Di fronte alla morte il silenzio è più eloquente

Siamo ancora nel tempo di Pasqua. Una Pasqua che per molti quest’anno tarda ad arrivare o non arriverà. Percorsi che si fermano al Venerdì santo, qualcuno ai piedi di una croce, qualcuno inchiodato al suo destino. Invocando, invano, la pace, là dove la violenza ha rubato tutte le parole e le ha trasformate in bombe.

Anche per questo, nel corso della Via Crucis che quest’anno è tornata al Colosseo, papa Francesco invita al silenzio. “Di fronte alla morte il silenzio è più eloquente delle parole. Sostiamo pertanto in un silenzio orante e ciascuno nel cuore preghi per la pace nel mondo”.
La scena della tredicesima stazione è quella di Gesù che alle tre del pomeriggio grida a gran voce: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”. Poco dopo, dando un forte grido, muore. L’urlo, il silenzio, la morte.
In origine era stato preparato per questa stazione un testo che è stato oggetto di polemiche, così come il fatto che la croce l’avrebbero portata insieme una donna russa e una donna ucraina. La violenza produce violenza e solo la testimonianza del bene può rimettere in moto percorsi di riconciliazione.
“La morte intorno. La vita che sembra perdere di valore. Tutto cambia in pochi secondi. L’esistenza, le giornate, la spensieratezza della neve d’inverno, l’andare a prendere i bambini a scuola, il lavoro, gli abbracci, le amicizie… tutto. Tutto perde improvvisamente valore. Dove sei Signore? Dove ti sei nascosto?” “Le lacrime sono finite. La rabbia ha lasciato il passo alla rassegnazione. Sappiamo che Tu ci ami, Signore, ma non lo sentiamo questo amore e questa cosa ci fa impazzire. Ci svegliamo al mattino e per qualche secondo siamo felici, ma poi ci ricordiamo subito quanto sarà difficile riconciliarci. Signore dove sei? Parla nel silenzio della morte e della divisione ed insegnaci a fare pace, ad essere fratelli e sorelle, a ricostruire ciò che le bombe avrebbero voluto annientare”.
Di fronte alla morte il silenzio è più eloquente delle parole. È una testimonianza più efficace. Come scrisse Josef Mayr-Nusser: “Non si tratta, dapprincipio, di essere testimoni attraverso la parola, nemmeno attraverso l’azione. Spesso può essere più opportuno tacere; spesso anche la migliore azione può essere distorta. Ma sempre dobbiamo essere testimoni. Esserlo con semplicità e senza pretese”.

Autore: Paolo Bill Valente

La guerra si combatte anche su internet

Molto si è scritto su come la guerra in Ucraina (e tutte le guerre dei nostri giorni) si combatta in effetti a vari livelli, incluso quello informatico. Cerchiamo di capire un po’ meglio di cosa si tratta. Innanzitutto, è importante evidenziare che gli attacchi compiuti tramite internet alle infrastrutture informatiche di una terza parte (un privato cittadino, un’azienda, un ente governativo), ovvero i cosiddetti “cyberattacchi”, avvengono incessantemente in tutto il mondo a ritmi sempre più frenetici. Per farsi un’idea dell’entità del problema, si possono consultare su internet mappe che mostrano gli attacchi che stanno avvenendo nel mondo. Basta digitare su un motore di ricerca “cyber threat maps”, per trovare mappe come quella di Checkpoint (https://threatmap.checkpoint.com) e Kasperksi (https://cybermap.kaspersky.com), entrambe aziende molto note nel settore della sicurezza informatica, con Kasperski attualmente sotto il mirino delle autorità di cybersecurity per presunti collegamenti col governo russo. Ora che ci siamo fatti un’idea dell’enorme entità del problema, cerchiamo di capire quali sono gli attacchi informatici rilevanti in un contesto bellico. Una prima grande famiglia di attacchi è quella legata a infrastrutture e apparecchiature critiche, come sistemi militari, commerciali, energetici, e delle telecomunicazioni. Questo tipo di attacco può al giorno d’oggi interrompere o intralciare l’erogazione di servizi utilizzati dal nemico in tantissimi settori diversi, considerando che sempre più sistemi sono controllati attraverso software connessi in rete (si pensi che, quando qualche mese fa Facebook ha smesso di funzionare per qualche ora, alcuni dipendenti dell’azienda non sono stati fisicamente in grado di entrare nei propri uffici). Un’altra tipologia di attacco mira alla raccolta di dati sensibili, dall’intercettazione di informazioni utili per capire come si stanno muovendo le truppe, fino alla pubblicazione di dati privati come indirizzi e contatti telefonici del personale militare. Spesso gli attacchi non hanno un vero e proprio fine strategico, quanto più un intento “muscolare”: mostrare la propria capacità di infiltrare i sistemi informatici del nemico e vandalizzarli. Si parla infine di attacchi non specificatamente orientati a colpire i militari, quanto a influenzare l’opinione pubblica, con attacchi su larga scala volti a comunicare con il grande pubblico a fini informativi, propagandistici, o di guerra psicologica. Tutto questo conferma, ancora una volta, come il mondo fisico e digitale siano sempre più intimamente connessi.
Marco Montali

