Deception Store: voli pindarici a suon di prog rock

Verso la fine del 2021 ha fatto capolino nei negozi fisici in formato CD e sulle classiche piattaforme digitali in forma liquida, un disco meranese intitolato Pindaric Flights.

Si tratta di una specie di concept album, nella miglior tradizione del progressive rock, che gira attorno a Marco Pantozzi, non uno dei noti musicisti della città in riva Passirio, ma un appassionato di musica che ha avuto il coraggio di fare ascoltare alcune cose che aveva scritto a dei musicisti di razza che hanno deciso di dargli fiducia e lo hanno aiutato a realizzare questo disco.
“Deception Store, l’emporio dell’inganno, – ci spiega Pantozzi – non è nato come gruppo, in principio si trattava piuttosto di un progetto mio per cui i musicisti si sono entusiasmati, il nome deriva dall’ultimo verso di One More Time, uno dei brani portanti del disco, uno dei pericolosi voli pindarici del titolo. Poi il nome del progetto è stato translato alla formazione, dal momento che ci muovevamo in ambito progressive rock, pubblicati da un’etichetta specializzata in quel genere, e una delle caratteristiche del progressive è proprio quella di ruotare attorno a delle band piuttosto che attorno a dei solisti.”
L’emporio dell’inganno che denomina la formazione è la sala giochi, luogo in cui si sviluppa uno dei voli pindarici del titolo, quello legato alla ludopatia, cantato da Pantozzi con il tono drammatico che si addice alla situazione. I voli pindarici trattati nel disco sono un po’ i sogni più disparati dell’uomo, dal voler vivere la vita a modo proprio cantato nel secondo brano, I Do It My Way, al quello di coltivare un amore a distanza cantato in Distant Lover.
“È un lavoro che guarda molto indietro – prosegue Pantozzi –, io ho amato molto la musica degli anni settanta e ottanta; pur non essendo musicista professionista, mi sono dilettato in gioventù con qualche band scolastica e negli ultimi quindici anni mi sono riavvicinato alla musica, dapprima battendo la via delle cover band poi cominciando a pensare a cose mie. È stato Mike Frajria, che in questo disco mi ha aiutato supervisionando l’inglese dei miei testi, a instradarmi nell’uso dei software per realizzare di demo col computer e mi ha dato consigli a livello di composizione.”
A questo punto per Marco Pantozzi è stato evidentemente necessario trovare però dei musicisti veri a cui proporre quello che era riuscito ad abbozzare in proprio, dei musicisti che dessero respiro e forma alle sue canzoni.

“Conoscevo bene Joe Chiericati – ci dice –, così ho provato a fargli ascoltare qualcosa. Mi ha detto che secondo lui c’erano delle cose su cui valeva la pena lavorare, così a quel punto mi ha presentato Stefano Nicli che ha coinvolto nell’arrangiamento dei brani e nella produzione delle registrazioni, che abbiamo effettuato a Merano nello studio di Joe. La sezione ritmica è composta dal bassista Teo Ederle, cugino di Joe, e dal batterista Thomas Ebner, in più in, I Do It My Way e nella sua versione in italiano posta a fine disco, c’è la voce di Roberta Staccuneddu”.
Il risultato è un disco dalle molte sfaccettature e dalle molte influenze. Su tutte è evidente l’amore del leader per i Pink Floyd di Roger Waters, sia per l’idea del concept che per certi approcci vocali e musicali, però ascoltando con attenzione il disco si rivela molto vario e se da un lato Chiericati ci era già noto per escursioni musicali di questa scuola, con le sue tastiere che si muovono tra psichedelica colta e prog rock, è invece una sorpresa scoprire il poliedrico Nicli emulare David Gilmore e Bryan May, apparentemente distanti anni luce da quel blues che è da sempre la sua casa sicura.
“Il disco – conclude Pantozzi – è pubblicato e distribuito dalla Ma.Ra.Cash Records, specializzata in prodotti prog rock. Si tratta di un’etichetta indipendente che ha canali di distribuzione in tutto il mondo: è stata una sorpresa vedere siti russi e giapponesi che parlano del nostro disco, leggere recensioni francesi e americane. Certo non si tratta di un mercato mainstream, ma coloro che lo seguono sono uno zoccolo duro di appassionati che oltretutto sono molto legati al supporto fisico più che alla musica digitale online. Per questo motivo c’è stata anche una certa cura della veste grafica, di cui si è occupato Gigi Cavalli Cocchi, che come musicista è noto per il suo lavoro con Ligabue, ClanDestino e CSI, ma che è anche un grande illustratore. È stato proprio Gigi, tra l’altro, a indirizzarmi alla Ma.RaCash Records, per cui anche lui pubblica anche lui con i Mangala Vallis.”
Il disco è stato presentato dal vivo, naturalmente a Merano, al Teatro Puccini, in occasione dell’uscita, ma, sperando che la situazione si normalizzi un po’, con la bella stagione è probabile che i Deception Store possano prendere parte a qualche festival specializzato promosso proprio dalla loro casa discografica.

