La convivenza tra i gruppi è un tema? Sì. E un tabù.

L’Istituto provinciale di statistica (ASTAT) ha creato quest’anno un “panel probabilistico” dal titolo “Così pensa l’Alto Adige”, per rispondere “alle esigenze di un’informazione rapida su diverse tematiche, mantenendola affidabile e imparziale”. Dalla rilevazione dello scorso febbraio emergono considerazioni interessanti.

I risultati sono stati pubblicati la settimana scorsa in un documento dal titolo “Priorità politiche e coesione sociale”. Lo studio affronta le questioni da diversi punti di vista. Cerca di misurare la soddisfazione dei cittadini nei confronti dei servizi e la fiducia nelle istituzioni e nelle persone con compiti di interesse comune. Con numeri che devono far riflettere.
Merita considerazione l’elenco dei temi che le persone considerano importanti. Ai primi posti troviamo la salute, l’ambiente e i cambiamenti climatici, il sistema pensionistico, l’istruzione, le disuguaglianze sociali e il traffico. La sicurezza, tema molto gettonato negli anni passati, è oggi solo al settimo posto.
Un’attenzione particolare va data al fatto che oltre due terzi dei cittadini considerino la convivenza etnica un tema molto o abbastanza importante. Tra tutti gli intervistati solo il 6 per cento sostiene che la convivenza tra i gruppi linguistici non sia una questione di rilievo. Il 47 per cento ritiene che “per questo in Alto Adige si è già fatto molto”, il 40 per cento è convinto che “su questo la politica locale dovrebbe impegnarsi maggiormente” e il 7 per cento pensa che il tema c’è ma va affrontato a livello nazionale o internazionale.
Questi dati stonano non poco con il fatto che questa dimensione – le relazioni tra gruppi, lingue e culture – sia quasi scomparsa dall’agenda delle istituzioni che organizzano e animano la vita della popolazione altoatesina. In certi casi la “questione etnica” è vissuta come un tabù, è perciò negata con stizza e chi la solleva considerato un turbatore dell’ordine costituito.
Naturalmente non c’è nulla di più efficace per coltivare (e un domani far scoppiare) una bomba che negarne l’esistenza.

Autore: Paolo Bill Valente

“Le guerre non scoppiano all’improvviso”

Per molti lo scoppio della guerra in Ucraina è stato un fulmine a ciel sereno, ovvero un doversi confrontare, ancora una volta, con morte e distruzione provocate da uomini contro uomini, stati contro stati. Per cercare di capire quello che sta succedendo abbiamo intervistato il prof. Stefano Petrungaro, un bolzanino che insegna all’Università di Venezia e che da sempre si occupa a livello storico dell’Est Europa e delle sue inquietudini geopolitiche, su cui ha scritto diversi libri.

Lei insegna storia dell’Europa Orientale. Si è occupato di rivolte contadine asburgiche, di marginali sociali, ma soprattutto dei numerosi conflitti e nazionalismi che caratterizzano i Balcani e l’Est Europa. Che idea si è fatta dei motivi che hanno portato all’invasione russa in Ucraina? Molti si sono detti sorpresi, ma è davvero così?
Le guerre non scoppiano mai dal giorno alla notte, perché richiedono lunghi e attenti preparativi, a partire dalla predisposizione degli armamenti e dell’opinione pubblica. È questo anche il caso del conflitto in corso: sono anni che Putin lancia segnali in tal senso, a parole, come nei fatti. Il progetto è quello di autocelebrarsi come colui che ha riparato il torto subito dalla Russia al momento della dissoluzione dell’Unione sovietica, quando perse il controllo sugli ampi territori di alcuni ex paesi satelliti. L’Ucraina, poi, occupa tradizionalmente un posto particolare nel pensiero nazionalista russo.
Ciononostante, che Putin si sarebbe deciso a portare un attacco militare proprio con queste modalità, non era scontato. Così come non lo era l’andamento del conflitto. D’altronde, la conoscenza del contesto aiuta senz’altro a capire, ma non deve portare a un approccio deterministico, che spiega tutto come conseguenze automatiche delle premesse. Occorre piuttosto lasciar spazio alle congiunture, all’imprevisto, al caso, e anche alle sorprese. E chissà quali ci riserverà il prossimo futuro.

