Le mille guide turistiche di Oswald Stimpfl

“Per continuare a scrivere guide turistiche ci vuole passione, senz’altro non si diventa ricchi”. Il bolzanino Oswald Stimpfl, classe 1946, di professione accompagnatore turistico e guida turistica, è uno dei principali autori di libri dedicati all’escursionismo e alla scoperta del nostro territorio.
Ci siamo rivolti a lui per chiedergli quali sono le scelte dell’editoria, locale e non, nella realizzazione dei manuali in lingua italiana, dedicati all’Alto Adige.
“Le guide in lingua italiana nella maggior parte dei casi nascono come traduzioni di quelle realizzate in prima battuta in lingua tedesca, ma esistono in realtà alcuni problemi di fondo: gli italiani in media sono meno camminatori e leggono di meno”. Insomma: il target delle guide turistiche sull’Alto Adige è fortemente sbilanciato verso nord, privilegiando per forza di cose i turisti germanici. Gli italiani del resto d’Italia, più che gli altoatesini, rappresentano dunque una clientela ‘residuale’”.
Al di là degli effetti della pandemia, che ha di fatto bloccato tutto il mercato di questo specifico settore dell’editori, a pesare negli ultimi anni è stata inoltre un’accresciuta propensione degli ospiti alla vacanza “mordi e fuggi”, anche in montagna.
“Cercano le classiche guide che consentono di capire cosa è più importante vedere in uno, due o tre giorni”, conferma Stimpfl.

E la concorrenza degli smartphone? è stata in grado di mettere in crisi anche le guide turistiche per la montagna?
Per fortuna su questo versante arrivano buone notizie.
“Tra le varie case editrici che pubblicano i miei libri c’è anche il grande gruppo Maierdumont con la collana Marco Polo, nel mondo di lingua tedesca. Lì c’era il timore che i telefonini avrebbero soppiantato il mercato dei libri, ma invece non è andata così. Lo smartphone lo usano soprattutto i giovani, che comunque comprano pochi libri. Mentre invece chi fa viaggi ha continuato ad acquistare le guide cartacee. Gli escursionisti sul telefonino trovano troppo e non riescono ad identificare proposte selezionate. Un mio classico lettore dunque è l’escursionista di madrelingua tedesca che cerca in internet la guida, la compra in libreria o online, e poi arriva in provincia di Bolzano con il suo libro in mano.”
Come sono cambiate le guide turistiche ed escursionistiche rispetto al passato?
Con un po’ di malinconia Stimpfl ci conferma il sospetto che avevamo.
“Rispetto a prima gli editori danno sempre meno importanza agli aspetti storici e culturali, probabilmente anche sulla spinta delle richieste dei lettori. Una volta su un luogo consigliavamo anche libri, film e musica. Questo oggi avviene molto meno. Ed è un peccato”.

Autore: Luca Sticcotti

Le polpette di Maria

Queste polpette si possono gustare anche così come secondo piatto con un contorno di verdura. Ma la mia tradizione pugliese vuole che siano poi gettate in un buonissimo sugo di pomodoro, pronte a condire un bel piatto di pasta.
Le polpette sono già cotte quindi vanno messe nel sugo poco prima di completare la cottura dello stesso.
Un tempo le polpette di carne erano considerate un lusso che ci si poteva concedere solo alla domenica. Per questo nella tradizione pugliese sono rimaste come tipico pranzo domenicale.
I ricordi di bambina mi riportano a quando la mia mamma preparava le polpette la mattina presto e una volta fritte le lasciava al riparo da mani leste nel forno spento. Ahimè non c’era successo in questo piccolo gesto perché era un via vai continuo di bambini silenziosi ma golosi e alla fine ci si ritrovava con la metà delle polpette per condire la pasta.
Ma chi fa le polpette sa già quale destino avranno. Una metà va mangiata così… al momento…facendole saltare da una mano all’altra perché scottano, mentre si cerca di non farsi scoprire dalla cuoca di turno, che sia la mamma, la nonna o la zia. E l’altra metà va nel sugo perché lì possano raggiungere l’apice del gusto.