Autore: Paolo Crazy Carnevale

Laives nel ventennio fascista

Il “ventennio” trasformò radicalmente il paesino uscito dalla secolare appartenenza all’impero asburgico. In breve tempo la popolazione aumentò di un terzo sfiorando le 5000 unità. In campo economico, la nuova zona industriale divenne il principale polo occupazionale della “grande Bolzano” fascista. Perfino nel settore agricolo il regime volle svolgere un ruolo da protagonista: sempre un po’ sopra le righe come suo costume.
A tal proposito leggiamo sulla “Alpenzeitung” del 16 giugno 1934 un corposo articolo riguardante la bonifica di terreni agricoli a Laives. La “Alpenzeitung” era, detto per inciso, il giornale ufficiale in lingua tedesca delle camice nere e ovviamente celebrava le gloriose imprese della nuova era.
“S.E. Marescalchi a Laives” titolò nella rubrica “Aus Bolzano (sic!) Stadt und Land”. Ancora più esplicito il sottotitolo: “La premiazione di benemeriti agricoltori – Visita alle nuove opere di Bolzano.”
Quella delle “opere” era evidentemente una vera e propria fissazione dei gerarchi. Non si perdeva occasione di celebrarne la realizzazione. Scrive ancora il giornale: “La distribuzione dei premi agli agricoltori che con duro lavoro sono riusciti a bonificare alcune centinaia di ettari di terreno paludoso non è importante solo per i premiati stessi ma per l’intera popolazione di Laives.”
Non dubitiamo di quest’ultima considerazione. Piuttosto, ci chiediamo dove esattamente si trovassero queste “centinaia di ettari” di palude. L’articolista, purtroppo, non ce lo rivela. È comunque evidente che non poteva trattarsi di “centinaia” di ettari di palude dato che tutta la vecchia “Leiferer Au” a suo tempo assegnata al comune di Laives, dal Vurza alla stazione, copriva un’area di circa 100 ettari. A quell’epoca, in cui già il tram attraversava le Part, è noto che lavori di risanamento sono stati eseguiti presso le cosiddette “buse del tram” in zona Galizia e in alcuni terreni adiacenti. Qui c’è stato un riempimento di parecchii metri con fascine e altro materiale per consolidare il terreno. Ma non poteva trattarsi che di alcuni ettari, ai quali sicuramento si aggiunsero altri terreni paludosi sparsi sul territorio. Probabilmente anche dei campi in zona “Costa” sono stati interessati alla bonifica, ma complessivamente la “grande opera” magnificata, se pur meritevole di plauso, doveva riguardare un’area meno estesa di quella annunciata. A meno che l’ettaro fascista non fosse diverso da quello a noi noto.
A fine articolo, dopo aver descritto dettagliatamente le altre visite di S. E. Marescalchi in quel di Bolzano, ci viene fornito l’elenco dei premiati: Hafner Carlo, Zanotti Luigi, Pfeifer Giovanni, Villotti Guido, Prezzi Arturo, Ferrari Alberto, Moser Carlo, Heisl Antonio, Hafner Engilberto, Detassis Maria, Prezzi Giuseppe, Bologna Lino, Visintainer Daniele, Erstbaumer Federico, Hafner Ervino, Salvadore Ambrogio, Gruber Carlo, Frasnelli Angelo, Sartori Davide.