Quando dall’Italia pensiamo all’Europa dell’Est facciamo ancora fatica a definirne i contorni. Le divisioni che hanno caratterizzato la guerra fredda pesano ancora, evidentemente. Specie per quanto riguarda il confine orientale, che è sempre apparso “mobile”. Storicamente qual è il vero rapporto dell’Ucraina con l’Europa?
L’Ucraina è parte integrante di quello spazio che si usa definire europeo. Che sia difficile tracciarne i confini, come giustamente notava, è del tutto inevitabile, perché quei confini non esistono in natura, non vanno semplicemente individuati e riconosciuti, ma sono mere costruzioni sociali. È per questo che i confini, quello europeo-orientale incluso, sono “mobili”: perché dipendono dai mutevoli rapporti di forza politici, nonché dalle mappe mentali e culturali che alimentano e legittimano quei rapporti. Da un punto di vista storico, non è particolarmente originale far presente che i legami culturali, commerciali, economici di lungo periodo delle regioni ucraine sono strettissimi non solo con l’impero zarista, ma anche con quello ottomano, asburgico, con il mondo mediterraneo e oltre. Forse è più interessante ragionare sul piano delle rappresentazioni e dei discorsi: gli ucraini vengono percepiti come europei, la guerra che lì ha luogo è avvertita come qualcosa che ci riguarda, e non solo a causa di una prossimità geografica e nemmeno solo per via della possibilità (quanto realistica, sarebbe da discutere) di un allargamento del conflitto. In gioco ci sono proprio quelle mappe mentali che costituiscono le identità collettive, un “noi” che include gli ucraini, e che sta determinando anche i modi della reazione al conflitto e dell’accoglienza ai profughi, dimostrando ancora una volta l’eurocentrismo e il razzismo che connota gli atteggiamenti delle società europee nei riguardi di altri conflitti e flussi di profughi.

Quando gli analisti cercano di spiegarci quanto sta avvenendo in Ucraina, un elemento chiave è sempre rappresentato dai nazionalismi. è un meccanismo che in Alto Adige conosciamo, ma in un grande paese come l’Ucraina naturalmente la situazione anche da questo punto di vista è molto più complessa. è possibile spiegare, in poche parole, in cosa differiscono i nazionalismi dell’Europa dell’Est da quelli “nostri”, ovvero italiano e sudtirolese?
In poche parole: in nulla. Ma la domanda è importante, perché rimanda a una tradizione di pensiero che individua una presunta dicotomia tra i nazionalismi europeo-occidentali e quelli europeo-orientali, “civici” (ossia democratici, inclusivi e in una parola: “buoni”) gli uni, “etnici” (e violenti e intolleranti; in una parola: “cattivi”) gli altri. Ma non è così. Uno sguardo attento e privo di pregiudizi noterà elementi “civici” ed “etnici” in ogni forma di patriottismo e nazionalismo.

La Russia è un macrocosmo con il quale negli ultimi tre decenni l’Europa e l’Occidente hanno avviato un dialogo e una collaborazione, che in gran parte ha anche dato frutti positivi, soprattutto dal punto di vista economico. In che misura e a quali condizioni secondo lei la Russia nel prossimo futuro troverà il modo di relazionarsi con la propria parte di anima intrinsecamente e storicamente europea?
Effettivamente, prima di parlare russo l’aristocrazia dell’Impero zarista parlava francese. Successivamente, nel corso dell’Ottocento, sono sorti dei filoni di pensiero contrapposti rispetto al rapporto che la Russia moderna avrebbe dovuto intrattenere con l’Europa occidentale: secondo gli uni, detti “occidentalisti”, ci si poteva e doveva ispirare a certi sviluppi sociali e politici occidentali, mentre altri, detti “slavofili”, erano piuttosto rivolti al recupero dell’“originaria” anima e cultura russa. Arricchisce il quadro il fatto che già l’impero zarista, poi anche l’URSS e oggi la Russia post-sovietica, contemplino amplissimi territori asiatici, e non è un caso se si sia sviluppato un ulteriore filone di pensiero, identitario e politico-economico, detto “eurasiatico”, che complica il quadro dei rapporti tra Russia e paesi occidentali. Cosa succederà di preciso in futuro non lo sappiamo, ma la società russa, le sue istituzioni culturali e quelle economiche, non vogliono e non possono isolarsi dall’Europa. Anche per questo è necessario porre fine al conflitto e ragionare in termini radicalmente diversi, ossia nei termini del rispetto reciproco e della convivenza. L’alternativa è quella della distruzione reciproca, come drammaticamente testimoniano le immagini delle rovine, del passato come quelle attuali.

