È stato presentato ieri dall’archistar Norman Mies van der Skyline un nuovo progetto per la “casa di Ötzi”, commissionato da Karl Picconcini, il famoso influencer miliardario di via Amba Alagi, spinto dalla volontà di poter dare un contributo anche lui come cittadino allo sviluppo della sua città. “Dalle polemiche al progetto del collega Renzo Piano” ha dichiarato l’architetto, “ho capito che non esistono solo i vincoli e che gli edifici hanno un’anima e vanno rivalutati. Per questo l’uomo del Similaun verrà spostato nel monumento di piazza Vittoria, che diventerà il monumento alla Vittoria di Ötzi”.
Sbattere le uova con lo zucchero per circa 8 minuti finché il composto non risulti chiaro e spumoso. Con l’aiuto di una spatola in silicone unire farina, amido, zucchero vanigliato e lievito alla montata di uova e zucchero, avendo cura di mescolare delicatamente dal basso verso l’alto. Versare il composto così ottenuto nello stampo a cerniera foderato con carta forno lisciando la superficie. Cuocere la torta nella parte bassa del forno preriscaldato e, subito dopo averla sfornata, liberarla dallo stampo facendo scorrere la lama di un coltello lungo l’interno del bordo e lasciarla raffreddare. Montare la panna con lo zucchero finché diventa solida e compatta, aggiungere la ricotta e lo zucchero vanigliato mescolando velocemente. Tagliare la torta a metà tenendo la lama del coltello parallela al piano di lavoro in modo da creare due dischi. Stendere in maniera omogenea metà della crema di panna e ricotta sul primo disco e coprire con il secondo. Distribuire il resto della crema uniformemente e lasciar raffreddare bene in frigorifero. Lavare le fragole ed asciugarle accuratamente, tagliarle a metà e disporle sulla torta in maniera decorativa. Seguire le istruzioni poste sulla bustina per la preparazione della gelatina. Spennellare la frutta generosamente con un pennello da pasticceria intriso di gelatina.
INGREDIENTI
PER IL PAN DI SPAGNA
4 uova
150 g di zucchero
100 g di farina
50 g di amido di mais
1 C di zucchero vanigliato
1 C di lievito per dolci
PER LA CREMA
300 ml di panna
80 g di zucchero
250 g di ricotta d’affioramento magra [quark magro]
Sono portato a pensare che, ancora oggi, nelle scuole superiori venga dato troppo poco spazio alla necessaria alfabetizzazione in merito alla cultura prodotta negli ultimi 50 anni e anche oggi nel nostro territorio. Per non parlare della conoscenza della nostra recente e complessa storia locale che, spesso, viene addirittura saltata in toto, perché malauguratamente piazzata “nel programma” giusto negli ultimi mesi della preparazione dell’esame di maturità. Per questo sono rimasto piacevolmente sorpreso quando ho intravisto le foto della “installazione vivente” realizzata lo scorso 10 maggio in Piazza Walther dagli studenti della 5M del Liceo Pascoli di Bolzano. Il momento conclusivo del progetto “Alto fragile” – realizzato con la prof.ssa di tedesco Claudia Rizzieri e dal prof. di italiano Emanuele Zottino, con il sostegno dell’esperto Axel Bry – si è fatto portatore di messaggi poetici silenziosi, ispirati all’opera del brissinense Norbert Kaser, ma non solo. In sostanza i ragazzi hanno esposto silenziosamente dei cartelli neri, sorta di lavagne, con citazioni scelte soprattutto dall’opera di Kaser, simbolo dell’interpretazione controcorrente della realtà altoatesina, tutt’oggi un vero e proprio punto di riferimento per coloro che non si accontentano di letture edulcorate del reale. La tipologia della performance e le frasi prescelte avevano lo scopo primario di inviare i passanti a “non correre sempre, fermandosi un istante, per pensare e ascoltare le proprie emozioni”. E il fatto che la performance silenziosa sia stata messa in atto dagli studenti del Liceo Musicale, mi ha poi personalmente aperto il cuore, alludendo a tecniche di performance nell’ambito della musica contemporanea tanto estreme quanto preziose e da riscoprire. Restano poi gli aforismi lanciati ai passanti attraverso le (poche) parole. Eccone di seguito alcuni. Valgono molto più di 100 conferenze e convegni. “Aspira, ascolta, aspira all’eterna eco”. “Alto Adige, alto fragile”. “Tu cosa fai per non restare al buio? Vivi o semplicemente cerchi di non morire?”. “Quali ostacoli possiamo superare per trovare l’unità?” “Quando l’uomo smetterà di urlare?”. “Veniamo prima noi della terra, o vengo prima io?”.
