Lilli ‘Die Walsche’ festeggia ballando sull’altra collina in compagnia dei suoi amici Reinhold e Joseph: altissimi, purissimi, onoreficentissimi. “Da oggi dedicherò il mio programma a Messner e lo chiamerò Ottomila e mezzo!” ha dichiarato la giornalista. “Sono contenta per questa onorificenza, anche se mi sembra strano che qui a Innsbruck tutti mi chiedano di fare nuovi accordi con De Gasperi”.
Categoria: Rubriche
Loghi, memorie, banche e monete
Recentemente le onorificenze annuali Nord Tirolesi riservate alla Provincia di Bolzano sono state assegnate a tre personaggi molto noti, anche per il loro percorso per molti versi libero e… non allineato. Interessante è il fatto che siano tutti e tre scrittori di successo. L’unico autore come prima professione è Joseph Zoderer, mentre gli altri due (Lilli Gruber e Reinhold Messner) lo sono solo come corollario delle loro altre attività. è – anche questo – il segno della solida tradizione letteraria della nostra terra. Che spazia nei generi più vari, come dimostrano anche le schede che vi presentiamo in questo numero del nostro giornale. In questo caso ci concentriamo in particolare sulle biografie che incrociano l’arte e sulla numismatica locale. Cogliamo l’occasione per ricordare che questa pagina vuole essere al contempo uno spazio in cui segnaliamo le novità degne di nota nel campo dell’editoria locale, ma anche un luogo a disposizione dei tanti altoatesini che coltivano a vario titolo la passione per la scrittura. Prossimamente in questa rubrica avremo anche occasione di incontrare autrici e autori nazionali o internazionali che ogni tanto si affacciano nel panorama locale, per presentare le loro opere o per raccontare il loro percorso nella narrativa, poesia o saggistica. Vi invitiamo a seguirci e – eventualmente – anche a darci utili suggerimenti in merito.
Haus nummer 6
Scrittore: Andreas Hapkemeyer
“Una bella bistecca e passa tutto!” o “ai miei tempi c’era giusto il necessario, mai di più”: frasi simili a queste si sentono e tramandano in molte famiglie.
Per il suo libro “Haus Nr.6 “ (Casa Nr. 6) Andreas Hapkemeyer ha raccolto quelle della sua di famiglia, giunta da Vienna a Gries all’inizio del novecento. Sono frasi, frammenti di ricordi, ascoltati o tramandati, in ben cento anni da nonni, zii, genitori e nipoti, che vanno a comporre una vivace biografia famigliare. Ai brevi testi sono associati degli schizzi, immagini che, partendo dagli interni della casa di famiglia a Gries- la Casa Nr.6, appunto- ci portano attraverso le strade di Bolzano. Sfogliare il libro è come cercare nella memoria, perchè i disegni sui fogli sovrapposti e traslucidi si compenetrano e sovrappongono, un po’ come i nostri ricordi. Le voci sono spesso femminili – la nostra era una “casa di donne”, dice l’autore- e raccontano momenti personali, ma anche momenti legati alla guerra “se quando faccio una gita in montagna sono stanco mi immagino di avere i russi alle calcagna” o visioni politiche e religiose. E natuaralmente, frammenti vissuti di storia altoatesina, nel Sudtirolo austriaco, poi italiano. Emerge così una vivace convivenza tra idee diverse – dall’anticlericalismo del nonno “al mio funerale non vengo se ci sono preti” alla più profonda spiritualità. Un affascinante esercizio di memoria insomma che è anche un invito a farci ritrovare il nostro lessico familiare.
Autrice: Caterina Longo
Andreas Hapkemeyer (Osnabrück 1955, vive a Bolzano) è storico dell’arte, curatore e docente universitario. “Haus Nr. 6”, 138 pag., è pubblicato da Ritter Verlag Klagenfurt.