Autore: Luca Sticcotti

La piazza dedicata all’artista Maria Delago

è dal 29 marzo 2010 che, all’incrocio tra Via Weggenstein, Via Vintola e Via Andreas Hofer, esiste la piazzetta Maria Delago. Chi era e cosa fece? Nata l’11 gennaio 1902 a S. Leonardo in Passiria, trasferita a Merano nel 1910, vi frequentò la “Bürgerschule”, scuola femminile privata delle Dame Inglesi. Nel 1920 si diplomò al Liceo pubblico femminile Prosl. Sentendo sempre forte la sua passione di artista, frequentò dal 1924 al 1926 la Scuola d’arte e mestieri del Museo Austriaco per l’arte e l’industria di Vienna: poté così dedicarsi alla professione di ceramista e scultrice, e lo fece a Bolzano, dove si trasferì nella Villa Perathoner, con la madre la sorella Frieda. Rilevata la fornace della ditta Pichl in via Museo, vi allestì un piccolo atelier. Con i suoi lavori si fece conoscere a Bolzano e in altre località dell’Alto Adige, ma ben presto anche all’estero. Nel 1931, lavorando in una fabbrica di ceramica a Maastricht, allestì figure di profeti e altri plastici, e una Via Crucis in ceramica per la chiesa conventuale di Schiedam presso Rotterdam. Con un altro lavoro a rilievo, del 1933, raffigurante Gesù che cammina sulle acque, abbellì la Villa Scherin a Schwabing presso Monaco di Baviera, città dove Maria Delago frequentò per due semestri l’Accademia di Arti Figurative. Morta la madre nel 1945, Maria Delago considerò come sua famiglia il “Südtiroler Künstlerbund”, istituito anche grazie al suo aiuto nel 1947, e con cui collaborò fruttuosamente. Nel dopoguerra installò una fornace moderna in uno spazioso atelier nella Heinrichstrasse; fu ammirata in patria e all’estero per le ciotole, i vasi, le statuine e le acqueforti, creò plastici in ceramica e bronzo anche per chiese e cappelle, scuole e case private. Nel 1964 le fu conferito il Premio Walther von der Vogelweide. Per il suo lavoro viaggiò molto; fu il 10 febbraio 1979 che, dopo visite in Pusteria e a Bressanone, nel viaggio di ritorno si ferì mortalmente nello scontro con un’altra macchina. Fu sepolta nel cimitero di Oltrisarco.

Autore: Leone Sticcotti

Albert “Knox” Mair: rock indipendente dalla Val Passiria

All’anagrafe si chiama Albert Mair, ma fin dai tempi della scuola superiore lo hanno chiamato Knox e dopo un paio di dischi classificati come dark-folk alla testa degli Undertaker’s Mom (azzeccatissimo nome considerando il genere musicale e gli argomenti trattati nei testi), visto che tutti lo conoscono così, ora ha deciso di debuttare come solista proprio usando quel nom de plume che gli è rimasto appiccicato addosso per tanti anni.

