Dai retici alla Claudia Augusta

A partire dal XIX secolo, Laives si sviluppò quasi spontaneamente come uno Straßendorf (villaggio-strada), una struttura urbanistica in cui le case sorgono lungo una strada intercomunale tagliata da poche vie perpendicolari alla stessa. Prima di allora, ossia dell’anno 1831, quando fu spostata la vecchia carrozzabile postale e realizzato il rettilineo (stradon) che dal centro del paese conduce all’incrocio di via Vadena, la situazione era assai diversa. All’altezza dell’albergo Casagrande, la vecchia statale del Brennero scendeva lungo via Damiano Chiesa fino al cuore del vecchio paese, poi, in prossimità dell’Eckhaus, svoltava in via Marconi per sbucare sull’attuale S.S.12 in prossimità del ponte sul Rio Vallarsa a sud delle caserme Guella.
Interessante anche il percorso inverso: uscita da Laives alle Caneve, la strada proseguiva sotto la montagna fino a Sissa (Pineta), quindi da maso Renner procedeva, sempre ai piedi della montagna, fino alla chiesa di S. Giacomo. Presso la cosiddetta “Dinzlleiten” (in località Costa), si possono ancora riconoscere le rovine di un’antica torre di guardia. Da S. Giacomo saliva verso Castel Flavon e il Virgolo per poi scendere a Bolzano all’imbocco della Val d’Isarco nei pressi di Campiglio.
Questi furono certamente i percorsi seguiti dagli antichi abitanti del luogo, i Reti, che nei loro spostamenti evitavano il paludoso fondovalle spesso allagato dalle acque di Adige e Isarco. I Romani avevano tutt’altre esigenze e dovevano consentire il transito non solo a commercianti e pellegrini ma soprattutto ai loro eserciti diretti in Germania. Essi coltivavano un’autentica avversione per le salite e tracciavano le strade seguendo la linea più breve e piana tra due punti.
Il principale motivo di disaccordo tra Romani e Reti, che peraltro intrattenevano buoni rapporti commerciali e culturali da decenni, fu proprio la realizzazione della famosa via Claudia Augusta. L’imperatore Augusto voleva espandersi in terra d’Oltralpe e perciò aveva bisogno di collegamenti rapidi e, soprattutto, sicuri. I Reti si erano resi protagonisti di continue scorribande e assalti ai passanti e inoltre non tolleravano la presenza di una strada militare romana in mezzo ai loro villaggi. Quindi nella famosa campagna militare dell’anno 15 a.C. Augusto incaricò Druso e Tiberio di “ripulire” definitivamente il territorio alpino da queste tribù indigene.
Dopodiché si procedette, con ogni probabilità, alla realizzazione di due strade: una diretta in Venosta, l’altra al Brennero. La prima, da Ora raggiungeva Caldaro, Appiano e poi il Burgraviato. La seconda, da Castelfeder scendeva verso l’Adige e poi raggiungeva Bronzolo e Laives costeggiando la montagna. Più o meno il percorso rimasto poi invariato fino agli anni ’60 del secolo scorso. Va comunque detto che la frequentatissima via Claudia Augusta, che dal Veneto conduceva ad Augsburg, fu risistemata definitivamente dall’imperatore Settimio Severo nel 220 d.C.: costui eliminò anche la salita che da S. Giacomo portava al Virgolo e tracciò la strada verso il Brennero completamente nel fondovalle.