Foto: Archivio Provinciale Bolzano

Autore: Reinhard Christanell

Bignè al pistacchio

PREPARAZIONE

  1. Mescolate tutti gli ingredienti del craquelin con la spatola in una bastardella. Quando il composto è omogeneo stendete la pasta con il mattarello a uno spessore di 2 mm tra 2 fogli di carta forno. Conservate in frigorifero.
  2. Preparate la crema pasticcera: in una bastardella montate i tuorli con lo zucchero e aggiungete la maizena. Mettete il latte nella casseruola, versate metà del latte sul composto di tuorli, zucchero e maizena e lavorate con la frusta. Mettete il composto nalla casseruola e scaldate a fuoco vivace, sempre mescolando energicamente. Quando il composto si addensa, continuate a mescolare. A partire dall’ebollizione calcolate 3 min di cottura per litro di latte. Fermate la cottura e incorporate il burro fuori dal fuoco. A fine cottura aggiungete la pasta di pistacchio. Trasferite il tutto in un recipiente, coprite con la pellicola a contatto e mettete in frigorifero.
  3. Predisponete una teglia rivestita di carta forno. Preparate la pasta per bignè: scaldate il forno a 230 °C. Mettete in una casseruola latte, acqua, sale, zucchero e burro. Portate ad ebollizione facendo sciogliere bene il burro. Quando il composto inizia a montare, togliete la casseruola dal fuoco, versate la farina tutta in una volta e mescolate con la spatola. Questo primo composto si chiama Panade. Quando la panade è omogenea, livellatela sul fondo della casseruola e rimettete sul fuoco senza mescolare. Appena sentirete sfrigolare, muovete la casseruola per osservare il fondo: se si forma una pellicola sottile e uniforme l’impasto è sufficentemente asciutto.
  4. Mettetela in una tasca da pasticcere (bocchetta n. 10) e modellate 20-25 bignè del diametro di 4 cm distanziandoli bene. Dorate con l’uovo.
  5. Estraete il craquelin dal frigo, staccate il primo foglio, girate e togliete anche l’altro. Con un tagliapasta da 3 cm di diametro ricavate dei dischi e disponeteli sui bignè.
  6. Scaldate il forno a 230 °C. Riducete il calore a 170 °C e infornate. Aprite brevemente il forno dopo 20 min. Fate raffreddare i bignè su una gratella.
  7. Emulsionate la crema pasticcera con la frusta per qualche min. Con una bocchetta scanalata, forate la base dei bignè. Riempite di crema una tasca da pasticcere (bocchetta n.6) e farcite i bignè con i due terzi della crema. Il bignè è ben farcito quando si gonfia nella mano. Usate la crema rimasta per decorare la sommità dei bignè con la tasca dotata di una bocchetta scanalata. Terminate con un pistacchio.

INGREDIENTI

Per 20-25 Bignè

Pasta per Bignè
100g di acqua
100g di latte
90g di burro
2g di sale, 2g di zucchero
110g di farina
200g di uova (4 uova)

Doratura
1 uovo sbattuto

Craquelin
35g di burro a pomata
45g di cassonade
45g di farina

Crema pasticcera
1 litro di latte
200g di tuorli
240g di zucchero
100g di maizea
125g di burro
40g di pasta di pistacchio

Decorazione
50g pistacchi interi
non salati

Pützin

Tutto il mondo rimane sempre affascinato dalle vicende legate a Pützin. Vicende che, per fortuna, non dobbiamo più vivere ai giorni d’oggi. Il capo tribù, vissuto 5000 anni fa, decise di inviare centinaia di guerrieri per liberare una valle vicina. L’invasione però non rimase inosservata: il resto delle tribù a loro volta inviarono i loro guerrieri. Dalle pitture rupestri si nota come ci fu un sentimento di incomprensione da parte degli abitanti di quei territori: “ha iniziato quello”, “no ha iniziato l’altro”, “sì, ma quando attaccano i Sützi non dite niente?”, “ma io vorrei andare solo a caccia di cervi”. Vent’anni fa venne trovato il corpo di Pützin sul ghiacciaio del Similaun, colpito da una freccia mentre scappava.

Autore: Roberto Tubaro

I giorni delle gabbie

A quarant’anni dalla battaglia sul censimento etnico in Alto Adige/Südtirol, Maurizio Ferrandi ripercorre la cronaca e i momenti più significativi e drammatici di quelle vicende, ricostruendo una storia che va riletta e riscoperta per capire l’Alto Adige di oggi, le sue specificità e contraddizioni.
All’autore del libro, uscito di recente per le Edizioni alphabeta Verlag, abbiamo rivolto alcune domande per capire meglio qual è l’importanza, oggi, di conservare la memoria di quei giorni.