The Head, The Heart & The Fear è il titolo del disco, uscito nei primi giorni dell’anno ed è una buona prova all’insegna di un indie rock che paga dazio alla musica americana riletta però attraverso un sound molto moderno e coeso.
“Dopo aver terminato il secondo disco con gli Undertaker’s Mon – ci spiega Knox –, si è reso necessario prendere una pausa, il nostro fisarmonicista non era più interessato alla nostra musica, la cantante nel frattempo è diventata mamma e quindi il tempo a disposizione per la musica non era più quello di prima. Anche il bassista ha un bimbo, così è successo che il gruppo si è fermato. Io però avevo tanti brani e non volevo lasciarli nel cassetto”.
Ascoltando il disco risultano evidenti le influenze musicali del nostro, si va dal rock più tipico (con tanto di assoli in stile David Gilmour) ad atmosfere più minimali, a brani strumentali d’impronta country/bluegrass, quello che fa la differenza è la grande coesione sonora, segno della maturità artistica dell’autore, che dimostra di avere le idee ben chiare su come devono suonare le sue canzoni, tutte caratterizzate da testi introspettivi non propriamente d’argomento solare.
“Sì – ci dice –, spesso mi ritrovo a riflettere sulle cose che mi succedono, come credo avvenga a tutti, bisogna spesso fare i conti con argomenti come la morte e la separazione, intesa un po’ in tutti i sensi. Per quanto riguarda le influenze, fin da piccolo mi è piaciuta un sacco la musica americana, ma ho ascoltato anche Pink Floyd e Led Zeppelin, e tra i miei preferiti ci sono anche i Porcupine Tree e credo che un po’ di tutto questo sia andato a finire nella musica che faccio. La chitarra acustica è lo strumento che mi piace di più ma suono anche il basso, il banjo, il mandolino. Mi pace anche l’elettrica, ma con l’acustica sono maggiormente a mio agio. È la mia dimensione. Se ho tempo, fin dalla mattina, quando mi alzo, mi dedico un po’ alla chitarra, prima di colazione, quando tutto è calmo: così la giornata non può che cominciare nel migliore dei modi.”

Il disco è stato registrato nello studio in collina di Markus McMayr, che oltre a suonare la batteria ne è il produttore insieme a Knox stesso. La collaborazione e la stima reciproca tra i due musicisti è di lunga data: Knox ha registrato da McMayr anche i dischi degli Undertaker’s Mom: “Con Markus c’è una bella intesa, mi trovo bene da lui e lui riesce a capire alla perfezione come i brani suonano nella mia testa e quindi come farli suonare anche fuori. Sono rimasto con lui anche per il missaggio e il mastering. È stato lui a suggerirmi di coinvolgere nelle registrazioni Valerio De Paola, in un primo tempo solo come bassista, perché secondo lui se ci fosse stato qualcun altro io avrei potuto concentrarmi maggiormente sulle chitarre. Poi però Valerio ha avuto qualche buona idea da apportare al progetto, così oltre al basso ha suonato qualche tastiera e ha pure aggiunto delle chitarre. L’idea di chiamarlo è stata ottima, una gran scelta di Markus.”
Nel disco c’è anche la voce di Barbara Ladurner, la cantante degli Undertaker’s Mom, che duetta e costruisce ottimi cori alle spalle della voce di Knox, per un brano però il cantante ha voluto come ospite un amico, Paul B Movie (un altro nom de plume) della band meranese Bad bastrads, in cui Knox stesso ha suonato per un anno come mandolinista.
“Quando ho scritto questo brano, My Imaginary Dog – conclude Knox –, sapevo già che avrei voluto la voce di Paul. Ora spero di poter fare un po’ di promozione e già qualcosa si sta muovendo per fare dei concerti in estate. Il disco comunque è disponibile sulle classiche piattaforme in formato download digitale, mentre in forma fisica è distribuito dalla Three Saints Records di Herbert Pixner”.

Autore: Paolo Crazy Carnevale

Friends?

Dopo le ultime avvincenti vicende politiche locali, gli amanti delle serie tv saranno entusiasti nel sapere che è stata annunciata “Friends?”, una nuova sitcom ambientata a palazzo Widmann. Come nella vecchia “Friends” i sei personaggi principali verranno investiti da un incredibile ciclone di eventi tragicomici, infarciti di incomprensioni, equivoci ad alta temperatura sentimentale, accompagnati da un ricco assortimento di situazioni imbarazzanti, battute fulminanti e sensazionali espressioni facciali.