INGREDIENTI

(per circa 45 polpette da 20gr cad.)
500 g di carne macinata (meglio se macinato misto, dà più sapore)
60 g ca. di pan grattato
1 spicchio d’aglio tritato
prezzemolo q.b.
sale q.b.
pepe q.b.
una tazzina da caffè di vino bianco
2 uova
60gr di grana padano grattugiato
olio di semi di girasole per friggere

PREPARAZIONE

1.Il procedimento è molto semplice. In una terrina mettete tutti gli ingredienti e impastate amalgamando bene il tutto. 

2. La parte difficile è creare le polpette cercando di renderle lisce e più o meno tutte uguali.
Quindi preparate a parte un piatto con del vino bianco dove intingerete i palmi delle mani per modellare l’impasto.

3. Prendere l’impasto a tocchetti (di circa 20 g) e arrotolare tra le mani finché si formerà una pallina omogenea. Continuare così fino alla fine dell’impasto.

4. A questo punto è il momento della frittura. In un tegame scaldate molto bene l’olio di semi. Una volta caldo immergete le polpette una ad una fino a riempire la pentola. 

5. Controllate che siano ben dorate e poi estraetele facendole raffreddare in un vassoio ricoperto da carta assorbente.

Autrice: Maria

Get Speck

Lo scorso 30 gennaio è stato l’anniversario della memorabile esibizione dei Beatles sul tetto della Apfel Corps di Bolzano. Il concerto durò circa 40 minuti, prima di essere interrotto dall’arrivo della Polizia, chiamata dai vicini turbati dal rumore. “Questi giovani non hanno nessun rispetto per chi lavora e deve riposare!” affermò Luise Ebner dopo aver chiamato il vicesindaco Knoll. Nella foto si può vedere uno scatto realizzato in piena enrosadira, mentre risuonavano sui tetti del capoluogo le note di “Get Speck”, ultimo brano eseguito dal vivo dai Fab Four.

Autore: Roberto Tubaro

Un nuovo Presidente e la speranza di una nuova Politica

Ho sempre vissuto l’elezione del nuovo presidente della Repubblica con grande interesse, quasi fosse una sorta di utile reset periodico della vita dello stato. Ogni elezione del capo dello stato ha una sua ritualità ma presenta sempre novità e colpi di scena. Ma – soprattutto – costringe tutti a tornare al punto di partenza del sistema democratico, ovvero alla nostra Costituzione di cui il Presidente è il massimo garante. E’ lì che risiede il nocciolo del patto tra cittadini e tra cittadini ed istituzioni. E il Presidente è un cittadino, uno come noi, al quale periodicamente spetta il difficile compito di tirare le fila, per 7 lunghi anni. Forse la mia passione è dovuta al fatto che il mio primo ricordo consapevole di un’elezione di capo di stato risale al 1978. In quell’anno fu il partigiano Sandro Pertini a ricevere il più alto incarico. Nei giorni scorsi mi è capitato di rivedere una docufiction ante litteram realizzata dal grande Gianni Bisiach, i cui protagonisti pochi mesi prima dell’elezione di Pertini erano lui stesso e l’ex Presidente Giuseppe Saragat. Entrambi intenti a raccontare la loro rocambolesca fuga da Regina Caeli del 1944, organizzata dai loro compagni partigiani Sebastiano Vassalli e Pietro Nenni. Dopo Pertini ancora per diversi anni le elezioni dei Presidenti della Repubblica hanno potuto vedere protagonisti coloro che portarono avanti la in prima persona lotta per la libertà e per la giustizia nel nostro paese, sfociata in una democrazia voluta con forza e poi vergata dai padri costituenti. Successivamente a quel periodo, da Napolitano in poi, il ruolo del Presidente della Repubblica è addirittura aumentato d’importanza, a causa della crisi dei partiti e della politica, spesso incapaci di rinnovare le capacità di mediazione che sono il sale stesso della democrazia. L’auspicio dunque è duplice: innanzitutto che il successore di Sergio Mattarella riesca a proseguire nel solco dei suoi due predecessori, riuscendo a trovare soluzioni di governo anche nei casi malaugurati in cui i partiti non trovino le necessarie intese. Ma soprattutto dobbiamo augurarci che partiti e parlamentari riescano a ritrovare la via maestra del bene comune, superando tutte le derive che negli ultimi anni hanno allontanato se non addirittura disgustato i cittadini.