Cosa avvenne 40 anni fa e perché è importante ricordare?
Più che un dibattito fu uno scontro politico piuttosto forte. Fu il culmine di un processo critico sull’autonomia che ha portato poi successivamente a cambiare le carte in tavola e plasmare la nostra realtà per renderla quella di oggi. 

I cambiamenti intervenuti negli ultimi 40 anni di fatto hanno superato quelle scelte divisive o in qualche modo le hanno confermate?
Tutte e due le cose. L’impianto di attuazione di quell’autonomia nelle sue caratteristiche fondamentali – basti pensare alla proporzionale di cui il censimento etnico è un elemento costitutivo indispensabile – è senz’altro rimasto. Però è cambiato molto il modo con cui questo principio è stato applicato. Le cose che chiedevano gli avversari del censimento e della conta etnica, con gli anni sono state poi concesse. Ma lo schema di fondo di per sé  è rimasto.

Il volume si basa su due pilastri: la consultazione di documenti d’archivio e la testimonianza di  alcuni protagonisti di quella battaglia. Qual è il ricordo che hanno di quei giorni?
Ci sono diverse posizioni. C’è chi ritiene si siano fatti dei passi in avanti e chi invece pensa ancora oggi che il sistema vada contro il diritto delle persone alla propria identità. 

Nel panorama politico altoatesino c’è ancora oggi un partito, I Verdi, erede della sinistra alternativa che all’epoca si battè contro il censimento etnico. Cosa ne resta dell’approccio politico interetnico di allora?
L’interetnicismo è rimasto una posizione costitutiva dei Verdi. Nel ‘78, ai tempi della nascita di Nuova Sinistra Neue Linke, l’aspetto ideologico alternativo e interetnico era l’elemento chiave. Oggi questo elemento si sposa ovviamente con la scelta ambientalista. Nella visione di Alexander Langer le due cose non erano in contraddizione, naturalmente. Erano entrambi approcci alternativi, che comportavano scelte radicali. Oggi gli alternativi sono diventati ambientalisti, ma mantengono naturalmente la loro posizione in una situazione in cui il conflitto etnico è meno marcato. Anche se in Alto Adige anche oggi come sempre ci sono forze politiche che su questo conflitto vivono. 

I libri che lei sta pubblicando man mano sono il risultato di un’operazione culturale. Si tratta di volumi che seguono un solco narrativo, facendo memoria dei dibattiti sulla questione altoatesina e della sua complessità. Possono interessare tutti, naturalmente, ma forse risulterebbero fondamentali soprattutto per i giovani che cercano di capire il perché dell’attuale nostro “sistema”. 
Nella nostra terra abbiamo avuto un forte elemento di conflitto. Se ci guardiamo intorno in questi giorni ci possiamo ben rendere conto di cosa possono provocare i conflitti etnici e religiosi. Noi siamo stati protagonisti e soggetti al tempo stesso di una di queste vicende. Una vicenda che si è risolta in una maniera molto diversa, perché è stata condotta politicamente. Capire perché e capire che cosa, andare indietro e ripercorrere i vari passaggi, è davvero fondamentale, perché ci permette di capire perché siamo al punto in cui siamo. La nostra particolarissima realtà va studiata e capita, e anche criticata naturalmente, perché no. Per i giovani oggi è davvero importante capire come siamo arrivati alla situazione attuale, per poter operare la scelta consapevole di vivere in Alto Adige. Ed evitando magari frustrazioni che possono avere effetti negativi.

