The Sound: i ricordi beat di Fausto Manfrini

In questo numero facciamo un salto nel tempo di quasi sessant’anni, scandagliando nella memoria di Fausto Manfrini, un bolzanino che negli anni ‘60 fece parte della prima scena rock cittadina.

Tutto, come per una folta generazione di giovani musicisti sparsi per il mondo, cominciò con l’uscita del 45 giri Please Please Me: era il febbraio 1963 e il bolzanino Fausto Manfrini si trovava in collegio a Domodossola. A Natale la nonna gli regalò una chitarra, un suo compagno di scuola ricevette il disco dei Beatles e per il resto dell’anno scolastico è facile immaginare cosa sia successo. La Bolzano del 1965 in cui Fausto tornò, aveva una scena musicale in grande fermento, c’erano i festival studenteschi e c’erano le serate a Villa Boscoverde e quelle sui palchi più ambiti di cinema e piccoli teatri. Non gli ci volle molto per entrare in contatto con altri coetanei desiderosi di mettere insieme un complesso con cui divertirsi, facendo divertire il pubblico. “Giancarlo Bertoni – racconta Manfrini – frequentava il liceo scientifico come me ma era più giovane, lui suonava la batteria mentre io avevo cominciato a dedicarmi al basso; un giorno mi propose di formare un gruppo con un tizio che stava cercando musicisti. Il tizio era Franco Mugliari, che si portò un chitarrista solista di nome Antonio Falezza, un autentico genio che frequentava l’ITI e si era progettato e costruito un dispositivo per ottenere l’effetto di un distorsore. A questo punto i Sound erano nati. Ci mancava una sala prove, però, e i condomini della casa in cui abitava la mia famiglia storsero il naso quando tentammo di provare in cantina”.

A trarre d’impaccio la neonata formazione, arrivò Carlo Allitto Bonanno, coetaneo appassionato di musica, che offrì ai Sound la cantina di via Fago, dove abitava la sua famiglia. Bonanno poi, era in grado di dare agli amici delle belle dritte riguardo alla pronuncia del repertorio in inglese.

“Quello che suonavamo – racconta Manfrini – era un misto tra quel che si ascoltava in quel periodo, c’era il beat italiano dei Rokes e dell’Equipe 84, soprattutto tanto materiale dei Beatles, che cantava Franco, e tanto dei Rolling Stones, che cantavo io. I Rolling Stones erano i miei preferiti, anche se suonavo un basso Hofner come quello di Paul McCartney. Trovare degli ingaggi era fondamentale per poterci comprare strumenti e attrezzature. Era Franco a fungere un po’ anche da nostro manager”.

Grazie all’intraprendenza del giovane Mugliari, i Sound finirono per esibirsi sul palco del cinema Corso come spalla dell’Equipe 84 e dei Rokes (con Full, Dedy Cemm e Satellites) e la notte di capo d’anno all’Hotel Osvaldo a Selva di Val Gardena, guadagnando l’ingaggio stagionale presso un’altra struttura alberghiera, per l’estate 1966. Memorabile anche la partecipazione al festival beat di Merano, vinto dai Dedy Cemm: i Sound riscossero però un buon successo, la sede RAI locale filmò un passaggio della loro performance, trasmessa anche a livello nazionale, ma purtroppo quel frammento televisivo è andato perduto.

Su input di Mugliari, che conosceva una magliaia in Via della Roggia, i Sound ad un certo punto adottarono come divisa – un must per i complessini beat – una giacca turchese dai bordi neri con le iniziali del componente del gruppo ricamate sul taschino basso. “Nel 1967 – conclude Manfrini – Franco decise di percorrere altre strade musicali e noi, su suggerimento di Giancarlo, al suo posto arruolammo Piero Messina, dotato chitarrista con tanto di studi di chitarra classica. Da un po’ avevamo anche mutato il nome in Sound System, ma nella primavera del 1967 la storia del nostro gruppo finì, complici gli esami di maturità imminenti e l’abbandono di Giancarlo, rubatoci dagli We, per sostituire Luciano Casagrande partito per il servizio militare. Piero seguì Giancarlo nel nuovo gruppo e negli anni ‘70 suonò addirittura in un disco degli ex Van Der Graaf Generator. Io misi insieme un gruppo con ragazzi di tutte le classi e al festival studentesco vincemmo con un adattamento di Vecchio Scarpone sulla musica di The Under Assistant West Coast Promotion Man, una canzone dei Rolling Stones!”.