Autore: Reinhard Christanell

Geremia Bonomelli

Nel passaggio tra via Renon e piazza Magnago si nota un monumento: è il busto del vescovo Geremia Bonomelli; poggia su una base in pietra con l’iscrizione “ JEREMIA BONOMELLI EPISCOPUS”, con la frase in latino: “ADEST MONET AD BONUM URGET”.
Chi era e cosa fece?
Geremia Bonomelli era nato da famiglia contadina il 22 settembre 1831 a Nigolino (Brescia). Dopo il liceo a Rovere nel 1851 entrò nel seminario di Brescia. Ordinato sacerdote nel 1855, dopo studi di teologia alla Pontificia Università Gregoriana di Roma, dal 1858 al 1870 insegnò teologia nel seminario di Brescia; fu anche parroco a Lovere.
Il 26 novembre 1871 fu consacrato vescovo di Cremona. Nel giro di qualche anno si convinse sempre più che nella Chiesa fosse necessario, dinanzi all’evolversi della società, un profondo rinnovamento.
Il suo pensiero fu tra l’altro contenuto in un saggio, pubblicato anonimo il 1° marzo 1889 nella Rassegna nazionale di Firenze, dal titolo “Roma e l’Italia e la realtà delle cose. Pensieri di un prelato italiano”.
Non mancarono le reazioni a tali posizioni, tra esse quelle del papa Leone XIII; il 21 aprile 1889 nella cattedrale di Cremona il vescovo ammise di essere l’autore del saggio, facendo atto di sottomissione al papa.
Numerosi furono gli scritti, come le Lettere pastorali, del vescovo Bonomelli; ebbe un certo clamore la Lettera del 10 febbraio 1906, dal titolo “La Chiesa e i tempi nuovi”.
Il vescovo Bonomelli si occupò molto anche dei problemi dell’emigrazione; è del 1896 la Lettera pastorale “L’Emigrazione”.
Nel maggio 1900 fondò l’Opera di assistenza per gli italiani emigrati in Europa, nota come “Opera Bonomelli”; l’intento era di fornire agli emigrati italiani un’assistenza materiale e religiosa.
Mons. Geremia Bonomelli morì a Nigoline il 3 agosto 1914.
La salma fu traslata il 5 ottobre 1920 dal cimitero di Cremona nella cattedrale; il sarcofago fu posto accanto all’altare maggiore.

Autore: Leone Sticcotti

Isole Minori: un arcipelago sul pentagramma

Si intitola “Attorno a noi” il nuovo lavoro del gruppo musicale bolzanino, formato da Rino Cavalli, Andrea Palaia, Stefano Petrungaro e Nick Petricci.

Sono sulla breccia da una ventina d’anni queste Isole Minori, formazione che ruota attorno ai musicisti bolzanini Rino Cavalli (batteria), Andrea Palaia (basso) e Stefano Petrungaro (voce, slide e armonica), arricchita da qualche anno dall’entrata nel gruppo del polistrumentista trentino Nick Petricci. In origine si trattava di un ensemble con voci cantanti, recitanti, cori, nonché svariati strumentisti, sempre basato sulle canzoni scritte da Petrungaro ma poi elaborate di concerto dai soci musicali.
Dopo un indispensabile demo circolato – ahimè – solo tra gli amici ma realizzato con amore e professionalità all’inizio della loro storia, le Isole Minori hanno dato alle stampe un primo dischetto ufficiale una decina di anni fa, con quattro brani di studio e due dal vivo, con la line-up ridotta a trio ma con l’aiuto di qualche amico.
In questi giorni è disponibile sia in formato solido che sulle piattaforme musicali il nuovo lavoro significativamente intitolato Attorno a noi con il trio divenuto quartetto a tutti gli effetti.
“Facciamo un disco a decennio – ci scherza su Rino Cavalli – come Donald Fagen…”, poi è Stefano Petrungaro a prendere la parola: “Le prime mosse di questo nuovo lavoro sono cominciate appena prima del lockdown del 2020, eravamo molto carichi per il fatto che ora con l’ingresso di Nick il gruppo aveva trovato il suo equilibrio; ma abbiamo dovuto fare subito i conti con il periodo difficile che si andava prospettando, il non potersi vedere di persona per mesi, lo stare in casa, poi appena si è potuto abbiamo cominciato a registrare, magari senza trovarci tutti in contemporanea. Alla fine la pandemia l’abbiamo sfruttata a nostro vantaggio, riflettendo, lavorando a lungo sui brani, aggiustando il tiro senza avere l’urgenza di dover terminare in un momento preciso”.
I brani che compongono il disco sono stati registrati interamente nello studio del batterista che ci spiega come lui e gli altri intervengano sulle composizioni che Petrungaro sottopone alla loro attenzione: “Proprio l’altro giorno mi è capitato di ascoltare il primo provino che avevamo fatto per il brano Per sempre, che all’inizio aveva la struttura di un tango classico, nel corso delle prove e delle registrazioni ha assunto un colore completamente diverso, in realtà è comunque sempre un lavoro di gruppo perché oltre ad Andrea, Nick e me”. Non è un caso che nelle note di copertina del nuovo disco ci sia scritto arrangiamenti Isole Minori e proprio riguardo al nome del gruppo è interessante sentire le varie interpretazioni dei componenti: “Personalmente – ci racconta Nick Petricci – al nome dò un significato diverso, anche a seconda della giornata, guardando la copertina del disco realizzata da Giulia Palaia, mi viene da pensare che siamo come quattro piccoli isolotti che viaggiano in modo libero in uno spazio. Quattro musicisti che vagano in un ampio spazio musicale”.