INSERZIONE PUBBLICITARIA

Ucraina: un’emergenza che riguarda tutti

I cittadini ucraini residenti in provincia di Bolzano sono quasi duemila e di loro la stragrande maggioranza sono donne, per lo più impiegate nel nostre case nella cura degli anziani. Per loro questi sono giorni di grandissima apprensione. Con gli anni gli immigrati ucraini più fortunati sono riusciti a portare qui gran parte delle loro famiglie, ma la maggior parte di loro sono in ansia per i loro familiari in patria e per quello che potrebbe accadere. Percepiscono come quasi ineluttabile il destino di perdere definitivamente la loro sfida per un’effettiva indipendenza dalla Russia. Una scommessa che dura da trent’anni, ovvero dalla dissoluzione dell’Unione Sovietica. Dal 1991 ad oggi la vita dello stato dell’Ucraina è stata turbolenta e caratterizzata dalla contrapposizione di interessi politici ed economici di ogni genere, in connessione con una situazione politica mai stabilizzata. Nel 2014 l’annessione russa della Crimea e la guerra a bassa soglia del Donbass non sono state altro che le premesse di quanto sta avvenendo in questi giorni. Per l’Europa che sta cercando di uscire da due difficili anni caratterizzati dall’emergenza sanitaria, si tratta di un pericolosissimo passo indietro nella storia. La presunta ineluttabilità di una guerra d’invasione che vede protagonista una delle principali potenze nucleari getta un’ombra che non può lasciare indifferente anche la nostra terra. Basti pensare alle conseguenze che la crescita incontrollata dei prezzi dell’energia sta avendo sulla nostra piccola economia locale. Ma più delle preoccupazioni sulla ripresa ora occorre che tutti noi, nessuno escluso, si sia in grado di riaffermare il fatto che no, nel 2022, non è possibile considerare ineluttabile un conflitto che rischia di causare danni incalcolabili e inaccettabili perdite di vite umane. è ora di esprimere dunque in maniera chiara la nostra vicinanza ai nostri concittadini ucraini e di fare tutto ciò che è possibile per rimettere in moto la diplomazia internazionale con lo scopo di frenare questa pericolosa spirale. Gli strumenti ci sono e vanno utilizzati.
La pace è un bene troppo importante.
Non può essere sacrificata, in nessun modo.

Autore: Luca Sticcotti

I Semenzai

Mese febbrile per i custodi di semi, febbraio. Confinati, sparpagliati in bustine, vasetti, sacchettini o riposti e catalogati ordinatamente per specie e varietà, i semi sono quasi pronti… a toccare terra! Vaschette, piccole serre improvvisate, contenitori alveolari, semenzai riscaldati e apposite strutture con illuminazioni artificiali a led sono gli strumenti pratici per la germinazione. Nelle immediate adiacenze all’interno del nostro appartamento – se non disponiamo di uno spazio all’uopo – è già partita la colonizzazione di porzioni di stanze, davanzali, tavoli, ripiani che diventeranno zone off-limits in cui però ci sarà un angolo di primavera a portata di sguardo. Certo, sì, c’è anche un po’ di disordine tra il profumo di terriccio, la gioia incontenibile nel vedere spuntare i primi cotiledoni ed il brulicare di etichette, bastoncini, cartellini, guanti, post-it, stuzzicadenti, striscioline di carta colorate e scotch, per non dimenticarsi la data di seminagione o quali promemoria nell’aiutarci ad identificarne esattamente la varietà.
Peperoni, peperoncini e melanzane, che fanno parte delle solanacee, sono i primi protagonisti di queste settimane; considerata, infatti, la proverbiale lentezza di crescita i loro semi sono i primi che avranno bisogno delle nostre amorevoli cure. C’è chi li mette in ammollo in un sottile strato d’acqua, avvolti in uno scottex, come il sottoscritto, chi invece preferisce una soluzione più “morbida” come la camomilla, chi invece opta per il cotone imbevuto, altri per un involucro ermetico – ma bucherellato – per un minimo di ricircolo d’aria quale camera di germogliazione. Non ci sono metodi sbagliati, ma ci sono semi e semi, alcuni più pimpanti, altri più sonnolenti, altri ancora inadatti o più semplicemente sterili. Ad ogni buon conto sono loro che decidono quando dischiudersi! Fanno eccezione i semi di piselli e cavoli, che possono essere interrati direttamente nei vasi o in piena terra monitorando le varie fasi di sviluppo.
Fervono i preparativi anche per chi ha la fortuna di godere di un balcone, meglio se esposto a sud est ovvero a sud ovest. Anche i vasi sul balcone posso essere utilizzati come superficie per collocarci i recipienti con i nostri semenzai. L’importante è mantenere umido il primo strato umifero del terriccio in modo costante e prestare particolare attenzione al vento e al sole diretto, che nonostante sia inverno, sono già potenzialmente capaci di seccare in breve tempo le piccole piantine, come del resto il gelo notturno, reo di bruciare queste ultime se non opportunamente riparate o ricoverate in casa durante l’oscurità.

Autore: Donatello Vallotta

Dare testimonianza. Persone disposte a dare se stesse.

Ricorrono in questi giorni gli anniversari della morte di Josef Mayr-Nusser (24 febbraio) e dell’esecuzione dei giovani della Rosa Bianca (22 febbraio). In entrambi i casi persone “come tutti noi” che non si sono piegate di fronte alla violenza di sistemi di potere che in forma manifesta o in modo subdolo annientano l’uomo.