Autore: Luca Sticcotti

Il merlo dispettoso

“Papà, sembra estate!” Esclamava una bambina appena imboccato il Tappeinerweg, domenica scorsa. La mole del monte San Viglio soggiogava il sole e dipingeva già il tramonto sulla città del Passirio. Mentre camminavo ormai dal primo pomeriggio avevo la stessa sensazione: fa troppo caldo per essere appena la seconda decade di gennaio. Tanto piacevole goderselo, fare il pieno di vitamina D tra muretti, vigne, capre, polvere e profumi di fieno quanto assistere ad una primavera sontuosa che mostra i muscoli e una mancanza di timidezza quasi surreale. In cielo neanche una nuvola. La qualità dell’aria con quegli strati densi di smog, perennemente ammantati e ben visibili da ogni dove non mi hanno mai fatto così tanto apprezzare la mascherina. Perché chissà cosa c’è lì dentro, in quell’aria di polveri sottili, di fumi di comignoli, di gas di scarico: se a Seul e nelle più grandi metropoli planetarie questo scenario si ripete spesso durante l’anno, in cui ogni cittadino dimostra l’apprezzabile senso civico di indossarla, qui da noi fra le conche, le pareti e i dolci declivi non lo è affatto; a quando il prossimo cambio di circolazione per poter ritornare a respirare l’inverno? Nei boschi arsi, esposti a sud ovest, habitat di pini silvestre, cipressi, edera e dove i bozzi di processionaria iniziano a svilupparsi, in cui il bambù piantato da qualche proprietario sprovveduto ha oramai colonizzato l’equilibrio arborio di alcune fasce si sentono rumori tra le foglie secche del sottobosco: è un gatto bianco, sporcato di qualche macchia nerastra nella sua livrea, che va appostandosi sopra un lungo tronco caduto in cerca di una preda, un’arvicola probabilmente. In cielo volteggiano due poiane a cerchi concentrici fino a scomparire dietro Castel Tirolo.
In questo quadretto vi racconto la battaglia che ha messo a dura prova la mia pazienza e l’ordine nel BalconORTO. Ogni mattina trovavo sempre il balcone tutto sporco di terra; pensavo al favonio che le correnti settentrionali portano con sé, ma dopo il ripetersi di questa situazione, l’assenza notturna di forti raffiche e le deiezioni sulle piastrelle ho capito che si trattava di un merlo che aveva preso di mira il mio balcone. È iniziato l’appostamento, per dare un volto a questo volatile dispettoso: sicuramente un maschio visto il disordine che si trascinava dietro, bello panciuto e tozzo, nero come la pece e con un becco dal colore inusuale, più rossastro rispetto al vivido arancione: l’ho chiamato Rutilio. Dopo una accurata pulizia, ho coperto i vasi col tnt, in altri ho infilato degli stecchi di legno a mo’ di spuntoni e per ora, pare, che la tregua regga.

Autore: Donatello Vallotta

La traiettoria in Europa dell’autonomia altoatesina

Ricorrono in questi giorni i cinquant’anni dell’entrata in vigore del secondo Statuto di autonomia. “L’Autonomia è di tutte le altoatesine e tutti gli altoatesini”, ha detto il presidente Arno Kompatscher. E la vicepresidente Waltraud Deeg ha definito lo Statuto “il fondamento per uno sviluppo sociale e umano sostenibile e giusto”.

Nei giorni in cui il presidente della Repubblica Sergio Mattarella conclude il suo settennato, ricordiamo le sue parole sull’Autonomia altoatesina, pronunciate a Castel Tirolo nel novembre del 2019.
“Nel secondo dopoguerra”, disse, l’Alto Adige “rimane davvero come un unicum assoluto”, a cominciare dalla possibilità data agli optanti di ritornare in patria. Ci sono “un legame e una responsabilità che uniscono passato, presente, futuro. La sapiente lungimiranza degli statisti di quell’epoca la possiamo misurare appieno anche soltanto confrontando le recenti, drammatiche, vicende che hanno segnato la vita delle popolazioni balcaniche nei decenni scorsi”.
L’Alto Adige “costituisce un esempio di autonomia a livello mondiale, che assicura non soltanto la serena convivenza, ma lo sviluppo armonioso di questo straordinario territorio, portando benessere e prosperità anche nelle sue aree più periferiche”.
Nata dall’esigenza di tutelare l’identità di una minoranza, “l’autonomia – da garantire con decisione, da parte delle Istituzioni – ha abbracciato sempre più anche una dimensione territoriale, sviluppando un complesso di regole che garantisce crescita sociale ed economica a cittadini di gruppi linguistici diversi, impegnati a fornire ciascuno un proprio contributo originale al futuro di una terra comune”.
Una traiettoria perfettamente coerente con il procedere del progetto di integrazione europea, “nel quale l’amica Repubblica d’Austria e la Repubblica Italiana sono, insieme, direttamente impegnate”. “Dobbiamo essere consapevoli” concludeva Mattarella, “che in un mondo sempre più globalizzato soltanto il disegno europeo sarà in grado di rappresentare e di proteggere le nostre comunità permettendoci di continuare ad accrescere il nostro sviluppo sociale. Al di fuori di questo progetto non vi può essere, in realtà, per i popoli europei, né sovranità né indipendenza, bensì l’esatto contrario”.