Rino Cavalli non va a parare troppo distante da quanto affermato da Nick quando ci dice che vede il gruppo come un piccolo arcipelago formato da musicisti/isole con esperienze diverse, con idee che possono essere un po’ in comune e un po’ no, in mezzo ad un mare dove ognuno agisce in libertà senza mai dimenticarsi completamente dall’altro. “Siamo isolette poco lontane dal continente – chiosa Petrungaro –, con caratteristiche diverse da quelle delle cosiddette isole maggiori, stiamo in disparte, guardiamo quel che accade e quando si presenta la necessità di comunicare tra noi lo facciamo con la musica. Un isolotto minore è anche un luogo poco frequentato, ideale per ritirarsi e per riflettere”.
Il fatto che con l’arrivo del nuovo componente le Isole Minori abbiano sfoltito il parterre di ospiti la dice poi lunga sul fatto che ora abbiano finalmente terminato un lungo percorso alla ricerca della propria cifra; il disco vede infatti la sola presenza del già citato Mattuzzi (di fatto il quinto uomo) alle tastiere (e al mastering), alla voce di Roberta Manzini che duetta con Petrungaro e alla viola da gamba di Giuliano Eccher in Prima di andare.Venendo al disco, come abbiamo detto è disponibile sia fisicamente che in formato digitale su svariate piattaforme attraverso distrokid.com, sono sei i brani che lo compongono, tutti all’insegna di una connotazione sonora molto personale e senza tempo, attuale ma non collocabile in un periodo preciso, con testi che attraversano soprattutto la sfera personale, senza essere necessariamente autobiografici. “Quando sono tornato in Alto Adige – conclude il cantante – è stata chiara la volontà di proseguire, è sopraggiunto Nick e con mio grande stupore abbiamo ripreso a suonare come se non avessimo mai smesso, anzi come se nel frattempo avessimo continuato a fare prove insieme e quindi suonando di colpo meglio di prima”.

Autore: Paolo Crazy Carnevale

Tra arte e alpinismo, grazie a due volumi

In questa puntata delle nostra rubrica vi segnaliamo due recenti libri di argomento molto diverso. Il primo è dedicato a due edifici che a Bolzano rappresentano in qualche modo altrettanti luoghi “estremi”. Il secondo invece tratteggia la lunga vicenda umana di un vero e proprio mito dell’alpinismo mondiale. La lettura consente di viaggiare nel tempo e osservare l’oggi, con molteplici sguardi.

Prison Museum
Scrittore: Nicolò Degiorgis

Nicolò Degiorgis è un giovane e pluripremiato fotografo bolzanino, che ha fondato una piccola casa editrice presso il maso Rohrof, in via Cadorna a Bolzano. Tra gli ultimi libri pubblicati c’è “Prison Museum”: un dialogo per sole immagini tra due luoghi che più lontani non potrebbero essere, il carcere di Bolzano e Museion. Tutti e due si trovano su via Dante, e questo lo sappiamo, ma quello che l’occhio di Degiorgis fa emergere sono le incredibili somiglianze tra i due edifici: dagli spazi, corridoi, scale, armadietti, cassetta delle lettere e persino dai gabinetti emana un senso di inquietante parentela. Eppure a far “venire i brividi” non è il carcere, che, seppur fatiscente e sgaruppato conserva il colore e il calore della presenza dei detenuti, ma il museo, con il suo freddo minimalismo di spazi bianchi e grigi. Un affascinante parallelo, che comunque non fa dimenticare l’inaccettabile situazione del carcere bolzanino.
Nicolò Degiorgis, Prison Museum, 2021, Rorhof
www.rorhof.it