Autore: Marco Montali

La piccola guerra di Vadena

Agli albori del XX secolo, ben prima della grande guerra e del passaggio dell’Alto Adige asburgico all’Italia, il comune di Vadena fu teatro di un autentico conflitto tra opposti nazionalismi. Scrive, in merito, la Lienzer Zeitung del 10 maggio 1902 nelle sue “Notizie dal mondo”: “Non esiste più una Gemeinde Pfatten ma soltanto un Comune di Vadena”.
Cos’era mai successo per sconvolgere i secolari equilibri etnico-politici del minuscolo comune di 444 abitanti (censimento del 1890) della Bassa Atesina? Contrariamente a tutte le previsioni, la “Lega nazionale pro Vadena” del roveretano Miori e del trentino Richard Ferrari, legata al movimento irredentista trentino “Italia irredenta”, aveva vinto le elezioni comunali per un solo voto. A quanto pare, una vedova “tedesca” non si era recata alle urne e aveva determinato, grazie al particolare sistema elettorale allora vigente, la vittoria degli irredentisti. Chiosò il giornale “Alto Adige” di Trento: “Avanti, Lega nazionale! Avanti Italiani di buona volontà! Eliminate la ‘brutta cosa’ della scuola tedesca di Vadena e quella ancor peggiore dell’asilo del signor curato Malpaga!”
La stramba guerra vadenota, che da tempo covava sotto la cenere, vide come principali quanto involontari protagonisti i bambini in età scolare. Entrambe le fazioni peregrinarono di famiglia in famiglia (peraltro molte di costoro ridotte in miseria) per convincere i genitori a iscrivere i propri figli a questa o quella scuola. I vincitori delle elezioni miravano a chiudere definitivamente la vecchia Grundschule, mentre gli oppositori, spalleggiati dalle autorità scolastiche, volevano impedire l’apertura di una scuola in lingua italiana, che avrebbe potuto minare alla base il fragile “Deutschtum” di un territorio di confine come l’Unterland.
La guerra, che allora toccò solo marginalmente altri comuni della Bassa, si trasferì ben presto a Bolzano, Innsbruck e, infine, al parlamento di Vienna. Vadena era diventata il luogo simbolo della “questione nazionale”. Miori, capo del comune, cercò di esautorare le autorità scolastiche locali in mano alla fazione opposta che alla fine ottenne l’appoggio determinante del titubante ministero viennese. A quel punto, e prima delle successive elezioni comunali che avrebbe potuto ribaltare l’esito delle consultazioni precedenti, Miori e Ferrari aprirono una scuola privata italiana presso il podere di quest’ultimo al Castello. I figli dei numerosi coloni trentini, che fino ad allora avevano frequentato la scuola tedesca, furono “invitati” a trasferirsi in quella privata italiana.
Va detto, che la “guerra” di Vadena, al di là dei bambini strumentalizzati, era anche una guerra economico-sociale: da una lato il vecchio sistema rurale basato sulla piccola proprietà contadina (il freier Bauernstand), dall’altra il latifondo italiano affidato a coloni e mezzadri malpagati e perciò altamente concorrenziale nei confronti del primo. I latifondisti vadenoti, quasi tutti originari del Welschtirol, che avevano acquistato le terre malsane dopo le bonifiche di metà secolo, trovavano i loro coloni nelle affamate valli trentine. La “piccola” guerra terminò – momentaneamente – nel 1903, quando la scuola di Ferrari e Miori fu chiusa in seguito ad una petizione firmata da 88 comuni altoatesini. Quella “grande” era in arrivo.