La stagione del traffico

È tornata la stagione del traffico a Bolzano, la città che punta sul turismo dei giorni di pioggia. Ogni volta che il meteo della Provincia segnala brutto tempo, fiumane di turisti in automobile cercano in tutti i modi di raggiungere il centro storico, unendosi ai pendolari abituali e a quelli idrorepellenti, che solitamente si spostano in bicicletta. “Fra vent’anni con l’areale ferroviario sistemeremo tutto” comunicano dal Comune. Da vent’anni. Buone notizie anche dalla Provincia: “abbiamo capito che la situazione è veramente drammatica, per risolverla realizzeremo subito la nuova circonvallazione di Sluderno”.

Autore: Roberto Tubaro

Pasta broccoli e alici

INGREDIENTI

Per 2 persone:

200 g di pasta orecchiette 

75 g di filetti di alici 

(metà vasettino circa)

2 broccoli

2 spicchi d’aglio

4 cucchiai di olio di oliva

Formaggio Grana q.b.

PREPARAZIONE

Pulite e lavate i broccoli sotto acqua corrente.

Mettete dell’acqua in una pentola, abbastanza grande, sul fuoco e quando arriverà a bollore buttateci il sale grosso e i broccoli. 

Lasciateli lessare per circa 5 minuti e aggiungeteci anche la pasta che cuocerà per il tempo indicato sulla confezione insieme ai broccoli.

Nel mentre che i broccoli e la pasta cuociono, tagliate finemente 2 spicchi d’aglio e metteteli in una padella con 4 cucchiai di olio e le alici. 

Posizionate la padella sul fuoco molto basso e lasciate che le alici si sciolgano del tutto, attenzione però a non bruciarle, dovrete mescolarle di tanto in tanto come anche la pasta con i broccoli.

Una volta passato il tempo di cottura della pasta, scolate il tutto e buttate la pasta e i broccoli nella padella dove ci sono l’olio,l’aglio e le alici.

Mescolate il tutto e impiattate con un po’ di parmigiano.

3 maggio 1945

Recentemente è stato presentato un bel volume, scritto da Carlo Romeo e Mario Rizza, dedicato al 3 maggio 1945 a Bolzano. Si trattò di una giornata tragica che fece 36 morti e quasi 60 feriti tra partigiani e civili, donne e bambini compresi. Molti anziani se lo ricordano ancora oggi, quel terribile giorno. In particolare la mattinata di sparatorie, rappresaglie e rastrellamenti, quartiere per quartiere, strada per strada, in alcuni momenti anche casa per casa. Tra i numerosi episodi che insanguinarono la nostra regione nei giorni di fine guerra, tra mobilitazione partigiana e aggressiva ritirata tedesca, quello del Tre Maggio a Bolzano (e in parte Merano) fu poi da subito uno dei più controversi. E il libro edito dall’Archivio Storico del Comune di Bolzano – la cui direttrice intervistiamo su QuiBolzano e QuiBassaAtesina (ndr per il lettori di QuiMerano l’articolo è visibile su quimedia.it) – mira a ricostruirlo, presentandolo nei suoi vari aspetti. Dopo l’8 settembre 1943 a confrontarsi spesso in maniera violenta furono le due diverse anime della nostra terra. Ma nella lettura del libro di Romeo e Rizza a colpire oggi sono altri aspetti.
Innanzitutto i nomi delle vittime, dei feriti, dei partigiani. Tra essi molti di noi scorgono successivi volti noti della città come il futuro sindaco Luciano Bonvicini, Cesare Lettieri, Bruno Zanoni, ma sono anche identificabili cognomi noti come vicini di casa, amici di famiglia, in alcuni casi anche parenti. Insomma: quelli eravamo noi, non altri. La nostra vita, vita reale.
In secondo luogo nel libro colpisce la descrizione della guerriglia urbana e dei rastrellamenti compiuti dall’esercito tedesco in ritirata, con tanto di carri armati, riguardante le strade e le vie dove noi normalmente oggi abitiamo, lavoriamo, andiamo a fare la spesa. Particolare impressione a me in particolare ha suscitato leggere e ricordare che uno dei principali teatri degli scontri fu l’asse di Via Volta in zona industriale a Bolzano, il luogo dove si trovano gli uffici di questo giornale. A 80 metri da dove sono state scritte queste righe ad un certo punto di quel tragico 3 maggio vennero fucilate (dal mitragliatore di un’autoblindo) 20 persone, di cui ne morirono 11. Leggendo di quei fatti inevitabilmente il pensiero va alle città ucraine che in questi giorni stanno vivendo lo stesso destino, non per un giorno ma per mesi interi.
Furono anni a dir poco intensi, quelli. 13 mesi dopo era il 2 giugno e di nuovo finalmente si poté votare, ma non in Alto Adige il cui destino non era stato ancora definito. Le prime elezioni politiche nazionali che ci videro protagonisti furono il 18 e 19 aprile del 1948. E da lì a poco arrivarono le prime elezioni comunali e provinciali.