Autrice: Caterina Longo

Verso il cielo
Scrittrice: Heather Christle

Biografia del grande scalatore nato a Vipiteno ma cresciuto a Bolzano, Erich Abram già a 16 anni era in grado si scalare pareti di sesto grado. Dopo la difficile esperienza della guerra, a partire dalla fine degli anni ‘40 fu uno degli esponenti di spicco dell’alpinismo alpino, aprendo numerose nuove vie nelle Dolomiti. La sua fama però è dovuta in particolare alla partecipazione con la spedizione italiana sul K2, che per la prima volta consentì di scalare la seconda vetta più alta del mondo. Nello specifico durante quella spedizione, insieme a Walter Bonatti e allo sherpa Amir Mahdi, Abram trasportò le bombole di ossigeno che servirono a Compagnoni e Lacedelli per raggiungere la vetta. Successivamente Abram prese il brevetto di pilota d’aereo ed elicottero, compiendo numerosi salvataggi in montagna. è morto nel 2017 a 94 anni di età.
Carla Abram / Christian Ladurner, Verso il cielo, Athesia Tappeiner

Cose da ricchi

Se già prima era una cosa da pochi il fare rifornimento serviti da un benzinaio (il lavaggio vetri incluso è ormai solo un ricordo), oggi, quando ormai è più economico farsi un bel piatto di tagliolini al tartufo bianco, sorseggiando champagne al golf club, solo i veri ricchi sono in grado di pronunciare le tre care parole “IL PIENO, GRAZIE”. Ai comuni mortali non resta altro da fare se non l’andare avanti a 20€ alla volta, nella speranza di auto-convincersi veramente di spendere sempre uguale.

Autore: Roberto Tubaro

Crostata alle fragole

INGREDIENTI

Pasta frolla
250 g farina 00
125 g burro freddo di frigo
100 g zucchero a velo
60 g uova (1 medio)
Scorza di un limone non trattato
700 g di crema pasticcera:
6 tuorli
45 g amido di mais (maizena)
140 g zucchero
400 ml latte intero fresco
100 ml panna fresca liquida
1 baccello di vaniglia
Sciroppo
100 g zucchero
100 ml acqua
Succo di mezzo limone
Per decorare
600 g fragole

PREPARAZIONE

1. Realizzate come prima cosa la pasta frolla. Versate la farina in un mixer, aggiungete il burro freddo ridotto a pezzetti e azionate le lame a più riprese fino ad ottenere un composto sabbioso. 

2. Aggiungete lo zucchero a velo, l’uovo leggermente sbattuto e la scorza grattugiata di un limone. Azionate nuovamente il robot per pochi istanti, stavolta abbassando la velocità così le lame misceleranno l’impasto senza frullare.

3. Non appena il composto si sarà amalgamato trasferitelo sulla spianatoia. Compattate velocemente con le mani e avvolgetelo nella pellicola trasparente e lasciatela riposare in frigorifero per almeno 30 minuti e nel frattempo preparate la crema pasticcera. 

4. In un tegame versate il latte, la panna e il baccello di vaniglia svuotato dai semini interni. I semi serviranno dopo. Accendete il fuoco e portate a sfiorare il bollore.

5. A parte in una ciotola versate i tuorli, aggiungete i semi del baccello di vaniglia e lo zucchero. Sbattete velocemente con una frusta a mano fino ad ottenere un composto omogeneo.

6. Setacciate direttamente nella ciotola l’amido di mais e mescolate. Ora eliminate il baccello di vaniglia dal tegame con il latte e la panna, prelevate un mestolo di liquido e aggiungetelo al composto di uova e mescolate con una frusta per stemperarlo.