Autore: Roberto Tubaro

Baci di dama

INGREDIENTI

25/30 Baci
90 g olio di semi di girasole
50 g latte vegetale
70 g zucchero di cocco
200 g farina 00
100 g farina di nocciole
1 cucchiaino di lievito per dolci
1 punta di vaniglia
Ripieno
Cioccolato fondente da sciogliere

PREPARAZIONE

In una ciotola con le fruste sciogliete lo zucchero nel latte insieme all’olio.
Aggiungere la farina di nocciole (basta prendere 100 g di nocciole e frullarle molto finemente ed otterrete una farina un po’ oleosa) e la vaniglia; continuate con le fruste finché non è tutto amalgamato.
Aggiungete la farina e il lievito fino a creare un panetto lucido e omogeneo.
Create delle piccole palline un po’ schiacciate e ponetele su una teglia ben distanziate.
Le palline devono essere pari, circa 50/60 palline.
Ora mettetele in forno statico a 180 gradi per 20 minuti.
Quando li sfornerete, i baci saranno ancora morbidi, ma appena si saranno raffreddati diventeranno sodi e saranno pronti per essere farciti.
Spezzettate il cioccolato fondente e mettetelo in una ciotola.
Fate scaldare un pentolino con acqua e, quando bollirà, metteteci sopra la ciotola con il cioccolato. Mescolate delicatamente. Ricordate che la ciotola non deve mai toccare l’acqua bollente, ma solo essere vicina e scaldarsi con il calore.
Ora prendete ogni pallina cotta, immergetela leggermente nel cioccolato e unitela con un’altra. Il gioco è fatto!

Una radio e sette galline

La storia, si sa, non è fatta di soli eroi (positivi o negativi) e di eventi memorabili. Spesso sono i personaggi minori e la grigia quotidianità a restituirci il quadro migliore di un’epoca. Sfogliando le pagine del quotidiano fascista in lingua tedesca “Alpenzeitung”, pubblicato dal 1926 al 1943, si trovano, accanto alle consuete celebrazioni dei successi del regime, molti articoletti concernenti vicende marginali e, per quanto riguarda Laives, un sorprendente numero di corrispondenze riguardanti piccoli episodi di cronaca nera: furtarelli, truffe, incidenti stradali, accoltellamenti e risse nei locali pubblici.
Il 18 marzo 1927 appare una breve notizia edificante: “Inaugurati i corsi d’italiano per adulti”. Apprendiamo che ben trentadue “Dopolavoristen” locali apprenderanno – volontariamente, immaginiamo – i rudimenti della lingua italiana grazie agli insegnamenti impartiti dal maestro Tommasini e da una certa signorina Anesi. Non solo: sempre in ambito scolastico, il commissario prefettizio avvocato Gueli è lieto di annunciare che “alla scuola della remota frazione di Costa” (Seit) è stato donato un apparecchio radio che “sarà di grande ausilio nell’attività didattica della maestra signorina Giovanna Chiesa e permetterà anche agli adulti (sempre di Seit) di sapere cosa accade nel mondo. Questa notizia è stata accolta con grande entusiasmo da tutti gli amanti del progresso e dell’arte”. Non poteva che essere così.
Significativa anche la notizia pubblicata il 26 febbraio 1928 sotto il titolo “Hennendiebstahl”, furto di galline. Evidentemente, all’epoca le galline rivestivano un ruolo importante nell’immaginario collettivo e, a quanto pare, anche nel menu dei Laivesotti. Si può dire che il furto di galline fosse quasi un classico, da queste parti. Tale ing. Luis Ebner era fiero proprietario di un numero imprecisato di galline. La notte del 25 febbraio, un ignoto ladruncolo irruppe nel suo pollaio per sottrargli, in un colpo solo, ben sette galline e due galli. Né le prime né i secondi lanciarono i tipici segnali d’allarme. Il danno del furto, secondo le prime stime, ammontava a 135 Lire.
L’ingegnere denunciò seduta stante il furto ai reali carabinieri che inviarono sul posto il maresciallo Berardi e un appuntato. Dopo accurata indagine, gli stessi accertarono che l’ingresso del pollaio era stato forzato “da mano ignota”. I sospetti caddero su tale Roberto Hofer, “recidivo”, domiciliato nelle vicinanze del luogo del misfatto. Lo stesso si era però dato alla latitanza e i carabinieri dovettero rinunciare alla rituale perquisizione domiciliare. In seguito, i due carabinieri si recarono presso la locanda “Grappolo d’Uva”. Per sorprendere i gestori con le mani nel sacco, decisero di entrare non dall’ingresso principale ma da quello secondario. Scelta oculata, giacché in cucina individuarono tale Giulietta Chizzola, cuoca, nel mentre arrostiva una gallina appena spennata. La malcapitata spergiurò di essere la legittima proprietaria del volatile che stava cucinando “per due finanzieri”. Dopo un serrato interrogatorio, ammise che era stato proprio il Hofer a cederglielo. A questo punto, il maresciallo, incurante delle aspettative culinarie dei due finanzieri, sequestrò il corpo del reato e, ancora fumante, lo riconsegnò al legittimo proprietario ing. Ebner.
Delle altre sei galline e dei due galli si era invece persa ogni traccia.