Autore: Luca Sticcotti

La zeolite

La zeolite o zeolite cubana è un minerale, una roccia sedimentaria, formatosi milioni di anni fa e di origine vulcanica. La zeolite è dotata di una struttura cristallina e microporosa a base di alluminosilicato e può essere sia di origine naturale che sintetica. Essa si presenta come una polvere sottilissima di colore bianco. Grazie alla sua versatilità trova largo impiego in molti settori, dall’industria petrolchimica alla produzione di detergenti (contro il calcare), all’addolcimento delle acque e alla depurazione delle acqua nere, dall’asfaltatura a freddo alla medicina (ghiaccio secco) e alla zootecnia (mangimi e lettiere per animali); è stata impiegata, inoltre, per estrarre sostanze radioattive dopo il disastro di Fukushima in Giappone.
Da qualche anno la zeolite naturale (clinoptilolite) spopola anche nel BalconORTO e più in generale in agricoltura come corroborante e potenziatore delle difese delle piante. Miscelata alla terra nei vasi in primavera e aggiunta nell’innaffiatoio aumenta la ritenzione idrica, rivitalizza e combina i microelementi del terriccio e riduce sensibilmente la frequenza delle annaffiature. La zeolite nebulizzata per via fogliare ha l’effetto di asciugare l’umidità sulle foglie, di prevenire le malattie fungine – oidio e peronospora in primis – di creare una barriera contro i parassiti (afidi e acari), di cicatrizzare ferite da taglio o dovute alle intemperie, di stimolare la fotosintesi, di proteggere le piante dalla luce solare e dalle scottature, di abbassarne la temperatura, e, di far assorbire, grazie alle sue qualità di ottimo scambiatore di ioni, elementi minerali secondari indispensabili, come il calcio; nel caso dei pomodori di evitarci il famoso marciume apicale dei frutti. Abbinata al bokashi liquido ed al guano ci libererà finalmente dall’uso abitudinario dei noti concimi NPK (azoto/fosforo e potassio) che così tanto bene alla natura non fanno. La zeolite è un’ottima strategia anche per abbandonare il verderame o poltiglia bordolese per gli stessi motivi.
NB: questa farina di roccia vulcanica dalle molteplici proprietà è basica! Quindi per chi ha grandi superfici coltivabili è essenziale, prima di farne uso, richiedere un’analisi del terreno per capire se esso tenda all’acido o al calcareo per orientarsi nelle dosi. Lo stesso discorso vale anche per chi ama le piante acidofile. Come tutte le cose che fanno bene è opportuno non eccedere ed in caso di vaporizzazione tramite soffietti si consiglia l’uso di una mascherina a protezione delle vie respiratorie.

Autore: Donatello Vallotta

“La mafia non è solo un affare siciliano”

Una Festa della Repubblica all’insegna del trentesimo anniversario delle stragi di mafia a Palermo (maggio e luglio 1992). L’occasione giusta per riflettere sul ruolo delle Istituzioni democratiche delle quali Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e le donne e gli uomini che morirono con loro furono fedelmente al servizio.