7. A questo punto riversate il composto nel tegame, lasciate addensare a fuoco dolce mescolando continuamente con la frusta. Proseguite la cottura, senza smettere di mescolare, finché la crema non si sarà addensata.

8. Versate la crema in una pirofila e coprite con la pellicola a contatto. Fatela raffreddare prima a temperatura ambiente e poi in frigorifero.

9. Imburrate e infarinate uno stampo da crostata di 28 cm di diametro. Stendete il panetto di pasta frolla fino a formare un disco ampio quanto il diametro della teglia, arrotolatelo sul mattarello e srotolatelo sullo stampo. Eliminate i bordi in eccesso passando il mattarello.

10. Con i rebbi di una forchetta bucherellate l’impasto sul fondo poi procedete con la cottura alla cieca: tagliate un cerchio di carta forno delle stesse dimensioni del fondo della crostata e ponetelo sopra di esso, poi aggiungete i pesetti di ceramica (o dei legumi come i fagioli) e cuocete in forno statico preriscaldato a 180° per circa 20 minuti.

11. Poi sfornatela per togliere i pesetti e la carta da forno e infornate nuovamente per 7 – 8 minuti. Una volta pronta, fatela raffreddare completamente. 

12. Nel frattempo preparate lo sciroppo, versando in un pentolino l’acqua e facendo sciogliere lo zucchero a fuoco dolce. Mescolate e quando inizierà a bollire, aggiungete anche il succo di limone filtrato e lasciate ridurre per qualche istante ancora mentre la fiamma è accesa. Trasferite lo sciroppo in una ciotolina e fatela raffreddare.

13. Poi lavate ed eliminate le foglioline delle fragole, quindi tagliatele a metà per il senso della lunghezza. Ora potete comporre la crostata: sulla base oramai fredda distribuite la crema pasticcera e stendetela uniformemente, in modo da livellarne la superficie.

14. Poi, partendo dai bordi, disponete le fragole tagliate a metà, ponete al centro una fragola intera e con le altre metà realizzate dei centri concentrici. Poi spennellate con lo sciroppo tiepido le fragole e ponete la crostata di fragole fresche a raffreddare nel frigorifero per almeno 3 – 4 ore prima di servirla, in modo che la frolla si ammorbidisca a contatto con la crema e quest’ultima si rassodi.

Un 8 marzo con il volto delle donne ucraine

“Le donne ucraine sono colpite in questi giorni da una violenza inattesa, crudele, assurda”, ha ricordato il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, in occasione dell’8 marzo, Giornata internazionale della donna. Mattarella ha sottolineato che “tante, troppe sono le donne cadute in questo ingiustificabile conflitto”, ricordando che “nelle guerre le donne pagano sempre prezzi altissimi, come donne, come madri, come compagne di vita”. Il presidente Mattarella ha ricordato le donne “vittime dell’insensatezza della guerra, vittime spesso di brutali violenze”, ma di loro ha anche ricordato “la forza nel dolore e la dignità che si sono sempre rivelate energie insostituibili di resistenza, di coesione, di pacificazione, di ricostruzione”.
In queste prime due settimane di guerra anch’io sono stato personalmente colpito dai volti e dalle testimonianze delle donne ucraine, strappate dai loro affetti e costrette alla fuga, a nascondersi, ad imbracciare le armi. In televisione e nelle cronache giornalistiche veicolate dal web, tragicamente penalizzate dalla propaganda, queste donne sono apparse, al contrario degli uomini. Si è trattato di donne tutte e per forza di cose in secondo piano, rispetto ad una guerra proclamata da maschi, gestita da maschi, combattuta da maschi. Tutti noi abbiamo presente il volto del presidente russo, del suo gabinetto di guerra, dei generali, dei negoziatori.
Questo ritorno della guerra in Europa sembra aver riportato le lancette della civiltà indietro di un secolo, o forse più. E seconda vittima, annunciata, di questi giorni è l’ONU, messa in secondo piano da anni e ora definitivamente resa irrilevante. Un misfatto – questo – compiuto ahinoi proprio dagli stessi cinque stati che l’ONU l’avevano costituito, divenendone membri permanenti nel consiglio di sicurezza. Non ci resta che consolarci con la solidarietà che in questi giorni sta prendendo piede nella nostra piccola terra tra i monti. Stringendoci alle donne e ai bambini ucraini che stanno giungendo, per chiederci aiuto.