Nel precedente articolo della nostra rubrica, abbiamo parlato del fatto che la guerra si combatte anche su internet, secondo il seguente principio fondamentale: il mondo reale e quello digitale sono sempre più intimamente connessi; quindi interagendo col mondo digitale possiamo conoscere molto della realtà, e addirittura interferire con essa. In effetti, è dall’inizio del 1900 che gli apparati militari intercettano segnali elettromagnetici allo scopo di ottenere informazioni importanti sul nemico. Ovviamente, “segnali elettromagnetici” e “internet” non sono la stessa cosa, ma il principio è lo stesso: ricostruire e interferire con la realtà attraverso uno “specchio” che la rappresenta indirettamente, ma in modo sufficientemente fedele. In gergo militare, l’acronimo SIGINT sta proprio a significare la “SIGnal INTelligence”: lo spionaggio focalizzato sui segnali elettromagnetici. SIGINT si suddivide in due branche principale: COMINT (“COMmunication INTelligence”) – lo spionaggio di comunicazioni tra persone; ELINT (“ELEctronic Intelligence”) – lo spionaggio di segnali elettronici a supporto delle comunicazioni (ma che non trasportano direttamente l’informazione comunicata). Anche solo captando segnali elettronici a supporto della comunicazione si può sapere molto di quello che sta succedendo. Prendiamo uno degli esempi più minimali che possiamo immaginare: semplicemente intercettare che un cellulare si sta collegando alla rete satellitare da una certa posizione. In una delle nostre prime rubriche, abbiamo parlato del fatto che, per stimare quanto traffico c’è in un’area geografica, è sufficiente “contare” quanti cellulari sono collegati in quell’area, e con che velocità media si stanno muovendo. Secondo lo stesso principio, i militari possono decidere di bombardare un’area per il solo fatto che hanno intercettato un numero elevato di cellulari in quell’area, possibile indicazione di gruppi militari antagonisti (e se si tratta di civili, questo fa parte del terribile, cosiddetto “danno collaterale” della guerra). Questo è il motivo per cui i militari in Ucraina, dall’una e dall’altra parte, hanno l’indicazione di spegnere il GPS. Lo stesso principio può essere però utilizzato, all’inverso, per “imbrogliare”. In un contesto civile, è noto l’esperimento dell’artista Simon Wecker, che con un carretto pieno di un centinaio di cellulari è riuscito, nel 2020, a convincere Google Maps che Berlino fosse congestionata dal traffico. A riprova che questa intima connessione tra reale e digitale è sofisticata ma anche molto fragile.