Autore: Reinhard Christanell

Le ultime uscite di Edizioni alfabeta Verlag

La collana TravenBooks di Edizioni alphabeta Verlag è uno spazio dedicato alla narrativa in cui convergono opere di autori – altoatesini/sudtirolesi, ma non solo – che approfondiscono temi o che vivono in realtà di “confine”, nelle molteplici declinazioni di significato del termine. Questi sono gli ultimi titoli della collana, due appena usciti e uno di prossima pubblicazione.

Memoria di un addio
di Franz Tumler

Un “uomo del sottosuolo” vive nella cantina di una casa diroccata e osserva il mondo da una finestrella. All’esterno la Berlino del dopoguerra, ancora segnata dai bombardamenti: impressioni fugaci che l’uomo vede e registra. Il suo unico contatto con l’esterno è una donna che di tanto in tanto gli reca visita. Con lei si apre ai ricordi, frammentari e incoerenti, intrecci di memoria e finzione, di illusione e senso di colpa. Sono squarci di vita contraddistinti da un incombente quanto inevitabile addio. E lei lo ascolta, senza riuscire a far breccia in un isolamento emotivo che sembra assoluto. Il racconto di Tumler, avvolgente e doloroso, è una sottile esplorazione della solitudine umana. Bolzanino di nascita, cresciuto in Austria e poi trasferitosi a Berlino, Franz Tumler (1912-1998) è considerato uno dei maggiori scrittori di lingua tedesca del Novecento, la cui ecletticità formale e incessante esplorazione dei confini psicologici lo collocano a pieno titolo in quella linea narrativa mitteleuropea che va da Robert Musil ed Elias Canetti fino a Thomas Bernhard e Peter Handke.

Le lingue della paura
di Benedetto Saraceno

In un bosco nei dintorni di Ginevra si consuma il cruento omicidio del vicedirettore della HEGA, l’agenzia delle Nazioni Unite che si occupa di economia sanitaria mondiale. L’autore materiale è un alto funzionario, Andreas Krause, per il quale la vittima rappresenta l’unico ostacolo apparentemente insormontabile alle proprie ambizioni. Assediato dal timore di essere scoperto, si ritrova risucchiato in un gorgo di paure e ossessioni, che degenera in un’autentica paranoia. In breve tempo la sua vita privata e professionale va a rotoli, e ogni tentativo di fare marcia indietro e confessare il proprio delitto è vanificato da continue oscillazioni emotive e confusi progetti di fuga. Nello spregiudicato ambiente diplomatico internazionale affiorano intrighi e personaggi di dubbia moralità, disposti a tutto pur di non perdere potere e privilegi. Le lingue della paura è un raffinato noir psicologico, una storia intrisa di cinismo, avidità e umana fragilità. Tra i più noti professionisti della salute mentale a livello internazionale, Benedetto Saraceno trasferisce in un’intrigante opera di narrativa temi e riflessioni maturati nella sua ricchissima produzione saggistica.