Monete e banche medievali tra le Alpi e l’Adriatico
Scrittore: Helmut Rizzolli
Questo libro vuole offrire un approccio facilmente comprensibile alla storia monetaria e bancaria tra Alpi e Adriatico nel periodo che va dall’anno 920 al 1519. La straordinaria importanza delle zone alpine per l’area economica nord italiana si evince dal tesoretto occultato nel 1329 a Padova e contenente 4000 monete praticamente tutte di tipo tirolese (acquistato dalla Cassa di Risparmio di Bolzano). I vari sovrani, ecclesiastici o temporali, coniavano nelle zecche di Verona, Trento, Merano, Padova, Treviso, Dobbiaco/Lienz (a partire dal 1460) e Hall (dopo il 1477), cioè in area monetaria veronese = veronenses, ad Aquileia e Lienz (fino al 1460), cioè in area aquileiana = aquilegenses) oppure a Innsbruck e Bressanone, cioè in area augustana = augustenses. Soprattutto questo manuale vuole essere un supporto alla classificazione, dedicato a collezionisti, archeologi, storici e a tutti gli interessati.
I Krapfen: dolci per Carnevale
INGREDIENTI
Porzioni: 16 krapfen
Tempo: 200 minuti
500 g farina manitoba,
½ bustina di lievito di birra,
60 g zucchero, scorza grattugiata di un limone,
190 ml latte a temperatura ambiente, 2 uova,
1 cucchiaino di pasta di vaniglia, 1 cucchiaio di liquore all’anice, 7 g sale, 100 g burro morbido
Per friggere:
olio per frittura
Per farcire:
crema pasticcera, confettura
di frutta, crema al cioccolato
Per cospargere:
zucchero a velo
PREPARAZIONE
- Mescolare la farina e il lievito di birra poi aggiungere tutti gli altri ingredienti tranne il sale e il burro. Iniziare ad impastare e, appena i liquidi saranno stati assorbiti, aggiungere il sale. Impastare per circa 8 minuti finché l’impasto risulterà liscio ed omogeneo.
- Aggiungere il burro morbido a piccoli pezzetti in tre volte, continuando ad impastare. Formare una palla, inserirla in una ciotola, coprire e lasciare lievitare in frigorifero per 12 ore.
- Stendere l’impasto dello spessore di 2 cm e copparla con il coppapasta del diametro di 6 cm. Adagiare ogni singolo krapfen su dei quadrati di carta da forno della dimensione di circa 15 x 15 cm. Lasciare lievitare i Krapfen in un luogo tiepido, al riparo dagli spifferi e coperti con un panno per 3 ore.
- Scaldare l’olio in una pentola profonda o in una friggitrice a 160 °C. Immergere i Krapfen e cuocerli per un paio di minuti finché il fondo sarà dorato. Capovolgere i Krapfen con l’aiuto del retro di due stecchini di legno e terminare la cottura. Scolarli dall’olio e adagiarli a raffreddare in una gratella. Successivamente trasferirli su della carta paglia.
- Farcire i Krapfen a piacimento con crema pasticcera, confettura di frutta, crema alle nocciole e spolverarli con lo zucchero a velo.
Un progetto musicale per celebrare il quartiere di Sciangai
Sciangai, scritto come si dice. Sarebbe interessante fare una ricerca sul perché il vasto quartiere che si estende nella parte meridionale della città al di qua dell’Isarco abbia preso questo nomignolo mutuato dall’omonima (ma non omografa città cinese).
Il confine tra Sciangai e il resto della città è sempre stato piuttosto labile, propendiamo per un confine che si è spostato nel corso del tempo a seconda della memoria di chi ci ha abitato e vi è cresciuto, ma approfondire oltre l’argomento in questa sede potrebbe scatenare polemiche.
A noi interessa parlare di una canzone che è stata pubblicata su youtube nelle scorse settimane e che ora è anche colonna sonora di un video distribuito gratuitamente in DVD che include anche un altro video, più lungo accompagnato da versi recitati da Emilio Insolvibile.
“Tutto è cominciato qualche anno fa – ci racconta Beppe Grandinetti, anima del progetto insieme a Luca Sommacampagna – mentre ero in sala prove con Coco Chinaglia, lui aveva un giro di chitarra attorno al quale si è sviluppata la canzone, intitolata Sciangai. Tra allora e la realizzazione del progetto è trascorso del tempo, ci sono state alcune traversie. Poi ho incontrato Luca, sciangaiolo come me e musicista, e la cosa ha cominciato a prendere forma. È lui che mi ha aiutato a dare forma al brano e che ha coinvolto altri musicisti.”
