Pasta e ceci

Ingredienti

250 g ceci secchi
300 g pasta
1 scalogno o mezza cipolla dorata
1 rametto di rosmarino
2 o 3 pomodori pelati
Olio extravergine di oliva q.b.
Sale q.b.
Pepe q.b.

Preparazione

Mettete i ceci secchi in una ciotola con l’acqua e teneteli in ammollo per 8/12 ore, dopo questo lasso di tempo saranno pronti per essere sciacquati. Cuoceteli in acqua non salata per 45 minuti circa.
Scolate metà dei ceci e frullateli in una ciotola, ponete da parte.
In una pentola mettete un filo di olio, cipolla tritata, del rosmarino tritato e 2 o 3 pomodori pelati.
Dopo aver fatto andare per qualche minuto a fuoco medio, aggiungete i ceci ancora interi con un po’ della loro acqua di cottura.
Fate cuocere per qualche minuto il tutto e poi aggiungete i ceci frullati. Assaggiate il composto e regolate di sale, io metto di solito 2 cucchiaini.
Portate a bollore e poi aggiungete la pasta che preferite, io consiglio una pasta corta come per esempio sedanini o gnocchetti sardi.
Cuocete la pasta per la metà del tempo indicato sulla confezione.
Spegnete il fuoco e, con la pentola chiusa con il coperchio, lasciate che la pasta assorba il condimento per l’altra metà del tempo.
Ora potete impiattare. Io vi consiglio un filo di olio a crudo da aggiungere direttamente nel piatto sopra alla pasta e una macinata di pepe.

Il rosmarino

Richiede una posizione soleggiata al riparo dai venti freddi.
Si può coltivare in vaso sui terrazzi, avendo cura di porre dei cocci sul fondo per un drenaggio ottimale, rinvasando ogni 2-3 anni, usando terriccio universale miscelato a sabbia, con concimazioni mensili e fertilizzante liquido miscelato all’acqua delle annaffiature.
Può essere usato anche come pianta ornamentale nei giardini, per bordure, aiuole e macchie arbustive.

La politica come impegno civile. Ricordando Lionello Bertoldi.

Nei giorni scorsi quando è scomparso Lionello Bertoldi, già senatore e presidente emerito dell’Anpi di Bolzano, mi sono venuti in mente alcuni momenti in cui i nostri percorsi si sono brevemente incrociati.
In primo luogo ho pensato all’entusiasmo e all’energia con cui quest’uomo anziano negli ultimi anni ha saputo accogliere e abbracciare i giovani che ha incontrato, desiderosi di impegnarsi in politica e nella salvaguardia della memoria della Resistenza e dei valori della Costituzione. Nessuno più di lui capiva che è a loro che la classe politica dovrebbe guardare, ogni giorno, per dare continuità e futuro ad una politica che sia innanzitutto impegno civile, lo stesso che animò i padri costituenti.
Ho poi pensato ad un’intervista che feci a Bertoldi nel 2010, quando mi raccontò di non essere stato partigiano per motivi anagrafici. Aveva solo quindici anni quando nel 1943 dalla Valsugana andò a Bassano per unirsi alla Resistenza, ma tornò subito indietro scioccato da ciò che vide. Oggi muoiono ultranovantenni persino coloro che all’epoca erano troppo giovani per diventare partigiani. Questo ci dovrebbe convincere ancor più della necessità di trasmettere la memoria della Liberazione dal nazifascismo.
Il terzo momento che mi è tornato alla mente in occasione della scomparsa di Lionello Bertoldi è stato il suo ricordo personale delle parole ascoltate nel 1992 dalla viva voce dell’ex perseguitato politico e futuro presidente del Sudafrica Nelson Mandela.
All’epoca gli italiani in Sudafrica erano preoccupati dalla possibilità che venisse eletto a breve un presidente nero. Ma le parole di Mandela in merito furono assolutamente illuminanti. “Noi siamo qui” disse Mandela, segnando il lembo estremo di una mappa dell’Africa. Aggiungendo: “finalmente siamo liberi, l’umanità ci ha raccolto nuovamente in seno, ma noi abbiamo bisogno ancora degli italiani che sono qui e anche di quelli che tornano in Italia. Guardateci, in Africa vive un miliardo di donne e uomini. Dovete aiutarci a sperare che riusciremo a far mangiare e a vivere tutte queste persone. Se non sarà così vi raggiungeremo in Italia a nuoto.”
“Io ricordo quest’uomo grande che vedeva lontano”, disse Bertoldi concludendo il suo racconto.
Anche Lionello Bertoldi guardava lontano. Molto lontano. Grazie Lionello.