“Nel 1992”, ha ricordato il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, “Giovanni Falcone e Paolo Borsellino vennero colpiti perché, con professionalità e determinazione, avevano inferto colpi durissimi alla mafia, con prospettive di ulteriori seguiti di grande efficacia, attraverso una rigorosa strategia investigativa capace di portarne allo scoperto l’organizzazione. La mafia li temeva per questo: perché capaci di dimostrare che non era imbattibile e che lo Stato era in grado di sconfiggerla attraverso la forza del diritto”.
Il diritto – che non è semplicemente l’insieme di leggi e regolamenti, con tutte le lacune del caso – è ciò che i cittadini, soprattutto quelli più deboli, hanno a disposizione per veder riconosciuti e difesi i propri diritti. Il diritto è l’unico modo per opporsi in modo legittimo ed efficace alla violenza, alla prevaricazione, all’arroganza di chi usa e abusa del potere per i propri interessi o per gli interessi della propria parte.
“La mafia non è solo un affare siciliano”, ha ricordato a Palermo il presidente Arno Kompatscher. E non si tratta solo di criminalità organizzata, ma di uno stile, di una cultura: o con noi (sottomessi e in silenzio) o contro di noi (da isolare, da eliminare). Il diritto ha una sua forza intrinseca, ma ha bisogno, per divenire effettivo, di istituzioni sane, di cittadini consapevoli del proprio ruolo, di una cultura della legalità.
Falcone, sottolinea Mattarella, ebbe “la determinazione di fare giustizia, facendo prevalere il diritto, ripristinandolo. Per consentire alle persone pienezza di libertà e maggiori opportunità di futuro contro la presenza delle mafie che ne ostacola e talvolta ne impedisce l’effettiva libertà”.
“La fermezza del suo operato nasceva dalla radicata convinzione che non vi fossero alternative al rispetto della legge, a qualunque costo, anche a quello della vita”.

Autore: Paolo Bill Valente

Le liti dei carrettieri di Laives

Grazie alla presenza dell’approdo di Bronzolo all’altezza dell’attuale ponte di Vadena, dove si trovava la Dogana e da dove partivano le zattere in direzione di Verona, Laives godette per secoli di una sorta di privilegio sul trasporto delle merci imballate da e per Bolzano. 

Bolzano, si sa, era centro fieristico dal XIII secolo e i grandi mercati annuali erano ben quattro. I carrettieri ammessi alla “Rod” o “Rott” (così si chiamava la corporazione regolamentata da un apposito statuto) che dovevano presentarsi con i loro carri trainati da buoi o cavalli ogni mattina presso la Pesa in piazza del Grano, erano complessivamente 32. Insomma: quasi tutti i masi di Laives con esclusione di quelli di Montelargo e Seit. La “Rodfuhr”, ossia il trasporto mediante carrettieri locali (oggi li chiameremmo padroncini) che trasportavano la merce da un deposito (denominato Ballhaus, in quanto i colli erano “imballati” – ne esisteva uno anche a Laives presso il maso Pallmann o Thurner) a quello successivo, era un’organizzazione transalpina che gestiva il trasporto delle merci da Augsburg / Augusta a Venezia e viceversa. 

Il nome derivava dal latino “rota”, in quanto i carrettieri si disponevano in fila o cerchio – proprio come gli odierni taxi – in attesa del proprio turno. Il privilegio dei “Rottleute” terminò nel 1806 con l’arrivo dei Franco-Bavaresi.

Come si sa, il legname della Val d’Ega transitava attraverso la Vallarsa e finiva in una delle tre Reif (i veronesi le chiamavano “vodi”) presenti sul territorio: la maggiore, del Principe-Vescovo di Trento (in mano ai Lichtenstein), si trovava sotto la Pfleg, a suo tempo vero e proprio castello fortificato al pari del castello sul Peterköfele. Accanto a loro, nacquero altre due Reif: quella dei contadini di Nova Ponente, che mal sopportavano il dominio dei Lichtenstein, si trovava in fondo a via Marconi, la terza, forse più piccola ma anche l’ultima a chiudere nel XX secolo, presso il maso Goldegg, sopra il vecchio cimitero.

