per ragioni estetiche (e ci mancherebbe altro) ma per ragioni di pubblica utilità. Nessuno poteva immaginare che i lavori sarebbero stati eseguiti con questa celerità in un periodo bellico come questo, in cui il raggiungimento di traguardi ben più elevati assorbe tutti i nostri sforzi. Ma con gioia abbiamo potuto assistere alla posa dei cubetti di porfido sullo sfondo sabbioso, e sembrava che i cubetti stessi volessero a loro volta rendersi utili al progresso e al raggiungimento di traguardi storici della nostra nazione”.
Conclude infine il giornale: “Chi ora percorre via Damiano Chiesa, o via Roma (oggi Kennedy), non può che ammirare lo splendore dell’opera eseguita. E la via Pietralba, che ora sale maestosa fino al “Grüner Baum? Ora le migliaia di visitatori del nostro paese potranno finalmente esclamare: “Laives ist nicht wieder zu erkennen – Laives non è più la stessa”. Considerazione, questa, che peraltro facciamo nostra, ogni volta che torniamo nel nostro paese.

Autore: Reinhard Christanell

Tre noir in salsa bolzanina

Forse parlare di una scuola bolzanina del genere poliziesco è prematuro rispetto alle consolidate scuole di genere di altre regioni e province (pensiamo a Milano, a Bologna, alla Sicilia, al Veneto), ma non si può negare che anche l’Alto Adige, nel suo piccolo abbia il suo valido manipolo di autori: pensiamo ai gialli di Lenz Koppelstätter ambientati in un Sudtirolo a metà strada tra il dark e la promozione da cartolina (tipo le produzioni della Film Commission Altoatesina), a quelli ben educati e non privi di humor del compianto Umberto Gandini (di cui è stata annunciata una raccolta di inediti) o a quelli mozzafiato di Luca D’Andrea.
Negli ultimi mesi hanno fatto la loro comparsa in libreria ben tre romanzi noir degni di nota e ambientati nella nostra regione, tutti rigorosamente scritti da autori nostri, anche se trapiantati altrove.

L’ultima madre
Autore: Alex Boschetti
Alphabeta

Alex Boschetti, bolzanino di stanza a Bologna, con L’ultima madre è giunto al suo terzo romanzo e – rispetto alle black comedy che lo avevano preceduto – mette sul piatto un noir a tinte forti, ambientato nella zona popolare di Bolzano e in Val Sarentino. Un noir psicologico con al centro una figura femminile dal destino tragicamente segnato e una storia di tremenda attualità che arriva a toccare argomenti drammatici come la violenza domestica e la xenofobia, senza dimenticare un certo disagio giovanile. La storia è ben architettata e ben localizzata: Boschetti, pur abitando a Bologna da molti anni torna spesso a Bolzano e prima della scrittura di questo romanzo ha fatto una full immersion totale nella Bolzano popolare. La trama si svolge tutta sotto gli occhi di un antipatico commissario di polizia che sembra più uno spettatore esterno impotente che non un attore della vicenda.

La parola amore uccide
Autori: Jadel Andreetto e Guglielmo Pispisa
Rizzoli

Bolognese di lungo corso è anche un altro bolzanino, Jadel Andreetto, per anni una delle colonne del collettivo di scrittura Kai Zen insieme al compare Guglielmo Pispisa: i due, dopo una prima notevole uscita sotto il nome de plume di Marco Felder sono tornati in libreria coi loro nomi di battesimo e con un avvincente romanzo intitolato La parola amore uccide. La scrittura dei due è molto fluida, la storia mette sul piatto due indagini differenti seguite dai due protagonisti, mai perfetti e sempre sopra le righe: l’ispettore Rottensteiner (consumato e disilluso, oltre che profondo conoscitore della propria terra) e l’agente scelto Tanino Barcellona (pivello dal cuore grande e bolzanino di recente acquisizione). La chimica che si sviluppa tra i due è ottima, così come lo sono i comprimari, tutti coinvolti in una storia che pur toccando marginalmente temi scottanti e non da poco come l’estremismo di stampo nazista, il traffico d’armi e la mafia, è incentrata piuttosto – come nel libro di Boschetti – su xenofobia, femminicidi e momenti di debolezza delle forze dell’ordine con un episodio in cui il poliziotto Barcellona si ritrova a mettersi sullo stesso piano dei poliziotti americani che negli ultimi anni hanno scatenato sdegno da un polo all’altro del globo.