Autore: Luca Sticcotti

Risparmio di acqua

Finalmente piove… e il governo non c’entra! Le perturbazioni del 30 aprile e del 1 maggio non hanno apportato quantità rilevanti di precipitazioni, specie nelle zone nord-occidentali massacrate dalla siccità, ma per fortuna, dopo cento giorni, hanno ridato un po’ di respiro ad una situazione davvero grave. Meno male che le piogge non sono state violente, perché con i terreni gravati da tanto seccume ci sarebbe infatti stato il forte rischio di alluvioni, dissesti idrogeologici, colate detritiche ed esondazioni in un territorio, quello italiano, ancora deficitario sul fronte della cura e della prevenzione. Tutti questi fenomeni sono da imputare e sono riconducibili ai cambiamenti climatici, ma noi abbiamo l’obbligo morale di farci trovare pronti e preparati e di mettere in pratica, nel nostro incedere quotidiano, piccole strategie come, per esempio, il risparmio dell’acqua.
Per gli appassionati del BalconORTO e per chi coltiva in giardino, vuoi per necessità, vuoi per virtù è doveroso escogitare dei rimedi per sperperare meno acqua possibile. Io da anni ho intrapreso questa strada, ricorrendo ad alcuni stratagemmi e vi racconto la mia esperienza: per iniziare ho comprato quattro secchi (capienza da 11 litri) e poi un serbatoio della capacità di 120 litri – che non occupa più di mezzo metro quadrato – collocato nel punto più fresco del balcone di nord est, in modo tale da avere sempre una scorta sufficiente di acqua dolce con la quale innaffiare le piante. Sulla credenza della cucina tengo una brocca che riempio con l’acqua che avanza dal bollitore, quella che resta nei bicchieri, quella con la quale si cuociono le verdure al vapore (mi raccomando, l’importante che non sia salata) e quella con cui vengono lavate frutta e verdure; acqua che poi dalla brocca finisce nei secchi. NB L’acqua dei cavolfiori al vapore, tuttavia, una volta raffreddatasi, è meglio darla subito alla piante sul balcone – non da interno – per evitare sgradevoli odori negli ambienti domestici!
Ci sono poi i tantissimi litri di acqua della doccia, in attesa che diventi calda; anche loro vengono raccolti quotidianamente nei secchi posteggiati in bagno. Non sarei in grado di fare una media, perché dipende dalla stagione, dall’orario, dalla caldaia e dal piano in cui si trova l’appartamento, ma per una famiglia di due persone si va da un minimo di 8-10, se non addirittura ad un massimo di 15 litri di acqua al giorno, che se opportunamente raccolti può permetterci di innaffiare tutte le piante (da interno e da esterno) e per tutta la stagione. È bene rammentare che l’acqua del rubinetto è troppo dura e fredda se impiegata immediatamente e che almeno due giorni di riposo nei secchi consentono al cloro in parte di evaporare e alla sua temperatura di stemperarsi in modo da essere più gradita dalle piante.
Prima dell’arrivo della stagione invernale il serbatoio da 120 litri dovrà essere svuotato e quindi procedo al contrario riempiendo di nuovo i secchi; quell’acqua viene usata come sciacquone per bisogni veloci.

Autore: Donatello Vallotta

Un referendum per abolire (o mantenere) il referendum

Quanti sanno che domenica 29 maggio la popolazione altoatesina sarà chiamata ad esprimersi con un referendum per confermare o meno i contenuti di una norma provinciale? Certamente molto pochi, e questo ormai a sole tre settimane dal voto. Dato l’argomento della consultazione popolare stessa, la cosa non può che preoccupare.