Todos Caballeros
di Lucio Giudiceandrea,
in uscita a maggio

Quando è nata l’idea di un’Europa unita? Gli storici dibattono animatamente sul preciso momento, ma quasi tutti concordano intorno alla figura che a questa idea ha dato maggior sostanza e compiuta declinazione. Carlo V, imperatore del Sacro Romano Impero, artefice dell’universalità cristiana, cercò di improntare l’Europa del Cinquecento ai valori dell’umanesimo, ispirati al suo maestro Erasmo da Rotterdam. Il suo progetto naufragò tra la Riforma avviata da Lutero, l’immobilismo della Chiesa romana, i divergenti interessi delle potestà locali e l’avanzata degli ottomani. Il giornalista bolzanino Lucio Giudiceandrea si muove tra fedeltà storica e invenzione letteraria, raccontando in forma quasi teatrale alcune scene dei primi vent’anni di regno di Carlo V. Sul palcoscenico della storia, attorno al protagonista, si muovono curiosi comprimari e personalità dell’epoca. Tutti concorrono a delineare il profilo psicologico di un uomo di straordinaria modernità, talmente immedesimato nel proprio ruolo da diventarne inconsapevolmente prigioniero. Mai un dubbio sfiora la mente di Carlo. Tranne una notte trascorsa ad Alghero, quando gli effetti di una droga misteriosa squarciano il velo dell’inganno.

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La storia di Franz von Gumer

Sono in molti, per accedere al Municipio di Bolzano, a chiedersi, transitando per vicolo Gumer: chi erano i Gumer? Che ruolo hanno avuto per la città di Bolzano? La famiglia Gumer di Engelsberg, la cui linea maschile si è estinta nel 1897, impegnata nel commercio tra l’area culturale tedesca e quella italiana e in attività bancarie, era tra le famiglie patrizie di Bolzano più importanti e influenti sia politicamente che economicamente. La ditta Joseph Gumer (1602-1668), era tra le più grandi case commerciali di Bolzano, città che aveva un ruolo particolare nella vita economica dell’epoca. Hans Gumer (1593-1680) fu sindaco di Bolzano per quattro mandati, tanto che per i suoi meriti l’imperatore Leopoldo I il 14 agosto 1668 lo elevò al rango nobiliare onorandolo con il titolo “von Engelsberg”. Johann Gumer (1673-1738) fu anche console e fu tra i committenti della costruzione del Palazzo Mercantile di Bolzano. Fu il commerciante Johann Gumer (1732-1793) a concedere nel 1765 un prestito di 200 mila fiorini a Francesco I di Lorena, consorte dell’imperatrice Maria Teresa d’Asburgo. A venire iscritto nel 1783 nell’albo nobiliare tirolese fu Franz von Gumer. Nato nel 1731, dal 1771 al 1776 fu sindaco di Bolzano. Dedicò attenzione agli aspetti culturali e aiutò le persone socialmente svantaggiate. Nel 1790 intervenne come relatore per il “Bozner Partei” alla “Dieta aperta” che l’imperatore Leopoldo II aveva consentito agli Stati generali del Tirolo. A Franz von Gumer si deve l’istituzione a Bolzano di una Loggia massonica, di cui fu il primo Maestro Venerabile. Franz von Gumer si occupò anche delle arti segrete dei Rosacroce e si mise in contatto col conte Giuseppe Balsamo, noto come Cagliostro, che venne a Bolzano nella primavera del 1789. Franz von Gumer, ammalatosi di setticemia, morì a Vienna il 25 luglio 1794. Il 5 agosto la polizia fece irruzione nella sua casa distruggendo la documentazione riguardante Franz von Gumer.

Autore: Leone Sticcotti

Per Andrea Maffei è “una questione di pelle”

Per Andrea Maffei l’impegno a favore di qualcosa o di qualcuno è una cosa innata, una caratteristica che lo ha sempre contraddistinto nel combattere le sue battaglie in direzione ostinata e contraria, citando il suo amico Fabrizio De Andrè, senza per altro avere voglia o necessità di mettersi in mostra. Perché per lui è una questione di pelle, come recita il titolo di un suo nuovo e prezioso CD prodotto in totale autarchia e richiedibile contattando Maffei via Facebook.