Il morto nella roccia
Autore: Kurt Landthaler
Alfabeta

Per finire, Il morto nella roccia, non proprio una novità visto che in lingua tedesca era uscito negli anni novanta: grazie alla traduzione di Stefano Zangrando ora è finalmente tradotto in italiano il primo romanzo del bolzanino Kurt Lanthaler, personaggio chiave della letteratura altoatesina. L’autore, dopo aver abitato per anni a Berlino si è da tempo trasferito a Zurigo e questo suo romanzo d’esordio, pubblicato a dapprima a puntate sul “Extra”, supplemento in lingua tedesca del defunto quotidiano “Il mattino”, vede il debutto di Tschonnie Tschenett, protagonista di una cinquina di opere d’orientamento hard boiled: Tschenett non è un poliziotto, anzi è un personaggio sempre al limite, spesso assillato da problemi con la polizia, per quanto il suo migliore amico sia Totò, uno sbirro mistilingue di frontiera (la storia si svolge tra Bolzano, Colle Isarco e Vipiteno durante gli scavi del tunnel di base, molto attuale dunque). Un giallo anomalo, di denuncia contro le lobby che decidono tutto (proprio come adesso), senza lieto fine, senza casi risolti, nel miglior stile delle storie di Tschonnie Tschenett.

Autore: Paolo Crazy Carnevale

Il “largo” dedicato a Giovanni Palatucci

Sono in molti – tra cittadini e stranieri, transitando per il “Largo Giovanni Palatucci” per accedere agli uffici della Questura di Bolzano – a chiedersi chi era e cosa fece. Diamo qualche notizia.
Giovanni Palatucci era nato il 31 maggio 1909 a Montella (Avellino). Laureatosi in Giurisprudenza a Torino, superò anche gli esami per procuratore legale. Il 16 settembre 1936 prese servizio a Genova come Vicecommissario aggiunto di Pubblica Sicurezza, ma fu presto trasferito; dal 15 novembre 1937 fu in servizio alla Questura di Fiume, prima come Commissario e poi Questore reggente. Ebbe modo di mettere in pratica quanto credeva in fatto di dignità umana; erano principi e valori trasmessi dalla famiglia. “Salvare vite umane” fu proprio ciò che si prefisse Giovanni Palatucci nel suo lavoro all’Ufficio Stranieri di Fiume, città che dal 1937 al 1944 rappresentò la via di salvezza e libertà per numerose persone: profughi e perseguitati di religione ebraica — ebrei italiani, istriani, slavi, austriaci ecc. ma anche molti dissidenti politici antifascisti, giornalisti e sacerdoti scomodi per il regime, minoranze etniche, serbi, zingari, croati.
Anche tramite preziose collaborazioni, creò una rete di soccorso e salvataggio, un efficiente sistema di protezione; lo stesso Palatucci fu protagonista di salvataggi rischiosi, piani di fuga talvolta rocamboleschi.
L’azione divenne sempre più difficile e rischiosa dopo 1’8 settembre 1943, con l’occupazione di Fiume da parte delle truppe tedesche.
Palatucci, aderente alla Resistenza, fu arrestato in casa nella notte tra il 13 e il 14 settembre 1944 e condotto al Comando generale, poi al Lager di San Sabba; altra tappa al carcere triestino, dove fu torturato; fu infine deportato nel Lager di Dachau, dove gli fu dato il numero di matricola 117295, posto sopra un triangolo rosso.
Giovanni Palatucci, dopo aver subito con serenità tutte le angherie contro la sua persona, morì di peste petecchiale il 10 febbraio 1945.

Autore: Leone Sticcotti