Si tratta di approvare proprio la normativa sugli stessi referendum provinciali. Ricordiamo che l’articolo 47 dello Statuto di autonomia prevede che “le leggi provinciali … sono sottoposte a referendum provinciale … qualora entro tre mesi dalla loro pubblicazione ne faccia richiesta un cinquantesimo degli elettori o un quinto dei componenti del Consiglio provinciale”. La legge sottoposta a referendum non entra in vigore “se non è approvata dalla maggioranza dei voti validi”.
La norma sottoposta al voto nasce dall’approvazione, nel giugno 2020, di alcuni emendamenti alla legge “Democrazia diretta, partecipazione e formazione politica”. Il referendum confermativo è stato più volte rinviato a causa della pandemia.
Il sito della Provincia ne dà comunicazione. Tuttavia per capire l’oggetto del voto il cittadino viene rimandato alla lettura di un documento per la cui comprensione sarebbe necessaria l’assistenza di un giurista.
In sostanza – sembra un paradosso – viene indetto un referendum confermativo per confermare l’abolizione del referendum confermativo stesso (abrogazione del 4° comma dell’articolo 2 della legge 22/2018).
Un altro aspetto interessante riguarda i limiti sui contenuti dei referendum. Finora erano (giustamente) esclusi “gli argomenti e le norme che garantiscono i diritti dei gruppi linguistici, delle minoranze etniche e sociali”. Con la nuova normativa vengono escluse da questa forma di tutela le “minoranze etniche e sociali”.
La democrazia diretta è un tema che richiede un alto senso del bene comune e una solida maturità civica. Altrimenti si degenera nel populismo. Compito delle istituzioni però non è quello di limitare la democrazia diretta, ma di crearne le premesse.
La base più importante su cui si fonda ogni tipo di democrazia è un’informazioni corretta e completa. Perché dunque cittadine e cittadini sono chiamati al voto e (quasi) nessuno ne sa qualcosa?

Autore: Paolo Bill Valente

La grande processione del 1887

Tutti conoscono il celebre dipinto esposto nella chiesa parrocchiale di Laives raffigurante la processione avvenuta nel giugno del 1791 in occasione del trasferimento della “Sacra Immagine” di Pietralba sull’altare maggiore della chiesa stessa. Ricordiamo in proposito che il santuario di Pietralba, all’epoca gestito dai Servi di Maria di Innsbruck, fu soppresso in seguito alla riforma religiosa dell’imperatore Giuseppe II nel 1787.
Per celebrare il centenario dell’arrivo della piccola Pietà in alabastro, trovata dal contadino Leonhard Weissensteiner nel 1553, nel 1887 Laives fu teatro di un’imponente celebrazione e di una processione entrata negli annali della storia. “La festa – ricorda la “Constitutionelle Bozner Zeitung” del 27 e 28 giugno 1887 – avvenne negli stessi giorni in cui ebbe luogo la famosa processione raffigurata nel dipinto del 1791, ossia il 24, 25 e 26 giugno.” Il Vescovo di Trento, Eugenio-Carlo Valussi (tra l’altro deputato al Parlamento di Vienna fino all’anno precedente e nominato dall’imperatore Francesco Giuseppe), giunse in paese fin dal giorno precedente e il 27 giugno vi celebrò una solenne “missa pontificalis”.
La parte più importante dei festeggiamenti era programmata per il giorno successivo. Al mattino fu celebrata la messa con la predica rievocativa del noto frate e storico prof. Archangelus Simeoner, autore della “Storia della città di Bolzano”. Poi nel pomeriggio giunse alla stazione di Laives il treno speciale composto da novanta vagoni. Si narra che alla stazione di Bolzano quel giorno furono venduti oltre 4000 biglietti per Laives. Inoltre, arrivarono anche 100 carrozze private.
La folla, accompagnata da due bande musicali, impiegò un’ora per entrare in paese. Alle 16 la processione prese avvio dalla chiesa parrocchiale e attraversò le strade del luogo adornate a festa. Come nella processione del 1791, quattro sacerdoti reggevano la Sacra Immagine di Maria con il bambino. “Tra le numerose autorità presenti anche S.E. l’arciduca Enrico accompagnato dalla gentile consorte”, scrive il giornale, “ed entrambi parteciparono alla grandiosa processione”. La marcia della folla fu accompagnata dai suoni delle quattro bande musicali di Gries, Longomoso, Ora e Cornaiano. Annota ancora il giornale: “Erano presenti, accanto alle associazioni del paese, anche le “ragazze” (operaie) della filanda “Tambosi”.
Secondo il cronista, parteciparono alla processione più di 7000 persone, di cui 5000 provenienti da Bolzano. Se si considera che all’epoca Laives contava 90 case, è facile comprendere quale fosse la rilevanza di questa festa per tutta la provincia di Bolzano. Al termine della messa fu celebrato un Tedeum accompagnato dal festoso suono delle campane e dal frastuono delle salve di cannone.
Al tramonto, dalla Reif partirono gli stupendi fuochi d’artificio accompagnati da un numero interminabile di salve di cannone: “prova evidente che la polvere da sparo certamente non scarseggiava in paese”. Quindi, la folla si riversò nelle strade e locande. Era una calda giornata di giugno e tutti cercavano da mangiare e soprattutto da bere nelle osterie affollate all’inverosimile.