Alla base di tutto c’era, per Andrea, il desiderio, anzi forse è meglio dire l’urgenza di poter fare qualcosa per certi suoi amici in difficoltà.
“Da alcuni anni – ci spiega Maffei – con alcune altre persone condivido la conoscenza di alcuni ragazzi che stanno in giro per le piazze di Bolzano, nel mio caso, visto che è la zona in cui mi muovo maggiormente, piazza Mazzini e piazza Vittoria. Mi riferisco ai cosiddetti senzatetto, un fenomeno che non si limita a queste piazze, ma che è piuttosto un problema riguardante tutta la città. Si tratta di persone che faticano a poter utilizzare certi benefit istituzionali in quanto provenienti da paesi europei, e spesso arrivano a Bolzano perché la nostra città sembra il paradiso, una vetrina luminosa e ricca. Invece qui inizia per loro la disperazione, la difficoltà di trovare un lavoro nonostante nel paese da cui provengono abbiano conseguito una laurea. Ecco, io parlo con loro, mi raccontano le loro storie, cerco di aiutarli; non vorrei usare il termine carità che è stato un po’ usucapito dalla cultura cristiana. Diciamo che li aiuto come posso, col mio tempo, con un pacchetto di sigarette o un pasto dal kebabaro, con un kebab sospeso potremmo dire”.
Sotto le feste di Natale, chiedendosi cos’altro potesse fare per queste persone, Andrea Maffei ha pensato che la cosa più naturale fosse di dedicare il suo naturale talento come cantautore a favore della causa di questi senzatetto, producendo il tutto al minimo delle spese, facendo tutto da solo, o quasi, e vendendo il disco ad un prezzo simbolico per mettere insieme un po’ di soldi per i suoi amici.
“Mi sono detto” – prosegue Andrea – “ho tante canzoni che non ho mai registrato, cose che magari mi sono anche scordato di aver scritto, o brani che non ho mai proposto alla Spritzband, le arrangio, le registro e faccio un CD da vendere per permettere a questi ragazzi di passare qualche momento più sereno. Soprattutto è importante il fatto di non limitarsi a portargli qualcosa, ma di dedicare loro un po’ del proprio tempo. Una cosa molto bella è che due di loro sono riusciti anche ad uscire da questa situazione, hanno trovato una compagna, si sono accasati, lavorano, e uno ha anche preso la patente”.
Venendo al disco, Questione di pelle si compone di undici brani. Maffei ci ha lavoro alacremente tra le mura domestiche, facendo tutto in autonomia, inclusa la copertina in cartoncino la cui confezione è chiusa elegantemente da un sigillo in cera, come si usava in tempi lontani, recante l’iniziale dell’autore.
“Mi sono aiutato con una tastiera con la quale ho programmato tutti i suoni, dalle chitarre alla batteria, mi sono improvvisato arrangiatore, mi sono occupato delle parti vocali, con l’eccezione di Canzone Blu che ho chiesto di cantare a Monika Callegaro e di Angiolina in cui la voce è della cantante trentina Roberta Kerschbaumer. Le canzoni in alcuni casi sono ripescate dal passato, altre fanno parte di un ciclo mio legato mia vita negli ultimi anni”.

Il disco, è giusto dirlo, va molto oltre la buona causa per cui è stato registrato: l’ascolto convince parecchio, e i brani sono tutt’altro che messi lì in qualche modo. Andrea Maffei ha fatto davvero un ottimo lavoro, anche nella scelta della scaletta, che vede tra l’altro canzoni dal testo importante come ‘Novembre ’66’, scritta con Marco Perissinotto e ispirata all’alluvione, ‘Sarajevo’, su una bomba esplosa al mercato in quella città, o ‘Angiolina’, che racconta una storia legata al terremoto in Abruzzo. Particolarmente da ricordare sono il brano che apre il disco, ‘Finalmente per te’, il nuovo arrangiamento dedicato a ‘Due cuccioli’, dal vinile dell’85, Gira e rigira e Il gruista scritta per Georg Clementi. “Sono un po’ tutte storie che in qualche modo mi arrivano – conclude – e che io racconto. Fabrizio De Andrè un giorno mi raccontò che lui si paragonava ad uno che se ne sta seduto su una bitta, al porto, in attesa del rientro delle navi per ascoltare i racconti dei marinai. Ecco, io mi sento esattamente così”.