Grandinetti e Sommacampagna hanno così portato a termine il progetto non solo dal punto di vista musicale, per il quale si sono affidati ad altri bravi strumentisti e cantanti, ma anche sotto l’aspetto della ricerca e dell’assemblaggio di materiale fotografico e documentaristico che è finito a costituire le immagini che scorrono sulle sulle note della canzone. Il risultato è un omaggio sentito e molto riuscito ad un quartiere la cui storia è mutata paesaggisticamente non poco con l’abbattimento delle case semirurali che ne erano state la principale caratteristica.
“Fare un DVD oggi può sembrare un po’ fuori moda – spiega Luca Sommacampagna – ma volevamo che ci fosse un supporto fisico con il risultato del nostro lavoro, certo i video ormai girano con gli smartphone e sui social, ma ci pareva bella l’idea di poter dare qualcosa in mano alla gente.”
Il risultato del lavoro dei due appassionati sciangaioli di differente generazione è assolutamente godibile e ben riuscito, frutto degli sforzi congiunti di un gruppo di lavoro allargato che ha lavorato bene coinvolgendo molte persone.
“Innanzitutto – prosegue Sommacompagna – per poter depositare il brano alla SIAE ci siamo affidati a Tiziano Astolfi che ha anche fornito materiale video/foto dal suo archivio. Poi ci è parsa una buona idea chiedere ad un paio di cantanti storici, proprio provenienti dal quartiere, di dividere con Beppe le parti cantate del brano, così ci siamo rivolti a Memo Emeri e Macao Timpone che hanno aderito con entusiasmo. Per la parte suonata, io mi sono occupato della batteria e dei cori, Daniele Ceccarelli ha suonato il basso, Giorgio Fiore le tastiere e Gregor Marini ha curato gli arrangiamenti, suonato le chitarre e ha provveduto alla regia, dalla registrazione alla produzione.”
Il risultato è un brano eccellente, ben fatto, professionale e accorato: le tre voci si mescolano bene e ciascun vocalist mette davvero l’anima nella propria interpretazione, con un plauso particolare a Memo, che nonostante età e acciacchi ha una voce ancora parecchio grintosa. Insomma, una canzone che funziona, qui un altro plauso va indubbiamente alla produzione di Marini, e che racconta il quartiere attraverso immagini di repertorio: nei filmati si riconoscono senza fatica sia il giovane Grandinetti che il giovane Astolfi, ma soprattutto emerge la fisonomia di Sciangai, i volti, gli sguardi e le anime dei suoi abitanti. L’anima. Perché quello che sono riusciti a fare Sommacampagna e Grandinetti è lontano da scontate, facili e già ascoltate marchette musicali dedicate a una Bolzano o a un Alto Adige da cartolina: Sciangai, il quartiere Don Bosco, le semirurali non sono mai stati patinata meta turistica e le immagini finali delle ruspe che abbattono e vecchie case riportano lontanamente alla mente la storia cantata dal rocker californiano Ry Cooder dedicata al quartiere Chavez Ravine, a Los Angeles, che subì analoga sorte negli anni cinquanta.
“Ricordo persone – è Macao Timpone a raccontare ora – che non avevano idea che esistesse in Cina un posto con lo stesso nome e che si facevano mille meraviglie spalancando gli occhi quando ti dicevano: hai visto? In Cina c’è una città che si chiama come il nostro quartiere…”
Il gancio finale, per la realizzazione del brano e la sua diffusione sono stati l’appoggio della circoscrizione Don Bosco presieduta da Alex Castellano e dell’associazione CooolTour: “Castellano e Roberta Catania – ci dice Sommacampagna – sono stati importanti per concretizzare questo progetto, così come tutti coloro che ci hanno fornito con piacere il materiale filmato usato sia per la canzone che per il video con la voce di Emilio. Tutte persone animate dalla stessa filosofia positiva per cui tenersi le cose nei cassetti senza condividerle non è di alcuna utilità per nessuno.”