Il legname doveva arrivare al “Domm dell’Ades” attraverso la “Liefergasse” (vicolo degli spedizionieri, odierna via Vadena) e vi erano quattro masi che avevano acquisito una sorta di privilegio in questo settore: il Pflegerbaumann, lo Stampfler, l’Aichner e il Kirchmayr o Kalcher. Ovviamente non mancavano le liti con i contadini che “di strafugo” (o “in nero”, come si direbbe oggi) prestavano lo stesso servizio a un prezzo inferiore. 

Quando le parole non bastavano, si passava alle vie di fatto e non erano rare le zuffe che a volte finivano anche nel sangue. Questi carrettieri erano chiamati Reif-Tschanderer, termine per il quale non esiste un corrispettivo italiano. Il verbo “tschandern” significa più o meno trascinare rumorosamente, per cui si potrebbe tradurre con “strozzegar”.

I Rottleute e i Tschanderer erano in lite perenne per la manutenzione della strada d’accesso al porto. Infatti, i primi accusavano i secondi di utilizzarla abusivamente e di danneggiarla con lo strascinamento dei pesanti tronchi. Perciò pretendevano che partecipassero alla sua manutenzione e intentarono varie cause per difendere le proprie ragioni.

Autore: Reinhard Christanell

Storie sconosciute o dimenticate da una terra di confine. Alto Adige da (ri)scoprire.

Alto Adige segreto
Autore: Antonio Manfredi.

Edizioni alphabeta Verlag ripropone, nella collana Traven Reprints, un altro classico della letteratura altoatesina in lingua italiana.
Giornalista, poeta e pittore, Manfredi giunge in Alto Adige dalla nativa Viareggio nel 1939, e nel dopoguerra diviene una delle anime di maggiore influenza sulla vitalità culturale della città sulle rive del Passirio, in cui ha vissuto fino alla morte nel 2001.
Con sguardo raffinato e acuto, poetico e realista, Manfredi coglie le asperità della sua nuova terra, le incomprensioni culturali fra le due identità linguistiche che la popolano, le curiosità, gli aneddoti e le contraddizioni di un periodo storico particolarmente “caldo” dell’Alto Adige Südtirol.
Come nota Carlo Romeo – storico ed esperto di letteratura locale, autore dell’approfondita prefazione al libro – “le prose di Alto Adige segreto qui riedite uscirono nel lontano 1963, “sullo sfondo dell’attualissima questione etnico-politica”.
L’editore [Ricciardi, Milano-Napoli, ndr] sottolineava la particolare prospettiva offerta da questo ritratto umano della “tanto discussa regione”, così lontano e diverso dall’”improvvisazione e dal luogo comune”.
È proprio il particolare punto di osservazione, meno giornalisticamente distaccato e più immersivo, nella sua profonda capacità di osservazione e perspicacia, ad essere un tratto distintivo del libro di Manfredi.
Le sue osservazioni sono raccolte in forma di brevi capitoli di elegante prosa d’arte, in cui emerge un’attenzione pittorica al dettaglio, alla sfumatura psicologica, col risultato che in questi ritratti di personaggi, usanze e paesaggi, ogni minima pennellata assume una risonanza metaforica ed esistenziale.
L’insieme di questi quarantasei capitoli è un libro che può essere definito a tutti gli effetti un piccolo gioiello della letteratura altoatesina, ancora attuale nella sua descrizione di molti aspetti di questa terra.
Oltre alla citata prefazione critica di Carlo Romeo, lo accompagna anche un prezioso ricordo personale in appendice di Siegfried de Rachewiltz.
Il libro verrà presentato ufficialmente giovedì 9 giugno alle ore 20 al Palais Mamming di Merano.