Autore: Reinhard Christanell

Il ‘700 a Bolzano, in un dialogo

LA BOLZANO DI LEONHARD
Autore: Massimo Leonardo Prandini

“Bellissimo testo, davvero perfetto in ogni suo dettaglio. Mi sembra colga proprio i risvolti locali e internazionali molto, molto bene, e i tanti dettagli precisi danno al testo un che di molto autentico, ben documentato e anche intrigante: bello da leggere. Le domande finali poi sono un esempio mirabile di didattica riflessiva.”
Basterebbero da sole le parole dello storico Hannes Obermair, che fanno bella mostra di sé in quarta di copertina, a segnalare la qualità di questo piccolo libro (89 pagine, Edizioni del Faro, 2020) dedicato ad un secolo cruciale per lo sviluppo della città di Bolzano.
Il testo ha avuto una genesi particolare, essendo nato come sceneggiatura per un programma radiofonico della sede Rai di Bolzano. In sostanza si tratta di un dialogo che si svolge a Bolzano, il 21 marzo del 1797, tra un vegliardo cittadino alle soglie dei 100 anni, e quindi gravido di memorie, e una nobildonna della famiglia Ziani di Venezia in visita nella città mercantile tirolese.
Napoleone incombe, dal voto con annessi fuochi per il Sacro Cuore sono passati solo alcuni mesi e la vicenda epica dell’oste Andreas Hofer si profila all’orizzonte.
Ma la città ha già molto da raccontare, visto che si sta concludendo un secolo, il XVIII, che ha visto una grande trasformazione urbanistica rispetto all’impianto medievale, rimasto presso che immutato fino alla fine del ‘600. In città stanno anche man mano prendendo piede i mercanti locali, destinati a impugnare le redini dei commerci, dopo secoli di potere economico gestito “dall’esterno”.
Dunque la chiacchierata tra il vecchio bolzanino Leonhard Prantl e la signora Maria Ziani prende il via attraverso un ritratto della Bolzano mercantile dell’epoca, per concentrarsi poi sui palazzi prestigiosi che sono stati appena edificati e che in gran parte possiamo ammirare ancora oggi.
Successivamente non possono mancare i ritratti di alcuni tra i personaggi famosi, che transitarono all’epoca per Bolzano. Come Casanova, Mozart e Goethe.
Successivamente l’attenzione si sposta sulla dialettica tra barocco e classicismo che nel ‘700 caratterizzò le opere degli importanti artisti che lasciarono il segno, in diversi luoghi laici e religiosi.
Senza per questo trascurare anche l’importante ruolo che le feste hanno sempre avuto in città, in connessione con le tre importanti fiere annuali e con il transito episodico di re, papi e imperatori.
Come detto il libro si conclude con alcune domande e risposte che hanno il compito di surrogare l’assenza di note. In questo modo la lettura di questo agile libretto è in grado di offrire una divulgativa introduzione alle caratteristiche storiche, urbanistiche e artistiche del centro storico di Bolzano.
Si tratta di una lettura davvero consigliata per tutti. Il libro è reperibile nelle librerie del capoluogo altoatesino e in tutte le biblioteche.

Jörg Zemmler e il piano bar, ovvero: sfuggire alle classificazioni

Jörg Zemmler, artista multiforme e multimediale che ha la sua base tra Siusi e Vienna, è da parecchi anni attivo in più ambiti del campo artistico, muovendosi sui territori della letteratura, dell’arte visiva, della musica. Ed è proprio in campo musicale che ha mosso i primi passi facendosi poi assorbire dalle altre forme d’arte, a trecentosessanta gradi.