Autore: Paolo Bill Valente

Anton Thaler e la chiesa di S. Giacomo

La vecchia chiesa di S. Giacomo è uno dei monumenti più rilevanti di Laives. Viene citata una prima volta in un atto notarile del 1237 nella frase “curia que jacet in Campoledro juxta ecclesiam sancti Jacobi de Cinte”. La curia di cui trattasi è il maso adiacente alla chiesa, mentre è noto che per molto tempo il paese di S. Giacomo, poi denominato anche “Unterau”, era detto Cinte o Schinte. Il termine, a quanto pare, deriva dal latino “cinctum” – ma non ne saremmo poi così sicuri. Potrebbe dunque darsi che in quel luogo, in un certo periodo anteriore all’edificazione della chiesa stessa, esistesse un altro edificio sacro o un castello cinto da mura.
A prescindere dall’atto in premessa, la chiesa probabilmente risale almeno al XII secolo. Cosa c’era prima non si sa. In quel periodo, i signori di Firmian / Sigmundskron esercitavano sulla stessa il diritto di patronato, ottenuto dai signori di Weineck. Ricordiamo che i Weineck (e precisamene Otto) risultano anche affidatari di Lichtenstein sopra Laives. Insomma una famiglia tra le più influenti dell’epoca.
La chiesa è dedicata all’apostolo Giacomo (il maggiore), a santa Barbara e a san Cristoforo. San Giacomo, tra l’altro, era il patrono dei pellegrini e ovviamente la via da nord per Roma passava proprio sotto la collina che ospita la chiesa.
Uno dei suoi curati più importanti e amati fu certamente Anton Thaler. Mantenne l’incarico dal 1910 fino alla sua morte nel 1936. Nella sua edizione dell’8 febbraio 1936, il quotidiano “Dolomiten” dedica una lunga e calorosa commemorazione al sacerdote defunto. “Al cimitero di S. Giacomo, da lui stesso realizzato, riposa da sabato primo febbraio il curato Anton Thaler, nel mezzo dei suoi parrocchiani a cui ha dedicato molte cure in vita e in morte”.
Gli abitanti di S. Giacomo lo piansero come un proprio padre. “Non avremo mai più un curato come Toni”, prosegue l’articolo. Per ben quattro volte la comunità intera si raccolse attorno alla sua bara esposta nella chiesa. Il funerale fu un evento memorabile. “Una cosa mai vista”, scrive il giornale.
Anton Thaler nacque a San Valentino in Campo (nel testo la frazione viene chiamata “Gombre”, fantasiosa italianizzazione tolomeiana di Gummer) il 19 marzo 1872, sesto di dodici figli. Studiò, come il fratello Josef, al liceo dei padri Francescani di Bolzano e fu ordinato sacerdote a Trento il 12 luglio 1896. Era di salute assai cagionevole ma non per questo si risparmiò nell’espletazione del suo ministero. Fu cooperatore a S. Pietro di Laion, Nalles, Cornaiano e Merano. Finalmente il 3 gennaio 1903 fu assegnato con questo compito a S. Giacomo, dove trovò una situazione molto precaria. “Mancava anche l’indispensabile”, scrisse. Si dedicò anima e corpo alla chiesa, che fece ingrandire, alla catechesi dei bambini e alla cura dei poveri e degli ammalati. La realizzazione del cimitero è una sua opera. “Prima di allora i defunti dovevano essere tumulati a Bolzano.”
Il tram tra Bolzano e Vurza comportò una notevole espansione della frazione di “Unterau”, e anche le esigenze ecclesiastiche aumentarono a dismisura. Thaler vi fece fronte con la solita passione e dedizione. “Non permise a nessuno di entrare nel regno dei cieli senza i sacri sacramenti”. Per corrispondere alle esigenze della popolazione, celebrava la santa messa in italiano e tedesco. La morte sopravvenne probabilmente a causa di un infarto. Anton Thaler, a cui oggi è dedicata la strada che porta alla “sua” chiesa, fu il quarto curato di S. Giacomo. Il primo, nel 1883, fu Daniel Ludwig, a cui succedettero Peter Senoner e Anton Rinner.