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POLEMICHE
Tra la stesura e la pubblicazione di questo articolo, attorno al brano dedicato a Sciangai sono scaturite polemiche infuocate riguardo alla paternità del brano: posto che la somiglianza tra il brano dei Dedy CEMM e quello cantato da Grandinetti/Macao/Memo è innegabile, posto che con ogni probabilità farà fede la data di deposito dello spartito alla SIAE, pensiamo che la verità – come spesso accade – stia nel mezzo e vogliamo astenerci dal commentare la cosa. Alla scena musicale bolzanina mancava giusto una faida del genere, non lontana da quelle che le bande di quartiere combattevano nei cortili di Sciangai negli anni cantati nel brano.
Peccato. Dispiace soprattutto per quelle associazioni e istituzioni che nell’appoggiare un bel progetto sono state messe in imbarazzo da una cosa che poteva essere evitata.
Autore: Paolo Crazy Carnevale
Una rapporto con l’ambiente da mutare in maniera radicale
Negli ultimi anni la transizione ecologica è entrata con prepotenza nelle nostre vite. In Italia l’ufficialità di questa importante dimensione prospettica – si potrebbe dire – è giunta nello scorso anno con la creazione di un vero e proprio ministero dedicato. Per la precisione: con “transizione ecologica” si intende un insieme di azioni rivolte alla sostenibilità dell’economia, per favorire il passaggio da un sistema basato sulle fonti energetiche inquinanti a un modello virtuoso incentrato sulle fonti verdi. Questi ultimi tempi, con i preoccupanti rincari dei costi dell’energia, stanno convincendo anche gli scettici (o freddi) dell’urgenza di una vera e propria “conversione” in questo senso. Ma la transizione ecologica ci porta inevitabilmente anche a ripensare il territorio in cui viviamo e il rapporto che intratteniamo con esso. Sulle pagine dei nostri giornali ci siamo soffermati di frequente sulle ferite che i cambiamenti climatici stanno provocando alla nostra belle terra tra i monti. Le vaste zone mutilate dalla tempesta Vaia, i dissesti idrogeologici, i lunghi periodi privi di precipitazioni, le medie di temperature periodiche che sovente raggiungono livelli record verso l’alto; tutte queste cose ci costringono di fatto a ripensare alle forme di turismo che ospitiamo. E una riflessione particolare va senz’altro riservata al turismo invernale. A questo proposito il clima ci ha lanciato frequenti segnali che non possono restare inascoltati. Non è solo una questione etica, ma proprio una prospettiva economica quella che ci deve portare, in tempi brevi, ad una trasformazione del nostro turismo invernale in un’ottica rispettosa del clima reale che ci caratterizza. Il prossimo anno saremo chiamati a rinnovare il consiglio provinciale: pensiamo fin d’ora a privilegiare, rispetto alle proposte programmatiche dei politici che si candideranno, quelle che considerano in maniera matura e a lungo termine lo sviluppo economico e turistico del territorio. La nostra terra ha già manifestato in modo evidente la sua grande fragilità.
Autore: Luca Sticcotti
Didattica a distanza: tecnologie di base
La didattica a distanza (nota ormai comunemente con l’acronimo DAD) ha recentemente inondato la nostra società, entrando nelle case di milioni di bambini e ragazzi. In questa serie di articoli, che inauguriamo oggi, cercheremo di approfondire alcuni aspetti, tecnologici e non, legati alla DAD. Non avremo alcuna pretesa di completezza, trattandosi di un tema con radici molto profonde, e che coinvolge non solo tecnologia, ma anche e soprattutto pedagogia, gestione dei gruppi, insomma il “fattore umano”. Piuttosto cercheremo di aprire qualche finestra su questo tema complesso e mai così attuale. Oggi ci occupiamo delle tecnologie di base per l’erogazione di didattica a distanza. Il primo aspetto da enfatizzare è la necessità di disporre di una connessione a internet. Questo aspetto può sembrare davvero banale, ma non lo è, se consideriamo che da recenti statistiche il 6% delle famiglie non ha potuto usufruire della DAD proprio a cause di carenze nell’infrastruttura di rete.