“Se nessuno avrà mai il coraggio di dire loro di no, questo sistema non cambierà mai”. Disse più o meno così Josef Mayr-Nusser a un compagno che gli chiedeva come mai avesse osato rifiutarsi di prestare il giuramento delle SS, cosa che tutti gli altri camerati avrebbero fatto di lì a poco.
Sophie Scholl, poco prima di essere ghgliottinata nel freddo inverno bavarese, pronunciò queste parole: “Come possiamo aspettarci che la giustizia prevalga quando non c’è quasi nessuno disposto a dare se stesso individualmente per una giusta causa? È una giornata di sole così bella, e devo andare, ma che importa la mia morte, se attraverso di noi migliaia di persone sono risvegliate e suscitate all’azione?”
Ci sono persone che sanno quando è il momento di dare testimonianza. Non per se stessi, ma per gli altri. A costo di perdere tutto.
“Intorno a noi c’è il buio”, scriveva Mayr-Nusser nel gennaio del 1938. “Il buio della miscredenza, dell’indifferenza, del disprezzo, forse della persecuzione. In questa situazione dobbiamo dare testimonianza e vincere questo buio con la luce di Cristo, anche se ci attaccano, se non ci ascoltano e se ci ignorano. Dare testimonianza oggi è la nostra unica arma, la più efficace. Abbastanza strano. Non la spada, né la violenza, né denaro, nemmeno l’influenza di capacità intellettuali e del potere spirituale, niente di tutto ciò ci è chiesto come condizione indispensabile ad erigere il regno di Cristo sulla terra. Il Signore ci ha chiesto qualcosa di assai modesto e al tempo stesso di molto più importante: dare testimonianza. Non si tratta, dapprincipio, di essere testimoni attraverso la parola, nemmeno attraverso l’azione. Spesso può essere più opportuno tacere; spesso anche la migliore azione può essere distorta. Ma sempre dobbiamo essere testimoni. Esserlo con semplicità e senza pretese. Ecco la più grande testimonianza!”

Autore: Paolo Bill Valente

Il primo autobus Bolzano-Laives

Prima dell’arrivo della ferrovia nel 1859, il servizio di trasporto pubblico consisteva in qualche carrozza trainata da cavalli diretta a Bolzano o Egna. Lungo il tragitto si trovavano le locande chiamate “Posta” che disponevano di stalle per il ristoro e, a richiesta, il cambio dei cavalli. Pochi se la potevano permettere e chi aveva la necessità di spostarsi lo faceva soprattutto a piedi.
Il treno aveva inaugurato una nuova epoca: quella del viaggio confortevole e in tempi ridotti a media e lunga distanza. Lo sfruttava soprattutto la piccola e media borghesia, il popolo continuava a camminare sulle vecchie strade polverose.
A cavallo tra i due secoli, con l’aumento dell’attività commerciale e la crescita del turismo, nacque anche a Laives il bisogno di un collegamento rapido e confortevole con Bolzano. Ovviamente si rifletté a lungo sulla realizzazione di una linea tranviaria, allora il mezzo di trasporto urbano più amato. Nel 1905 il Comune di Dodiciville, sprovvisto di stazione propria, ottenne l’autorizzazione a costruire una tranvia elettrica da via Stazione fino a S. Giacomo. Anche Laives era molto interessata ma la Südbahn, temendo la concorrenza, si oppose. Nel 1909 venne inaugurato il tram per Gries, altro comune allora indipendente.
Nell’autunno del 1911 alcuni cittadini di Laives costituirono una compagnia di autobus per il collegamento Bolzano-Laives. Un affronto alla strapotente Südbahn ma anche ai tentennamenti comunali e ministeriali riguardo alla realizzazione del tram.
Il 3 giugno 1912 finirono i lavori di posa dei binari sulla linea Bolzano – Maso Wurzer. L’impresa consentì tra l’altro di portare finalmente la luce elettrica fino al paese di Laives. La linea era lunga 6682 metri e contava 21 fermate. Il biglietto costava 40 scellini.