Il caso del Partigiano Pircher
Autore: Giambattista Lazagna

Una storia incredibile quanto emblematica quella di Johannes “Hans” Pircher, partigiano della Val Venosta. Cresciuto in condizioni di povertà, anche sociale, Pircher viene arruolato nella Wehrmacht durante l’occupazione nazionalsocialista. Diserta e ripara in Svizzera dove inizia a svolgere incarichi di corriere tra gli Alleati e i gruppi della Resistenza sudtirolese guidati da Hans Egarter, unendosi infine al gruppo dei partigiani della Val Passiria. Nel contraddittorio clima politico del dopoguerra, questi ultimi furono imputati di atti che sarebbero dovuti rientrare nelle amnistie previste per la guerra di liberazione. Condannato a scontare decenni di pena detentiva, incontra in carcere l’“avvocato dei poveri” Roberto Miroglio, che si appassiona al suo caso e ne prepara la difesa. Nello stesso carcere si trova anche l’ex partigiano e giuslavorista Giambattista Lazagna che comprende la necessità di appellarsi all’opinione pubblica per muovere concretamente le acque attorno alla vicenda di Pircher.
Lazagna scrisse un Memoriale che affidò ai giornali denunciando lo scandalo della vicenda su un piano storico, politico e civile, e innescando così un’ampia campagna di mobilitazione che portò al condono della pena e alla liberazione di Pircher.
Edizioni alphabeta Verlag riedita ora nella collana Territorio&Gesellschaft il memoriale di Lazagna, accompagnandolo con un’ampia introduzione storica curata da Carlo Romeo e Leopold Steurer.
Il libro verrà presentato dai due curatori sabato 11 giugno alle ore 20 al Theater in der Altstadt di Merano, con commento musicale di Marcello Fera.

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La via dedicata allo scrittore Beda Weber

All’inizio di via Brennero si può, a sinistra, raggiungere via Sant’Osvaldo tramite via Beda Weber. Chi era e cosa fece? Johann Chrysant Weber era nato a Lienz (Austria) il 28 ottobre 1798. Frequentò il Ginnasio dei francescani di Bolzano, del quale fu tra i migliori allievi, conseguendo la maturità nell’estate 1820. Oltre ad imparare la lingua, ampliò le proprie conoscenze teologiche e letterarie. Ammesso al monastero benedettino di Monte Maria, in Val Venosta, prese il nome di Beda alla sua vestizione, il 15 ottobre 1821. Dopo la professione solenne del 15 ottobre 1822 entrò nel seminario di Bressanone; fu ordinato sacerdote il 18 settembre 1824. Dopo studi a Innsbruck, Bressanone e Trento, nel febbraio 1825 ritornò a Monte Maria. Curatore d’anime a Burgusio da fine 1825, nell’autunno 1826 fu docente al ginnasio benedettino di Merano; fu attivo anche come predicatore, in Tirolo e in Italia settentrionale; nell’autunno 1839 fu curatore d’anime a S. Martino in Passiria. Ritornato al Ginnasio di Merano nell’autunno 1841, vi rimase fino al 1848, anno nel quale fu eletto a rappresentare Merano e il Burgraviato all’Assemblea nazionale di Francoforte. Si fece talmente apprezzare che fu, oltre che parroco, canonico del duomo di Limburg, commissario vescovile, consigliere spirituale, membro della commissione per le scuole e le chiese, nonché ispettore della scuola del duomo. Nel suo pioneristico lavoro pastorale seppe conquistare l’attenzione anche di protestanti, ebrei e indifferenti. Beda Weber fu monaco benedettino, docente al Ginnasio, deputato, curatore d’anime in Tirolo e a Francoforte; ma si distinse anche in altre attività: fu poeta e scrittore, storico, geografo, giornalista, fondatore di giornali; dedicò 2078 pagine, con “Das Land Tirol. Ein Handbuch für Reisende”, alle bellezze della propria patria. Beda Weber, morto improvvisamente il 28 febbraio 1858, fu sepolto nel cimitero principale di Francoforte.

Autore: Leone Sticcotti

Nardo dee, rap e schiettezza

Dai primi giorni di maggio è online su tutte le piattaforme digitali il nuovo disco di Nardo Dee, al secolo Davide Nardella, uno dei nomi di punta della scena hip hop bolzanina e regionale: un nuovo disco in cui il giovane musicista si toglie diversi sassolini dalle scarpe, quasi fosse un modo per sentirsi meglio, e difatti il disco s’intitola significativamente Meglio di prima, che è anche il titolo del cliccatissimo brano già uscito come singolo che sembra essere la risposta allo skit (breve introduzione parlata, in gergo rap) che apre il disco col titolo di Chiedimi come sto.