Su questa base essenziale, la DAD erogata in tempo reale avviene catturando l’audio e il video del docente, mediante l’equipaggiamento audio-video presente ormai in ogni computer, tablet, o cellulare, oppure utilizzando hardware più avanzato (in termini di videocamera e microfono). I dispositivi degli alunni si collegano alla lezione attraverso software dedicati che giocano il duplice ruolo di piattaforme di condivisione (per permettere a più partecipanti di essere presenti in una vera e propria “aula virtuale”) e di streaming (per inviare l’audio e il video ai partecipanti). Alcuni software di base per realizzare questo servizio sono gli ormai famosi Zoom, Teams, e Meet. Offrono tutti simili funzionalità: oltre alla possibilità di seguire la lezione, quella di intervenire (via messaggio o con il proprio audio e video) con meccanismi di gestione del turno che cercano di ricalcare quelle delle aule virtuali (vedi la classica “alzata di mano”), di condividere una presentazione preparata al computer o lo schermo, di attivare lavagne virtuali e collaborative, e così via. Spesso questi software vengono utilizzati o assieme ad altri programmi (come ad esempio “Mentimeter”, per inviare questionari in tempo reale, raccogliere le risposte e visualizzare statistiche), o nel contesto di più ampie piattaforme per la gestione delle classi. Un esempio in tal senso è Meet di Google, spesso utilizzato all’interno di Google Classroom, che supporta l’erogazione di materiale didattico, la consegna dei compiti, e così via. Non abbiamo fin qui però parlato di due aspetti fondamentali. Da un lato il fatto che la DAD apre opportunità e sfide che vanno molto al di là della erogazione di didattica a distanza in tempo reale. Dall’altro lato il fattore umano, pedagogico e di gestione dei gruppi, per far sì che lo strumento tecnologico si trasformi in un vero e proprio servizio. Ne parleremo nei prossimi numeri della nostra rubrica.
Autore: Marco Montali
Grazie Fiorello, per le tue storie e per la tua storia
Si è spento all’età di 101 anni Fiorello Zorzi. Una vita intensa, dedicata alle cose che contano, concentrata sull’essenziale. Un uomo buono. Si è spento? Come è stato detto il giorno del suo funerale, una luce come la sua non si spegne. Continua a illuminare non solo i ricordi, ma anche le cose presenti e le prospettive future.
Fiorello Zorzi era nato a Vipiteno nel 1920. Cresciuto tra due tragiche guerre, è stato testimone del “Secolo breve”, di cui ha osservato e vissuto contraddizioni, prospettive, speranze e illusioni. Uomo buono e intelligente, sempre attento alle potenzialità della persona che aveva di fronte, anche quelle più nascoste. Ognuno, di Fiorello Zorzi, ha un suo ricordo particolare: come preside di ITI e IPIA, presidente dell’Azione cattolica, consigliere comunale, amico e confidente. Nei lunghi anni della sua vita da pensionato la sede dell’Azione cattolica era divenuta la sua seconda casa. Volontario a tempo pieno. Sempre pronto a dare una mano anche alla fabbrica del settimanale diocesano Il Segno: un consiglio, la correzione di una bozza o la redazione di un testo.
Raccontava volentieri la storia del padre Francesco, che all’inizio del Novecento aveva sgobbato nel cantiere dell’hotel Emma di Merano. Più tardi sarebbe diventato direttore didattico e ispettore scolastico. Nel 1945 avrebbe elaborato uno dei primi progetti per l’insegnamento nella madrelingua nelle scuole elementari altoatesine.
Raccontava dello zio prete – don Martino – che, potendo scegliere se diventare cappellano del duca di Pistoia a Gries o se fare il parroco della chiesa dell’ospedale di Merano, aveva scelto senza dubbio Merano.