Autore: Reinhard Christanell

I tanti volti dell’ospitalità

Nell’ottica dell’ospitalità, in questi giorni la provincia di Bolzano si sta proprio reinventando. Mentre per ovvi motivi viene posta una pietra tombale sul turismo russo, seguendo un quanto mai necessario riflesso condizionato l’intero territorio altoatesino (finalmente) si sta mobilitando per accogliere rifugiati, ovvero le migliaia di donne e bambini in fuga dalla guerra in Ucraina.
Ma in questo panorama forte è anche risuonato in questi giorni un grido d’allarme dell’università prima e dell’associazione degli studenti sudtirolesi poi. Il primo a prendere la parola è stato il direttore organizzativo dell’ateneo Günther Mathà, affermando senza mezzi termini che ”Bolzano può scordarsi di diventare una vera città universitaria finché la nota carenza di alloggi non sarà affrontata in modo sistematico e strutturale.” A lui hanno fatto eco i giovani vertici di SH ASUS che parlano di un vero e proprio “fallimento del mercato immobiliare altoatesino”. I numeri parlano chiaro: il 30% degli studenti che accedono all’università (i migliori) sono costretti a rinunciare perché non riescono a trovare un alloggio nella nostra “provincia modello”. è un chiaro caso di “cervelli in fuga”. Ma non solo: in questo modo il nostro territorio, con tutte le sue aspirazioni in termini di innovazione e crescita economica, dimostra di non essere in grado nemmeno di accogliere cervelli da fuori, in grado di divenire preziosissime risorse per le aziende locali che guardano al mercato europeo e internazionale. L’appello di università e studenti dunque si aggiunge alle sollecitazioni delle imprese altoatesine che da anni chiedono alle amministrazioni locali (Provincia e Comuni) di intervenire con coraggio per trovare soluzioni, prima che l’Università non sia costretta a gettare la spugna.
Il dibattito svoltosi recentemente in Consiglio provinciale in merito a possibili interventi per “sbloccare” le migliaia di alloggi sfitti non è stato certo incoraggiante in questo senso. Ma a questo punto dovrebbero anche essere i cittadini in prima persona, proprietari di alloggi sfitti, a sentirsi primi interlocutori rispetto alla richiesta d’aiuto da parte di studenti e università.
E’ chiedere troppo?