I registri contabili degli anni dal 1902 al 1907 dello storico Maso Pelhamer (oggi Birti, nome derivato da Cristoforo de Birti, che acquistò il maso nel 1821) ci dicono che gran parte dei terreni di Vadena era destinata alla viticoltura. Uva bianca e rossa in ugual misura, quest’ultima della varietà “fragola”. All’epoca, il maso apparteneva a Giovanni Miori, Bürgermeister asburgico, irredentista trentino e, infine, fascista, figlio di Fortunata che l’aveva acquisito nel 1894. Dopo la sua morte nel 1927, i 150 ettari di campagne e boschi passarono ai figli Luciano (dal 1931 al 1934 podestà di Bolzano e poi consigliere nazionale della Camera dei fasci e delle corporazioni dal 1929 al 1943) e Isidoro. Poi nel 1925 il duce lanciò, ovviamente in grande stile (chi non ricorda le sue immagini a torso nudo nei campi), le famose “battaglie del grano”. L’obiettivo, battagliero assai, era quello di conquistare l’autarchia alimentare (tema ricorrente, a quanto pare) e, anche, di sfamare ad un costo minore la popolazione. L’iniziativa non risparmiò neppure la provincia da poco italianizzata di Bolzano e, a quanto pare, in particolare le aziende agricole di Vadena. Laives e Bronzolo se ne stettero in disparte. Leggiamo infatti sulla “Alpenzeitung” del 28 novembre 1930 un articolo riguardante la premiazione effettuata in occasione del 7mo concorso nazionale dei “battaglieri” produttori di grano della nostra zona. La cerimonia ebbe luogo al teatro comunale di Bolzano in presenza di S.E. Marescalchi, dell’immancabile podestà (Felice Rizzini) e delle immancabili “autorità civili, militari e religiose”.
“La massiccia partecipazione al concorso dei produttori locali dimostra che essi hanno compreso appieno il significato economico dell’iniziativa”, scriveva il giornale. “Tenendo conto che la superficie destinata alla produzione di grano è relativamente ridotta rispetto a quella riservata ad altri prodotti, appare evidente il grande entusiasmo con il quale i 90 produttori hanno voluto rendere onore al duce “. Tre commissioni avevano visitato le aziende agricole partecipanti. I risultati erano stati trasmessi alla commissione provinciale per la battaglia del grano (Provinzialkommission für die Getreideschlacht). Oltre al premio della commissione permanente per il grano, la giuria assegnò anche quello di Lire 2500 messo a disposizione dal consiglio provinciale economico per i piccoli coltivatori, che in virtù della superficie ridotta destinata alla coltivazione del grano non poterono partecipare al concorso nazionale. Per le grandi aziende agricole il primo premio di 500 Lire non poteva non andare all’azienda dei F.lli Miori di Vadena, seguita dall’azienda del Dr. Silvio Viesi, sempre di Vadena: a lui 400 lire e un diploma. Tra le medie aziende, Borgogni Camillo di Vadena si aggiudicò il terzo posto: 300 Lire e un bel diploma anche a lui. Tra le piccole aziende, la gara fu un monologo vadenoto: 100 Lire e un diploma al primo classificato Sgarbossa Andrea e, sempre 100 Lire e diploma, a Bernardi Francesco, Oliver Albino, Manzana Angelo, Perlot Massimo, Fratelli Conzatti, Comunello Angelo, Chistè Giovanni, Baldo Roberto, Micheletti Michele e Bergamo Ferdinando. Diplomi al merito furono quindi conferiti ai direttori delle aziende agricole del Dr. Viesi, Tommasi Vincenzo, e dei Fratelli Miori, Giuseppe Giovannini. Poi, un bel giorno, arrivarono le mele e la democrazia (cristiana).