E raccontava di come avesse conosciuto Giuseppe Lazzati nello Stalag VI C/Z Oberlangen. Lazzati era stato arrestato a Merano il 9 settembre 1943 e deportato in Germania, essendosi rifiutato di aderire alla Repubblica di Salò. Nel dopoguerra fu uno dei padri costituenti e a lungo il rettore dell’Università Cattolica.
Con Lazzati Fiorello Zorzi aveva condiviso, oltre la baracca del lager, i principi di vita, la fiducia nei giovani e l’impegno per la “città dell’uomo”.
Grazie Fiorello, per le tue storie e per la tua storia.
Autore: Paolo Bill Valente
Andare a Bolzano con 2 Lire
Nonostante il legame storico tra le due località, i collegamenti tra Bolzano e Laives non sono mai stati agevoli. Le cosiddette vie alte erano impegnative, il trasporto sull’Adige inadeguato e troppo distante dai centri abitati. Neppure la ferrovia, arrivata verso il 1850, riuscì a risolvere definitivamente il problema: infatti la linea fu realizzata in mezzo alla valle e lontana dai paesi. Veniva utilizzata soprattutto dai turisti della domenica e dai pellegrini che si recavano al santuario di Pietralba: ma non divenne mai un mezzo adeguato alla mobilità urbana o extraurbana di breve percorrenza.
Rimaneva, da secoli, una sola via praticabile: il vecchio, polveroso stradone pedemontano rimasto uguale dal tempo dei Romani.
Era una sorta di pista da Far West, e ad ogni curva c’era da attendersi un assalto alla diligenza o un’imboscata. La cattiva fama del tracciato raggiunse perfino Innsbruck e Vienna, e le varie amministrazioni furono spesso invitate a metterlo in sicurezza. Laives era “un paese a due ore di cammino” da Bolzano. Era infatti quello il tempo che occorreva per spostarsi tra i due luoghi. Nel corso del tempo arrivarono cavalli, carrozze, biciclette, macchine su due e quattro ruote: il tempo si abbreviò ma, in ogni caso, i collegamenti rimasero complicati.
Un primo tentativo concreto di risolvere il problema fu la realizzazione del tram. Ma il primo tratto si fermava a Vurza e rimaneva comunque un bel pezzo di strada da fare a piedi. Poi finalmente nel 1931 fu inaugurata anche la linea Vurza – Laives che attraversava le campagne lungo l’attuale via delle Part fino al capolinea davanti all’albergo Casagrande. Venne smantellata nel dopoguerra per favorire la SASA.
Con la consueta enfasi il giornale fascista in lingua tedesca “Alpenzeitung” il 17 luglio 1931 annunciò l’ultimazione dei lavori. “Avremo finalmente a disposizione il servizio di trasporto pubblico tra Bolzano e Laives (paese)”, annunciò il foglio del regime. E continuava: “Per la costruzione di quest’opera, l’Azienda Elettrica Consorziale ha dovuto superare numerosi ostacoli tecnici ed economici. La decisione di costruire questa linea è stata presa un anno fa e ora essa è terminata e il desiderio a lungo nutrito dalla popolazione è stato esaudito.”
Il viaggio tra Piazza Walther (all’epoca piazza Vittorio Emanuele), Ristorante Rovereto, S. Giacomo e bivio vecchia strada statale (oggi via D. Chiesa) durava 45 minuti. Il prezzo del biglietto fu fissato in 2,20 Lire. L’abbonamento mensile costava 72 Lire, quello per studenti 48 Lire. In certi orari i pendolari della zona industriale di Bolzano potevano viaggiare per 1,20 Lire utilizzando un’apposita tessera per evitare che “certi furbi approfittino dei convogli per lavoratori per pagare meno”. Le tessere potevano essere richieste ai comuni di Bolzano e Laives.
Il primo tram partiva da Bolzano alle 4.50 del mattino, l’ultimo alle 23.55. Forse valeva la pena mantenerlo in vita, il nostro tram. Ma del senno di poi, si sa, sono pieni i fossi.