A Laives, dove dal 1912 aveva preso servizio l’autobus, si continuò a parlare di tram. Anton Monsorno, noto possidente e commerciante, morto a soli 47 anni nel 1916, e Franz Defranceschi furono i principali promotori dell’iniziativa. Soltanto nel 1923 venne approvato il progetto definitivo della linea.
Il 18 febbraio 1912 il giornale “Bozner Nachrichten” diede grande risalto all’inaugurazione del servizio di autobus tra Bolzano e Laives. I membri della commissione di valutazione dell’efficienza del mezzo salirono sul mitico “Saurer” costato la bellezza di 28000 corone in piazza “Kaiser Josef” e nel corso del viaggio ebbero modo di apprezzare il comfort offerto dal moderno mezzo di trasporto dotato di sedili imbottiti e perfino di riscaldamento. Una vera rivoluzione per l’epoca.
Dopo mezz’ora, i viaggiatori raggiunsero via Pietralba e si recarono per il rinfresco di rito all’albergo “Pfleg” di Alois Ebner. Il sindaco di Laives, Josef Ebner, “in un breve e caloroso discorso ricordò le varie tappe dell’impresa, ringraziando tutte le autorità presenti e coloro che l’avevano resa possibile”.
Anche il viaggio di ritorno fu un pieno successo. I soci fondatori Josef Ebner, sindaco di Laives, Ferdinand Flor, impresario nel settore del porfido, e Alfred Gerber godettero di un momento di grande popolarità in paese.
Il giornale concludeva il pezzo con orari e prezzi delle corse: “Cinque i viaggi quotidiani: da Laives alle ore 7.00, 9.00, 12.30, 15.30 e 18.30, da Bolzano alle ore 8.00, 11.10, 14.00, 17.00 e 19.30. Durata del viaggio: 30 minuti. Fermate: S.Giacomo e Oltrisarco. Prezzo del biglietto: Laives – S. Giacomo 40 Heller (1 corona = 100 Heller), Laives – Oltrisarco e Laives – Bolzano 60 Heller, Oltrisarco – Bolzano 20 Heller. Abbonamento per 10 viaggi andata e ritorno: 5 corone.”

Autore: Reinhard Christanell

Ludwig von Comini, il medico della vite

Se vi è chi ha lottato e lotta contro i virus patogeni per l’uomo e per gli animali, vi è anche chi ha lottato contro le malattie delle piante, come Ludwig von Comini, cui è intitolata una via, parallela alla via Volta. Chi era e cosa fece? Nato ad Innsbruck il 19 giugno 1814, frequentato il Ginnasio regio-imperiale di Innsbruck, dal 1836 proseguì gli studi alla scuola regio imperiale Mariabrunn presso Vienna. Dopo un periodo in farmaceutica entrò nel servizio forestale in Tirolo. Sposatosi a Bolzano nel 1840, nel 1849 rilevò un maso che la moglie aveva ereditato, il “Kalchgruberhof”, con vigneti sia nel borgo di Bolzano che ai Piani. Alle viti di uno dei suoi beni il 3 agosto 1851 Ludwig Comini scoprì per la prima volta l’infestazione attraverso il fungo aspergillus, importato nel 1850 dal Nordamerica in Europa, l’Oidium tuckeri, temuto e conosciuto come “puro Oidio”. Scoperte le ife, filamenti, dei funghi come agenti patogeni, nel 1853 nella sua tenuta ai Piani di Bolzano iniziò a tentare di lottare contro la malattia della vite che si stava rapidamente diffondendo. Quando nel 1855 gli agenti patogeni comparvero massicciamente anche in altri paesi europei, Comini viaggiò per l’Italia, La Francia e la Grecia, per apprendere qualcosa sui mezzi di difesa approntati; tornato in patria tentò ancora, fino a trovare un efficace mezzo di difesa nell’impollinazione delle viti ammalate con zolfo polverizzato e secco. Per gli anni di lavoro e l’incessante divulgazione, verbale e scritta, in tutte zone a viticoltura del paese, gli venne dato il soprannome di “Schwefelapostel”, “Apostolo dello zolfo”. Pubblicate le sue scoperte nel 1858 in lingua tedesca, due anni dopo lo fece in lingua italiana, con la “Lettera ai viticultori”. La lunga battaglia consumò le sue forze, oltre al patrimonio. Sempre più indebolito, Ludwig, farmacista, enologo, agronomo e conte austriaco, dovette soccombere, tanto da morire a 55 anni, con forti dolori, a Bolzano l’11 gennaio 1869.

Autore. Leone Sticcotti