ALTO ADIGE DOC/2 Una provincia confinata Autore: Massimiliano Boschi
L’Alto Adige raccontato al di fuori di stereotipi e pregiudizi, percorrendo storie e sentieri nuovi, senza distogliere lo sguardo da problemi e contraddizioni ma allargandolo ad altri territori europei “di frontiera”, diversi eppure in qualche modo simili. Con questo spirito è uscito da poco in libreria e negli store online “Alto Adige Doc / 2. Una provincia confinata”, del giornalista emiliano (ma da 10 anni trapiantato in provincia di Bolzano) Massimiliano Boschi. Si tratta del secondo volume della serie “Alto Adige Doc” e in 181 pagine raccoglie 44 tra articoli, reportage e interviste pubblicati tra il febbraio 2020 e la fine del 2021 sul quotidiano online Alto Adige Innovazione. Sono sette le sezioni tematiche in cui si suddivide il volume appena dato alle stampe, e realizzato con il sostegno della Provincia autonoma di Bolzano-Alto Adige, Cultura Italiana: “Confini”, “Renon”, “Bolzano”, “Il passato scomodo”, “La politica”, “Miscellanea” e “Covid”. Un viaggio tra storie poco note – dall’ospitalità ai criminali nazisti dopo la Seconda Guerra Mondiale alle commedie sexy “made in Alto Adige”, dai lama andini e le mucche giapponesi allevati sull’altopiano del Renon alle periferie di Bolzano e Merano – e la scoperta di altre regioni di confine del vecchio continente, da Gorizia all’Ostbelgien. La raccolta è anche l’occasione per fare il punto sul territorio sudtirolese dopo due anni di pandemia e per affrontare, oltre la cronaca, alcuni nodi di fondo delle vicende altoatesine attraverso le interviste allo storico Hans Heiss, al giurista Francesco Palermo e al sindaco di Bolzano Renzo Caramaschi. Come già abbiamo segnalato in occasione del primo volume, gli articoli di Boschi si distinguono per il fatto stesso di essere reportage realizzati sul posto, seguendo l’ormai rara tradizione del “consumo della suola delle scarpe”, un imperativo della storia del giornalismo che oggi – a torto – sembra aver fatto ormai il suo tempo, nell’epoca dei social e delle fake news rilanciate alla cieca. La narrazione di Boschi in questo caso è anche condizionata dai frequenti stop and go che hanno caratterizzato la possibillità oggettiva di viaggiare, non solo a livello macro ma anche a livello micro, durante i due lunghi anni di pandemia. Nella raccolta di articoli i servizi realizzati per l’online in merito ai paradossi della “via altoatesina” nel contrasto al coronavirus e ai suoi danni sanitari, economici e sociali, in realtà non acquistano un ruolo di primo piano. Ma costituiscono senz’altro un filo conduttore sotto traccia che – tra l’altro – è ispiratore del sottotitolo “Una provincia confinata”. Alto Adige Doc/2 è una lettura consigliata per tutti coloro a cui piace contemplare gli aspetti più incredibili e paradossali della nostra autonomia, messi in relazione con la realtà quotidiana. Quella vera, non quella da cartolina.
Tre poeti, a ciascuno una via nei pressi del ponte Druso: via Dante e via Carducci, collegate da una via minore, la via “Hermann von Gilm”. Se molti sanno chi erano Dante e Carducci, meno noto è Hermann von Gilm. Hermann Rudolf von Gilm zu Rosenegg era nato a Innsbruck il 1° novembre 1812; frequentato il ginnasio a Feldkirch (Vorarlberg), si dedicò agli studi giuridici presso l’Università di Innsbruck. Dal 1840 fu impiegato statale a Innsbruck, Schwaz, Brunico, Rovereto. A Brunico giunse nel dicembre 1842 e si fermò alcuni anni; impiegato di concetto presso la giunta distrettuale, dal 1843 al 1845 abitò al n. 63 della via Centrale, nella casa detta “Kirchbergerhaus”; si fece membro dell’associazione “Verein zum geselligen Vergnügen”, più nota con il nome di “Kasino”, fondata nel 1829. Gli incontri si tenevano nella sala dell’albergo “Zum Goldenen Stern” di Joseph Told; erano occasioni per il poeta di presentare quanto componeva, poesie, sonetti, canzoni. Per il suo fare simpatico e il suo talento drammatico riuscì a radunare intorno a sé sia persone della borghesia che qualche membro della nobiltà locale. Tra le sue opere, canzoni d’amore ma anche canzoni critiche e anticlericali, vi sono le “Sophienlieder” (1844), alcune delle quali furono musicate da Richard Strauss; ad ispirarle sarebbe stata Sophie Petter, tra i grandi amori del poeta. Furono numerose le sue raccolte di poesie, ma dei suoi versi fu pubblicato soltanto un volume, il “Tiroler Schützenleben”. Nell’ottobre 1845 Hermann von Gilm fu trasferito a Rovereto. Da Rovereto nel 1848 passò a Vienna, dove lavorò come tirocinante presso la Cancelleria di Corte, per finire nel 1849 a Lienz (Tirolo orientale), come dirigente dell’ufficio di presidenza del Governatorato; competente per la sezione teatrale, scrisse centinaia di cronache teatrali. Morì a Lienz il 31 maggio 1864; nel 1898, nella casa dove morì, fu scoperto un busto in suo onore, mentre Brunico nel 1992 gli ha dedicato una piazza.