Autore: Reinhard Christanell

Il passaggio dedicato all’artista May Hofer

È dal 13 giugno 2013 che lungo via Rosmini si trova in zona Museion il “Passaggio May Hofer”. Chi era e cosa fece? May Ottawa era nata l’8 settembre 1896 a Cybi, piccolo centro industriale presso Cracovia. Morto il padre Viktor, la madre si trasferì con la figlia a Pola. Scoppiata la prima guerra mondiale May frequentò per tre anni l’Accademia per l’arte applicata di Vienna, seguendo i corsi di tessuti di Rosalie Rothansis e di disegni di moda di Eduard Wimmer-Wisgrills. A Vienna conobbe il noto pittore e architetto dell’Accademia, Anton Hofer, originario di Bolzano; si sposarono a Vienna nel 1919. Anton Hofer decise di ritornare a Bolzano, dove il 21 marzo 1923 nacque il figlio Arno. Negli anni Venti May Hofer iniziò a Bolzano lavori in batik “su seta”; nacquero i primi arazzi a ricamo, mostranti immagini della terra slavo-polacca, la sua terra natia. Dopo anni di gestione della Pensione Belvedere a Miramare, May Hofer ritornò a Vienna seguendo all’Accademia il corso di ceramica a smalto del professor Nedbal e imparò la tecnica russa dello smalto a rete dalla moglie di Nedbal, l’ucraina Marika Dolnizka. Rilevato l’atelier di Emmanuel Fohn in un sottotetto di via Leonardo da Vinci, ne fece un ambiente in cui poté sviluppare la sua creatività, avente come riferimento il carattere popolare slavo, la mistica ortodossa, l’ambiente culturale ebreo-polacco. Realizzò una serie di mosaici intessuti, le cosiddette Textures di Limoges e Cloisonné. Dal 1964 partecipò a numerose mostre in Italia e all’estero. Dal 1972 al 1984 May Hofer viaggiò molto: Thailandia, Russia, Polonia, Israele, Bulgaria. Sono degli ultimi anni le opere in smalto, come i tabernacoli dello Jesuheim di Cornaiano e della Casa di Riposo di Castelrotto; per lo Schwesternheim di Fiè creò il quadro in smalto “Der gute Hirte”. Frutto dell’ultimo periodo creativo sono i tappeti-quadro. May Hofer morì a Bolzano il 3 maggio 2000, aveva 103 anni.

Autore: Leone Sticcotti

La musica da camera contemporanea del trio Tamayura

Tamayura è un termine del linguaggio poetico giapponese che indica qualcosa di molto prezioso ma di breve durata, giusto lo spazio di un momento; è anche il nome che un trio nato dall’incontro nella nostra regione di artisti con provenienza diversa, il cui disco, uscito proprio nell’anno della pandemia ha rischiato, a torto, di passare quasi inosservato, causa limitazione degli spostamenti e difficoltà nell’organizzare un’adeguata promozione a base concertistica.