Autore: Paolo Crazy Carnevale

Dr. Haus

“Una vertiginosa struttura piramidale”, ha affermato il comandante Abu Simbel della squadra controlli. A capo di questa struttura è stato trovato Dr. Haus, primario di mummiologia dell’ospedale Similaun, che reclutava infermieri per ricevere i 400 euro promessi dall’ASL altoatesina. Dopo una settimana ha raggiunto la cifra record di un milione di euro, con il quale si è comprato un monolocale in un seminterrato di Gries.

Autore: Roberto Tubaro

Torta Linzer

INGREDIENTI

Impasto
300 g di burro ammorbidito
300 g di zucchero
1 pizzico di sale
Scorza grattugiata di 1 limone
1 bustina di zucchero vanigliato
3 uova
1/2 c di cannella in polvere
1 presa di chiodi di garofano in polvere
1 C di rum
400 g di farina
250 g di mandorle grattugiate finemente
1 bustina di lievito in polvere
250 g di marmellata di mirtilli rossi per il ripieno
20 g di burro per ungere la tortiera
1 uovo per spennellare
Zucchero a velo per spolverare

PREPARAZIONE

Mescolate con le fruste burro, zucchero, sale, scorza di 1 limone e zucchero vanigliato. Aggiungete poco alla volta le uova, la cannella, i chiodi di garofano in polvere e il rum. Mescolate la farina, le mandorle e il lievito in polvere ed unite il composto al resto.
Far riposare la massa per 30 minuti circa.
Imburrate una tortiera e cospargetela di farina.
Versate 2/3 della pasta nella tortiera, spianate la superficie con una spatola, versate un denso strato di marmellata di mirtilli rossi avendo cura di lasciare lo spazio della larghezza di un dito dal bordo.
Inserire il resto della pasta in un sac à poche (con una bocchetta liscia n. 5), spremetela a grata sulla superficie della torta e lungo il bordo della forma.
Spennellate con l’uovo.
Cuocete nel forno statico preriscaldato a 180 °C per 40 min. Raffreddatela prima di sformarla e spolverate con lo zuc­chero a velo.

Interesse pubblico

In Alto Adige il periodo che stiamo vivendo è quantomeno convulso, dal punto di vista della politica locale. Al punto da surclassare come effetto deflagrante sia il precedente scandalo Sel che quello sui cosiddetti “vitalizi”. Il sommovimento è tuttora in corso e i colpi di scena si susseguono, a cadenza quasi giornaliera. Una sola cosa è certa: il locale sistema dei partiti per la prima volta viene messo in discussione in maniera radicale. Forse uno dei motivi è la consapevolezza, da parte dei politici, che negli ultimi mesi stava venendo meno il “patto” con l’elettorato.
Questo aspetto viene fotografato in maniera impietosa dalla recente indagine dell’Astat (Istituto Statistico della Provincia), dedicato a “Priorità politiche e coesione sociale”. Sui temi segnalati dagli intervistati avremo modo di tornarci. Nell’indagine quello che ci interessa evidenziare è invece proprio l’evidente calo della fiducia da parte dei cittadini residenti nei confronti delle istituzioni politiche locali (Comuni, Provincia, Regione). Tra il 2018 e il 2022 la perdita è stata dell’8% per i comuni e del 6% per Provincia e Regione. E questo a fronte di un’inaspettata crescita del gradimento nei confronti di Stato Italiano (+5%) e Unione Europea (+6%).
La democrazia rappresentativa in provincia di Bolzano è dunque in una vera e propria crisi di sistema, che non risparmia nessuno. Che fare?
Forse a tutti, politici, giornalisti ed elettori, a questo punto farebbe bene il ripasso di un concetto base, quello di “interesse pubblico”. Per interesse pubblico in diritto si intende l’interesse proprio della pluralità o collettività di individui che è la comunità costitutiva dell’ordinamento giuridico di riferimento, considerata come unità. Pluralità, collettività, comunità, unità. Queste parole fanno tutte riferimento alla priorità che dovrebbe essere una stella polare per tutti, politici ed elettori.
Sia ben chiaro, non vogliamo in questo modo demonizzare gli interessi privati che, nei modi previsti dalla legge, possono e anzi devono poter essere rivendicati e perseguiti.
Ma ci permettiamo però di osservare che il “bene comune”, l’onestà e la coerenza, debbano comunque prevalere. Sempre. E questa è una responsabilità che tocca ognuno di noi, senza eccezioni.