Autore: Reinhard Christanell
La via dedicata al capitano Loris Musy
Tra le persone da ricordare nella Giornata della Memoria vi è anche Loris Musy, al quale dal 23 maggio 2012 è intitolata una via nella zona produttiva. Chi era e cosa fece? Nato a Gragnano (Napoli) il 30 luglio 1912, laureatosi nel 1935, intraprese la professione di avvocato. Richiamato alle armi nel 1941 come Tenente di complemento, fu inviato a Feltre come Comandante della Tenenza dei Carabinieri; nel dicembre 1941 si sposò con Assunta Sandulli Mercuro; ebbero due figli, Dario e Alberto. Inviato al fronte in Croazia, combatté dal 20 giugno al dicembre 1942. Rientrato a Feltre, riprese il comando della Tenenza. Costituitasi la Repubblica Sociale Italiana, Loris Musy, riuscì, nel rispetto delle leggi, a comportarsi secondo coscienza, cercando di aiutare il più possibile la popolazione e di evitare situazioni di persecuzioni, violenza ecc. Ma il suo comportamento fu considerato talmente ambiguo che il 30 ottobre 1944 i fascisti disposero il suo arresto; fu tra i 120 feltrini deportati nel Lager di transito di Bolzano, nel blocco loro riservato. Loris Musy, cui fu assegnato il triangolo rosso di deportato politico con il numero 4945, fu scelto come capoblocco, in riconoscimento del suo essere equo, autorevole e abile nel dialogare con i comandanti del Lager. Visse con altri situazioni difficili: partenza di molti per i Lager al di là delle Alpi, violenze fisiche, lavoro forzato nella Galleria del Virgolo, scarsità di cibo, docce gelate, adunate collettive di ore al freddo; ne risentì anche la salute di Loris Musy, che curò, oltre ai buoni rapporti con i feltrini, l’ordine interno, l’equa distribuzione dei viveri che giungevano dall’esterno; liberato il 30 aprile 1945, a piedi fece ritorno a Feltre. Promosso Capitano, fu assegnato a Riva del Garda. Lasciata l’Arma nella primavera del 1946 si trasferì a Napoli, facendo carriera nel Banco di Napoli, finché nel 1957 fu trasferito a Roma, dove nacquero i cinque nipoti. In pensione dal 1973, morì a Roma il 21 luglio 1987.
Autore: Leone Sticcotti
S.R.F.: affari di famiglia sul pentagramma
Dire che si tratta di un caso esclusivo non possiamo, nella nostra regione il primato spetta ancora agli Still Blind, storica formazione metal attiva tra anni ottanta e novanta, i cui componenti erano tre fratelli, cosa che li ha consacrati come prima band a conduzione familiare della regione. Il caso del trio S.R.F. però è altrettanto degno di nota, visto che a comporlo sono un padre e due figli. La sigla S.R.F. indica le iniziali dei loro nomi: Francesco, Ricky, Stefano. Il cognome è Gobbo, ma per quanto riguarda il padre, bisogna dire che per le sue produzioni artistiche ha sempre usato nomi d’arte, dal Ricky Strehler dei suoi esordi come cantautore al Chris Taylor della fase pop dance.
Dire che si tratta di un caso esclusivo non possiamo perchè nella nostra regione il primato spetta ancora agli Still Blind, storica formazione metal attiva tra gli anni ottanta e novanta, i cui componenti erano tre fratelli, cosa che li ha consacrati come prima band a conduzione familiare della regione. Il caso del trio S.R.F. però è altrettanto degno di nota, visto che a comporlo sono un padre e due figli.
La sigla S.R.F. indica le iniziali dei loro nomi: Francesco, Ricky, Stefano.
Il cognome è Gobbo, ma per quanto riguarda il padre, bisogna dire che per le sue produzioni artistiche ha sempre usato nomi d’arte, dal Ricky Strehler dei suoi esordi come cantautore al Chris Taylor della fase pop dance.