Tutto è nato dall’incontro del sassofonista altoatesino Hans Tutzer con l’artista giapponese Karin Nakagawa, cantante, poetessa e in questo disco soprattutto musicista col suo koto, uno strumento a corda della tradizione nipponica che appartiene alla famiglia delle cetre. Tutzer, nato come batterista nella band giovanile degli Emphasis negli anni settanta, ma che è ora un apprezzato insegnante di musica, nonché membro di diverse realtà musicali come i Sax Four Fun e l’Ebnicher- Tutzer Project racconta così l’incontro con Karin Nakagawa: “Nel 2014 Karin ed io, che ancora non ci conoscevamo, siamo stati invitati a partecipare ad un workshop a Fiè, organizzato ogni due anni da Elisabeth Oberrauch. Si tratta di un’iniziativa durante la quale artisti, musicisti, attori vengono affiancati e si trovano a lavorare insieme per una settimana. Alla fine vengono presentati i vari lavori. Io sono stato sorteggiato per lavorare con Karin e abbiamo scoperto, oltre ad aver un grande affiatamento, che l’abbinata tra il suo koto e il mio sax soprano funzionava molto bene. Così è stato naturale decidere di continuare a sperimentare insieme”.
Karin Nakagawa, dal canto suo, pur essendo nata e avendo studiato in Giappone, negli ultimi anni è stata di base in Germania dove ha conosciuto il suo futuro marito, altoatesino: ecco spiegato l’arcano di come questa musicista che ha realizzato prestigiosi lavori approdando nel 2015 all’etichetta ECM, una delle leader per un certo tipo di musica jazz non tradizionale si sia trovata in Alto Adige. Il trio Tamayura si completa con il contrabbassista Paolino Dalla Porta, uno dei maggiori personaggi della scena europea nel suo strumento, nonché membro degli Oregon di Ralph Towner e Paul McCandless (ma i nomi inclusi nel suo curriculum potrebbero costituire una piccola enciclopedia del genere).
“Karin ed io – prosegue Tutzer – siamo andati ad un concerto degli Oregon a Bressanone, dopo lo spettacolo siamo andati a cercare i musicisti perché Karin aveva piacere di dare una copia del suo disco ECM a Towner, così abbiamo avuto occasione di parlare anche con altri del gruppo, tra cui Paolino, a cui abbiamo raccontato del nostro progetto come duo, è rimasto così ben impressionato che alla fine il duo è diventato un trio e nel giro di qualche settimana ci siamo trovati nel suo studio per provare!”.
Il disco è stato poi registrato all’inizio del 2018, in Germania, nello studio di Marco Ambrosini (anche lui del circuito ECM) che nel disco suona un’arpa tradizionale svedese parente stretta della viola d’amore oltre a figurare anche in veste di produttore insieme a Katharina Dustmann (che vi suona le percussioni).
Il risultato è un disco di notevole interesse, quasi interamente strumentale, eccezion fatta per alcuni interventi cantati dalla Nakagawa nel tipico stile vocale del Sol Levante: un perfetto equilibrio tra tradizione e jazz, una fusion non scontata che si lascia ascoltare come fosse un’attuale musica cameristica ricca di incredibili sfumature e passaggi, con brani composti da Tutzer e Nakagawa, in tandem ma anche per conto proprio o con altri partner, e con un brano firmato da Dalla Porta che nel disco è titolare con pieno diritto.

Dopo le registrazioni però, il disco è rimasto in stand by, un po’ per gli impegni di Dalla Porta e di Karin Nakagawa, un po’ perché Tutzer si è concesso il cosiddetto anno sabbatico e per un anno ha fatto un viaggio intorno al mondo. Al suo ritorno il Trio ha ricominciato a pensare a come pubblicare il suo lavoro. “Karin aveva da poco lavorato con una label norvegese che si chiama Losen Records, così abbiamo provato a rivolgerci a loro che sono stati ben disposti. Prima dell’uscita siamo anche riusciti ad esibirci una volta come trio in Umbria, ad un piccolo festival. Poi tutto si è bloccato, come tutti sanno. Il disco è uscito nel 2020, ma di promozione si è parlato solo nel 2021, quando Karin ed io abbiamo fatto qualche concerto in duo. Ora però si spera di poter riprendere il discorso e, se non ci saranno altri imprevisti, il 24 maggio siamo già in cartellone di nuovo con Paolino al Teatro Toniolo di Mestre.”

Autore: Paolo Crazy Carnevale

Presidente Giorgio

“Il mio nome è Giovanni Giorgio, ma tutti mi chiamano Giorgio”. è così che si è presentato il nuovo presidente della Repubblica Giorgio Moroder. Proposta quasi per scherzo dalla radio m2o la sua candidatura ha messo subito d’accordo tutti. “Io sento l’amore”, ha continuato, “che sensazione! Devo dire che questa è roba calda, mi sento come se fossi il migliore pilota di aerei da combattimento! Son sicuro che la prossima sarà un’estate italiana e finalmente riusciremo a concludere questa storia infinita. Rimarrò qui a rappresentare tutti senza nessuna fuga di mezzanotte. Ora andrò a riposarmi: almeno domani grazie a Dio è venerdì!”.

Autore: Roberto Tubaro