Il Consiglio provinciale ha approvato una mozione che impegna la Provincia nel “superare il tabù degli abusi sessuali a livello sociale e adottare delle misure per affrontare il problema degli abusi sessuali su minori e adulti vulnerabili commessi all’interno di istituzioni religiose e pubbliche in Alto Adige”.
Proposta a gennaio dal Team K, la mozione ha raccolto via via diverse adesioni e, con alcuni emendamenti, è stata infine approvata la settimana scorso in modo pressoché unanime. Del resto chi potrebbe dirsi contrario a che sia fatto tutto il possibile per prevenire gli abusi sulle persone vulnerabili? Anche per questo avevano fatto discutere, nei mesi scorsi, i tentennamenti nell’avviare uno studio sui casi di molestie all’interno della diocesi altoatesina. Il tema è anche facilmente strumentalizzabile (ciò non toglie il dovere di affrontarlo in modo adeguato). Una certa confusione nella comunicazione non aiuta. Ad esempio l’accostamento tra “istituzioni religiose e pubbliche” ha poco senso e così anche il circoscrivere il problema a questi soli ambiti. Per questo il documento allarga l’orizzonte ai “contesti familiari e di altro tipo”. Gli abusi avvengono purtroppo ovunque e in particolare in quei luoghi dove le persone vulnerabili cercano un ambiente accogliente, perché è proprio lì che esse vogliono trovare protezione e si fidano. La mozione ora impegna la Giunta provinciale a istituire “un referente stabile che si occupi dei casi di violenza sessuale su minori e persone vulnerabili e al quale si possano rivolgere le vittime”, a “commissionare degli studi”, a “istituire una commissione indipendente che … formuli raccomandazioni operative e misure concrete al fine di fare chiarezza sui casi di violenza sessuale e abusi sessuali su minori e persone vulnerabili avvenuti all’interno di istituzioni ecclesiastiche e di strutture pubbliche nonché in contesti familiari e di altro tipo in Alto Adige”, a elaborare pacchetti di misure e a promuovere iniziative di sensibilizzazione. In verità – al di là della persistenza di un atteggiamento omertoso rispetto agli abusi di potere in genere – non si può dire che finora non si sia fatto nulla, soprattutto in campo ecclesiale. Ma questo è un passo ulteriore e necessario verso un’autentica presa di coscienza.
Ci sono voluti sette anni perché gli Slowtorch potessero dare un seguito al loro disco precedente: il nuovo prodotto conferma l’ottimo stato di salute della band bolzanina e li vede per la prima volta alle prese col formato vinilico.