“Mi manca ancora – scherza a proposito Zemmler – il campo della danza, ma non perché mi sia posto un limite, è solo che non ci sono ancora arrivato. Prima o poi non escludo di lanciarmi in una performance di danza. Uno dei miei motti è che nella vita si può provare a cimentarsi in qualunque cosa, al di là dei risultati che si conseguono. Nella mia vita mi sono trovato a fare cose che non mi piacevano, come andare a scuola, fare il cameriere e altro. La musica è stata la prima forma artistica in cui mi sono imbattuto, dapprima come consumatore, se così possiamo dire, poi a un certo punto ho sentito l’esigenza di farla. All’inizio ascoltavo i Metallica ad esempio, il punk, i Nirvana, poi sono arrivato all’elettronica. A vent’anni ho avuto la mia prima band, non sapevo suonare niente, ma sapevo di voler fortemente avere una band.”
Sono almeno vent’anni che Zemmler si dedica a progetti musicali molto personali, anche quando si tratta di lavori realizzati con altre persone, dagli esordi d’inizio millennio nel progetto BOB condiviso con Peter Pichler ed intitolato curiosamente Greatest Hits vol.1.
Così come altrettanto curioso è il fatto che il nuovissimo disco (disponibile dallo scorso 16 aprile su vinile, CD e in formato download sulle piattaforme musicali) di Jörg si intitoli Piano Bar.
“La forma artistica con cui mi esprimo – ci spiega – non è importante per me, è solo una questione di momenti. Chiaramente nel momento in cui decido di lavorare in campo musicale allora mi concentro su quello, non avrebbe senso lavorare oggi su un progetto in musica e domani passare ad uno di letteratura e via dicendo, ci deve essere continuità. Innanzitutto le cose devono avere una certa bellezza, e anche nel brutto ci può essere bellezza; e ci vuole serietà nel farle. E naturalmente ci vogliono cuore e determinazione. A me piace cambiare, ora è uscito questo disco, in autunno uscirà un libro, lo scorso anno ho fatto un film. A volte le cose si incontrano, come in un concerto che terrò prossimamente a Brunico, per il quale mi è stato chiesto di fare anche delle letture, ma si tratterà di una cosa in via eccezionale, di solito preferisco non mescolare.”
Il disco è stato praticamente realizzato quasi in solitudine, lavorando con un pianoforte ed un computer.
Quest’ultimo usato in luogo di una loop station e di un sustain digitale con cui Zemmler cerca di estremizzare i limiti del suono dello strumento ottenendo digitalmente dei reverberi che in natura non ci sarebbero.
è una cosa che chi assiste ai suoi concerti può poi sperimentare dal vivo, considerato il fatto che l’artista sul palco costruisce il brano nota per nota, creando le parti che parti userà manderà in loop per poi eseguirci sopra il brano davanti agli occhi (e alle orecchie) del pubblico.
“Questo – prosegue Zemmler – fa sì che ogni esecuzione sia diversa dall’altra, ogni sera i brani si modificano. Non sono mai uguali alla sera precedente. Quanto poi al titolo, Piano Bar è una definizione convenzionale, un preconcetto. La società decide cosa debba essere il genere piano bar, ma in realtà le cose sono diverse, è l’ambiente in cui suoni che definisce il genere e non il contrario. Alla fine dello scorso anno ho suonato a Palermo in un locale che si chiama Tatum Art (un nome che è tutto un programma, n.d.r.), uno di quei posti dove la gente va per ascoltare ma anche per mangiare o socializzare, ballare. Per assurdo personalmente mi interessa di più il pubblico che non viene per ascoltare ma che poi finisce per farsi coinvolgere. A Palermo il pubblico all’inizio è rimasto spiazzato, essendo abituato a concerti jazz abbastanza standard; diciamo che il problema più grande è trovare qualcuno che organizzi concerti di questo genere, magari anche rischiando, ma con la voglia di non presentare per forza qualcosa di ascoltato.”
Il disco verrà presentato il 18 maggio prossimo all’UFO di Brunico con replica il giorno successivo presso il Künstlerbund a Bolzano.

Autore: Paolo Crazy Carnevale

Südtirol Arena

Inizieranno a breve i lavori per il completamento del nuovo stadio Druso, che verrà denominato “Südtirol Arena”. “Non vediamo l’ora di vederlo” ha dichiarato il nuovo assessore al calcio della Provincia Franz Beckenbauer, “e non vediamo l’ora di vedere giocare i nuovi acquisti Messi e Ronaldo”.
A chi è preoccupato per i problemi logistici l’assessore risponde che “la scelta è stata quella di concentrare tutto ciò che rischia di risultare problematico a Bolzano, tanto il suo consiglio comunale sarà impegnato col PUMS fino al 2030 e i bolzanini sono già abituati al traffico e ai disservizi, non ci faranno neanche caso”.

Autore: Roberto Tubaro

Treccia dolce

INGREDIENTI
200 g di farina manitoba
300 g di farina 00 
100 g di zucchero
90 g di burro
1 uovo
9 g di lievito di birra
300 ml di latte
1 scorza di arancia grattugiata (1 arancia)
100 g di uva passa
Granella di zucchero qb

PER SPENNELLARE
1 tuorlo d’uovo
Latte qb

CONSERVAZIONE
La treccia di Pasqua avrà un tempo di conservazione molto breve prima che perda la sua morbidezza. Conservatela per massimo un paio di giorni in un sacchetto per alimenti ermetico. Se ve ne sarà rimasta ancora dopo quel tempo non buttatela, potrete scaldarla al forno e tornerà di nuovo morbida.