Autore: Luca Sticcotti

Big data: “quattro V” e un esempio di oggi

Interrompiamo la serie di articoli sulla didattica a distanza per riflettere su alcuni temi centrali di grande attualità, soprattutto in considerazione degli eventi drammatici di questi giorni.
Nella nostra rubrica abbiamo sempre, implicitamente o esplicitamente, parlato dei dati come condizione necessaria e motore per la realizzazione di servizi nella città digitale. Parlare di dati evoca immediatamente aggettivi e connotazioni legate all’enorme quantità degli stessi, e alle corrispondenti difficoltà tecniche e umane per immagazzinarli, processarli, comprenderli. Immagino tutti voi abbiate sentito, almeno una volta nella vostra vita, il termine “big data”, a enfatizzare appunto l’enorme “volume” dei dati con cui abbiamo a che fare quotidianamente.
È importante ricordare che il “volume” rappresenta solo una delle cosiddette “quattro V” dei big data. Scopriamo le altre tre.
Innanzitutto, c’è la “velocità”: enormi quantità di nuovi dati vengono prodotte in ogni minuto della nostra vita. Secondo l’infografica “Data Never Sleeps 9.0” di Domo, facilmente reperibile sul web, in un minuto accadono fenomeni come 167 milioni di video visti su TikTok, 6 milioni di acquisti online, 856 minuti di incontri contemporanei su Zoom, 452000 ore di film e serie visualizzati su Netflix.
C’è poi la “varietà”: abbiamo dati rappresentati in forma strutturata (come tabelle e record nei database), semi-strutturata (come report e grafici), o non strutturata (come immagini, video, registrazioni vocali, testo libero).
C’è infine la “veridicità”: spesso non sappiamo se i dati che raccogliamo sulla realtà rappresentano davvero una descrizione accurata e fedele della realtà stessa. Pensate ai ben noti fenomeni delle fake news o di immagini e video artefatti, ma anche al fatto che spesso i dati non raccontano fatti, bensì opinioni.
Queste “quattro V” si ritrovano in tutta la loro problematicità nei dati, drammatici, che costantemente ci arrivano dalla guerra in Ucraina: tantissimi dati, in continua evoluzione, di vario tipo, e spesso difficilmente verificabili. Un esempio, diretto e forte, in questo senso è reperibile al sito https://maphub.net/Cen4infoRes/russian-ukraine-monitor, che mostra sulla mappa dell’Ucraina e dintorni una varietà di dati pescati automaticamente dai social network, sfruttando il fatto che foto, video, e testi vengono sempre implicitamente associati al “dove” e “quando”, registrando la località e il momento in cui sono stati caricati. Un esempio che mostra in fondo una “quinta V”: il “valore” implicitamente presente in questi dati, e la difficoltà e responsabilità che dobbiamo mettere in campo per poter effettivamente trasformare i dati in valore.

Autore: Marco Montali

Il virus ci ha mostrato la nostra indole violenta

La guerra è lontana da noi, ma la violenza che fa esplodere i conflitti, anche i più irrazionali, è molto vicina. L’odio che produce violenza e si nutre di essa è nascosto nelle pieghe del nostro modo di comunicare e di relazionarci. La pandemia con i suoi effetti sulla psiche ha dato libero sfogo all’odiatore che si cela in ciascuno di noi.

Il virus, di cui la settimana scorsa abbiamo ricordato le vittime, non ha prodotto solo conseguenze sul fisico ma, come si è visto già all’epoca del primo lockdown, anche nell’anima delle persone. Non si tratta solo della reclusione forzata della primavera del 2020, delle quarantene, delle mascherine che rallentano il respiro. Non è nemmeno solo la conflittualità indotta dal dissenso (di pochi, tutto sommato) nei confronti delle regole e dell’obbligo vaccinale.
Il virus ha intaccato l’anima di diverse persone. Non sappiamo come e perché. Forse avevano una particolare predisposizione. Oppure stavano nascondendo la loro vera indole. Ma vediamo tutti i giorni comportamenti che non si spiegano. Persone apparentemente equilibrate e per bene che perdono il senso della misura e si lasciano andare ad atti inconsulti. Spesso violenti.
Una violenza che a volte si riversa sulla rete, dove l’odio è quanto mai di casa. Qualche giorno fa è stata presentata una campagna contro l’odio in rete dal titolo “://Digitale è reale/”. A promuoverla le istituzioni provinciali e le organizzazioni della società civile. Da giorni alle pensiline dei bus e sui media locali si vedono visi di persone coperti per metà da un’emoticon con la stessa espressione del loro volto. Un modo, è stato spiegato, “per suggerire che dietro il mondo digitale ci sono persone e sentimenti reali”.
Secondo la ricercatrice universitaria Alexandra Cosima Budabin “occorre identificare i contesti d’odio, analizzare come esso si manifesta e studiare come sia possibile interrompere queste spirali, oltre a collaborare per costruire un fronte comune contro l’odio e creare luoghi sicuri anche in rete”.
In tutto forse può essere utile la convinzione che il bene, nel virtuale e nel reale, è più forte del male, anche se spesso si vede meno e fa meno rumore.