“Questa nuova, emozionante avventura musicale – è papà Ricky a parlare – è cominciata poco più di un anno fa quando mio figlio Francesco, che è batterista, ma anche compositore, mi ha spedito una traccia su cui stava lavorando per chiedermi di aiutarlo a completarla. Mi ha spiegato che tipo di cosa voleva realizzare e così ci ho messo mano e poi gliel’ho rimandato in Toscana, dove lui abita. Francesco mi ha risposto che avevo perfettamente capito dove desiderava che portassi la sua idea di partenza. Ora il titolo finale del brano è Haus der Kraut ed è diventato un misto tra elettronica e techno; in realtà non mi piace definire la musica, ma è per rendere l’idea… Siccome il risultato non era male ho cominciato a covare di farlo diventare qualcosa di più che non una sola composizione, abbiamo così coinvolto anche Stefano, l’altro mio figlio, che ha studiato chitarra e pianoforte”.
A questo punto però, forte dei suoi contatti presso le case discografiche specializzate che Ricky aveva bazzicato sia come artista che come addetto ai lavori, decide di fare ascoltare il lavoro fatto con Francesco, suscitando l’interesse di più d’una label milanese, con il verdetto che se a quel pezzo fossero stati capaci di aggiungerne altri nove se ne sarebbe potuto fare un disco. Ovviamente a questo punto c’è stata una riunione di famiglia per decidere se fosse il caso di continuare a battere questa pista.
“Francesco e Stefano – prosegue Gobbo – si sono dichiarati possibilisti, senza montarsi alla testa. Mi hanno detto: ma sì papà, perché non provarci, se sono rose fioriranno. Io a questo punto ho scritto il secondo brano e l’ho mandato a loro, ciascuno ci ha messo del suo e Stefano nel frattempo ha mandato una terza composizione e siamo andati avanti così, ciascuna canzone è partita da un singolo, ma poi è diventata un lavoro di gruppo che andava a completarsi coi suggerimenti e le idee degli altri. Quando però siamo arrivati al brano intitolato Corto circuito, ho avuto l’idea che ci sarebbe stato bene un sax ed ho coinvolto Sandro Miori, un vecchio amico bolzanino che da tempo sta a Vienna e fa il musicista di professione”.
Così il disco si è andato arricchendo di piccoli cameo importanti: Miori, oltre ad aver fatto parte per breve tempo, in anni pionieristici, della mitica Statale 17, ha suonato con artisti internazionali del calibro di Lee Konitz. La cosa ha preso mano e Miori ha finito per suonare anche in altri brani del disco dei Gobbo, sia col sax che col flauto traverso. Un altro importante bolzanino che appare nel disco è Diego Ruvidotti, storico componente della Stanza, che ora lavora a Milano e che ha prestato al progetto la sua tromba.
“Il disco è andato avanti pian piano – è sempre Ricky a parlare – rispettando i tempi e gli impegni di ciascuno, ci è voluto un anno per finire tutto, anche perché siamo tutti e tre un po’ schizzinosi e perfettini, certi brani li abbiamo ripresi in mano sei o sette volte in fase di missaggio… Tira un po’ più su questo, tira giù quello, per essere d’accordo tutti e tre. Non è tutto perfetto, qualche sbavatura c’è, ma era un peccato rinunciare a dei contributi esterni suonati dal vivo, come quelli del batterista trentino Alessandro Motta, e quindi abbiamo deciso di tenercele queste piccole imperfezioni. In fin dei conti volevamo che suonasse come un disco umano e non come una cosa artefatta”.
Il risultato ha varie sfaccettature, alcune più ardite, altre più facilmente assimilabili, come quando Ricky ripercorre – con gli adeguati aggiornamenti – le orme già battute negli anni ottanta, con atmosfere talvolta psichedeliche e spaziali, tal altra fortemente dance, tanto che il disco, in uscita in formato digitale il 18 febbraio (ma entro l’estate è atteso il CD fisico) col titolo di The Flame Is Burning, sulla piattaforma Juno Download è stato inserito nella categoria Experimental/Electronic.
E come ulteriore chicca, diremo che per la grafica di copertina del prodotto, il trio si è affidato a Damir Jellici, un altro bolzanino, ora di stanza a Verona e grafico professionista, che negli anni ottanta ha militato negli eclettici Gegia Miranda.
Autore: Paolo Crazy Carnevale