Nardo Dee, pur avendo poco più di trent’anni si considera un fuori quota in un mondo musicale in continua evoluzione, distante allo stesso modo da rapper e trapper di nuova generazione così come lo è da certi personaggi suoi contemporanei.
“Il riferimento – ci racconta – è a certe figure del mondo hip hop che mi hanno sempre snobbato e che sembrava non vivessero per altro che per il rap, personaggi che poi da un giorno all’altro sono scomparsi dalla scena quando fino al giorno prima pareva fosse per loro un credo fondamentale. Come chi smette di andare in palestra da un giorno all’altro. Sarà perché per me non è stato tutto facile e scontato dall’inizio, anzi il mio percorso nel mondo rap è stato in salita, ho fatto strada sì, ma mi sento ancora lungi dal considerarmi arrivato, sarà perché il rap per me è stato davvero importante, grazie al rap non sono diventato un delinquente, che per l’infanzia che ho avuto poteva anche essere”.
Il disco si presenta come un atto d’accusa fin dalla foto di copertina (opera di Matteo Groppo) che ritrae una bimba in abiti tirolesi che tiene in mano il disco in vinile di Nardo guardandolo con perplessità: un indice puntato verso le nuove generazioni che snobbano la sua e verso le istituzioni locali che da un lato sono sempre pronte a celebrare i propri artisti ma poi non sono capaci di offrire delle strutture in cui questi possano esibirsi.
“Non mi piace – prosegue Nardo – il voler trasformare tutto in un talent che diventa poi un contest: penso ad Upload, che è una cosa che considero molto cool come idea, ma che poi dovendo avere un vincitore e dei vinti finisce col degenerare in una gara che snatura l’idea di base del rap. Per esempio, io nei miei testi posso raccontare di un amore che è finito, di mia mamma che non c’è più, di valori che mi ha trasmesso mia nonna, di qualcosa che mi accade la mattina mentre vado a lavorare: tutte situazioni personali che racconto mettendole in musica. Nel momento in cui questo diventa oggetto di una competizione va a finire che la giuria invece che assorbire il messaggio che sto mandando mi critica per aver usato un tempo verbale sbagliato.”
Il disco si suddivide in dodici tracce, di cui una è l’introduzione di cui sopra e due sono brevi skit che precedono quello che per certi versi potremmo definire il brano guida del disco, Quelli del rap: nella fattispecie, lo skit punta il dito contro gli ex rapper, mente la canzone paga pegno a coloro che Nardo stima, che lo hanno consigliato, incoraggiato a perseverare nel percorrere la strada intrapresa, primo fra tutti il mai dimenticato Fabio 2 di Picche, un maestro oltre che un amico.
“Il disco – continua l’artista – è stato registrato con l’aiuto di vari produttori e colleghi. In realtà io sarei in grado di lavorare una base, ma preferisco affidarmi e confrontarmi con qualcun altro. Innanzitutto c’è il brano che ho pubblicato proprio un anno fa con il gruppo Birrette Posse, di cui facevo parte con alcuni musicisti trentini, e accompagnato da un video in puro stile tarantiniano girato da Claudio Zagarini (già rapper a sua volta col nickname di Tiso in un’altra vita artistica, n.d.r). E c’è anche l’altro singolo, Oh yes (nel locale) che ho realizzato con Berise, il frontman degli Shanti Powa. Ma tra le collaborazioni importanti c’è quella con DJ Fede”.
Il disco è costruito su una linea temporale che va all’indietro, un concept voluto in cui le differenti sonorità usate da Nardo e dai suoi collaboratori partono da quelle più all’avanguardia del brano d’apertura per andare verso il suono rap più classico di Di brutto e Summer 05, passando per il ragamuffin del brano con Berise e la struttura a più voci della composizione che vede coinvolta la posse.
“Il disco, per ora è solo in versione liquida – conclude Nardo – ma come lascia intendere la copertina, mi piacerebbe poterlo far diventare un vinile, sarebbe un sogno che si avvera, e magari si concretizzerà, più avanti, con un crowdfunding.”

Autore: Paolo Crazy Carnevale