Autore: Luca Sticcotti

Primavera

Finito febbraio, è terminato un altro inverno meteorologico secco e mite. I dati finali di questa catastrofe climatica sono disponibili presso l’Ufficio Meteorologico della Provincia e sono ben visibili se osserviamo attentamente i versanti esposti a sud della Val Venosta, della Val d’Ultimo, Wipptal e del Burgraviato, zone, queste, sotto l’influenza costante del foehn e avare di precipitazioni durante quasi l’intero arco della stagione invernale, fatta eccezione per quelle dorsali favorevoli agli sfondamenti da NW. Per non parlare dei ghiacciai, gli anfitrioni per eccellenza dell’alta quota, sempre più ridotti all’osso; il livello dei laghi, di Monticolo, ma soprattutto di Caldaro, con le passerelle di legno sorprendentemente sporgenti dal pelo dell’acqua è l’immagine più eloquente di questo periodo; questa grande siccità la si avverte anche nel colore dei boschi di latifoglie e di larici dall’aspetto rosso marziano. Nel mio ultimo giretto, rigorosamente a piedi da casa fino all’imbocco della Val di Nova, in compagnia del fotografo Paolo Tosi dell’AFNI (Associazione Fotografi Naturalisti Italiani) abbiamo notato flebili sentori del risveglio della natura. Tanta polvere sulle scarpe e foglie secche attaccate ovunque; nel tepore dei vigneti assolati per ritrarre gli Occhi della Madonna, simpatici fiorellini blu già bottinati dalle prime api in cerca di polline; nel silenzio del sottobosco, interrotto da correnti impetuose, che dalle Alpi rincorrevano la bassa pressione presente sul Centro Italia (responsabile delle abbondanti nevicate in Abruzzo) non sono mancate esclamazioni del tipo “ahia”, a causa dei ricci dei castagni che pungevano braccia e gambe dopo ogni tentativo di realizzare una fotografia macro completamente sdraiati. Presenti, seppur in misura meno numerosa del solito, gli esemplari di Hepatica nobilis (fegatelle o erba trinità) e qualche sporadico falso bucaneve, i famosi campanellini.
Nei dintorni, più precisamente sulla collina di Tarces, ma in quasi l’intera Val Venosta, come conclusione del carnevale i residenti hanno celebrato lo “Scheibenschlagen”, antichissima tradizione già presente in Assia ed in Austria a partire dal XI secolo. Il rituale del lancio dei dischi ardenti, accompagnato da una preghiera, è una sfida contro l’oscurità per liberarsi dai demoni ed arridersi la fortuna. I dischi di legno realizzati a mano hanno un piccolo foro al centro e vengono infilzati da un lungo ramo; lasciati tra i tizzoni ardenti vengono ripresi e fatti roteare, infine sbattuti contro una pedana per essere liberati nel vuoto. Con il fieno si assembla e tramite dei cavi si issa la Strega, un totem alto una decina di metri a cui, alla fine della cerimonia dei dischi, si darà fuoco per dare il benvenuto alla primavera.

Autore: Donatello Vallotta

Fratelli (quasi) tutti. Accogliere le persone.

La guerra in Ucraina, ai confini dell’Europa, ha impressionato e impressiona molto. È un conflitto relativamente vicino e questo fa paura. Ma c’è anche una grande solidarietà verso chi fugge. In tutto il continente, anche in Italia e in Alto Adige, ci si organizza per accogliere i profughi che stanno varcando le frontiere.