Da sempre alfieri, almeno a livello locale, di un certo modo di fare quello che gli addetti ai lavori chiamano stoner-rock, gli Slowtorch (Bruno Bassi alla chitarra, Matteo Meloni al canto, Karl Sandner al basso e Fabio “The Holy Barbarian” Sforza alla batteria) ne sono una delle migliori incarnazioni e, pur collocandosi perfettamente nella scia dei gruppi di riferimento contemporanei non mancano di avere ampi richiami nell’hard rock classico di gente come i Black Sabbath. The Machine Has Failed, questo il titolo del nuovo lavoro, è stato presentato lo scorso 29 aprile e in quell’occasione abbiamo avuto modo di parlare con Bruno Bassi, componente storico del quartetto. “La gestazione del disco è stata abbastanza lunga – ci racconta – considerando il fatto che sono trascorsi quasi due anni tra la registrazione della prima facciata e quella della seconda. Un po’ perché all’inizio c’era l’idea di fare un EP, ma nel frattempo gli EP sono passati di moda, un po’, soprattutto, perché ci si è messa di mezzo la pandemia: i primi cinque brani erano già stati registrati a gennaio del 2020 e l’esperienza fatta presso lo studio Sotto il mare, a Verona, ha funzionato bene, tanto che a dicembre dell’anno scorso ci siamo tornati per incidere le quattro canzoni che sono finite sulla seconda facciata dell’LP”. Ritmica incalzante, riff di chitarra convincenti al pari dei soli, una voce tra le più interessanti del panorama metal/hard altoatesino, forse appena appena indietro nel mix finale. Particolarmente riuscita la tripletta che chiude il lato A, composta da Man Vs. Man, Behold e dall’ottima Kraken, scelta come secondo singolo propedeutico all’uscita del disco, nonché la title track, posta sul lato B, che è stata il singolo apripista accompagnato da un video girato in maniera ultraprofessionale da Morgan Silvestri. Il disco vede tra l’altro il ritorno nel gruppo del bassista originale Karl Sandner, che aveva lasciato la formazione dopo l’uscita di Serpente e il cui ruolo era stato ricoperto per un po’ di tempo da Marco Comi. “I cambi di formazione – prosegue Bassi – ci hanno sempre imposto degli stop, visto che sia quando nel gruppo è arrivato Mela (nickname di Matteo Meloni, n.d.r.), sia quando Fabio ha sostituito Andrea Masetti alla batteria, prima di metterci a lavorare su materiale nuovo abbiamo dovuto prendere le misure con la nuova versione della band. Quando nel 2018 è rientrato in formazione Skan (Karl Sandner, n.d.r.) abbiamo cominciato a lavorare su nuovo materiale con l’intenzione di fare un disco. Durante lo stop forzato siamo entrati in contatto con l’etichetta sarda Electric Valley Records, che lo ha pubblicato. Anzi, per dirla tutta, c’era anche stata un’altra label che aveva dimostrato interesse, così abbiamo potuto permetterci il lusso non scontato di poter scegliere noi con chi andare”.
Il nuovo disco è uscito oltre che in formato digitale su bandcamp anche in due versioni viniliche, una marrone ed una quasi trasparente color acquamarina con striature più scure che richiama la copertina del disco realizzata dall’artista SoloMacello (che ha lavorato, tra gli altri per Bobo Rondelli e per le ristampe di colonne sonore morriconiane d’altri tempi). La copertina raffigura un’imbarcazione con quattro persone in balia di una tempesta, intente da un lato a sfuggire ai tentacoli di una creatura marina e dall’altro a cercare salvezza su una non meglio identificata fortezza che emerge dalle onde. “Ci siamo rivolti a SoloMacello – conclude Bassi – perché ci piace molto lo stile dei suoi artwork, non solo per dischi: gli abbiamo chiesto se volesse occuparsi della copertina di The Machine Has Failed, gli abbiamo inviato i brani da ascoltare e lui ci ha mandato questa copertina. L’idea che ci siamo fatti è che si sia ispirato al brano Kraken, che parla di persone che scappano via mare. Lo abbiamo scritto nel periodo più critico degli sbarchi di profughi che arrivavano sulle coste italiane e il testo parla proprio di questo”. Per l’estate è prevista anche la ripresa dei concerti, la prima data casalinga per il gruppo sarà il 21 maggio prossimo a San Lorenzo di Sebato.
“Grazie a questa soluzione anche Bolzano potrà offrire abitazioni a prezzi accessibili” ha dichiarato l’assessore all’emergenza casa. “Quelli che tutti chiamano loculi in realtà sono il futuro della nostra civiltà, un inno alla socializzazione!” L’affitto mensile sarà in media sugli 800€ mentre per l’acquisto si andrà dai 250.000 euro del piano “terra” ai 600.000 euro per la matrimoniale al “secondo piano”. Sempre che non si vogliano optional di lusso, come il bagno privato. A chi ritiene che i prezzi siano troppo alti l’assessore risponde che “il prezzo lo fa il mercato, non possiamo farci niente se tutti vogliono venire a vivere in Alto Adige!”