PREPARAZIONE

In una ciotola sbriciolate e sciogliete il lievito di birra in 150 ml di latte tiepido e mescolatelo con la farina manitoba. Create un impasto omogeneo, quindi lasciatelo lievitare per circa 30 minuti in un luogo riparato da correnti d’aria e coprendo la ciotola con la pellicola.

Impastate la farina 00 (una farina 170W) con il latte rimasto, l’uovo sbattuto e lo zucchero. Amalgamate dapprima con una forchetta, dopo con le mani.

Unite il burro e fatelo amalgamare nell’impasto. Se avete a disposizione una planetaria utilizzate il gancio a K o quello a foglia per far incordare bene.

Riprendete a questo punto il primo impasto, che avrà raddoppiato di volume e unitelo a quello appena preparato. Impastate per bene utilizzando ancora la planetaria. Aggiungete anche la buccia di arancia grattugiata. Dovrete ottenere un composto morbido ed elastico, se necessario aggiungete ancora un po’ di farina. Alla fine riprendete l’impasto, formate una palla e mettetelo a lievitare in un recipiente coperto con un panno o con della pellicola per almeno 2 ore. Se avete più tempo lasciatelo lievitare più a lungo, dovrà ad ogni modo raddoppiare il suo volume.

Mettete ad ammollare l’uvetta in un recipiente con un po’ d’acqua tiepida.

Passato il tempo riprendete la pasta, infarinate leggermente il piano di lavoro e allargatela leggermente per inserire l’uvetta ben strizzata. Impastate con le mani per far amalgamare bene l’uva passa all’impasto.

Dividete l’impasto in tre parti uguali e dategli la forma di tre cordoni di circa 40 cm di lunghezza. Intrecciateli tra loro a creare la treccia pasquale, facendo attenzione a non stringere troppo.

Lasciate lievitare nuovamente la treccia di Pasqua ancora per un’ora, sempre coprendo con un panno.

Passato il tempo spennellate tutta la superficie con un tuorlo sbattuto insieme a qualche cucchiaio di latte e cospargete con granella di zucchero.

Cuocete la treccia pasquale dolce in forno caldo a 180 °C per 40 minuti, coprendo dopo 10 minuti di cottura con un foglio di carta argentata.

Civiltà

Nei giorni scorsi ha suscitato un generalizzato stupore la lunga serie di incidenti causati dall’imprudenza sul Lago di Braies. La sottovalutazione dei pericoli legati allo scioglimento primaverile del ghiaccio sugli specchi d’acqua è purtroppo un fenomeno noto e ricorrente. Ma in questo caso a sorprendere è stato il ripetersi di tali situazioni, a poche ore di distanza. All’origine di ciò vi è senz’altro una mancanza di consapevolezza, unita però alla reiterata mancata osservanza dei cartelli di divieto (plurilingui). Sembra quasi che molti si comportino come in una bolla, dove razionalità e regole di sicurezza non siano imperativi ma opzioni, se non addirittura fastidi. Per fortuna gli incidenti a Braies si sono tutti risolti senza dover per forza contare la perdita di vite umane. La stessa cosa purtroppo non sta accadendo con la guerra in Ucraina, un evento catastrofico che da quasi due mesi mette discussione il futuro del popolo ucraino e (indirettamente) di quello russo, oltre a quello dell’intera comunità internazionale. Anche in questo caso e in scala macroscopica riscontriamo gli stessi meccanismi: incoscienza e mancato rispetto delle regole che fino al 23 febbraio ci era sembrato potessero regolamentare il rapporto tra gli stati, in Europa e nel mondo. Sembra quasi che la salvaguardia dei diritti delle persone e della vita umana in generale (di ogni vita umana) dal 24 febbraio non sia più un principio basilare della nostra civiltà. E che – nel 2022 – possa rientrare nel novero della normalità l’idea che ad un certo punto l’economia, la politica e l’informazione “di pace”, possano essere sostituite da un momento all’altro – come se nulla fosse – da un’economia, una politica e un’informazione “di guerra”, sperando che da tale meccanismo le nostre democrazie possano miracolosamente uscirne indenni.

Autore: Luca Sticcotti