Autore: Luca Sticcotti

Ecco i narcisi!

A pochi chilometri da Merano c’è un posto davvero incantevole, una nicchia fiorita assolutamente imperdibile. Dalla città del Passirio la si può raggiungere con l’autobus 201, quello diretto a Bolzano, o viceversa dal capoluogo altoatesino verso Merano, scendendo a Postal, alla fermata dell’Associazione Turistica, proprio in prossimità dell’Hotel/Ristorante Muchele. Da lì si imbocca la stradina che sale verso la montagna, vicolo Maier; percorsa interamente, si incrocia via della Chiesa e si gira a sinistra; si prosegue per poco meno di 500m fino a raggiungere la parrocchia Santa Croce; subito dopo gli alti cipressi che la delimitano si gira ancora a destra e ci si mantiene su via della Chiesa per altri 45-50 minuti circa di cammino fino a raggiungere il Wieslerhof.
Naturalmente, si può anche salire in auto, perché la strada, seppur stretta e piuttosto ripida in certi tratti, è asfaltata: ma giunti alla meta ci accorgeremmo che i posti auto sono limitati, pertanto sarebbe opportuno scegliere un mezzo di trasporto alternativo e più ecologico come le nostre gambe. Questo è davvero il periodo ideale per progettare ed organizzare questo giretto e presto… saprete il perché!
Per chi ama la natura, i colori caldi, i profumi e l’irrefrenabile gioia che la primavera sa regalarci – e non solo per chi è appassionato di cromoterapia – resterà sbalordito dal mare di onde gialle, proprio in prossimità del maso Wiesler. La storia – reperibile su internet – narra che il proprietario Johann Laimer, ex giardiniere, dal 1999 gestisce e cura circa 200 castagni sparpagliati su 3 ettari di terreno adiacenti al maso e vicini ad alcuni filari di viti ; ma quello che non si legge fra le righe è che non si è accontentato delle castagne; è andato oltre, con sensibilità verso la natura, creatività ed ingegno di un’anima nobile. In un mondo ormai dalla deriva, in cui anche gli insetti impollinatori sono a rischio di estinzione, è davvero incredibile imbattersi in 18000 bulbi di narcisi, che sono approssimativamente centoquarantamila fiori, posti a dimora sotto ai suoi castagni. Bulbi che proprio in questo periodo sono all’apice della fioritura. Si tratta di narcisi della varietà Dutch master ovvero narciso a trombetta. Per non parlare poi che tutto il materiale di scarto degli alberi, quali rami, foglie e ricci vengono trinciati e sparpagliati nel sottobosco lungo le varie stradine di questo angolo fiorito, come i contadini fanno con le andane nei campi, e mentre si cammina, attratti dal giallo dilagante, i nostri passi accarezzano un terreno soffice e morbido; quindi niente più bruciature di scarti vegetali che appestano l’aria, che producono co2 e alimentano l’inesorabile riscaldamento climatico ormai irreversibile. Per innaffiare cotanta bellezza ci sono degli irrigatori a pioggia posti nel castagneto e qua e là si incontrano api e soprattutto bombi visitare le antere di ogni fiore e caricarsi di polline. Il luogo è apprezzato anche da fotografi, semplici curiosi, ciclisti e amanti della natura e della cucina tradizionale sudtirolese.

Autore: Donatello Vallotta