La crisi Ucraina ci mostra un lato bello delle nostre società. Ovunque nascono iniziative per raccogliere fondi e materiali a favore delle popolazioni colpite della guerra. Persone private e istituzioni mettono a disposizione alloggi per famiglie in fuga. L’Unione Europea è disposta a cambiare i regolamenti in tema di migrazioni e Stati che finora avevano eretto muri e reticolati manifestano la disponibilità ad aprire le porte a chi fugge dalla guerra di Putin.
Il lato meno bello sul quale questa crisi ci costringe a riflettere è che, come è stato fatto osservare in questi giorni, sembra che per l’Europa dei diritti umani universalmente riconosciuti esistano uomini di serie A e uomini di serie B. Profughi di serie A e profughi di serie B. Negli anni passati si è potuto verificare più volte, sia a livello globale, che in Europa, che nelle nostre città e paesi, come anche solo un diverso colore della pelle, oppure una diversa appartenenza religiosa abbiano reso a persone, famiglie, lavoratori, profughi difficile e a volte impossibile trovare accoglienza adeguata. Non parliamo di privilegi, ma dello stretto indispensabile.
È forse vero che la vicinanza culturale favorisce la comunicazione e l’integrazione. Però il vero fondamento su cui si costruisce la convivenza tra lingue, culture, popoli non è la comunanza culturale ma la consapevolezza di una comune intangibile dignità. Il riconoscersi, direbbe papa Francesco, “Fratelli tutti”.
È un tema su cui riflettere fra qualche giorno, quando si aprirà la “Settimana d’azione contro il razzismo”, che culminerà il 21 marzo con la “Giornata per l’eliminazione delle discriminazioni razziali”. “Siamo sempre lo straniero di qualcun altro. Imparare a vivere insieme è lottare contro il razzismo” (Tahar Ben Jelloun).
L’accoglienza ai profughi ucraini può essere l’occasione di sperimentare il senso dell’accoglienza alle persone in quanto sorelle e fratelli e a rendere la nostra società più autenticamente solidale.

Autore: Paolo Bill Valente

Il parco dedicato a Peter Rosegger

Tra le mamme e le nonne che portano i bimbi a giocare al Parco Rosegger, in via Marconi, vicino al Ponte Druso, parco che ospita anche il monumento a Salvo D’Acquisto (vd. Qui Bolzano 24.1.2019), qualcuna si chiederà chi era e cosa fece la persona a cui è dedicato il parco.
Diamo qualche notizia.
Peter Rosegger, primo dei sette figli di un povero contadino di montagna, era nato il 31 luglio 1843 in Stiria (Austria). Ben presto Peter dovette badare ai fratelli, con vari lavori in casa e nel campo. Riuscì comunque, grazie al maestro Michel Patterer, a imparare a leggere.
L’adolescente Peter venne mandato dal maestro sarto Ignaz Orthofer; come apprendista sarto non mostrò gran talento, ma gradualmente Peter Rosegger rivelò talento poetico. Tramite persone bendisposte poté frequentare come uditore straordinario l’Accademia del commercio e dell’industria di Graz, mostrando molto interesse per varie materie, acquisendo molte conoscenze. Pur con poche entrate, iniziò ad acquistare libri, specie su storie di paese. Ben presto iniziò lui stesso a scrivere.
Fu nel 1869 che Peter Rosegger iniziò a pubblicare i suoi racconti. Nel 1873 si sposò con Anna Pichler, che nel 1875 morì dopo aver partorito la figlia Anna. Dal secondo matrimonio nel 1879 con Anna Knaur nacquero tre figli. Fu nel 1883 che apparve il romanzo “Der Gottsucher” (Il cercatore di Dio), una delle più importanti opere di Rosegger, che nel 1926 giunse alla 76ma edizione.
Non mancarono riconoscimenti e onorificenze, per le numerose opere, tre raccolte di poesie, undici romanzi, dodici racconti, quattro scritti autobiografici.
A lui si dedicarono musei, scuole, strade, monumenti, persino un asteroide. Va ricordato il deciso pacifismo di Rosegger, che si richiamava a quanto propugnava il filosofo tedesco Immanuel Kant (1724-1804), l’abolizione della guerra come strumento della politica.
Peter Rosegger morì nel paese natale, Krieglach, il 26 giugno 1918.

Autore: Leone Sticcotti